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 Oggetto del messaggio: DIALOGO TRA GAY
MessaggioInviato: lunedì 24 aprile 2017, 10:53 
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Iscritto il: sabato 9 maggio 2009, 22:05
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Preciso l’ambito di questo post: questo post tratta nelle linee generali del “dialogo tra gay”, non del dialogo dei gay con coloro che gay non sono.
Fin dalla sua fondazione, ormai dieci anni or sono, Progetto Gay ha inteso proporsi come ambiente di dialogo e di confronto tra gay, nella convinzione che la costruzione di una rete di contatti e di amicizie potesse in ogni caso essere utile al miglioramento delle condizioni di vita dei gay. A distanza di dieci anni ha un senso cercare di riassumere quanto è emerso dall’attività di Progetto.
Partiamo dal concetto di dialogo, cioè dal parlare in due. Il dialogo e l’ascolto sono cose diverse, nel dialogo la comunicazione è bidirezionale, nell’ascolto è monodirezionale; nel dialogo la comunicazione non è limitata ad uno o a pochissimi momenti, nell’ascolto manca un rapporto che dura nel tempo. Il dialogo presuppone una comunanza di interessi e la presenza di un terreno comune, l’ascolto non presuppone un terreno comune, cioè un comune interesse all’oggetto della conversazione.
In buona sostanza, il dialogo comporta una qualche forma di parità tra le parti, nel dialogo non ci sono ruoli assunti pregiudizialmente, e, almeno in teoria, non ci dovrebbero essere pregiudizi incrollabili. Il dialogo comprende la possibilità di essere contraddetti, di dover o poter modificare il proprio punto di vista e i propri giudizi e soprattutto comprende la possibilità concreta di non essere capiti. Il fraintendimento non è di per sé un segno di impossibilità di dialogo, fintanto che è reversibile ed è possibile spiegarsi meglio.
Tra le patologie del dialogo vanno citate l’invadenza, l’aggressività, la banalizzazione e la ritualizzazione-formalizzazione della comunicazione.
L’invadenza viola il principio di parità, secondo il quale il dialogo deve essere condotto dalle due parti trovando un accordo sui tempi e sulla delimitazione degli ambiti; il dialogo non deve essere necessariamente né immediato né senza riserve.
L’aggressività trasforma il dialogo in un momento di resa dei conti di qualche situazione pregressa e non risolta. Il dialogo è molto più facile quando non esistono tra le parti motivi di risentimento o di contesa.
La banalizzazione è una riduzione degli ambiti e dei contenuti del dialogo in modo da renderlo un fatto sostanzialmente privo di interesse reciproco, tipico è il caso in cui la presunta discussione si riduce a una semplice comunicazione, come il raccontare agli amici delle proprie vacanze.
La ritualizzazione e formalizzazione del dialogo ne rende automatiche le modalità e tende a definire dei ruoli pacificamente accettati che offrono le sicurezze tipiche delle situazioni abitudinarie.
Esistono poi delle difficoltà specifiche del dialogo legate alla soggettività delle parti, per esempio le complicazioni di un dialogo tra ex partner, o tra l’amante respinto e il suo oggetto d’amore, o tra persone di età molto diversa o di condizione sociale molto diversa, o di formazione culturale molto diversa.
La forme di dialogo possono poi distinguersi anche su un’altra base, ossia sulla base della presenza o meno di contenuti di carattere sessuale. E qui le differenze tra gay ed etero si manifestano in modo netto. Per un etero il dialogo a contenuti sessuali con un uomo è una forma di confronto che non implica altre finalità, mentre il discorso a contenuti sessuali con una donna sottintende quasi sempre un interesse sessuale. Per un gay, in modo in qualche modo simmetrico, il dialogo a contenuti sessuali con una donna potrebbe essere una forma di confronto, anche se tra esperienze del tutto diverse, mentre il dialogo a contenuto sessuale con un uomo non è mai del tutto libero da una qualche ipotesi di coinvolgimento più o meno vagamente sessuale.
Arriviamo così alla vera specificità del dialogo tra gay: il dialogo tra uomini gay spesso non è un dialogo finalizzato soltanto al confronto, ma può celare più o meno coscientemente un interesse sessuale specifico.
In alcune situazioni le complicazioni del possibile doppio ruolo del dialogo tra gay (confronto e interesse sessuale) sono praticamente nulle, in altre sono inevitabilmente presenti.
Una caratteristica del dialogo tra gay, analoga per alcuni aspetti a quanto si riscontra nel dialogo tra due etero di sesso diverso, è la deriva del linguaggio amoroso, ossia la tendenza a lasciarsi andare a discorsi via via sempre più “da innamorato”, ma in assenza di un vero innamoramento. In sostanza il dialogo stesso sembra spingere le parti verso il linguaggio amoroso che, per un gay, rappresenterebbe l’evoluzione ipoteticamente logica e desiderabile del dialogo di confronto. La deriva del linguaggio amoroso, se non adeguatamente controllata, crea facilmente aspettative e nella maggior parte dei casi conduce a delusioni e frustrazioni.
In alcuni casi il dialogo è insoddisfacente perché diventa in pratica la somma di due monologhi sostanzialmente indipendenti, il classico discorso tra sordi, che non presuppone ostilità ma indifferenza rispetto ai contenuti enunciati dall’altro. In sostanza si tratta di false forme di dialogo. La reazione più comune di fronte alle false forme di dialogo, che sono frequentissime, è l’estraniazione, cioè l’uscita informale e non dichiarata per educazione dal preteso dialogo.
Tra gay l’estraniazione si riscontra facilmente quando i punti di vista e i presupposti culturali individuali sono molto diversi, al punto che si mette da parte l’idea della ricerca di un punto di vista comune o di punti di vista meno divergenti. Tra un gay non dichiarato e un gay pubblicamente dichiarato e attivista del movimento gay, le disparità sono tali che un dialogo, nel vero senso del termine, è praticamente irrealizzabile, salvo che su contenuti generalissimi.
Il dialogo si ipotizza tra due interlocutori, ma oggi il dialogo non è mai a due, i gruppi di amici o di colleghi di lavoro sono la base per rapporti multilaterali, le cui dinamiche sono molto più complesse di quelle del dialogo a due. Gli indipendenti, ossia quanti sono sostanzialmente liberi da vincoli di gruppo, sono oggettivamente pochi, perché l’inserimento in dinamiche di gruppo è fortemente stabilizzante; il dialogo si sviluppa quindi in maniera peno personale e più generica e resta a livelli di maggiore superficialità. Il piacere del dialogo è ampiamente sostituito da quello dell’inserimento sociale, cosa non sempre positiva.
Il dialogo ha una dimensione dinamica, può cambiare nei contenuti, negli atteggiamenti delle parti, e se è un dialogo multilaterale, anche negli interlocutori, nel senso che pur cambiando le persone si ha l’impressione di una sostanziale continuità perché gli interlocutori appartengono tutti a un gruppo adeguatamente omogeneo. In alcuni casi il dialogo perde di interesse e si spegne per difetto di motivazione, spesso unilaterale. Questo processo non è sempre netto ed evidente, accade più volte che l’uscita dal dialogo sia lenta, alternata a ripensamenti e a tentativi di recupero da una o da entrambe le parti. Il tempo allevia il trauma dato dal rendersi conto che il dialogo sta finendo. Qualche volta il trauma è inatteso e allora può essere fortemente destabilizzante.
Quando non è facile mantenere forme di dialogo costruttivo possono intervenire forme di ascolto specializzate, per esempio da parte di psicologi e medici, che possono in qualche modo supplire al venire meno della funzione di sostegno dovuta alla mancanza di dialogo, resta però comunque fondamentale poter avere un dialogo vero con alcune persone, si potrebbe dire che le amicizie sono fortemente stabilizzanti e il dialogo ne è la struttura portante. Un’amicizia senza dialogo non è di fatto un’amicizia.
Veniamo ora ad alcuni aspetti specifici del dialogo tra gay. Innanzitutto il dialogo tra gay è facilitato, almeno in teoria, da una componente identitaria comune forte, come l’orientamento sessuale minoritario. La coesione dei gruppi di gay è in genere più forte di quella dei gruppi di etero, tanto più se si tratta di gruppi omogenei. Osservo per inciso che nei gruppi di gay che ho avuto modo di conoscere meglio o ci sono solo gay non dichiarati o solo gay pubblicamente dichiarati, le eccezioni sono piuttosto rare. I modi di considerare l’essere gay sono significativamente diversi tra dichiarati e non dichiarati e la selezione naturale dei gruppi porta a scegliere il simile e ad escludere chi simile non è. All’interno dei gruppi omogenei un dialogo esiste, ma è prevalentemente un dialogo di basso profilo, cioè senza troppo coinvolgimento personale, e di lungo periodo. Ovviamente come in ogni gruppo, anche nei gruppi omogenei di gay c’è un turn over ma la percentuale dei rapporti che durano nel tempo (anche molti anni) è decisamente alta rispetto a gruppi omogenei di etero, la ragione potrebbe essere riportata al fatto che, per un etero, la dimensione familiare comporta un netto allentamento dei legami di gruppo, per i gay, il fatto di stare in coppia in genere interferisce poco con le logiche di gruppo. Si partecipa al gruppo non più come singoli ma come coppia, si viene percepiti come coppia, ma il dialogo di gruppo non viene meno.
La tendenza alla stabilità del dialogo tra gay si manifesta anche nel fatto che il dialogo molto spesso sopravvive anche alla dissoluzione della coppia: i gay mantengono una forma di contatto con i loro ex più di quanto non avvenga tra gli etero.
Qualche volta il dialogo può assumere forme di confine tra il confronto e l’interesse sessuale, in questi casi la gestione del rapporto si fa più complessa e può dare spazio a forme di dipendenza o a rapporti affettivi di non facile lettura, con coloriture sessuali o con coinvolgimenti sessuali più o meno evidenti.
Si presuppone di norma che il dialogo tra persone sessualmente coinvolte debba essere completo, questo tra i gay in genere avviene più che tra gli etero, perché una coppia gay è molto meno influenzata dal contesto sociale, o molto più vaccinata di fronte ai rischi che da quel contesto possono derivare, rispetto ad una coppia etero e in particolare rispetto ad una coppia etero sposata.
Si assiste oggi al moltiplicarsi di locali e di iniziative gay o gay friendly, anche allo scopo di favorire il dialogo tra gay, ma in realtà con queste iniziative si favorisce una integrazione di gruppo su base identitaria e si istituiscono dei riti collettivi riconducibili spesso più a motivazioni economiche concrete che a finalità di dialogo e di confronto.
Esistono anche in internet molti luoghi di incontro e di confronto tra gay che però non appaiono dedicati essenzialmente al dialogo, ma ad una conoscenza con finalità di amicizia e spesso di contatto sessuale. Esistono anche siti finalizzati al dialogo e al confronto e senza fini di lucro, ma sono pochi e decisamente poco frequentati. L’idea che la finalità di un gay sia trovarsi un compagno finisce per trasformarsi in un imperativo al quale si cerca di dare seguito nel modo più rapido e più semplice possibile. Accade piuttosto spesso che si tenda a creare un rapporto di coppia dando spazio al sesso senza aver prima sviluppato una conoscenza reciproca e quindi senza un varo dialogo di base, queste sono purtroppo le premesse per una rapida disillusione. Le coppie gay stabili mantengono al loro interno un dialogo costante e finiscono per sviluppare una logica di coppia in cui il noi si sostituisce all’io in modo naturale e gratificante. Va sottolineato però un aspetto particolarmente difficile da gestire. Quando, in una coppia gay anziana e molto stabile, uno dei due viene mancare, l’altro risente in modo pesantissimo il trauma della vedovanza, cosa che, d’altra parte, avviene in modo molto simile anche nelle coppie etero molto solide e anziane.



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 Oggetto del messaggio: Re: DIALOGO TRA GAY
MessaggioInviato: lunedì 24 aprile 2017, 19:14 
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Iscritto il: sabato 28 dicembre 2013, 22:27
Messaggi: 833
Bravo! Vedi che quando ti ci metti riesci ancora ad essere bello tosto, tetragono e non una massa di ciccia tremolante e molliccia? ^_^
Ovviamente una disamina così approfondita richiederebbe considerazioni almeno altrettanto estese. Fermo che non mi sento di accettare per partito preso il fatto che un dialogo debba avere particolari connotazioni a seconda di semplici(stiche) preferenze di genere, ti faccio però preliminarmente notare che mi par sempre di rilevare a comun denominatore di queste tue considerazioni una tendenza a valorizzare in maniera costantemente ed esclusivamente positiva uno smorzamento di conflittualità, una stabilizzazione all'interno del rapporto cui, in una certa misura si dovrebbe ovviamente tendere pena possibili deflagrazioni.
D'accordo, prendiamone pure atto.
Anche qui, però, basterebbe forse rivolgersi semplicemente all'uso delle parole. Quando un dialogo si fa acceso, impolitico, sempre più simile ad una partita di tennis con la sua logica antagonistica binaria la parola usata cambia e diventa

dibattito

A mio avviso, una coppia od un gruppo che indulgano esclusivamente ad una sorta di politically correctness dialogica finiscono con il correre il rischio altrettanto grave di morire per il progressivo silenzio di una sorta di banalità quotidiana. I cosiddetti "dialoghi" socratici avevano davvero esclusivamente questo carattere secondo te? A pensare a robe come il Trasimaco viene un po' da ridere dai ^_^. Et partant, un po' di dibattito all'interno del rapporto ci vuol anche a mio avviso. Ultimamente mi sono andato sempre più convincendo del fatto che l'essere adatti o meno ad una vita di coppia coincide proprio con una pura e semplice volontà condivisa di resistere a prescindere dalle asperità dei dibattiti che, prima o poi, inevitabilmente emergono. E poi insomma, anche da parte dei non credenti si possono talora accettare alcuni insegnamenti evangelici tipo:

Pietro, prima che canti il gallo, tu mi tradirai tre volte

(e ciò nondimeno su quella pietra...)

Come tutte le convinzioni personali, tuttavia, anche questa, ovviamente, può diventare oggetto di dibattito ^_^


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