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Autore Messaggio
 Oggetto del messaggio: Re: Una lettera al mio compagno ...
MessaggioInviato: domenica 10 marzo 2013, 13:10 
Utenti Storici

Iscritto il: mercoledì 20 ottobre 2010, 0:41
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C'è chi dice che la vita sia un compromesso, il punto è che per me non sono compromessi, vie di mezzo, ma semplicemente modi per declinare le situazioni particolari. E' del tutto evidente che qui dentro per esempio, pur parlando in generale, ciascuno di noi fa riferimento alla sua personale situazione e, quando c'è, disagio. Non siamo ne patrioti ne martiri è proprio quella la questione, non siamo chiamati a risolvere i problemi della società, quando anche fosse vera l'equazione che dichiarandoci tutti il problema si risolverebbe (affermazione tutta da provare).
Chi te lo fa fare di ingaggiare battaglia contro la vecchietta del tuo paesino che si fa il segno della croce quando vede un pene? Proprio nel tuo caso Machilosa standotene nel tuo paese potevi fare tutti i c.o. del mondo che volevi, la tua vita sempre di merda sarebbe stata, ti saresti isolato ancora di più visto che nessuno degli altri gay non dichiarati ti avrebbe mai cercato, saresti diventato lo zimbello del paese e se è possibile magari avresti finito come meccanismo di difesa con caricaturare la tua omosessualità, dando ragione a chi ti vuole checca. La vera soluzione per te è stata andarsene da quel paesino e sganciarsi eventualmente dai valori sbagliati della propria famiglia. Uno che vive in condizioni ostili può anche decidere di cominciare la propria crociata contro l'omofobo, ma c'è il rischio che pretenda un cambiamento dagli altri perché non sa operare un cambiamento su di sé, pretenda di cambiare il giudizio degli altri, perché non sa cambaire il giudizio su di sé.
Anch'io ho l'arcigay e gli art. 3 tra i contatti. Però sai cosa? Potrebbero esserci mille motivi per cui ho tra i contatti queste due associazioni. E' l'idea che siccome ho questi due contatti "la gente" pensi di me che sono gay che è sbagliata, perché è sbagliata l'idea che alla gente freghi qualcosa di quello che fai o sei, che si viva avendo in testa il giudizio degli "altri", informi e senza volto. La sostanza è che l'opinione degli altri siccome è degli altri non è un problema mio, nel senso tecnino che non posso nulla su di essa. Si possono cambiare i propri comportamenti non quelli degli altri e l'unica soluzione e sganciarsi dal giudizio degli "altri", anche perchè 100 volte su 100 questi "altri" detto così sono la proiezione esterna di un nostro giudizio su noi stessi. Il c.o. può essere uno strumento per liberarsi di questo giudizio interiore, per far diventare gli "altri" gente in carne ed ossa. L'ansia sparisce sempre quando si prova a dare concretezza alle cose e quando gli altri diventano "tizio" e "caio" succede semplicemente che si esce dalla solitudine, ma anche da un idea astratta della propria omossessualità, si sta meglio non perché lo si è detto agli altri, ma perché pian piano scompare il proprio giudizio negativo su di sé, si cominciano a conoscere altri gay e la propria omosessualità diventa reale. Adesso non sto meglio perché l'amico mio sa di me e mi accetta, ma perché ho fatto tutta una serie di cose, altrimenti bisognerebbe dire che se fossi etero e il mio amico sapesse di me e mi accettasse starei perciò stesso bene. L'ingenuità di questo approccio se posta così la questione diventa palese a tutti. Se il c.o. da strumento per risolvere i problemi d'ansia deve crearne di nuovi (nuova ansia), installare una sorta di sentimento di inferirità sul gay non dichiarato che guarda ai gay dichiarati come se avessero trovato il paradiso in terra allora no. C'è una moltitudine di gay dichiarati, che frequenta locali e chat, che fa una vita di merda scioccante, frustante e umiliante sotto ogni punto di vista. Essere dichiarati non è sinonimo di felicità, come non esserlo è sinonimo di repressione. Mi spiace ma questa equazioni non può essere fatta. Caso per caso è da capire qual'è la situazione e qual'è la migliore soluzione, questo è il modo meno violento di procedere sull'argomento. Il fine è sempre migliorare la propria condizione, non risolvere il problema dell'omosessualità in astratto, ma i propri personali problemi. Gli altri discorsi li vedo molto propagandistici e mi paiono dei rulli compressori che passano sopra il disagio dei più, magari spianano la strada ma è proprio il caso di stare attenti che qualcuno non stia sotto.


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 Oggetto del messaggio: Re: Una lettera al mio compagno ...
MessaggioInviato: domenica 10 marzo 2013, 18:41 

Iscritto il: giovedì 7 luglio 2011, 22:56
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Caro Alyosha, a volte perdo un po' il filo del discorso, se devo essere sincero.
Più che altro perchè mi trovo in accordo su praticamente tutto ciò che dici e non capisco bene dove stia l'oggetto della diatriba.
Di fatto, l'argomento di cui si parla è estremamente concreto: pro e contro del CO; fattori che favoriscono il CO e fattori che lo impediscono. Mi sembra un argomento di estrema importanza, soprattutto per le persone che sono ancora confuse e che hanno bisogno di capire.
Il consiglio generale è stato stra-discusso: CO sì, ma nel momento giusto. Non caricare il CO di troppo aspettative, non vederlo come dovere, nè come punto di partenza verso l'accettazione, ma come punto di arrivo dell'accettazione. Considerare sempre gli eventuali risvolti negativi, dai meno gravi (perdita di qualche amico) ai più gravi (violenze in famiglia, essere sbattuti fuori di casa).
Almeno nel mio riassunto di propaganda ne ho vista poca; ho già ribadito abbastanza che non bisogna fare CO per la causa, ma non vedo niente di male nel dire che il CO aiuta la causa. Non penso certo che ci si debba sentire inferiori di fronte ai gay dichiarati.
Per il resto, i motivi di attrito tra i partecipanti alla discussione mi sembrano molto teorici, basati su questioni di principio; come ad esempio, se si può considerare ammiverole o meno una persona che si espone per i diritti di tutti.
Il discorso è molto più sfumato di come alcuni l'abbiano preso, secondo me; CO = felicità? Certo che no. Il CO (ben riuscito) può concorrere alla felicità? Certo che sì. Può bastare? Certo che no.
E' possibile cambiare il comportamento degli altri? Io penso di sì. Non della vecchietta, probabilmente, che, per effetto fisiologico dell'invecchiamento, nel cervello ha più tessuto fibrotico che neuroni. Ma delle persone più giovani, sicuramente sì. Non di tutte, è ovvio, ma di quelle più intelligenti e pronte a mettersi nei panni degli altri; se però non ci fosse nessuno a far vedere loro in cosa consistano questi panni, come potrebbe cambiare la loro opinione?


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 Oggetto del messaggio: Re: Una lettera al mio compagno ...
MessaggioInviato: domenica 10 marzo 2013, 19:26 
Utenti Storici

Iscritto il: mercoledì 20 ottobre 2010, 0:41
Messaggi: 2360
Si anche a me capita spesso di essere d'accordo con me stesso, non tutte le volte, ma abbastanza spesso si e per quelle volte in cui mi contraddico ormai ho imparato a farmene una ragione. Probabilmente il frainteso dipende dal fatto che non mi riferivo a te mentre parlavo di propaganda a favore del c.o., ma più a te quando definivi la questione in termini di maggiore o minore diplomazia. Vedi uno può anche non pensare che i gay non dichiarati siano inferiori ma seguendo il filo delle considerazioni che fai anche in te c'è l'idea che se il c.o. è un percorso di arrivo chi non è dichiarato pubblicamente è indietro o ha trovato "inevitabili compromessi". Per me accettarsi e dichiararsi non sono sinonimi, non in tutti i casi quanto meno tutto qui.


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 Oggetto del messaggio: Re: Una lettera al mio compagno ...
MessaggioInviato: domenica 10 marzo 2013, 23:20 

Iscritto il: giovedì 7 luglio 2011, 22:56
Messaggi: 385
Ah, ecco il punto!
Beh, almeno adesso ho capito e posso spiegarmi.
Quando dico "punto di arrivo", non intendo dire che sia la massima espressione della propria accettazione; forse lo è, forse no. Però, quando uso quest'espressione, in particolare quando ne parlo nelle scuole, è per sottolineare la pericolosità del CO incontrollato e l'assoluta necessità di arrivare al CO dopo essersi accettati, per il discorso del doppio rifiuto.
Mettiamola così, almeno siamo tutti d'accordo: il CO deve arrivere cronologicamente dopo la propria accettazione e non bisogna sperare che questa arrivi dall'esterno, grazie a CO positivi. Essere accettati ed accettarsi non coincidono, ma accettarsi può essere determinante per farsi accettare.


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 Oggetto del messaggio: Re: Una lettera al mio compagno ...
MessaggioInviato: lunedì 11 marzo 2013, 14:37 
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Iscritto il: sabato 23 aprile 2011, 1:00
Messaggi: 888
Cita:
Caro Alyosha, a volte perdo un po' il filo del discorso, se devo essere sincero

Cita:
Si anche a me capita spesso di essere d'accordo con me stesso, non tutte le volte, ma abbastanza spesso si e per quelle volte in cui mi contraddico ormai ho imparato a farmene una ragione.


Credo che sia il perno attorno a cui è ruotata tutta la questione:
la differenza chiaramente e marcata tra PUO' fare CO e DEVE fare CO.

Non voglio riaccendere la discussione, ma per citare l'esempio di machilosa a cui si ricollega il discorso di alyosha (con cui mi ritrovo pienamente d'accordo a dire il vero)..

Cita:
E' un giudizio di valore, certo, ma relativo. E' un po' come dire "martiri e patrioti sono ammirevoli"; nessuno pretende che tutti si comportino in tal modo; chi, in guerra, ha disertato, è più che comprensibile; chi si è esposto al rischio è ammirevole. La stessa cosa vale un po' per tutte le cause e tutte le manifestazioni. Chi si espone in prima linea è sempre ammirevole, perchè rischia a vantaggio di tutti.


nel momento in cui attribuiamo, appunto, questo giudizio di valore, stiamo inevitabilmente tralasciando il contesto. Per cui, sempre per rimanere in tema e nell'esempio... quel soldato può esser stato costretto, può aver capito quanta violenza è li, priva di senso, può aver capito che quella guerra è decisa da uomini potenti a suo scapito...

Arrivare a dire addirittura che il co, è punto d'arrivo, mi sembra un po' come negare, che chiunque abbia la libertà di decidere in piena autonomia come strutturare la sua vita.

Con questo tuttavia, voglio dire che sebbene i vantaggi di non dover nascondere nulla alle persone che ci stanno attorno, siano innegabili, le scelte della vita non possono essere messe in discussione, ne in nome di una teorica causa comune (che tra l'altro volendo esser sincero, non sento mia, se non quando si parla di uguaglianza universale (e non lgbt) ) ne in nome di un giudizio a piè pari.

Detto questo quindi, escluderei tutto quel discorso su repressi e non repressi, sul fatto che il co sia posto come qualcosa a cui tendere forzatamente e asserirei invece che casomai... è bene che la persona si formi un'idea sua, da rimettere chiaramente in discussione, su cosa preferisce o non preferisce fare.



_________________
Per prima cosa portarono via i comunisti, e io rimasi in silenzio perché non ero un comunista. Poi se la presero coi sindacalisti, e io che non ero un sindacalista non dissi nulla. Poi fu il turno degli ebrei, ma non ero ebreo.. E dei cattolici, ma non ero cattolico... Poi vennero da me, e a quel punto non c'era rimasto nessuno che potesse prendere le difese di qualcun altro.
Martin Niemoller


Marc090 -- Amministrazione di ProgettoGay
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 Oggetto del messaggio: Re: Una lettera al mio compagno ...
MessaggioInviato: lunedì 11 marzo 2013, 21:50 

Iscritto il: lunedì 5 novembre 2012, 22:05
Messaggi: 232
Sono sostanzialmente d'accordo con tutte le posizione espresse da Machilosa, Alyosha e Marc090. Non mi paiono inconciliabili.

Aggiungo solo che secondo me un giudizio di valore sulle scelte di vita è inevitabile. Da un punto di vista etico e morale, non tutte possono stare sullo stesso piano.
Ma è l'insieme delle scelte di una persona e non un singolo atto (l'aver fatto o meno il coming out) a dover essere semmai “valutato”.
Ad esempio, ci sono persone dichiaratissime, che pur avendo mezzi e fama non si sono mai particolarmente distinte e prodigate in favore degli omosessuali.
E altre che nel loro piccolo s'impegnano con generosità nell'associazionismo e nel volontariato.

Fermo restando che ognuno deve poter essere libero di vivere come vuole, da un punto di vista valorale l'impegno o il disimpegno verso una determinata causa non possono essere equivalenti.


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 Oggetto del messaggio: Re: Una lettera al mio compagno ...
MessaggioInviato: giovedì 4 aprile 2013, 17:21 

Iscritto il: martedì 16 giugno 2009, 20:56
Messaggi: 155
Solite lettere strappalacrime e vacue, come a dire: "io tengo il moroso e voi no".
Te l'ho fatto notare anche in chat. Non c'è la pars construens in quanto hai scritto. Righe monotone e senza senso, dacché potrebbero andar bene solo per un forum di love story. Hai avuto una botta di culo, ci vuole tanto a dirlo?..
Che strazio, figlio mio..
P.S. quando ero fidanzato mica sono messo a parlare di quello straccio vecchio di fidanzato che avevo, per rispetto di chi il fidanzato non ce l'ha ;)


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