ACCETTARE UNA IDENTITA’ GAY DOPO I 30 ANNI

L'accettazione dell'identità gay, capire di essere gay
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progettogayforum
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ACCETTARE UNA IDENTITA’ GAY DOPO I 30 ANNI

Messaggio da progettogayforum » lunedì 10 ottobre 2011, 17:29

In quest’ultimo periodo mi è capitato di ricevere diverse e-mail da parte di ragazzi più che trentenni che hanno in pratica cercato in ogni modo di mettere da parte la loro vera sessualità imponendosi una vita almeno formalmente etero o addirittura eliminando del tutto la dimensione sessuale dalla loro esistenza e cercando di realizzarsi attraverso il lavoro. Con alcuni di questi ragazzi ho anche parlato su msn e, nonostante le differenze biografiche, tra loro si riscontrano singolari consonanze di atteggiamenti di fronte alla omosessualità.
Un elemento assolutamente costante è l’idea che la propria omosessualità costituirebbe per i genitori una realtà traumatica e inaccettabile, ragion per cui l’argomento sessualità e in particolare l’omosessualità è accuratamente evitato in ogni situazione di possibile dialogo familiare. Si tratta di ragazzi gay non solo non pubblicamente dichiarati ma, salvo rarissime eccezioni, di ragazzi che non hanno mai parlato della loro sessualità con nessuno e per questo in una situazione di stress notevole. Lamentano tutti l’assoluta mancanza di amici e un senso di solitudine desolante al limite della depressione ma nello stesso tempo covano nel profondo sogni di evasione e meditano su possibili vie d’uscita. Alla fine prevale un atteggiamento fatalistico di rinuncia, ma non di rinuncia serena, ma invece di rinuncia per effetto di una specie di costrizione inevitabile, quasi una specie di maledizione biblica.
I possibili esiti di situazioni del genere, lasciate a se stesse, sono in pratica due: o lo scivolamento progressivo verso forme di vera depressione, di totale passività e di cronica malinconia, o la ricerca esasperate e rischiosa di soluzioni improbabili del problema, tramite quelle che a una persona che non conosce realmente la realtà gay, appaiono come le uniche vie verso una realizzazione di sé, parlo dei siti di incontri, delle chat erotiche e dei locali, che per ragazzi come quelli dei quali stiamo parlando sarebbero un ulteriore e insormontabile ostacolo con tutto un seguito di sensi di inadeguatezza e di frustrazioni.
Chiediamoci innanzitutto: che visione hanno questi ragazzi più che trentenni della omosessualità? La risposta è quasi automatica: ne hanno l’immagine che è stata loro trasmessa dall’ambiente familiare, in termini di disvalore, e l’immagine trasmessa dai media, in termini di comportamenti, tra l’altro le due immagini non sembrano affatto dissonanti e il giudizio negativo sulla omosessualità di conferma ulteriormente. Da lì a dire “io sono sbagliato” il passo è breve e “se poi mi sento comunque attratto verso quel mondo mi sento ancora peggio”.
Come in tutti i problemi di carattere psicologico, una volta individuata la causa, si comincia un lavoro di razionalizzazione e di presa di coscienza che parte dal fornire innanzitutto una visione realistica della omosessualità e, in particolare, di quella dei gay non dichiarati, che pur essendo invisibili, costituiscono la grande maggioranza degli omosessuali. Credo che tutti i gay abbiano chiara coscienza del fatto che ancora oggi, nel 2011, è estremamente difficile trovare informazioni serie sul tema e ancora più difficile è che la televisione affronti questi problemi fuori della logica del gossip. In pratica, per un gay non dichiarato, trovare notizie serie su come vive la maggioranza non dichiarata dei gay è quasi impossibile. La priorità va data quindi ad una informazione seria sul tema della omosessualità non in astratto, ma come rappresentazione di vissuto reale, perché solo così emerge il concetto di “omosessualità come normalità”. È ovvio che questo concetto non la lo stesso supporto sociale che ha l’idea di “eterosessualità come normalità” e quindi, per un gay non dichiarato, tanto più se molto chiuso nel proprio ambiente, l’idea di “omosessualità come normalità” non è affatto facile da interiorizzare. Molti gay, e lo dico con rammarico, sono tuttora convinti che la loro sessualità abbia qualcosa di intrinsecamente patologico, ed è proprio su questo che bisognerebbe lavorare prima che su qualsiasi altra cosa. Come si fa a rendersi conto che la omosessualità è una condizione normale di vita? Certamente le affermazioni di principio lasciano il tempo che trovano, c’è invece una strada naturale per arrivare a quella conclusione ed è avere la possibilità di conoscere ragazzi gay non dichiarati che vivono tranquillamente la loro vita, in coppia o no, ma la vivono serenamente dando alla loro omosessualità il senso non di una condanna ma di un valore che connota profondamente l’identità personale e dal quale non ci si vorrebbe staccare per nessun motivo. Permettetemi un esempio che potrebbe risultare strano per un gay ma in fondo è significativo: se una persona ha in mente che i cani sanno solo mordere c’è un solo modo per convincerla che con un cane si può avere un rapporto affettivo profondo ed è mostrare a quella persona come si può giocare con un cane e coinvolgerla direttamente nel gioco. La paura pregiudiziale si supera solo attraverso l’esperienza che dimostra che si tratta appunto di effetto di pregiudizi.
Per un ragazzo che non ha mai avuto amici e, a maggior ragione, non ha mai avuto amici gay, poter parlare con dei ragazzi gay in tutta tranquillità, con la garanzia dell’anonimato, rappresenta una svolta epocale. I pregiudizi cadono progressivamente attraverso la creazione di rapporti di amicizia. Ci vorrà un po’ di tempo ma alla fine ci si arriva.
Il muro della solitudine che rappresenta la prigione di questi ragazzi si sgretola quando essi si rendono conto di non essere soli, che ci sono moltissimi ragazzi che hanno vissuto e vivono tuttora problemi molto simili ai loro, che con quei ragazzi è possibile stringere rapporti di amicizia vera che non è finalizzata ad altro che allo stare entrambi meglio. Ogni forma di amicizia è uno scambio affettivo bilaterale.
Sono profondamente convinto sulla base dell’esperienza, e Progetto Gay me ne ha date molte conferme, che da soli non si sta bene, per stare bene bisogna sentirsi inseriti in una rete di rapporti affettivi seri, come quelli della famiglia, delle amicizie e anche ma non esclusivamente quelli con il proprio ragazzo. Le amicizie gay tendono a ricostruire l’immagine della omosessualità nella mente di un ragazzo che l’ha sempre vista come un disvalore. Le amicizie si possono costruire anche in chat, e possono benissimo non essere cose banali ma, ovviamente, le amicizie che si concretizzano in una conoscenza e in una frequentazione personale, anche se episodica, hanno certamente ben altro peso. Bisogna che i ragazzi che devono ricostruire la loro immagine della omosessualità si rendano conto che tutto questo non solo è possibile ma è addirittura facile. Capita che con i ragazzi del Progetto ci si incontri per una pizza o per una passeggiata in città, gli argomenti affrontati sono lo studio, il lavoro, la vita sociale, la politica,l’attualità e “anche”, se capita, qualcosa che ha a che vedere con l’omosessualità, che non è certamente l’argomento centrare della conversazione. La normalità di questi pomeriggi e di queste serate per certi ragazzi è sinonimo di banalità perché questi ragazzi non cercano una forma di amicizia e basta ma sono più o meno consciamente proiettati verso l’idea di trovarsi un ragazzo, cosa che, al limite, potrebbe pure accadere, ma non è assolutamente la regola. Amicizia significa poter passare una serata tranquilla tra amici, sapere che non si è soli, che gli altri ragazzi condividono con noi aspetti fondamentali della vita.
Vorrei riportare qui la mia esperienza diretta nel parlare con questi ragazzi. L’impressione che ho riportato pressoché sempre è di un forte disagio iniziale, come se si facesse forza a se stessi per portare avanti la conversazione, ma una volta rotto il muro della iniziale diffidenza il dialogo diventa serissimo e si capisce che corrisponde ad una esigenza profonda e repressa per moltissimo tempo. In pratica attraverso msn questi ragazzi si rendono conto che la realtà gay è una cosa seria della quale non si deve avere paura, che con un gay si può parlare benissimo e, anzi, è in grado di capirti come altri non potrebbero fare, parlo in particolare di psicologi o psicoterapeuti che non sono omosessuali e che trattano anche di omosessualità a livello professionale. Osservo spesso che questi ragazzi tendono ad accentuare molto il peso di questioni che non sono di fatto i problemi di fondo di un gay, tendono ad andare indietro nel loro passato alla ricerca della causa della loro omosessualità e si stupiscono quando cerco di mettere in chiaro che bisognerebbe ricercare invece la causa della rimozione della loro omosessualità.

Nicomaco
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Re: ACCETTARE UNA IDENTITA’ GAY DOPO I 30 ANNI

Messaggio da Nicomaco » sabato 15 ottobre 2011, 12:25

Sono riflessioni molto condivisibili.
Però a questo punto mi domando: perché, tenuto conto della desolante offerta informativa e di socializzazione che offre il web (spesso e volentieri orientata solo in una direzione….), e a prescindere dal momento in cui si sono accettati come gay, gli over 30 sono (a quel che sembra) più rari nel forum di PG?
Credo che farebbe piacere a molti (me compreso, che sono addirittura over 40) se le presenze si infittissero, anche solo per essere di reciproco aiuto nel tentare di dare una visione normale dell’omosessualità o per raccontarsi un po’ e cercare di sostenersi, tenuto conto dell’assoluto anonimato che caratterizza questo forum.
Il mio augurio è che queste presenze possano aumentare.
Credo che sarebbe un bene per tutti.
La verità, vi prego, sull'amore (W.H. Auden)

giait
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Re: ACCETTARE UNA IDENTITA’ GAY DOPO I 30 ANNI

Messaggio da giait » lunedì 17 ottobre 2011, 0:04

Se gli over 30 non sono numerosi nel forum PG, la causa credo si da attribuire proprio all'età. Gay over 30 (o addirittura over 40) significa grande incertezza, paura, ritrosia a mostrarsi, a venir fuori, pur in un ambiente 'protetto', diciamo così, come questo forum. Potrebbero avere quasi tutte grandi difficoltà a parlare di sé. Se poi sono anche non dichiarate, allora forse la loro vita collaudata, il vissuto già sperimentato, che sia sereno o triste, risulta più 'sicuro' di un'apertura cieca su un mondo che tanto attrae ma di cui si ha una paura folle.
Qualcuno però riesce a fare il grande passo...

bad-boy71
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Re: ACCETTARE UNA IDENTITA’ GAY DOPO I 30 ANNI

Messaggio da bad-boy71 » mercoledì 19 ottobre 2011, 10:03

Io che di anni ne ho 40 e che mi sono riscoperto solo da qualche anno, dopo un vissuto etero intenso, non ho avuto grossi problemi di accettazione della mia identità sessuale, semmai i problemi me li ha creati la mia situazione di uomo sposato e di padre, il mios enso di responsabilità e di colpa verso la mia famiglia; se non avessi avuto loro nella mia vita, non mi sarei creato il problema più di tanto; nella vita si cambia, ci si modifica, si prende coscienza di se stessi in modo sempre più consapevole con il passare degli anni, e con tutti i problemi che già esistono nella vita quotidiana, io di certo non ci metterei l'accettazione di essere gay, semplicemente io cerco di assecondare le mie inclinazioni, le mie emzioni.

tatos76
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Re: ACCETTARE UNA IDENTITA’ GAY DOPO I 30 ANNI

Messaggio da tatos76 » giovedì 20 ottobre 2011, 0:40

L'analisi di Project è come sempre impeccabile, soprattutto sul senso di solitudine che mi si è amplificato da quando sto in una città per lavoro ed ho lasciato il mio paesello. Però mi verrebbe da dire che non sono stato nemmeno capace di intessere 'nuove' amicizie (nel senso profondo del termine) - quindi ognuno è causa del suo male :( - perchè troppo incentrato a cercare di capire/capirmi, anche nel modo sbagliato.
Certo non posso nemmeno dire che dopo i trenta un giorno abbia detto 'ops...ma forse sono gay' ma è tutto un vissuto (mi verrebe da dire NON vissuto) che è semplicemente da accettare ed elaborare.

Sto imparando ad accettare che l'omosessualità non è un problema (passatemi il termine che uso a sproposito) e, in questo, "mondo ProgettoGay" :D (virtuale e non) mi ha aiutato.
Certo da qui a dire che ci convivo bene, beh non posso dirlo.
Come pure sono in in ritardo su alcune fasi della mia vita e crescita personale.

Detto ciò, come over 30 ci sono!
E mi farebbe sicuramene piacere avere opportunità di confronto.

PS: purtroppo non mi sento affatto i miei 35 anni, sarà quello il problema! :D
Ho fatto un patto sai. Con le mie emozioni. Le lascio vivere. E loro non mi fanno fuori. (Vasco)

Jek70
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Re: ACCETTARE UNA IDENTITA’ GAY DOPO I 30 ANNI

Messaggio da Jek70 » giovedì 20 ottobre 2011, 1:40

Ottimo trattato Project, come sempre.
Sarebbe davvero bello se si potesse raccogliere tutte queste riflessioni e rilegarle in un libro.
Ne risulterebbe una lettura molto istruttiva.

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WhiteKite
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Re: ACCETTARE UNA IDENTITA’ GAY DOPO I 30 ANNI

Messaggio da WhiteKite » giovedì 20 ottobre 2011, 20:06

Non si può che condividere quello che scrive Project...da parte mia mi colpisce un sacco il senso di smarrimento e solitudine di una persona che viene a fare i conti con se stesso quando invece si comincia a tirare qualche somma, mi spiego: a vent'anni il mondo è una busta a sorpresa, le responsabilità sono relative e comunque non si ha la sensazione che " è troppo tardi", a trenta e dopo i coetanei etero si fanno una famiglia, c'è il lavoro e a volte ci si sente stanchi, così gravati da pensieri che non si possono più rimandare....lo dice uno che è all'alba dei trenta e ha ben preciso questo passaggio...D'altra parte capisco bene che chi si trova oggi a quarant'anni e oltre ha vissuto in una società totalmente diversa, più dominata dal conformismo, dalla rigidità mentale, da prospettive di un realismo quasi aggressivo e che i ragazzi di oggi vivono in città dove almeno esistono ritrovi gay dove non c'è solo gente vestita di pelle, dove vengono pubblicati libri e fumetti gay e dove si possono vedere due ragazzi che si baciano. Sacrificarsi per non far crollare le sicurezze della "gente" che sono quelle dei genitori, della mogli e dei propri cari è una strada pericolosa perchè porta all'alienazione del proprio vero io ed è un lento annullamento di se stessi...chi vuole prendere questa strada io posso anche capirlo ( ma proprio volendo) ma intraprendere una strada così lontana se non contraria a quella su cui si vorrebbe camminare nonostante tutto il benessere che il conformismo sembra promettere mi sembra che non possa portare davvero a niente di buono..ne per sè ne per gli altri. In realtà quando è troppo tardi per decidere di fare pace con la propria esistenza? e poi non si dice "vecchio saggio" :D ?

Rewy
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Re: ACCETTARE UNA IDENTITA’ GAY DOPO I 30 ANNI

Messaggio da Rewy » giovedì 27 ottobre 2011, 18:38

Devo dire che sento questo intervento di project, nato dalle conversazioni avute con ragazzi over 30, indirettamente lo sento molto aderente anche alla mia situazione, pertanto mi sento chiamato in causa, anche se sono 28enne; mi riconosco totalmente nella condizione di disagio che vivono questi ragazzi, dalla rimozione del problema durata anni (anche grazie ad alibi quali lo studio o il lavoro) all’impossibilità di parlarne in ambito familiare, dall’assoluta mancanza di relazioni sociali e amicizie al sogno di una evasione che però non si sa come potere realizzare realisticamente, e la conseguente rassegnazione e graduale scivolamento verso uno stato depressivo. Purtroppo tutto ciò è il mio ritratto. Project ha ragione, soli non si sta bene, men che meno soli con i propri fantasmi, con rovelli assillanti, istinti repressi e sensi di colpa, senza riuscire a focalizzare una immagine positiva del proprio futuro ma addirittura condannati come in un girone infernale a rivedere a loop infinito il proprio passato e a passarlo al microscopio, a cercare dei “perché” inutili. In particolare io mi sono sempre interrogato su una questione simile al famoso “ è nato prima l’uovo o la gallina?” , e cioé quanto e in quale modo fossero interconnesse la mia “fobia sociale” e il mio orientamento sessuale, se mai l’una possa aver generato o condizionato l’altra. Eppure continuo a tormentarmi con questa domanda perché di certo l’isolamento sociale è ciò che più mi crea sofferenza e toglie senso a qualunque azione della mia vita.
Un ragazzo gay non dichiarato come quello descritto da project si sente (consapevolmente o meno) “sbagliato”, un “mostro”, e non ha chiarezza su se stesso, non si capisce, non sa come leggere certe cose di sé e soprattutto non vuole leggerle. Per questo motivo evita in tutti i modi che le persone intorno a sé possano entrare in relazione con lui, possano rivolgere uno sguardo dentro quel profondo nascosto e cogliere aspetti che non si vogliono né vedere né mostrare; la conseguenza è che col tempo ci si riveste di atteggiamenti involontari e modi di fare evitanti come una corazza, che tiene alla larga le persone da sé, siano esse uomini o donne. Ho sempre osservato con invidia il comportamento degli individui all’interno di piccoli gruppi di amici maschili o misti, costantemente sotto ai miei occhi tra le aule e i corridoi della mia facoltà: quei modi di scherzare, di rapportarsi l’un l’altro, di appartenere a un nucleo affettivo dove tutto è scambievole, come dice project. Io, prigioniero della mia corazza, prigioniero di me stesso, non so imitarli, non so avvicinarli, non so interagire. Nel mio caso io reputo al mio orientamento sessuale la colpa di avermi alienato, e sono certo che la mia fobia sociale sia stata, se non generata, quantomeno pesantemente inflazionata dal mio orientamento sessuale represso, sviluppando in me una condizione “patologica” che connota pesantemente la mia vita. Io credo che Project abbia ragione, per ricostruire se stessi e l’immagine di se stessi è necessario inserirsi in una rete di rapporti affettivi e forse sentire accanto a sé dei “simili”, cioè persone che vivono la tua stessa condizione e possono comprenderla, può davvero aiutare a denudarsi della propria corazza e a vivere finalmente non “tra” gli altri ma “insieme” agli altri. Però forse la facilità che questo possa accadere dipende anche da quanto si è “patologizzata” (scusate il termine fantasioso) la propria situazione e “fusa” con la propria vita di tutti i giorni e credo che tra i tanti fattori variabili, quello del tempo sia molto influente: è forse questo uno dei motivi per cui l’avanzare delle fasce di età di appartenenza è inversamente proporzionale alla presenza dei membri su questo forum.
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Re: ACCETTARE UNA IDENTITA’ GAY DOPO I 30 ANNI

Messaggio da progettogayforum » giovedì 27 ottobre 2011, 23:14

Grazie Rewy,
anche recentemente, parlando con ragazzi over 30, certe volte resto stupito dei livelli più che di repressione di vera rimozione della sessualità e dell’affettività in tutte le sue forme e del subentrare in sostituzione di valori astratti legati al lavoro, alla carriera, alla dimensione intellettuale e al riconoscimento di un ruolo o di un grado sociale. Vorrei dire che questa forma di rimozione radicale viene vista all’inizio come la salvezza, o meglio l’unica salvezza, per una motivazione che in sé è assurda e cioè per il fatto che si considera l’omosessualità come un vizio da eliminare e non come una caratteristica essenziale delle propria persona cui va dato tutto lo spazio necessario. Faccio un esempio concreto, talvolta mi capita di parlare con ragazzi grandi, ben più che trentenni che non usano mai la parola gay o la parola omosessuale, che non usano la parola masturbazione e si ritengono profondamente degradati dal fatto di praticarla e per di più con fantasie gay, cosa che considerano oltre che viziosa, al massimo tollerabile in età adolescenziale. Non essere etero, per questi ragazzi, significa non essere cresciuti e in buona sostanza essere infantili. La concezione dell’essere gay come vizio è alla base di tutti questi meccanismi che portano a vedere la sessualità come un elemento negativo. Vorrei chiarire che molti di questi ragazzi, direi proprio tutti, vivono sostanzialmente due vite, una pubblica fatta di successi di studio e professionali, di comportamenti da tipico bravo ragazzo e una privata fatta di frustrazioni affettive profonde, di sessualità legata solo alla pornografia e alla masturbazione condizionata da pensati sensi di colpa. Se questi ragazzi capissero che l’omosessualità è un modo di amare e che nella loro sessualità, nei loro desideri sessuali non c’è nulla di sbagliato o di patologico ma che è possibile vivere la propria affettività e la propria sessualità in modo estremamente gratificante, condividendo con un altro ragazzo la propria intimità sessuale, perché tutto questo non è un vizio ma una condizione reale della vita umana comune a milioni di persone, allora la loro vita sarebbe più semplice e i tabù sessuali di origine sociale sarebbero considerati solo problemi sociali legati ai comportamenti esterni e non sarebbero interiorizzati e posti a fondamento di una psicologia che ruota tutta intorno al senso di colpa e per che cosa poi? Per essersi innamorati di un ragazzo? Per avere desiderato sessualmente un ragazzo? Questa sarebbe la colpa! No! Se questi ragazzi avessero la possibilità di conoscere di persona altri ragazzi gay che non hanno rimosso la loro affettività e la loro sessualità e che si sono realizzati secondo quello che realmente desideravano, allora potrebbero aprire gli occhi e capire che un ragazzo gay è un ragazzo come un altro, non è un mostro, non è un vizioso ma può avere una moralità altissima legata proprio al suo essere gay. Stringere amicizie con altri ragazzi gay è essenziale per capire, per confrontarsi e per rendersi conto che la paura di essere gay è come la paura dei fantasmi, sono paure del tutto infondate ma possono diventare paralizzanti. Si può cominciare a vivere una vita “vera”, cioè senza rimuovere la propria affettività e la propria sessualità, quando si hanno 30, 35 o 40 anni? Certo che si può! Ne ho visti esempi splendidi, non è facilissimo, è ovvio, ma è possibile per chi ritiene che non abbia senso avere paura dei fantasmi.

tatos76
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Re: ACCETTARE UNA IDENTITA’ GAY DOPO I 30 ANNI

Messaggio da tatos76 » sabato 29 ottobre 2011, 1:01

Vorrei chiarire che molti di questi ragazzi, direi proprio tutti, vivono sostanzialmente due vite, una pubblica fatta di successi di studio e professionali, di comportamenti da tipico bravo ragazzo e una privata fatta di frustrazioni affettive profonde, di sessualità legata solo alla pornografia e alla masturbazione condizionata da pensati sensi di colpa.
Edo ora un po' di depression time da over 30 :D

...Ed i problemi aumentano quando la 'maschera' non riesci più ad indossarla, quando quella carriera, quel successo che avresti voluto non sei riuscito a conquistarlo perchè 'bloccato da qualcosa' (ma in questo anche la scarsa autostima incide) e quell'essere bravo ragazzo spesso sembra più una condizione che ti imponi per compiacere gli altri e non te stesso.

Certo, poi guardi indietro e dici 'qualcosa ho fatto', ma sei lì a dirti che non ti basta, che sei stanco di lottare contro te stesso.

Non so quando sia importante avere amicicize gay o meno, mi verrebbe da dire che contano le amicizie e basta, anche se vedere gli altri andare avanti nel loro percorso di vita (mi riferisco soprattutto alla sfera sentimentale) spesso ti riporta a riflettere sulla condizione di quell'over 30 che ormai vede in lontananza i 40 e a pensare 'ma da over 40 voglio stare ancora così?' :roll:
Ho fatto un patto sai. Con le mie emozioni. Le lascio vivere. E loro non mi fanno fuori. (Vasco)

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