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Autore Messaggio
 Oggetto del messaggio: Re: Effeminato, femminile, umano?
MessaggioInviato: sabato 19 gennaio 2013, 2:05 

Iscritto il: martedì 4 settembre 2012, 21:50
Messaggi: 213
Mi viene voglia di raccontare una cosa,
ma anche in questo caso si tratta di un argomento frutto
della mia esperienza;
non per convincere, ma per confrontarsi;

Ho passato una vita ad amare e odiare mio padre,
Mio padre era il genere d'uomo da contraddire l'esistenza
stessa del concetto di paura, non l'ho visto in difficoltà nemmeno
prima di morire di cancro, una personalità strabordante e una tempra
d'animo così spartana da incutere timore e rispetto al solo guardarlo;

Per me relazionarmi con lui è stato un vero incubo; non ho mai smesso
di temerlo; nemmeno quand'era su un letto d'ospedale ho smesso d'avere
paura di lui.

Ma non ho mai amato nessuno allo stessa maniera, perchè mio padre mi completava; non era uguale a me, era all'opposto; lo avvertivo come un limite al mio modo d'essere, un pericolo costante per la soddisfazione di me stesso, una costante fonte di traumatica insoddisfazione, ma anche d'amore ...

Perchè quando entrava in una stanza io mi sentivo al sicuro; con lui l'incertezza e l'insicurezza sparivano via, mi bastava guardarlo per non avere più timore di nulla;

Perchè ho raccontato tutto questo?

Perchè credo che le differenze tra le persone siano reali, non frutto di immaginazione, ma che questo non sia un limite;

Per esempio potrei affermare che le persone scontrose e decise mi fanno paura, e questo perchè toccano in me un nervo scoperto del mio carattere;
Io voglio comunicare il mio affetto, avverto la necessità di abbracciare
una persona a cui voglio bene, mi muovo verso di lui e faccio per
abbracciarla, ma questa non reagisce come mi sarei aspettato,
non muove un muscolo, anzi mi allontana e mi dice che questo genere
di cose lo infastidisce ...
Per me è un trauma terribile, per lui il trauma sarebbe stato lasciarsi
abbracciare da me, per me lui è un limite negativo a un punto
fondamentale della mia identità , per lui io sono un pericolo per la
sua libertà individuale ... bel problema...

Anche un bullo di classe si sente contraddetto in una serie sterminata
di elementi della propria identità, la tragicità della violenza dipende anche dal fatto che chi la commette spesso crede d'avere una ragione per farlo, ed in un certo senso è vero, la ragione è la sua sconfitta dinanzi la contraddizione;

Allora tutto il problema si risolve a questo, gestione del conflitto
che scaturisce dalle differenze, controllo della rabbia e della frustrazione
che emerge da una delle tante diversità tra le persone, e tra gli individui e i loro oggetti di desiderio;

Quando due o più identità differenti entrano in relazione, persino a distanza, si genera una linea, una trincea, qualcuno
sta di qua, e gli altri dalla parte opposta, qualcuno sarà minoranza,
e i più fortunati maggioranza, e i più forti scaricheranno la loro
rabbia contro chi è meno legittimato dai numeri, e poi diranno
che hanno vinto perchè la ragione era con loro;

Ripeto, allora che fare?

Io credo che la risposta sia il desiderio, ma non il mio, quello dell'altro;
Se io so che mio padre è il tipo di persona che non ama le dimostrazioni
d'affetto, perchè la sua personalità lo porta a gestire in modo differente
da me i suoi stati emotivi, se io so che mio padre esprime in modo
diverso il suo amore, se imparo a capire qual è questo amore, allora
tra me e mio padre si è appena costruito un ponte ...
Piuttosto che vedere nel suo comportamento una negazione di ciò che
voglio, osserverò il modo di fare di una persona diversa, perfettamente
comprensibile nella sua diversità;
Conoscere vuol dire imparare a gestire questa diversità, perchè se conosco
qual è il modo di comportarsi di chi è diverso, se ne riesco ad interpretare
il linguaggio , allora posso anticipare il sorgere del divario tra me e lui,
senza nemmeno farlo consapevolmente, la trasformazione accadrà
in modo automatico;
La differenza non viene eliminata, ma accade qualcosa di strabiliante;
Se ciò che accade intorno a me ha un senso, risponde ad un significato, anche se un significato estraneo al mio piacere e dispiacere, allorà non si innescherà la frustrazione derivante dalla contraddizione, se non per una frazione di secondo;
Perchè la contraddizione naturale viene superata dalla nuova aspettativa
generata dalla conoscenza;


E allora non sono più un effemminato, da ragazzino sfigato e finocchio divento un adolescente problematico, figlio di una donna con problemi mentali, e di un padre violento;
il mio modo di vestire strano, il mio apparire goffo e poco simile agli
altri, il mio apparire ridicolo e contraddittorio, divengono comprensibilmente
spiegabili; Sarebbe un bel passo avanti;


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 Oggetto del messaggio: Re: Effeminato, femminile, umano?
MessaggioInviato: sabato 19 gennaio 2013, 10:14 
Utenti Storici

Iscritto il: mercoledì 14 aprile 2010, 9:22
Messaggi: 2861
Ammiro sinceramente la tua capacità di comunicare attraverso la scrittura certi stati d'animo, così difficili persino da cogliere. Hai mai pensato di scrivere? detto per inciso...
Ma tornando al dunque... dopo averti letto mi sorgono mille domande. Segno che la tua storia mi è, come si suol dire "arrivata" in modo molto forte.
Prima di tutto la paura: ci sono molte forme di paura. Non conosciamo abbastanza questo sentimento , al punto che spesso lo proviamo , ma chiamandolo con un altro nome, non sappiamo riconoscerlo. Lo chiamiamo ansia, fastidio, disagio... termini troppo generici perchè possano aprire la porta della nostra consapevolezza.
Così ci inganniamo nel leggere le nostre e le altrui reazioni. Tuo padre non aveva paura di nulla? Ne dubito fortemente, poichè la paura è insita nell'animo umano e animale . La paura è necessaria alla sopravvivenza, dunque, se viviamo, esiste. Possiamo dissimularla molto bene, questo sì.
Tuo padre probabilmente non temeva una rissa, nè gettarsi in mare da uno scoglio, oppure non temeva il buio, ma è possibile che temesse fortemente un tuo abbraccio oppure gli abbracci in generale.
Credo che sia questa una forma di paura molto limitante per chi la vive, assai più che temere un ragno o il fuoco o una pallottola.
L'altra cosa che mi ha colpito è ciò che dici sul dialogo , sulla capacità di capire l'altro . Per un bambino capire che una distanza affettiva è conseguente alla difficoltà di un genitore è impossibile. Può farlo un adulto, se ci si mette d'impegno. Esattamente nel modo in cui dici tu. Ed è molto importante farlo, secondo me. Un adulto è in grado di discernere ciò che è attribuibile a sè e ciò che lo è all'altro. Tuttavia deve anche volerlo fare, perchè richiede impegno e capacità di ascolto.
L'ultima tua frase invece mi rimanda a ciò che chiamerei rivincita, cioè al desiderio che ognuno di noi ha di rialzarsi e scoprire di avere imparato qualcosa da un periodo difficile che ha vissuto.
Ad esempio certe esperienze difficili , unite a un temperamento chiamiamolo emotivo,possono rendere più sensibile una persona alle difficoltà altrui, più capace di andare oltre la superficie. E' un dono molto importante che, se coltivato, può rendere migliori noi stessi e gli altri.
La vita ci insegna spesso che , nel toglierci qualcosa, ci da qualcos'altro in cambio.


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 Oggetto del messaggio: Re: Effeminato, femminile, umano?
MessaggioInviato: sabato 19 gennaio 2013, 13:04 
Utenti Storici

Iscritto il: mercoledì 20 ottobre 2010, 0:41
Messaggi: 2360
holden penso che nessuno debba spiegazioni a nessuno, che una persona si vesta e si comporti come gli pare senza che sia necessario che gli altri debbano avere per frza informazini sul suo vissuto, per giustificare le ragioni di quello scandalo. Detto ciò è proprio una bella testimonianza quella che racconti, per "bella" intendo coinvolgente e tenera. Certo però è che certi rapporti andrebbero superati, nel senso proprio di tolti e conservati, intendo dire che tutta l'ambiguità della tua relazione con il maschile probabilmente dovrebbe essere sciolta, ben al di là delle tue attitutidini si intende. Questo innamoramento per uan persona infondo violenta, un innamoramento a quello che ho capito privato di qualsiasi contatto fisico, questo timore reverenziale che non si arrende persino di fronte alla morte, questa paura e totale sottomissione che nega parti di sé, questa prigione che pare rassicurante quando invece è censurante... Non so mi paiono lontani da un sentimento di amore e di stima paterno. Se ti riuscissi a liberare da questa subordinazione verso al figura paterna forse ne potresti trovare giovamento, ma non chiedermi come potresti concretamente fare ciò, non ne ho alcuna idea :). Posso solo dire che mi piacciono molto le considerazione che ha fatto Barbara e che potrebbero aiutarti a rivalutare le cose. Tuo padre non aveva paura della morte? Magari invece ce l'aveva e come, sapessi nei reparti qquante persone vedo aggrapparsi al loro ruolo pur di appigliarsi a qualche cosa. Tu invece sei uno che ha sempre paura di tutto? Forse neanche questo è sin troppo vero, infondo hai affrontato delle situazioni assurde che ti sono semplicemente piovite addosso (un padre violento mi pare di capire e una madre con problemi psicologici) e infondo ne sei uscito con le tue sole forze. Magari potresti evitare questo tagliere con il coltello le cose e ritenere che tuo padre è quello coraggioso e forte rassicurante, tu quello vigliacco, debole e incerto, lui l'uomo e tu la donna ;). Al di là di come ciascuno appare, si presenta all'esterno, siamo tutti misti e solitamente tanto si è più violenti, quanto più si è fragili e in questo soo daccordissimo con Barbara avere paura delle proprie emozioni è una forma di fragilità. Scontrarsi con l'altro è più facile che incontrarsi, perché esattamente come dici tu, quando ti offri per abbracciare qualcuno e quell'altro ti rifiuta ci si sente smarriti e persi, cio nonostante continuare ad a offrirsi, nonostante i mille tori subiti e le esperienze negative di abbracciare può essere una forza, un'atto di coraggio che forse potresti riconoscerti.


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 Oggetto del messaggio: Re: Effeminato, femminile, umano?
MessaggioInviato: sabato 19 gennaio 2013, 18:26 

Iscritto il: martedì 3 luglio 2012, 4:01
Messaggi: 114
Concordo con praticamente tutto ciò che hai scritto Holden, però entrare nelle dinamiche dei comportamenti altrui è molto difficile e diventa deludente quando chi hai davanti non si sforza neppure di entrare nelle tue, ma ti para un muro di giudizi. A me è successa una cosa del genere, e da quello probabilmente deriva la forte paura che provo davanti a persone come te. Disponibili a capire e ad accettare bisogna essere in due, altrimenti una certa frustrazione ne viene fuori sempre dai rapporti, e venirsi incontro non sempre è facile nonostante l'affetto che può legare due persone.

Concordo anche con Barbara quando parla della paura, non può esistere un essere umano che non ne provi per qualcosa. C'è sempre qualcosa che minaccia la propria identità e viene messa in luce proprio nei rapporti, andare oltre un'emozione così irrazionale non è semplice come non è semplice ammettere quanta paura si abbia e cosa la provochi.

Io dal canto mio posso parlare solo di me stesso, ed in passato ho scacciato in malo modo certi tipi di persone proprio per paura. Le ho anche giudicate male, non arrivando a capirle, oppure sono arrivato a capirle ma loro non hanno capito me, ed io non sapevo come soddisfare le loro aspettative. Perché come ho detto provo una strana forma di attrazione/rifiuto per le persone particolarmente sensibili, a modo mio sono particolarmente sensibile anche io e quel tipo di persona è ricettivo a tutto ciò che ho da dare, ma molte volte gli vien difficile capire che la mia mancanza di tenerezza non è sinonimo di mancanza d'affetto e si scatena il dramma. Insomma sarebbe bello leggersi nella mente, tutto andrebbe oltre questo muro di incomunicabilità. Sarebbe bello anche saper spiegare agli altri con parole semplici e dirette l'esatta fonte delle proprie frustrazioni e paure, ma prima bisogna saperle vedere ed accettare cosa che non tutti sono disposti a fare.



_________________
 


"La capacità di stare da soli è la capacità di amare. Può apparirti paradossalle, ma non lo è. E' una verità esistenziale: solo le persone in grado di stare da sole sono capaci di amare, di condividere, di toccare il nucleo più intimo dell’altra persona, senza possederla, senza diventare dipendenti dall’altro, senza ridurla a un oggetto e senza diventarne assuefatti."
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