MIO FIGLIO E' GAY E MI ALLONTANA DALLA SUA VITA

Il dialogo e la comprensione reciproca tra genitori e figli gay, la famiglia come luogo di vera crescita per i ragazzi gay
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Ferro
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Re: MIO FIGLIO E' GAY E MI ALLONTANA DALLA SUA VITA

Messaggio da Ferro » sabato 17 dicembre 2011, 23:32

Sarà una banalità dire "Questa casa non è un albergo?"
Francamente mi sembrate dei genitori molto aperti e comprensivi, quindi è il caso di smuoverlo questo figlio e di far capire che siete pronti ad accettarlo-
Probabilmente all'inizio lui vi rifiuterà perchè in un certo senso voi lo avete accettato più di quanto lui non abbia fatto con se stesso.
Forse andrà via di casa, pazienza gli avrete dato una smossa, per un pò non lo sentirete ma presto sarebbe di nuovo vicino a voi ringraziandovi


Amare significa prendersi delle responsabilità

Aquilotto
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Re: MIO FIGLIO E' GAY E MI ALLONTANA DALLA SUA VITA

Messaggio da Aquilotto » lunedì 26 dicembre 2011, 9:43

Premetto che mi ritrovo al 95% nella situazione del figlio di colui che ha scritto questa mail. Le differenze sono veramente poche e secondarie, tanto che prima di trovarne una avevo il forte sospetto che a scrivere la mail fosse stato il mio, di padre.

Io non parlo più con i miei genitori da mesi, fra di noi non c'è nessun contatto, evito la loro presenza (chiamarla compagnia sarebbe eccessivo) nel tempo che passo a casa, quando non sono fuori per qualsiasi altro motivo. E preferisco di gran lunga avere altro da fare, anche qualcosa di noioso; preferisco essere altrove solo, che in casa in loro presenza. Perché?

Perché è brutto condividere forzatamente qualcosa con persone del tutto estranee. Tali sono i miei genitori. Tra tutte le persone che conosco non ne potrei trovare due più lontane da me.

Non è per ripicca, non è vittimismo, non è giocare al non essere capiti. E' nei gesti quotidiani di una vita intera. Avere in comune i cromosomi non basta per essere vicini. Qualsiasi rapporto fra persone va coltivato e quello fra genitori e figli non è da meno. Se non viene coltivato o se viene coltivato male si guasta come qualsiasi altro rapporto e non si salva per il semplice fatto che le persone coinvolte condividono un cognome.

Il dialogo: se il dialogo non è efficace, soprattutto se non lo è mai stato e se mai migliora, è molto facile che ad un certo punto uno si stufi anche di cercarlo. Se non si trova riscontro, se invece di risolvere problemi se ne creano, instaurare un dialogo è solo fastidioso. Si può tentare lo stesso, pro forma, ma resta sostanzialmente inutile. Quanti sforzi si sarebbe disposti a fare per dialogare con un estraneo?

Il rispetto: il rispetto non è gratis, non è un qualcosa di acquisito a priori. Si conferma o si smentisce con il proprio comportamento. Se giorno dopo giorno ti faccio notare che ti comporti in modo insulso (per esempio non argomenti mai le tue affermazioni, che spesso sono ordini, e zittisci chiunque ti faccia notare che sei in errore), e tu continui a farlo, a un certo punto non devi stupirti se ti mando a quel paese. Soprattutto, se ritieni di essere degno di rispetto solo in nome del tuo status anagrafico (parlo per questo caso) e questa è la scusa per sentirti libero di dire e fare ciò che vuoi, difficilmente troverai qualcuno disposto ad assecondare il tuo modus operandi.

La comprensione. Essere capaci di mettersi nei panni di un'altra persona e di ragionare almeno un minimo con la sua testa e dal suo punto di vista è fondamentale, soprattutto se l'altra persona si ambisce a conoscerla bene, cosa che dovrebbe sussistere fra genitore e figlio. Perciò anche non essere del tutto alieni riguardo alla vita del figlio giova decisamente allo scopo.

La fiducia è il prodotto finale di questi tre e di molti altri fattori. Se manca qualcosa la fiducia non è totale o non c'è, e quando un individuo non ha fiducia in un altro, l'altro gli scade. Ma questo vale in generale, non solo fra padri e figli.

E l'amore? Io sento di non provarne. Qui si scende molto sulla sensibilità personale, ma mi trovo in questa situazione dopo che per anni ho avuto a che fare con una persona totalmente refrattaria a ogni tipo di contatto e con un'altra che al contrario mi trattava come un bambolotto. Nessuna delle due mi ha trasmesso un'idea condivisibile di amore. Tutto ciò che hanno fatto per me in nome dell'amore è sempre stato improntato al senso del dovere, mai niente di spontaneo, mai nulla che fosse privo di un preciso ruolo in uno schema di insegnamento morale.

Sto parlando di cose che un genitore può dare per scontate e che invece farebbe bene a considerare in gioco, per capire se anche da parte sua tutto proceda per il meglio: è una questione di volontà. Non c'entra il provenire da altre situazioni, non c'entra l'avere poco tempo. Non è nemmeno un discorso d'età, perché conosco genitori più anziani dei miei che non hanno paura di farsi domande su cose che non conoscono, e sono disposti a imparare. Non si rifugiano dietro preconcetti, non hanno la morale precotta riscaldata nel microonde, non recitano da un manuale di istruzioni. Se necessario modificano il loro comportamento giorno per giorno, come è giusto che sia, perché siamo tutti persone vive che imparano dall'esperienza.

Nel mio caso la fiducia verso i miei genitori è venuta a mancare progressivamente, la loro distanza è sempre più aumentata, e fin qui nulla è dipeso dal fatto che io sia omosessuale. Sono motivazioni per cui alla lunga avrei comunque smesso di dar loro ascolto, o forse avrei continuato a darglielo ma senza convinzione, soltanto per mantenere una forma. Il colpo di grazia al rapporto genitori figlio, nel mio caso, è arrivato dopo alcuni loro gesti inconsulti e dopo che mi hanno scaricato addosso parole e concetti molto violenti, fortemente offensivi e umilianti, legati alla mia omosessualità; avvenuto ciò, da parte mia, è definitivamente cessata la stima nei loro confronti e il suo posto è stato preso dal disprezzo. E oggi come oggi non c'è niente che potrebbero fare per riabilitarsi ai miei occhi (io sono anche assai poco - o per niente - incline al perdono, quando una persona lo cerca senza attivarsi per rimediare a uno sbaglio).

Soprattutto trovo che al posto loro una persona dovrebbe evitare di rivolgere i propri pensieri al passato, perché ciò che è stato è stato, e non vi si può porre rimedio.
Lo so che è brutto da dire, ma troverei più brutto fingere il contrario, e potrei capire il figlio del padre in questione se anche lui la pensasse così: non mi interessa recuperare chissà che rapporto artefatto o reinventare qualcosa che non esiste, lo trovo inutile e dannoso. Sarebbe preferibile che si facessero una ragione del fatto che ai miei occhi sono degli estranei. Da una posizione come la loro ogni tentativo di riavvicinamento, se non addirittura patetico, ha comunque il sapore del vittimismo, anche alla luce del fatto che nel tempo la mia omosessualità è diventata un problema, perché a loro dire è stato il motivo per cui sono stati malissimo (e io invece?): tradotto, la causa dei loro mali sarei io per essere così come sono.

Come si può instaurare un qualsiasi ragionamento con chi non è disposto ad abbandonare questa idea? Lo stesso autore della mail ammette che il suo approccio contiene l'idea di "problema" e sicuramente l'idea di lui da parte del figlio ne avrà risentito.
Se io sapessi cosa mi fa bene
se io sapessi cosa mi fa male
nella marea di cose e di persone che c'ho intorno
se non tradissi le mie pulsioni vere
potrei sul serio diventare
un uomo pluricentenario
forse eterno


G.Gaber, Se io sapessi, «E pensare che c'era il pensiero»

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Re: MIO FIGLIO E' GAY E MI ALLONTANA DALLA SUA VITA

Messaggio da progettogayforum » lunedì 26 dicembre 2011, 13:10

Vorrei dire ad Aquilotto che quello che ha scritto non rappresenta una situazione troppo rara, e aggiungo che nella grande maggioranza dei casi i ragazzi parlano della loro omosessualità con qualche amico fidato ma si guardano bene dal fare un discorso esplicito in famiglia perché i rapporti familiari sono spesso tesi per altre ragioni del tutto indipendenti dalla omosessualità e i ragazzi percepiscono nettamente che, data l’incompatibilità di fondo con l’ambiente familiare, dichiararsi gay in famiglia significherebbe fare precipitare una situazione già originariamente compromessa rendendo così la convivenza familiare sostanzialmente insopportabile. Mi capitò tempo fa di parlare con una mamma ansiosissima con la quale era assolutamente impossibile qualsiasi forma di dialogo, il pregiudizio era talmente radicato che la portava e non vedere nemmeno le cose evidenti. Questa signora partiva dalla sua certezza di principio che il figlio non potesse essere gay e che quindi fosse stato plagiato da qualcuno, ma quello che è peggio è che questa signora considerava il figlio come qualcosa che avrebbe potuto squalificarla socialmente se si fosse saputo che era gay. Ho tentato in tutti i modi di farla ragionare ma era sostanzialmente impossibile, ed era una mamma che era arrivata a Progetto Gay, quindi una signora che si era data da fare ma solo per dimostrare il suo teorema considerando sostanzialmente il figlio un incapace da tenere sotto tutela e il figlio aveva 23 anni.

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