Una lettera al mio compagno ...

La difficoltà di uscire allo scoperto
Rispondi
jack89
Messaggi: 81
Iscritto il: domenica 27 dicembre 2009, 21:25

Re: Una lettera al mio compagno ...

Messaggio da jack89 » domenica 3 marzo 2013, 23:58

Liberarsi dell'omofobia interiorizzata non significa per ciò stesso dichiararsi, ma molto di più liberarsi dell'idea che siccome si è gay, nella sostanza si è sfigati, perché si è monchi di qualcosa. Molta omofobia interiorizzata per esempio gira proprio qua dentro, in questo pessimismo di fondo. Siccome sono gay, allora non posso fare questo come fanno tutti gli etero e quell'altro come fanno tutti gli etero
Io ho spesso pensato di essermi liberato definitivamente dall'omofobia interiorizzata, ma poi mi sono ritrovato proprio a fare pensieri del tipo "se fossi dichiarato al mondo questo non lo potrei più fare, quello non non lo potrei più fare, ecc...".

Premettendo che comunque ho parlato del mio orientamento sessuale ai miei genitori ed ai miei amici (con reazioni tutto sommato positive), mi viene allora da chiedermi: non è che forse dovrei fortificarmi ed essere in grado di vivere senza nascondere il mio orientamento sessuale a nessuno (cosa che non equivale a dichiararsi con tutti, ma piuttosto significa evitare di nascondersi)? è forse questo il passo che mi manca per liberarmi davvero e del tutto dall'omofobia interiorizzata?

Una risposta non ce l'ho, né credo che esista una risposta oggettiva valida per tutti... però fatico a credere che una persona riesca a liberarsi definitivamente da tutti i fantasmi dell'omofobia interiorizzata (e a non limitarsi in quello che crede di poter fare e che effettivamente fa) se non arriva al punto di evitare tutti i sotterfugi che la mettono al riparo dal giudizio degli altri.

arrofus
Messaggi: 151
Iscritto il: mercoledì 29 settembre 2010, 1:06

Re: Una lettera al mio compagno ...

Messaggio da arrofus » lunedì 4 marzo 2013, 2:18

Per quanto possa interessarti, la mia risposta alle tue domande è "assolutamente sì".

Alyosha
Utenti Storici
Messaggi: 2405
Iscritto il: mercoledì 20 ottobre 2010, 0:41

Re: Una lettera al mio compagno ...

Messaggio da Alyosha » lunedì 4 marzo 2013, 3:22

Candido per possibilità di mimetizzarsi intendevo dire che un gay può materialmente farlo, sarebbe come se un nero potesse andare in giro vestito di bianco. Proprio perché può mimetizzarsi esiste il tema del c.o., del venir fuori. Questa è una peculiarità della sola minoranza gay. Dire di un nero che debba fare c.o. non avrebbe senso, perché di lui si vede che è nero.

jack89 io ricette universali non ne ho e non ne dispenso in giro, posso dirti la mia esperienza e che nella fase attualissima che vivo non sento affatto l'esigenza di continuare con i miei c.o.. C'è stato un periodo in cui quasi "imponevo" questa nuova immagine di me e sentivo proprio l'esigenza di farmi spazio. Adesso non più, sento che sto attraversando una fase diversa, più alla ricerca di me stesso in quanto io, che di me stesso in quanto gay. Non vivo più col chiodo fisso di essere gay e in qualche modo tutto dentro me si sta normalizzanso da questo punto di vista. Vedrò più in là quando cambieranno i contesti come mi muoverò. Non so spiegarlo meglio, ma è un problema che dentro me s'è fortemente ridimensionato. Per adesso sono impegnato a finire il corso di studi, trovarmi un lavoro, rendermi realmente indipendente dalla famiglia e farmi la mia vita. Sono genuinamente le mie preoccupazioni di adesso, più in là si vedrà come mi rapporterò a questa cosa.
Da considerare che quasi tutti gli amici con cui esco sanno di me, la mia famiglia, che quando capita vado in locali gay senza farmi problemi, pur non frequentandoli e tutto il resto. Non ci sono cose che mi impedisco di fare o meglio le cose che mi impedisco di fare non dipendono dal fatto che non l'abbia detto a tutti. Anche perché mi chiedo chi sono questi "tutti", dirlo al mondo?
Io non mi giudico più negativamente, non mi da più alcun fastidio se qualcheduno di me pensa che sia gay. Chi sa di me mi dice che sono un gay atipico (ovviamente hanno in mente le loro idee di gay), chi non sa di me magari invece mi prende subito per gay, la verità è che quello che pensano gli altri è un problema degli altri non mio. Anche preoccuparsi di farlo sapere a "tutti" per me resta un modo per preoccuparsi del giudizio degli altri. Non sto affatto dicendo che questa mia condizione è la migliore possibile, ma è la mia, la mia in questo preciso momento della mia vita e mi sta bene così. Più in là magari cambieranno le condizioni e cambierò nuovamente idea anch'io.

jack89
Messaggi: 81
Iscritto il: domenica 27 dicembre 2009, 21:25

Re: Una lettera al mio compagno ...

Messaggio da jack89 » lunedì 4 marzo 2013, 11:53

Alyosha, la descrizione della tua situazione corrisponde quasi perfettamente a quella che sto vivendo io adesso (compresi gli accenni alla situazione antecedente in cui l'omosessualita' e il coming out assumevano un rilievo molto maggiore)...ti ringrazio perche' fa sempre piacere sapere che qualcun altro sta vivendo più o meno la tua stessa situazione.
Probabilmente l'obiettivo che cerchero' di focalizzare adesso sara' quello di vivere senza che mi dia fastidio il fatto che qualcuno possa pensare che io sia gay.

In ogni caso, un punto che mi sta a cuore, andando oltre la risposta ad alyosha, e' sottolineare che non esistono (secondo me) scelte radicali che risolvono tutti i problemi: qualsiasi cambiamento veramente efficace avviene lentamente e impercettibilmente, come una sorta di adattamento continuo...le soluzioni radicali, i "salti nel buio" presentano quasi sempre un conto: dopo un po' di tempo infatti poi uno si trova a chiedersi "ma cosa credevo di ottenere? ma chi si era impossesato di me?"...insomma, secondo me e' bene rispettare la propria identita' e non forzarsi al punto di snaturarsi (forzarsi in certe circostanze va bene, ma pur sempre rispettando i propri valori e le proprie inclinazioni).

Avatar utente
marc090
Amministratore
Messaggi: 888
Iscritto il: sabato 23 aprile 2011, 1:00

Re: Una lettera al mio compagno ...

Messaggio da marc090 » martedì 5 marzo 2013, 16:13

Credo che il discorso tuttavia, sia un po' deviato...

Quello verso cui mi sono categoricamente posto contrario, è il concetto proposto da arrofus, per cui il represso è colui che i problemi se li crea e più o meno indirettamente (se lo ricolleghiamo al concetto di arrofus, ma anche solo al concetto di un c.o globale) danneggia gli altri con la sua paura, nonché se stesso.

Concordo su tutta la linea con le parole di alyosha... più precisamente concordo con le sue parole quando dice:
Liberarsi dell'omofobia interizzata non significa per ciò stesso dichiararsi, ma molto di più liberarsi dell'idea che siccome si è gay, nella sostanza si è sfigati, perché si è monchi di qualcosa.
A dire il vero miky93, volevo rispondere a te e credo tu abbia travisato le mie parole...
Quando arrivo a dire "Tu non puoi essere, ne tantomeno sei, la causa delle discriminazione altrui..." intendo a chiare linee che la paura trova, qui, una chiara e valida giustificazione.... Una causa, prima di tutto.

Se ci riflettiamo e per questo non concordo assolutamente con l'evidenza benefica di un esposizione al pubblico (un co totale), parliamo dell'assurdità di rimanere estranei, ad un contesto profondamente malsano.
Neghiamo... con questa assurda storia della repressione (asserendo appunto che la vittima è carnefice di se stessa, in quanto vittima) un quadro culturale in cui, come nei meccanismi sociali più basilari, il diverso è poco desiderato (perché mina le proprie sicurezze) in cui l'omosessualità è additata, per pregiudizio, come una deviazione profonda o meglio ancora... aberrazione della natura.

Trovo ingiusto, sulla base di questi concetti, che mi si venga a dire che se io mi sacrificassi (mi esponessi al pubblico), in nome di tutte le vittime di questa cultura profondamente erronea, per far si, che i carnefici, i quali non dovrebbero MAI essere legittimati ad esser carnefici, possano ricredersi, allora tutto sarebbe risolto.

Che mi si venga a dire che se io, come tanti altri, in nome della "normalità" che voglio difendere... (perchè per assurdo devo difendermi pure da questa "accusa") mi schierassi in una lotta all'ultimo sangue, per pormi come lume, di fronte a coloro che da ignoranti spargono il pregiudizio.... (legittimando quindi un'accusa già priva di fondamento) queste accuse non avrebbero ragione d'esistere.

La pretesa di un gesto del genere mi sembra talmente irrisoria, ambivalente e contraddittoria, che l'unica cosa che mi viene da dire in proposito, è che chi è causa di un problema, va considerato come tale. Lui...(colui che crea problemi) sarà responsabile delle sue azioni, in quanto causa. Io, in quanto possibile vittima, farò di tutto per auto-tutelarmi... che è poi il fondamento della società civile.

Nel mio caso, sebbene tanti sappiano di me, perché ho pensato che conoscere questo tratto di me gli avrebbe dato un quadro più completo di quel che sono... altri non sanno ne sapranno per mia scelta... In quanto sono il primo ad auto-tutelarmi da problemi che non ho voglia, ne tempo di vivere, che minerebbero le basi pratiche delle mie ambizioni, le basi dei miei studi e la mia vita nel suo complesso.

Per questo trovo pesante l'atteggiamento di arrofus nei confronti di chi non la pensa come lui, per questo, trovo sbagliato il tuo ragionamento miky93, a partire dalle fondamenta (e se vuoi, posso entrare nel merito visto che ti ringrazio per una risposta così dettagliata) e riguardo candido invece... lo inviterei a pensare appunto, alle parole di un sociologo contemporane, per cui "quello che la cultura chiama differenza, è il prodotto dei confini che tracciamo, non la loro causa, o movente" (fredrik barth anche se non è esattamente un sociologo).


p.s Ci tengo a precisare una cosa fondamentale... E' una cosa che ripeto sempre ma un concetto a cui tengo... Non esiste ne mi son mai sentito appartene a nessun "NOI". Il "noi gay" è secondo me una generalizzazione inaccettabile, di ragazzi che vengono inquadrati troppo facilmente su categorie che forzatamente, cercano di inquadrare una realtà che non esiste. (perchè gay non descrive nulla, se non altre persone)
Per prima cosa portarono via i comunisti, e io rimasi in silenzio perché non ero un comunista. Poi se la presero coi sindacalisti, e io che non ero un sindacalista non dissi nulla. Poi fu il turno degli ebrei, ma non ero ebreo.. E dei cattolici, ma non ero cattolico... Poi vennero da me, e a quel punto non c'era rimasto nessuno che potesse prendere le difese di qualcun altro.
Martin Niemoller


Marc090 -- Amministrazione di ProgettoGay

k-01

Re: Una lettera al mio compagno ...

Messaggio da k-01 » martedì 5 marzo 2013, 16:50

un conto è colpevolizzare qualcuno delle radici di un evento,
un altro è colpevolizzare qualcuno della sopravvivenza di un evento già in atto
Ma perché bisogna per forza addebitare delle colpe alle vittime? Ognuno reagisce e si difende da una violenza come meglio crede e può. Non si può biasimarlo solo perché la sua reazione appare debole o non all'altezza.
C'è poi una notevole differenza tra combattere contro un nemico in carne ed ossa - come potevano essere i nazisti - e un modo d'intendere o di pensare, contro il quale non servono armi o atti eroici, ma cultura.

Penso che il razzismo e l'intolleranza siano realtà strutturali nelle società come la nostra basate su una diseguale ripartizione delle risorse e quindi una forte competizione tra gli individui per procurarsele.
Ad esempio nella retorica xenofoba gli immigrati vengono accusati - tra le altre cose - di “rubare” il lavoro quindi di sottrarre parte dei mezzi per produrre sostentamento.
Forse anche l'omofobia si può leggere, almeno in parte, in questa chiave. Se ci pensiamo bene, riconoscere le unioni gay, significa poi applicare molte norme (reversibilità della pensione, sgravi fiscali, ecc) che comportano, anche se in minima parte, una diversa ripartizione delle risorse disponibili.

Riguardo a Vendola, l'ho citato per confutare la tesi - sostenuta con protervia - che la paura sia sempre sinonimo di omofobia interiorizzata.

barbara
Utenti Storici
Messaggi: 2864
Iscritto il: mercoledì 14 aprile 2010, 9:22

Re: Una lettera al mio compagno ...

Messaggio da barbara » mercoledì 6 marzo 2013, 10:03

Cercando di interpretare il pensiero di Micky , di Arrofus e di altri , mi viene da dire che non è necessario usare la parola "colpa" a proposito del mimetizzarsi o del sottovalutare una certa minaccia (come nel caso degli ebrei). Se proviamo a usare la parola "strategia" forse potremmo fare un passo avanti nel tentativo di capire le reciproche posizioni. Riformulando ciò che è stato detto potremmo dire che alcuni sostengono che mimetizzarsi sia una strategia poco efficace perchè ha degli effetti controproducenti sia a breve che a lungo termine, sia per sè che per la società e che fare coming out generalizzato aumenta il proprio benessere e aiuta l'accettazione sociale delle persone omosessuali.
Altri ritengono che mimetizzarsi in certe circostanze sia una buona strategia perchè permette alle persone di scegliere coloro di cui fidarsi e di raggiungere con meno ostacoli obiettivi importanti per la propria vita e ritengono anche che la visibilità non ha impedito le discriminazioni di altre categorie di persone.
Invece di trovare giusto o ingiusto avere una o l'altra posizione forse è più produttivo portare argomenti a supporto dell'una o dell'altra.

Avatar utente
candido
Messaggi: 241
Iscritto il: mercoledì 6 febbraio 2013, 17:10

Re: Una lettera al mio compagno ...

Messaggio da candido » mercoledì 6 marzo 2013, 13:21

Ricollegandomi al post di Barbara,parlo di "strategia"; la strategia del dichiararsi ha dei risvolti positivi sul singolo.
Ad esempio,studi scientifici vanno a sostegno di questo:
http://www.repubblica.it/salute/2013/01 ... -51511255/
Anche se l'ambiente sembra giocare un ruolo non indifferente:
http://www.medicitalia.it/giuseppesanto ... buona-cosa
Interessante anche questo estratto trovato in rete,sulla necessità di affermazione sociale:
"L’agire pubblico, nell’accadere erga omnes, incontra un’istanza di
affermazione oramai irrinunciabile: «Io esisto. E la mia esistenza è degna
del rispetto degli altri». Con efficacia, la Xodo chiarisce: “In pratica, noi
agiamo mossi non solo dallo sforzo di esistere, di realizzare noi stessi,
ma anche per apparire, essere riconosciuti dagli altri nella forma in cui
decidiamo di essere. È la conquista della conferma di sé anche presso gli
altri, il bisogno di legittimazione, lo sforzo ad auto-identificarsi,
l’aspirazione a conseguire accettazione e apprezzamento della propria
singolarità” da parte degli altri. “La pubblicità dell’azione, la sua
configurazione esterna, risponde, dunque, all’esigenza di essere, ma
anche di essere riconosciuti”. Ed essere riconosciuti equivale a sentirsi,
non solo identificati, ma anche approvati per quello che sentiamo e
vogliamo essere.
Per gli uomini e le donne omosessuali, l’essere pubblici significa
che essi sono coscienti di avere piena legittimità a fare riferimento alla
loro diversità sessuale e affettiva come a qualcosa di dotato di significato
positivo all’interno della società. Parafrasando la Arendt, diremmo che
la felicità delle persone gay e lesbiche dimora nel desiderio di essere
viste, considerate e rispettate da quanti le circondano; di esporsi, farsi
riconoscere e riconoscere a loro volta: insomma, nel desiderio di esserci. "

Un'ultima considerazione personale. Secondo me il non dichiararsi,poste le difficoltà dell'ambiente in cui si vive,rientra in un atteggiamento di individualismo ed egoismo. Difatti penso,se avessi una persona al mio fianco,e stessi bene,quanto poco mi interesserebbe degli altri omosessuali e di quello che vivono?E quanto della necessità di dichiararmi?
Contribuire,attraverso il togliere la maschera,a costruire una società più aperta,più istruita sul tema dell'omosessualità, probabilmente non mi cambierebbe la vita;ma la potrebbe cambiare a chi un giorno si scoprirà gay. Perchè volere che gli altri,in futuro,vivano quello che abbiamo vissuto noi?L'obiettivo finale non è far sì che essere gay non sia più un discorso di "accettazione"?

Avatar utente
marc090
Amministratore
Messaggi: 888
Iscritto il: sabato 23 aprile 2011, 1:00

Re: Una lettera al mio compagno ...

Messaggio da marc090 » mercoledì 6 marzo 2013, 14:13

Un'ultima considerazione personale. Secondo me il non dichiararsi,poste le difficoltà dell'ambiente in cui si vive,rientra in un atteggiamento di individualismo ed egoismo. Difatti penso,se avessi una persona al mio fianco,e stessi bene,quanto poco mi interesserebbe degli altri omosessuali e di quello che vivono?E quanto della necessità di dichiararmi?
Contribuire,attraverso il togliere la maschera,a costruire una società più aperta,più istruita sul tema dell'omosessualità, probabilmente non mi cambierebbe la vita;ma la potrebbe cambiare a chi un giorno si scoprirà gay. Perchè volere che gli altri,in futuro,vivano quello che abbiamo vissuto noi?L'obiettivo finale non è far sì che essere gay non sia più un discorso di "accettazione"?
E' esattamente quello contro cui mi scaglio. Cambiare la società, non significa etichettare la mia vita (chiaramente dico mia come quella di chiunque altro).

Un conto, è una discussione aperta e un dialogo con le persone che ci sono vicine, un minimo di attivismo magari (per avere un pubblico maggiore); un conto... è legittimare, prima, una situazione che non dovrebbe esistere (ossia qualcuno si arroga il diritto di definirmi "diverso", con tutti i risvolti di questa semplice affermazione), poi... e qua secondo me arriviamo alla contraddizione.. dopo aver legittimato, ossia dopo aver accolto queste critiche, seppur già prive di fondamento (cercando di ribaltarle), andare, in nome di queste critiche e di queste accuse... ad espormi al (pre)giudizio altrui.

Riconoscendo allora una chiara e determinata individualità per ognuno di noi... Perché, il giudizio altrui, dovrebbe essere allora fonte di una mia autoaffermazione? Gli altri esistono e hanno un ruolo ben preciso, sono imprescindibili dalla formazione della nostra identità e hanno un valore ACCRESCITIVO importantissimo... Ma appunto, accrescitivo... Un conto è quando fanno parte della nostra vita come fonte d'emozioni umane (che possono essere negative, positive ma hanno un valore irrinunciabile), un conto è quando loro, sono la prima causa di un problema che creano, che non dovrebbe esistere e di cui mi rendono vittima.

Tutto questo allora, porta ad una chiara limitazione della mia libertà di vivere di cui (e oltre al danno la beffa) vengo pure reso, invertendo il ragionamento, come chiaro responsabile.

Personalmente invece, credo che ognuno debba limitarsi a vivere il suo contesto, inquadrando chi ha di fronte e sforzandosi di non generalizzare mondi e persone in un unico quadro semplicistico. In questo modo, ci renderemo chiaramente contro che qualche persona attorno a noi gradisce quello che siamo in tutta la sua presenza, qualcun'altro non ci sopporterà... e via dicendo...

p.s Barbara, non vorrei che siccome mi son scagliato ad alta voce diciamo, contro il problema, pensassi che l'avessi presa come chissà quale battaglia personale. Lo dico per tutti e ci tengo a precisarlo, sono solo posizioni in cui credo fermamente, null'altro.
Per prima cosa portarono via i comunisti, e io rimasi in silenzio perché non ero un comunista. Poi se la presero coi sindacalisti, e io che non ero un sindacalista non dissi nulla. Poi fu il turno degli ebrei, ma non ero ebreo.. E dei cattolici, ma non ero cattolico... Poi vennero da me, e a quel punto non c'era rimasto nessuno che potesse prendere le difese di qualcun altro.
Martin Niemoller


Marc090 -- Amministrazione di ProgettoGay

Avatar utente
candido
Messaggi: 241
Iscritto il: mercoledì 6 febbraio 2013, 17:10

Re: Una lettera al mio compagno ...

Messaggio da candido » mercoledì 6 marzo 2013, 16:52

marc090 ha scritto: Cambiare la società, non significa etichettare la mia vita
Io mi etichetto:sono "gay". Ma perchè dovrei rifiutare questa etichetta, intesa come "uomo a cui piacciono altri uomini"?Non etichetto la mia vita,etichetto la mia sfera affettivo-sessuale. Non sono solo gay,sono anche gay. E se a un giovane che si sta scoprendo omosessuale sapere che sono gay,vedermi mano nella mano con un altro ragazzo aiuta e gli permette di non vedersi più come un mostro,solo e "contro corrente", ben venga tutto questo.
Che poi,se non ti etichetti come gay,autenticamente la società te ne dà un'altra di etichetta,cioè "etero".Però questa l'accettiamo.Allora,nessuna etichetta va bene,o forse non va bene solo l'etichetta gay perchè scomoda?
marc090 ha scritto:Un conto, è una discussione aperta e un dialogo con le persone che ci sono vicine, un minimo di attivismo magari (per avere un pubblico maggiore); un conto... è legittimare, prima, una situazione che non dovrebbe esistere (ossia qualcuno si arroga il diritto di definirmi "diverso", con tutti i risvolti di questa semplice affermazione), poi... e qua secondo me arriviamo alla contraddizione.. dopo aver legittimato, ossia dopo aver accolto queste critiche, seppur già prive di fondamento (cercando di ribaltarle), andare, in nome di queste critiche e di queste accuse... ad espormi al (pre)giudizio altrui.
Beh, per dichiararsi non intendo pubblicare un'ANSA e organizzare una conferenza stampa;gli etero non ti dicono che sono etero, ma si fanno vedere assieme a delle donne,parlano della loro affettività,esprimono l'interesse per una donna,ne parlano serenamente. Lo stesso dovrebbe poter fare chi è gay. Basterebbe già questo,al di là dell'attivismo. Anche perchè l'educazione di un ragazzo alla scoperta e comprensione della propria sessualità e di quella degli altri non è compito mio,ma della scuola,delle istituzioni e soprattutto della famiglia. Io l'unica cosa che posso fare per lui è non nascondermi e in questo modo fargli capire: "Ci sono anch'io. Non sei solo,non sei diverso o contro natura. Siamo tanti,facciamo vite normalissime e l'unica cosa differente rispetto a un uomo etero è che a lui piacciono le donne,a noi gli uomini. Non c'è bisogno di nasconderti,non hai fatto nulla di male.Coraggio"
Se poi questo vuol dire esporsi e addirittura dici legittimare il pregiudizio degli altri,mi sa che il problema è il loro. Che non dire di essere gay o non farsi vedere con un ragazzo non vuol dire eliminare il pregiudizio,anzi; quello in alcune persone c'è e rimane,e proprio perchè non ha termini di confronto si rafforza e continua a nutrirsi di falsità.
Certo,non giudica te direttamente ma giudicherà chi è come te,quella che è la tua condizione. Come un amico che fa una battutina sui gay. Non la fa a me,non sa che lo sono,quindi non sta giudicando me. Ma allora perchè mi fa male,perchè mi infastidisce nonostante non sia riferita a me? Anche se ci tiriamo indietro,ci mimetizziamo,il pregiudizio arriva lo stesso. Non è ben mirato,non è esplicitamente diretto a noi ma è forse ancor più pericoloso.E ci troviamo esposti ad esso anche senza aver fatto coming out.
marc090 ha scritto:Riconoscendo allora una chiara e determinata individualità per ognuno di noi... Perché, il giudizio altrui, dovrebbe essere allora fonte di una mia autoaffermazione?
"Il processo di formazione dell'identità si può distinguere in quattro componenti: di identificazione, di individuazione, di imitazione e di interiorizzazione. Con la prima il soggetto si rifà alle figure rispetto alle quali si sente uguale e con le quali condivide alcuni caratteri; produce il senso di appartenenza a un'entità collettiva definita come "noi" (famiglia, patria, gruppo di pari, comunità locale, nazione fino ad arrivare al limite all'intera umanità). Con la componente di individuazione il soggetto fa riferimento alle caratteristiche che lo distinguono dagli altri, sia dagli altri gruppi a cui non appartiene (e, in questo senso, ogni identificazione/inclusione implica un'individuazione/esclusione), sia dagli altri membri del gruppo rispetto ai quali il soggetto si distingue per le proprie caratteristiche fisiche e morali e per una propria storia individuale (biografia) che è sua e di nessun altro. Attraverso l'imitazione, che è intesa come attività di riproduzione conscia e inconscia di modelli comportamentali, l'individuo si muove in maniera differente all'interno della società a seconda del contesto sociale in cui si trova. Infine, l'interiorizzazione permette al soggetto di creare un'immagine ben precisa di sè grazie all'importanza che hanno i giudizi, gli atteggiamenti, i valori e i comportamenti degli altri sui noi stessi."

Quindi in conclusione c'è un pregiudizio,irrazionale,insensato,che limita la mia libertà,che influenza negativamente la mia identità. E la soluzione è che il discriminato si adegui a questo,cioè a un'ingiustizia priva di fondamento.Non serve combatterla,perchè si legittima ancora di più e si diventa esposti al giudizio degli altri. E visto che diamo fastidio se baciamo una persona,meglio che queste cose le facciamo a casa,o in un vicoletto.
E guai a svelare di essere gay,meglio vivere pubblicamente da etero,così nessuno ci dà grane.
E chi non riesce o non può farlo?chi ha atteggiamenti che lo fanno pensare? loro che fine fanno?Ah,già questi sono uomini che fanno le donne, se lo meritano. Anzi,meglio farli fuori che screditano pure noi omosessuali perbene.
Bah,non so,qualcuno lo penserà davvero...ma che tristezza però...


Edit: mi scuso se il tono è apparso acceso e,nell'ultima parte, un po' polemico. Non è ovviamente mia intenzione attaccare qualcuno,nè tantomeno offenderlo. Il mio desiderio è quello di un sano confronto e scambio di opinioni. E il mio rispetto e la stima nei confronti degli altri utenti,Marc090 in primis, non è minimamente in discussione. :)

Rispondi