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 Oggetto del messaggio: E. CARPENTER: "IL SESSO INTERMEDIO" TERZA PARTE
MessaggioInviato: venerdì 11 settembre 2015, 19:46 
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IV

L’AFFETTO NELL’EDUCAZIONE

Il ruolo dell’affetto e del desiderio di affetto come forza educativa nella vita scolastica è un argomento che sta cominciando ad attrarre un bel po’ di attenzione. Fino ad ora l’educazione si è concentrata sullo sviluppo intellettuale (e fisico); ma gli affetti sono stati abbandonati a prendersi cura di se stessi. Ora si comincia a capire che gli affetti hanno moltissimo da dire nella crescita del cervello e del corpo. La loro evoluzione ed organizzazione, a qualche livello, sta probabilmente per diventare una parte importante della gestione della scuola.

Le amicizie scolastiche ovviamente esistono e quasi ognuno di noi si ricorda che esse occupavano un grande spazio nel panorama dei suoi primi anni; ma si ricorda anche che esse non erano in alcun modo riconosciute, e che, di conseguenza la parte principale della loro forza e del loro valore andava perduta. È comunque evidente che il primo schiudersi di un forte attaccamento nell’adolescenza di un ragazzo o di una ragazza deve avere una profonda influenza; mentre se quell’attaccamento si produce tra compagni di scuola, uno più grande e l’altro più giovane, la sua importanza rispetto all’educazione ben difficilmente può essere sopravvalutata.

Pochi negheranno che tali sentimenti prendono talvolta forme piuttosto intense e romantiche. Ho davanti a me una lettera, nella quale l’autore, parlando di un attaccamento che aveva provato quando era un ragazzo di sedici anni, per un giovane in qualche modo più anziano di lui, dice:

“Avrei voluto morire per lui dieci volte. Gli strumenti e i piani per incontrarlo (imbattersi in lui casualmente, per così dire) erano quelli che un ragazzo usa per la sua innamorata, e quando lo vedevo, il mio cuore batteva così violentemente che mi toglieva il respiro e non potevo parlare. Ci siamo incontrati a … , e durante le settimane in cui lui si trattenne lì, io non pensai ad altro – pensavo a lui giorno e notte – e quando se ne tornò a Londra presi l’abitudine di scrivergli una lettera ogni settimana, si trattava di vere lettere d’amore, lunghe parecchie pagine. Non provai mai neppure la minima gelosia nonostante la nostra amicizia durasse da alcuni anni. Per quanto violenta e stravagante fosse la passione credo di essere stato perfettamente libero da sentimenti sessuali, perfettamente sano e in buono stato. Ciò contribuì marcatamente alla mia crescita. Guardando indietro a questo fatto e analizzandolo bene per quanto mi è possibile, mi sembra di riconoscere come elemento fondamentale in esso una fuga dallo stretto puritanesimo nel quale sono stato allevato, verso una natura larga, solare e ingenua che non conosceva affatto tutti quei legami dei quali allora stavo cominciano a diventare consapevole.”

Shelley nel suo frammentario “Saggio sull’amicizia” parla nel modo più splendido di un attaccamento che visse a scuola, e così fa anche Leigh Hunt nella sua “Autobiografia”. Dice quest’ultimo:

“Io non ho raccolto alcun altro beneficio dal “Christ’s Hospital”, ma la scuola mi sarebbe comunque cara per il ricordo delle amicizie che sono nate in essa, e per il primo sapore di paradiso che mi diede in questo affetto molto spirituale ... Non dimenticherò mai l’impressione che ciò mi provocò. Amavo il mio amico per la sua gentilezza, il suo candore, la sua genuinità, la sua buona reputazione, la sua libertà anche dal mio modo di essere più vivace, la sua calma e ragionevole gentilezza … Dubito che abbia mai immaginato neppure un decimo del riguardo e del rispetto che io avevo nei suo confronti, e sorrido pensando alla perplessità (quantunque lui non l’abbia mai dimostrata) che probabilmente qualche volta provò di fronte alle mie espressioni entusiastiche; perché io lo consideravo una specie di angelo.”

Non è comunque necessario citare autori come questo su questo argomento [1] Chiunque abbia avuto esperienza dei ragazzi della scuola sa abbastanza bene che essi sono capaci ci creare queste forme di attaccamento romantico e devoto e che le loro alleanze sono spesso del tipo particolare cui abbiamo fatto cenno come fattori che hanno un peso sull’educazione - cioè tra uno più giovane e uno più anziano. Si tratta di forme di attaccamento genuino, libere di regola, e al loro inizio, da motivi secondari: non sono create dal più vecchio per qualche finalità personale. Più frequentemente, io credo, sono create dal più giovane che ingenuamente lascia che la sua ammirazione verso il più grande diventi visibile. Ma si tratta di forme di attaccamento intense e assorbenti, e da entrambe le parti la loro influenza è profondamente sentita ed è ricordata per molto tempo. È comunque evidente che queste forme di attaccamento possono essere di grandissimo valore. Il ragazzo più giovane vede l’altro come un eroe, ama trovarsi con lui, freme di piacere alle sue parole di orgoglio e di gentilezza, imita e fa suoi il sui percorso e i suoi standard, impara esercizi e giochi, contrae abitudini e ottiene informazioni da lui. Il più anziano, profondamente toccato, diventa protettore e ausilio, il lato non egoistico della sua natura è portato alla luce, ed egli sviluppa un autentico affetto e una tenerezza verso il più giovane. Sopporta fastidi di ogni tipo per iniziare il suo protetto agli sport di squadra o agli studi; è orgoglioso del successo del più giovane e lo guida, magari dopo un po’, a condividere le sue idee personali sulla vita, sul pensiero e sul lavoro.

Qualche volta l’alleanza comincerà, in un modo corrispondente dal lato del ragazzo più grande. Qualche volta, come abbiamo detto, un simile attaccamento, o il germe di esso, si ritrova tra un ragazzo e un insegnante; ed è veramente difficile dire quale abisso, o differenza di età, di cultura, di classe sociale sia tanto grande che un affetto di questo tipo non sia capace all’occasione di superarlo. Ho con me una lettera scritta da un ragazzo di undici o dodici anni ad un giovane di ventiquattro o venticinque. Il ragazzo era piuttosto servaggio, un “cattivo” ragazzo, e aveva dato ai suoi genitori (gente della classe lavoratrice) un bel po’ di problemi. Frequentava, comunque, una specie di scuola notturna o di corso pomeridiano e lì concepì un affetto forte (testimoniato da questa lettera) per il suo insegnante, il giovane in questione appunto, abbastanza spontaneamente e senza nessun tentativo da parte del giovane di sollecitarlo; e (cosa ugualmente importante) senza nessun tentativo da parte sua di negarlo. Il risultato fu molto favorevole; quell’unica forza che poteva realmente arricchire il ragazzo, per cos’ dire, era stata trovata e il ragazzo si sviluppò rapidamente e bene.

Il seguente estratto proviene da una lettera scritta da un uomo anziano che aveva una grande esperienza come insegnante. Egli dice:

“Mi è sempre sembrato che il rapporto che esiste tra due creature umane, sia che siano dello stesso sesso sia che siano di sesso diverso, sia una forza non sufficientemente riconosciuta e capace di produrre grandi risultati. Platone comprese completamente la sua importanza e mirò a dare una direzione nobile ed altra a ciò che per i suoi concittadini era più o meno sensuale … Dato che ho avuto molto a che fare con l’istruzione dei giovani e con l’avviarli alla vita, sono convinto che il grande segreto dell’essere un buon insegnante consista nella possibilità di quel rapporto, di natura non meramente intellettuale, ma che coinvolge certi elementi fisici, un affetto personale, quasi indescrivibile, che cresce tra allievo e insegnante e attraverso il quale i pensieri vengono condivisi e si crea un’influenza che non potrebbe esistere in nessun altro modo.”

E deve essere evidente a tutti che allargare la mente di un ragazzo giovane fino ad avere una relazione di affatto con una persona più grande, sensibile e disponibile, del suo stesso sesso, debba essere un dono di valore immenso. A quell’età l’amore per l’altro sesso non si è ancora manifestato e infatti non è esattamente quello che si va cercando. La mente non ancora formata richiede un modello ideale di se stessa, per così dire, al quale possa aggrapparsi o in direzione del quale possa svilupparsi. Ed è ugualmente evidente che la relazione e il suo successo dipenderanno fortissimamente dal carattere del più anziano, dall’autocontrollo e dalla tenerezza di cui è capace e dall’ideale di vita che egli ha in mente. Questa probabilmente è la ragione per cui La tradizione greca, almeno nei primi giorni dell’Ellade, non solo riconobbe le amicizie tra ragazzi più grandi e ragazzi più giovani come un’istituzione nazionale di grande importanza ma produsse anche leggi specifiche o regole concernenti la loro condotta perché fossero una guida e un aiuto per il più grande in quella che era riconosciuta come una posizione di responsabilità.

A Creta, per esempio,[2] si entrava in un’amicizia in modo piuttosto formale e pubblico, con la consapevolezza e l’approvazione dei parenti; la posizione del più anziano era chiaramente definita e diventava suo dovere allenare ed esercitare il più giovane nell’uso delle armi, nella caccia, ecc.; mentre il più giovane poteva ottenere una riparazione dalla legge se il più grande lo avesse sottoposto a insulti o ingiurie di qualsiasi tipo. Alla fine di un certo periodo di prova, se il più giovane lo desiderava, poteva lasciare il suo compagno; altrimenti diventava il suo attendente e accolito - mentre il più grande era obbligato a fornirgli l’equipaggiamento militare – e da allora in poi i due combattevano insieme in battaglia, “ispirati da un doppio valore, secondo il concetto dei Cretesi, dagli dei della guerra e dall’amore.”[3] Costumi simili erano dominanti a Sparta e, in un modo meno definito, negli altri stati greci; e infatti questi usi sono stati dominanti tra tutte le razze semi-barbariche alla soglia della civiltà.

Comunque, quando passiamo alla vita moderna e alla situazione attuale, come per esempio alle scuole pubbliche di oggi, ci può ben essere obiettato che dell’ideale suggerito troviamo molto poco, ma troviamo piuttosto una spaventosa discesa verso condizioni assai poco incoraggianti. Finora l’amicizia è passata dall’essere considerata una istituzione il cui valore era riconosciuto e compreso ad essere una realtà a stento riconosciuta che attualmente è spesso scoraggiata e mal compresa.

E anche se gli attaccamenti come quelli che noi abbiamo descritto esistono, esistono comunque in modo sotterraneo, per così dire, a loro rischio e mezzi soffocati in un’atmosfera che può solo essere descritta come quella della marginalità. In qualche modo il male di una sessualità prematura sembra aver preso possesso dei nostri centri di educazione. Pratiche e abitudini miserevoli abbondano, e (cosa che è forse il loro risultato peggiore) oscurano e degradano la concezione del ragazzo di quello che il vero amore o l’amicizia possono essere.

Per quelli che hanno familiarità con le grandi scuole pubbliche lo stato dei fatti non ha alcun bisogno di essere descritto. Un amico (che ha messo a disposizione alcuni suoi appunti) dice che ai suoi tempi una certa ben nota scuola pubblica era un ammasso di sporcizia, di incontinenza e di conversazioni oscene, mentre nello stesso tempo una grande quantità di affetto genuino, fino all’eroismo, si manifestava tra i ragazzi nei loro rapporti interpersonali. Ma “tutte queste cose erano trattate dagli insegnanti e dai ragazzi più o meno come cose empie col risultato che erano o ricercate o mese da parte secondo l’istinto sessuale o emotivo del ragazzo. Non si faceva alcun tentativo di distinguere. Un bacio era per esempio altrettanto sporco come l’atto della fellatio, e nessuno aveva una misura o un principio qualsiasi sulla base del quale guidare le voglie dell’adolescenza.”

L’autore entra poi in dettagli che non è necessario riportare qui. Lui e altri erano iniziati ai misteri del sesso dall’inserviente del dormitorio; e i ragazzi, corrotti in questo modo, abusavano uno dell’altro.

Naturalmente in qualsiasi atmosfera simile, le probabilità che non si arrivi alla formazione di un decente e sano attaccamento è molto grande. Se accade che il ragazzo più grande è dedito alla sensualità, egli ha qui la sua opportunità; se invece egli non è dedito alla sensualità, le idee correnti probabilmente hanno l’effetto di rendergli sospetta la sua stessa affettività, ed egli finisce a soffocare e a ripudiare la parte migliore della sua natura. In entrambi i casi si è fatto un danno.

I ragazzi grandi in questi posti diventano o triviali e licenziosi oppure duri e presuntuosi; i ragazzi più giovani, invece di essere educati e rafforzati dai più grandi diventano piccoli disgraziati effeminati, “favoriti”, ragazzi da accarezzare, i ragazzi disponibili della scuola. Con l’andare del tempo l’opinione pubblica sulla scuola cessa di credere nella possibilità di una sana amicizia; gli insegnati cominciano a dare per scontato (e non senza ragione) che ogni affetto significhi pratiche sensuali, e finiscono per fare del loro meglio per scoraggiare quegli affetti.

Ora questo stato dei fatti è veramente disperato. Non c’è nessun bisogno di essere puritani oppure di considerare gli errori dell’adolescenza come peccati imperdonabili, infatti si può ammettere per quanto possibile che un po’ di frivolezza sia migliore della durezza e della presunzione; ormai chiunque sappia qualcosa dell’argomento sente e deve sentire che lo stato delle nostre scuola è cattivo.

Ed è così perché dopotutto la purezza (nel senso di continenza) è di primaria importanza nell’adolescenza. Prolungare il periodo di continenza nella vita di un ragazzo significa prolungare il periodo di crescita. È una semplice legge psicologica e molto ovvia, e qualsiasi altra cosa si dica in favore della purezza, questa resta forse quella di maggior peso. Introdurre abitudini sensuali e sessuali – e uno dei peggiori di questi è l’auto-abuso – in un’età molto giovane significa arrestare la crescita sia fisica che mentale.

E ciò che è ancora peggio, significa arrestare la capacità affettiva. Io credo che l’affetto, l’attaccamento, - sia per un sesso che per l’altro, nasce normalmente in una giovane mente in una forma piuttosto diffusa, ideale ed emotiva – una forma di bramosia e di stupore, come qualcosa di divino – senza un pensiero definito o una specifica consapevolezza del sesso. Il sentimento si espande e riempie, come se fosse una marea che sale, ogni fessura della natura emotiva e morale. E quanto più (ovviamente entro limiti ragionevoli) il suo definito indirizzarsi verso il sesso è spostato nel tempo, tanto maggiore è la finezza, l’ampiezza, e la forza di carattere che ne deriva. Tutte le esperienze indicano che un troppo anticipato sbocco verso il sesso riduce e indebolisce la capacità affettiva.

Ma è proprio questo sbocco anticipato che costituisce il più grosso problema della scuola pubblica. E in realtà non sembra incredibile che il peculiare carattere dell’uomo della classe media di oggi, la sua natura affettiva non sviluppata e un certo abbrutimento e una certa legnosità siano largamente dovuti alla condizione prevalente dei posti deputati alla sua educazione. I Greci, col loro straordinario istinto per la salute, sembrano aver percepito il cammino giusto in tutta questa materia e, mentre incoraggiavano l’amicizia, come abbiamo visto, davano una grande importanza alla modestia nella prima parte della vita – perché i guardiani e gli insegnanti di ogni ragazzo di buona famiglia erano specificamente chiamati a sorvegliare la sobrietà delle sue abitudini e delle sue maniere.[4]

Nell’educazione, generalmente, mi sembra (sia che si tratti di ragazzi che di ragazze) ci troviamo a dover fare i conti con due grandi tendenze che non possono essere ignorate e devono essere candidamente riconosciute per dare loro la giusta direzione. Una di queste tendenze è quella all’amicizia. L’altra è la naturale curiosità dei ragazzi per il sesso. Quest’ultima è, o dovrebbe essere, un interesse perfettamente legittimo. Un ragazzo, al momento della pubertà naturalmente vuole sapere – e deve sapere – che cosa sta succedendo e quali sono gli usi e le funzioni del suo corpo. Il ragazzo non va molto in profondità nelle cose, un’informazione sommaria probabilmente potrà soddisfarlo. Ma la curiosità c’è , ed è quasi certo che il ragazzo, se è un ragazzo di buon senso o di carattere riuscirà in un modo o nell’altro a soddisfare quella curiosità.

Il processo è realmente solo un processo mentale. Il desiderio – salvo qualche caso anormale – non si è ancora manifestato con forza; e c’è spesso e forse sempre all’inizio una reale ripugnanza per qualsiasi cosa tipo le pratiche sessali.

Ma il desiderio di informazione esiste ed è, io dico, abbastanza legittimo.[5] In quasi tutte le società umane, eccettuate, curiosamente, le nazioni moderne, ci sono state istituzioni per l’iniziazione di entrambi i sessi in queste materie, e queste iniziazioni sono spesso state associate, nel fiore che si apre della giovane mente, con l’idea di inculcate gli ideali di virilità e femminilità, di coraggio, di ardimento e i doveri del cittadino e del soldato.[6]

Ma che cosa fa ma scuola moderna? Chiude una botola sull’intera questione. C’è un tacere, un sinistro tacere. Una curiosità legittima ben presto diventa una curiosità illegittima dello stesso tipo e un desiderio furtivo si insinua dove prima non c’era desiderio. Il metodo della marginalità prevale. In assenza di ogni riconoscimento dei bisogni dell’allievo, l’informazione di contrabbando passa furtivamente da uno all’altro; la presa in giro e “l’oscenità” prendono il posto delle spiegazioni ragionevoli e decenti, le pratiche insane seguono, la sacralità del sesso se ne va per la sua strada per non tornare più e la scuola è piena di discorsi e di pensieri prematuri e morbosi su un argomento che dovrebbe giustamente solo sorgere appena sull’orizzonte della mente.

L’incontro di queste due correnti , dell’attaccamento ideale e del desiderio sessuale, costituisce un momento piuttosto critico anche quando si verifica per la via normale – cioè più avanti, all’età del matrimonio. Anche nelle condizioni più favorevoli, al loro primo incontro, sorge un certo conflitto nella mente. Ma nella moderna scuola, questo conflitto, anticipato di gran lunga troppo presto e accompagnato da una soppressione artificiale della corrente più nobile e dalla rapida precipitazione di quella più bassa, finisce semplicemente nel disastro per la prima. Gli insegnanti conducono una guerra contro l’incontinenza e fanno bene a farlo. Ma come la conducono? Come ho detto con un sinistro silenzio e con furia, guidando l’ascesso a scendere sempre più in profondità, coprendo la fogna, e confondendo, quando si presentano davanti ai loro occhi – sia nei loro pensieri che in quelli dei ragazzi – un vero attaccamento con quello che essi condannano.

Non molto tempo fa il preside di una grande scuola pubblica, uscendo in modo inatteso dal suo studio colse per caso due ragazzi che si abbracciavano nel corridoio. Forse, e anche probabilmente, si trattava della semplice e naturale espressione di un attaccamento non sofisticato, certo non era nulla che di per sé si potesse definire giusto o sbagliato. Che cosa fece? Fece entrare i due ragazzi nel suo studio, fece loro una lunga lezione sulla nefandezza della loro condotta con abbondanti allusioni al fatto che lui sapeva che cosa quelle cose significassero e a che cosa conducessero, e finì per punirli entrambi in modo adeguato. Ci poteva essere qualcosa di più sciocco? Se la loro amicizia era pulita e naturale, il maestro stava solo cercando di fare sentire loro che invece era sporca e innaturale, e che una cosa amabile e onorevole era abominevole. Se l’atto era – ciò che è almeno improbabile – un mero segno di lussuria – anche allora la cosa migliore sarebbe stata presumere che fosse una cosa onorevole, e parlando ai ragazzi, sia insieme che separatamente, cercare di ispirare solo un ideale migliore; mentre se tra queste due posizioni il maestro realmente avesse creduto che l’affetto, benché onorevole avrebbe portato a cose indesiderabili, allora ovviamente, punire i due ragazzi avrebbe avuto solo il risultato di cementare la loro unione, di dar loro una ragione forte per nasconderla e di accelerare la loro corsa in avanti. Ma ognuno sa che questo è il metodo tipico con cui questo argomento è affrontato nelle scuole. È il metodo della disperazione. E gli insegnanti (forse non innaturalmente) rendendosi conto di non avere il tempo che ci vorrebbe per trattare personalmente con ciascun ragazzo, e nemmeno le forze a loro disposizione attraverso le quali sperare di introdurre nuovi ideali di vita e di condotta nella loro piccola comunità e sentendosi quindi completamente incapaci di far fronte alla situazione, si lasciano trasportare ad un atteggiamento di mero silenzio riguardo a queste cose, temperato da scoppi di incontrollata e irragionevole severità.

Mi azzardo a pensare che i maestri di scuola non risolveranno mai il problema finché non riconosceranno con coraggio i due bisogni in questione e finché non procederanno candidamente a dar loro un’adeguata soddisfazione.

Il bisogno di informazione – la legittima curiosità – dei ragazzi (e delle ragazze) deve essere affrontata
(1) in parte con lezioni di fisiologia,
(2) in parte con discorsi privati e confidenze tra il più grande e il più giovane, basate sull’amicizia.

Quanto al punto (1), lezioni di questo genere sono state felicemente realizzate in poche scuole avanzate e con buoni risultati. E anche se queste lezioni possono trattare, nella quali generalità dei casi, i fatti relativi alla maternità e alla generazione, non possono mancare, se ben condotte, di imprimersi nelle giovani menti e dare loro un’idea più grande e più rilevante dell’argomento che normalmente trattano.

Quanto al punto (2), anche se qualche rudimentale insegnamento sul sesso e delle lezioni di fisiologia possono essere date in classe è ovvio che un’istruzione più avanzata e in sostanza ogni vero aiuto nella condotta della vita e nella moralità può arrivare solo attraverso confidenze strette e ténere tra il più grande e il più giovane, come esistono dove c’è una forte amicizia da cui cominciare. È ovvio che un aiuto concreto può arrivare solo per questa via e che questa è la sola via attraverso cui si può desiderare che arrivi. L’amico più grande in questo caso, si potrebbe dire che dovrebbe essere, e in molti casi può essere, il genitore, madre o padre – che dovrebbe essere certamente capace di imprimere nel figlio che si stringe a lui la sacralità della relazione. E sarebbe veramente desiderabile che i genitori prendessero in considerazione il modo per assumere questo ruolo più liberamente in futuro. Ma per qualche motivo non chiarito c’è comunque spesso un abisso di riservatezza tra i genitori (inglesi) e i figli; e il ragazzo, che passa molto tempo a scuola, finisce piuttosto sotto l’influenza dei suoi compagni più gradi che dei suoi genitori. Se quindi i ragazzi e i giovani non possono essere rassicurati e incoraggiati a formare decenti amicizie amorose tra loro o con quelli che sono più grandi o più giovani di loro, - nelle quali molte questioni delicate potrebbero essere affrontate e la tradizione di una condotta assennata e virile con riguardo al sesso potrebbe essere trasmessa – ci troviamo veramente in una situazione molto critica e siamo coinvolti in un circolo vizioso dal quale sembra difficile uscire.

E così (noi crediamo) il bisogno di attaccamento affettivo deve essere affrontato anche attraverso il suo completo riconoscimento e la garanzia della sua espressione entro ragionevoli limiti, attraverso la disseminazione di un bel po’ di amicizia e con l’inserimento di essa dalla parte della virilità e della temperanza.

Non è forse sommamente desiderabile che le scuole riconoscano rapidamente i rapporti camerateschi come una normale istituzione – molto più importante, dico, dello “stancarsi” {fagging} – una istituzione che ha il suo ruolo definito nella vita della scuola, nei giochi e negli studi, con i suoi doveri, le sue responsabilità, i suoi privilegi, ecc., un’istituzione che deve ramificarsi attraverso la piccola comunità, deve tenerla unita ed ispirare i suoi membri con le due qualità dell’eroismo e della tenerezza, che insieme formano le basi di un buon carattere?

Ma qui bisogna dire che se noi speriamo in qualche grande cambiamento nella condotta della grosse scuole per ragazzi, le cosiddette scuole pubbliche non sono certo i posti adatti in cui andare a cercare quel cambiamento – o a qualsiasi livello anche solo un suo inizio. In primo luogo queste istituzioni sono ostacolate dalle loro potenti tradizioni che naturalmente le rendono conservatrici; e in secondo luogo la loro stessa grandezza e il numero dei ragazzi rende loro difficile gestire la tradizione o modificarla. Gli insegnanti sono sovraccaricati di lavoro; e la (necessaria) di visione di così tanti ragazzi in “case” separate ha come effetto che l’insegnante che introduce una migliore tradizione all’interno della sua casa ha sempre davanti a sé la prospettiva che il suo lavoro sarà cancellato dal continuo e talvolta contaminante contatto con i ragazzi che provengono da altre case. No, sarà invece nelle piccole scuole, dico quelle tra 50 e 100 ragazzi, che l’influenza personale del preside sarà una forza reale che raggiunge ogni giovane e in cui egli potrà realmente plasmare la tradizione della scuola, e solo lì noi potremo vedere un migliorato stato delle cose.[7]

Non c’è dubbio che i primi passi in qualsiasi riforma di questo tipo siano difficili; ma gli insegnanti sono in genere ostacolati dalla confusione nella mente del pubblico alla quale abbiamo già fatto riferimento, che così spesso continua ad abbassare qualsiasi forma di attaccamento tra due ragazzi o tra un ragazzo e il suo insegnante a niente altro che sensualità. Molti insegnanti capiscono abbastanza bene la situazione ma si sentono privi di aiuto di fronte all’opinione pubblica. Chi è così adatto (essi talvolta lo percepiscono) per illuminare un giovare ragazzo e guidare la crescita della sua mente, di uno di loro, quando un legame di affetto esiste tra i due? Come l’autore della lettera citata nella prima parte di questo saggio essi credono che “un affetto personale, quasi indescrivibile, cresce tra l’allievo e il maestro, attraverso il quale i pensieri sono condivisi e si crea un’influenza che non potrebbe esistere in nessun altro modo”. Tuttavia, quando il ragazzo si incontra con uno col quale tutto questo può diventare vero, un ragazzo che dai suoi sguardi supplichevoli mostra il sentimento che lo anima e la profonda impronta che desidera ricevere, per così dire, dal suo insegnante, quest’ultimo lo tradisce, nega il suo proprio istinto e il grande desiderio del ragazzo e lo tratta con freddezza mantenendo le distanze. E perché? Semplicemente perché teme, anche se la desidera, la confidenza del ragazzo. Ha paura dell’ingenua e perfettamente naturale manifestazione dell’affetto del ragazzo con la carezza o con l’abbraccio perché sa come la bastarda opinione pubblica la interpreterà o meglio la interpreterà malamente; e piuttosto che correre un rischio del genere, chiude le fontane del cuore, nega l’aiuto che solo l’amore può dare e deliberatamente morde il tenero bocciolo che si rivolge a lui per avere luce e calore.[8]

Il terrore panico che prevale in Inghilterra riguardo a questo tipo di espressione di affetto ha il suo aspetto comico. L’affetto esiste e si sa che esiste da entrambe le parti; ma noi dobbiamo seppellire la testa nella sabbia e far finta di non vederlo. E se per caso siamo costretti a riconoscerlo, dobbiamo dimostrare il nostro grande discernimento gettando su di esso il sospetto. E così gettiamo via nell’immondizia uno degli elementi più nobili e più preziosi dell’umana natura. Certamente se i dinieghi o i sospetti su ogni affetto naturale fossero benèfici, potremmo scoprirli nelle nostre scuola; ma vedendo lì il fallimento nel chiarificare i toni, è abbastanza evidente che il metodo in sé è sbagliato.

Le osservazioni in questo saggio hanno sostanzialmente come riferimento la boy’s school, dove gli stessi problemi prevalgono nettamente, con questa differenza, che nella scuola per le ragazze l’amicizia invece di essere repressa è piuttosto incoraggiata dall’opinione pubblica; solo che sfortunatamente si tratta di amicizie di una settimana e di avvicendamento sentimentale, e non sono molto sane, né in sé che né le abitudini cui conducono. Anche qui, nella scuola delle ragazze, l’argomento richiede che si guardi dall’altra parte; l’amicizia richiede di essere stabilità su una base più solida e meno sentimentale; e sull’argomento del sesso, così straordinariamente importante per le donne, bisogna che ci sia un insegnamento consistente e attento, sia pubblico che privato. Forse l’educazione comune di ragazzi e ragazze potrebbe essere utile nel rendere i ragazzi un po’ meno vergognosi dei loro sentimenti e le ragazze più sane nell’espressione di qui sentimenti.

A qualsiasi livello, più si riflette sulla materia, più chiaramente, io credo, apparirà chiaro che un sano affetto deve, alla fine, essere la base dell’educazione e che il riconoscimento di questo fatto sarà l’unica strada per uscire dalle difficoltà della scuola moderna.

È vero che un cambiamento simile rivoluzionerebbe la vita scolastica; ma quel cambiamento arriverà comunque e non c’è dubbio che procederà di pari passo con quelli che stanno prendendo piede nella società libera.
_____________

[1] Per altri esempi, vedi Appendice, pp. 135-140.
[2] Müller, “Storia delle antichità della razza dorica”.
[3] Müller.
[4] Confronta l’incidente alla fine del “Lisia” di Platone, quando arrivano i tutori di Lisia e Menesseno e mandano i ragazzi a casa.
[5] Per un utile manualetto su questo argomento, vedi: “Come siamo nati” di Mrs. N.J. (Daniel, London). Per un’argomentazione generale in favore dell’insegnamento del sesso vedi: “La formazione del giovane alle leggi del sesso”, di Canon Lyttelton, preside del College di Eton (Longmans).
[6] Vedi J. G. Wood, “Storia naturale dell’uomo”, volume “Africa” p.324 ( I Bechuanas); e anche il volume “Australia”, p.75.
[7] Con il rapido sviluppo che si sta affermando, nelle possibilità e nella credibilità sociale delle scuole pubbliche diurne, è probabile che si realizzi qualche cambiamento di opinione circa la ragionevolezza di mandare ragazzi giovani dal 10 ai 14 anni nei collegi di alto livello sociale. Per i ragazzi di 15 o 16 anni o più grandi, il sistema del collegio può avere i suoi vantaggi. Da quell’età in poi un ragazzo è abbastanza grande da capire certe questioni, è abbastanza grande da avere idee razionali sulla condotta umana e da governare la propria nel perseguimento di esse; e può imparare molto nella vita al di fuori della sua casa sulla strada della disciplina, dell’organizzazione, della fiducia in se stesso, ecc. Ma mandare un ragazzo giovanissimo, inesperto della vita e di carattere ancora piuttosto informe a cogliere la sua occasione, giorno e notte, in una scuola pubblica come quelle che esistono oggi, è, per dire il minimo, fare una cosa avventata.
[8] Bisognerebbe dire anche, per correttezza, che la paura di mostrare una parzialità non dovuta spesso si trasforma in un’influenza così paralizzante.



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