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 Oggetto del messaggio: MACHIAVELLI E LOMOSESSUALITA’
MessaggioInviato: lunedì 7 luglio 2014, 23:12 
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Iscritto il: sabato 9 maggio 2009, 22:05
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Indagare sulla sessualità di grandi personaggi del passato non è sempre facile, per alcuni la documentazione derivante dalla corrispondenza privata è assai ridotta ma esplicita, come nel caso di Torquato Tasso, per altri, che pur hanno lasciato una mole notevolissima di corrispondenza privata, la documentazione è talvolta realmente criptata e di difficile interpretazione, come nel caso di Niccolò Machiavelli.

Leggendo la corrispondenza privata tra Machiavelli e Francesco Vettori, ambasciatore della Repubblica fiorentina presso la corte pontificia, qualche volta si resta spesso perplessi, perché si giunge alla fine della lettura di una lettera con la netta impressione di non aver compreso esattamente il senso che si cela dietro le parole.

Machiavelli era un personaggio di notevole rilievo politico e le lettere da lui inviate, anche quelle private, erano soggette a una qualche forma di criptazione che le rendeva ostiche da interpretare per chiunque non possedesse le giuste chiavi di lettura. I discorsi contenuti in particolare nella corrispondenza privata col Vettori, talora apparentemente vaghi e incomprensibili, sono in realtà pieni di sottintesi e di metafore che è possibile decifrare correttamente solo se ci si è molto familiarizzati con quella forma di corrispondenza.

Tanto premesso entriamo in argomento.

Machiavelli nacque a Firenze il 3 Maggio 1469.

Il 23 Maggio del 1498, quando Machiavelli aveva appena compiuto 29 anni, fra Girolamo Savonarola fu impiccato e bruciato in piazza della Signoria. Tra metà di Giugno e metà di Luglio Machiavelli fu eletto segretario della Seconda Cancelleria e divenne anche segretario del Consiglio del Dieci che si occupava della politica di espansione territoriale di Firenze e degli affari della guerra. Nel 1501, a 32 anni, un età decisamente matura per l’epoca, Machiavelli sposò Marietta Corsini, dalla quale ebbe 7 figli. Si potrebbe sostenere che non v’è prova più convincente della eterosessualità esclusiva di Niccolò, tuttavia, molti anni dopo, Francesco Vettori, scrivendo ad un Machiavelli quasi 54enne, il 17 Aprile 1523, dirà: “noi qualche volta accusiamo la stessa natura come matrigna, quando invece dovremmo accusare i nostri genitori e noi stessi: tu, se ti fossi conosciuto veramente a fondo non avresti mai preso moglie; e mio padre, se avesse conosciuto i miei desideri e le mie abitudini non mi avrebbe mai congiunto ad una moglie, come uno che la natura aveva generato per il gioco e per il divertimento, non desideroso di fare soldi e minimamente preoccupato del proprio patrimonio. Ma una moglie mi avrebbe costretto a cambiare, cosa che però non può realizzarsi felicemente per nessuno”[1]

Il discorso del Vettori sembra alludere più alle avventure eterosessuali, sia di Machiavelli che del Vettori, entrambi molto liberi nei comportamenti sessuali, piuttosto che alla omosessualità, ma, come avremo modo di vedere, Machiavelli certamente non disdegnò anche avventure omosessuali e probabilmente un discorso analogo si potrebbe fare anche per il Vettori.

Che Machiavelli non solo fosse eterosessuale ma che andasse a cercare sesso per foia anche con prostitute di bassissimo livello è testimoniato da una sua lettera dell’8 dicembre 1509, quando Machiavelli aveva 40 anni, a Luigi Giucciardini (fratello dello storico Francesco Guicciardini). Machiavelli racconta infatti al Guicciardini di essere andato per smania incontenibile di sesso (affogaggine) con una donna bruttissima, un autentico mostro, per il solo fatto che c’era appena un filo di luce che non permetteva di vederla chiaramente, poi, però, preso un tizzone dal fuoco e acceso il lume, vide quanto fosse brutta e ne provò un fortissimo senso di rigetto.[2]

Il il 27 maggio 1510, un anonimo delatore infilò in una buca delle denunce anonime questa denuncia: “Notifichasi a voi, signori Otto, chome Nicholò di messer Bernardo Machiavelli fotte la Lucretia vochata la Riccia nel culo”. Machiavelli era quindi accusato di sodomia con una prostituta di nome Lucrezia chiamata la Riccia. L’accusa parla di sodomia ma con una donna, la vox populi che tenta di screditare Machiavelli, un uomo politicamente importante, sposato e con parecchi figli, non contiene quindi nessun riferimento alla omosessualità, che sarebbe stato, d’altra parte, poco credibile.

Le fortune politiche di Machiavelli sono legate alla Repubblica fiorentina e alle concezioni filo-popolari di Pier Soderini, gonfaloniere perpetuo. Il 16 Settembre 1512, dopo la fuga di Soderini, i Medici riprendono il controllo di Firenze e le sorti di Machiavelli precipitano. Il 7 novembre è deposto dai suoi incarichi, il 10 condannato ad un anno di confino entro il territorio fiorentino. Sospettato di avere favorito la congiura di Agostino Capponi e Pietropaolo Boscoli per riportare la Repubblica, il 12 febbraio del 1513, è arrestato e posto al supplizio della fune.

Machiavelli cerca rapidamente di mobilitare i suoi amici potenti e ottiene dei risultati. Mentre Capponi e Boscoli sono messi a morte, Machiavelli è condannato a pagare una cauzione ingente, che non è in grado di pagare, ma esce comunque di prigione in tempi brevi perché l’11 Marzo 1513, Giovanni de’Medici, figlio di Lorenzo il Magnifico, già nominato cardinale all’età di 13 anni, diviene Papa Leone X. All’elezione di Leone X segue a Firenze l’amnistia generale e Machiavelli, uscito di prigione, prende la prudente decisione di sparire da Firenze e di ritirarsi nel podere dell’Albergaccio, in Sant’Andrea in Percussina. Machavelli aveva allora 44 anni.

Il 19 Dicembre 1513, Machiavelli scrive a Vettori una lettera, criptica nella prima parte ma assai interessante nella seconda, dal nostro punto di vista. Limitiamoci all’analisi della seconda parte, che suggerisce anche una ragione per la cripticità della prima.

Machiavelli ricorda che Vettori aveva scritto quattro versi a proposito di un certo Riccio, un ragazzo disponibile a contatti omosessuali, indicando anche i nomi di quelli che erano messi in berta per essere andati col Riccio. Machiavelli recitò quei versi a mente a Giovanni Machiavelli accusandolo quindi di attività omosessuali. Giovanni Machiavelli se la prese a male e cercò di insistere dicendo “che non sa dove voi avete trovato che tocchi”. Vettori non aveva assolutamente accusato Giovanni Machiavelli di omosessualità ma era stato Niccolò che cambiando i nomi aveva dato l’impressione che invece lo avesse fatto. Giovanni Machiavelli vuole dare e chiedere spiegazioni e Niccolò se la ride per la beffa che ha ingegnato. Va notato che il verbo “toccare” significa compiere atti omosessuali. Questa parola è fondamentale perché, come vedremo, serve a interpretare correttamente un discorso che Machiavelli fa a proposito di se stesso.[3]

Nella stessa lettera Machiavelli accenna ad un frate francescano che fa politica predicando e scaglia dal pulpito parole di fuoco. Machiavelli scrive, non senza pungente ironia: “Queste cose mi sbigottirono ieri in modo, che io aveva andare questa mattina a starmi con la Riccia, e non vi andai; ma io non so già, se io avessi auto a starmi con il Riccio, se io avessi guardato a quello. La predica io non la udi', perché io non uso simili pratiche, ma la ho sentita recitare così da tutto Firenze.[4]

Il 5 Gennaio 1514 Machiavelli scrive una interessantissima lettera al Vettori.[5] Esordisce osservando che gli uomini sono ciechi nelle cose in cui peccano quanto sono acerrimi persecutori dei vizi che non hanno.

Così, dunque, Machiavelli scrive al Vettori che gli aveva dimostrato di essere preoccupato del fatto che l’aver ospitato in casa sua ser Sano, un noto omosessuale, potesse screditarlo attraverso le chiacchiere di Filippo Casavecchia, e gli spiega che Filippo Casavecchia, anche lui noto omosessuale ed amico di Machiavelli, non avrebbe mai criticato Vettori neppure se ser Sano fosse rimasto a casa sua da un giubileo all’altro, e anzi si sarebbe congratulato col Vettori per la scelta. E il Brancaccio poi, un altro noto omosessuale amico di Machiavelli, non avrebbe osato fare commenti neppure se il Vettori si fosse portato a casa tutto il bordello di Valencia, anzi lo avrebbe considerato un grand’uomo più per questo che se lo avesse visto parlare meglio di Demostene davanti al Papa.

Filippo Casavecchia avrebbe considerato sconveniente che Vettori si portasse in casa ragazzi facili, ma non uno come ser Sano che era prudente e Brancaccio non avrebbe gradito vedere Vettori in compagnia d puttane da quattro soldi. Se però Vettori avesse dato seguito ai loro consigli, allontanando ser Sano e le donne facili, Casavecchia si sarebbe chiesto ben presto dove fosse finito ser Sano e avrebbe fatto di tutto per farlo ritornare. Machiavelli aggiunge, per rendere le cose ancora più chiare, un discorso che suona più o meno così: se io fossi capitato in casa di Vettori quando questi avesse cacciato via ser Sano e le donne facili da casa sua, “io che corro appresso sia ai ragazzi che alle ragazze [6] avrei detto “Caro ambasciatore, vi ammalerete perché non sembra che vi pigliate nessuno spasso, qui non ci sono ragazzi e non ci sono donne, che casa di cazzo è questa?”

Il 25 Febbraio 1514, Machiavelli scrive al Vettori una lettera [7] molto interessante, ne riporto il testo integrale in nota e ne trascrivo qui alcune parti, semplificando le descrizioni dei luoghi, dettagliatissime nel testo, e cercando ci rendere il senso in un linguaggio più comprensibile a prima lettura. “Ho ricevuto la vostra lettera dell’altra settimana e ho aspettato fino adesso a rispondervi perché volevo avere notizie più chiare circa un fatto che vi racconterò qui di seguito e dopo potrò rispondere convenientemente alla vostra lettera. È accaduta una cosa gentile o, per chiamarla col suo vero nome una metamorfosi ridicola, che sarebbe degna di essere annotata nei libri degli antichi. E dato che io non voglio che nessuno possa lamentarsi di me, ve la racconterò nascosta sotto forme allegoriche”

Machiavelli, in premessa, cerca quindi di solleticare la curiosità del Vettori e si appresta a raccontare il fatto alla maniera delle novelle di Boccaccio.

Giuliano Brancacci, desideroso, per così dire, di andare alla macchia [che significa andare in cerca di contatti omosessuali], una sera di qualche giorno fa, dopo l’Ave Maria, vedendo che il tempo era coperto e ventoso e che cominciava a piovigginare (cose tutte che si può ben credere che ogni uccello aspetti), tornato a casa, si mise un paio di scarpe grosse [come quelle che si usano per andare a caccia], si cinse alla vita il carniere, prese con sé una lanterna e gli strumenti per dare la caccia agli uccelli, e se ne andò per un bel po’ serpeggiando tra i vicoli e i vicoletti che portano al centro della città, e non trovando uccelli ad aspettarlo, se ne andò dalle parti dell’orafo che voi conoscete, fece un altro po’ di strada e, cercando con molta attenzione nei luoghi dove gli uccelli sono soliti rintanarsi, trovò un bel tordo giovane e lo catturò usando dei suoi attrezzi per uccellare e lo portò nel fondo del burrone, sotto la grotta dove alloggiava il Panzano.

Si intrattenne quindi col giovane tordo e, trovando che aveva la “vena” larga, dopo avergliela baciata più volte, gli riacconciò due penne della coda e lo mise nel carniere di dietro.”

Fin qui la metafora, poi Machiavelli continua più o meno così [anche qui rendo il testo in modo più comprensibile]:

“Dato che non posso allungare troppo il discorso, procederò in chiaro e andò oltre le metafore. Il Brancaccio, che aveva scovato il tordo volle capire chi fosse e glielo chiese e il ragazzo gli rispose essere Michele nipote di Consiglio Costi. Quindi il Brancaccio gli disse: - Tu sei figlio di un uomo dabbene e se ci saprai fare, tu hai trovato la tua strada - Quindi il Brancaccio [sentendo che correva il rischio di essere immischiato in affari pericolosi] disse al ragazzo [mentendo] di essere Filippo da Casavecchia [8] e gli disse anche dove aveva bottega [il Casavecchia, ovviamente]. Dato che io adesso non ho denaro con me, vieni o manda qualcuno direttamente a bottega domani mattina e io ti pagherò.

Venuta la mattina il ragazzo, che era più lascivo che stupido, mandò un altro da Filippo Casavecchia con un foglietto, in cui gli si chiedeva il pagamento del suo debito e gli si ricordava quello che aveva promesso. Filippo lesse il biglietto e fece la faccia triste e rispose: Chi è costui e che vuole da me? Io non ho niente a che fare con lui, digli che venga da me. Il ragazzo che aveva portato il biglietto tornò da Michele, che lo aveva mandato e gli raccontò della risposta di Filippo Casavecchia. Il ragazzetto non si impaurì neppure un po’ e se ne andò dal Casavecchia, gli rinfacciò i benefici da lui goduti e concluse che se lui pensava di poterlo ingannare a quel modo e egli non avrebbe avuto nessun problema a biasimarlo pubblicamente.

Al che Filippo si vide messo alla strette, fece entrare il ragazzo in bottega e gli disse: - Michele, tu sei stato imbrogliato, [ma non da me!] io sono un uomo molto morigerato e non vado appresso a cose così squallide, perciò devi pensare piuttosto a ritrovare chi ti ha ingannato, in modo che chi ha ricevuto piacere da te ti paghi il dovuto, piuttosto che ad insultarmi in questo modo senza che tu ne ottenga nessun vantaggio. Adesso tornatene a casa e vieni domani da me e ti dirò quello che avrò escogitato. –

Il ragazzo se ne andò tutto confuso e accettò l’idea di ritornare l’indomani dal Casavecchia. Il quale Casavecchia, rimasto solo, era molto preoccupato del fatto e non gli sembrava di poterne uscire facilmente e si sentiva agitato come il mare davanti a Pisa quando tira forte il Libeccio. Diceva tra sé: - Se mi sto buono e zitto e tengo buono Michele con un fiorino, io finisco per essere ricattato da lui, mi riconosco suo debitore, confesso il peccato e da innocente che sono divento colpevole, ma se io nego senza trovare il vero colpevole io potrei essere messo a confronto col ragazzo, dovrei giustificarmi con lui e pure con gli altri e il torto sarebbe tutto dalla parte mia. Se mi metto a cercare di capire come sono andare veramente le cose, però, dovrei comunque incolpare qualcuno, potrei non riuscire ad attribuire la colpa a nessuno, mi farei dei nemici e con tutto questo non ne uscirei comunque pulito –

Mentre egli era così angosciato, scelse l’ultima ipotesi come meno sgradevole e fu tanto fortunato che la prima idea che gli venne in mente la indirizzò al bersaglio giusto! E pensò che fosse stato il Brancaccio a fargli quel brutto tiro, perché il Brancaccio era uno che andava a caccia di ragazzi (macchiauolo, si dava alla macchia, nel doppio senso del termine) e altre volte lo aveva ingannato.

Se ne andò quindi a trovare Alberto Lotti, gli raccontò il fatto, gli disse quello che aveva in mente e gli chiese di parlare riservatamente con Michele, che era suo parente, per vedere se si potevano avere altri riscontri. Il Lotti, che era uno pratico di quelle cose e se ne intendeva, pensò subito che Casavecchia ci avesse visto giusto e gli promise che avrebbe fatto il possibile, mandò quindi a chiamare Michele e raggiratolo per un bel pezzo, arrivò a questa conclusione. Disse al ragazzo: Se tu sentissi parlare quello che si è spacciato per Filippo Casavecchia, avresti tu il coraggio di riconoscerlo dalla voce? – Il ragazzo gli rispose di sì e Lotti lo portò con sé a sant’Ilario dove sapeva che il Brancaccio spesso si intratteneva e accortamente, veduto il Brancaccio che si sedeva in mezzo a tanta gente a raccontare storie, fece avvicinare il ragazzo alle spalle di Brancaccio in modo che lo sentisse parlare, poi gli si presentarono davanti e Brancaccio vedendoli, cambiò rapidamente atteggiamento e si allontanò e la cosa fu ben chiara a tutti. Filippo Casavecchia ne uscì completamente pulito e il Brancaccio fu coperto di insulti. E a Firenze in quest’ultimo carnevale non s’è parlato d’altro, se non : - Sei tu il Brancaccio o il Casa{vecchia}? – E questa storia fu notissima a chiunque. Io penso che ne abbiate avuto già notizia ma ho voluto raccontarvelo lo stesso nel dettaglio, perché mi sembrava mio dovere.

Quanto a voi posso dirvi soltanto di seguire l’amore a briglie sciolte perché quel piacere che potete prendervi oggi non potrete prenderlo domani, e le se le cose stanno come me le avete descritte, io Vi invidio più del re d’Inghilterra! Vi prego di seguire la vostra stessa inclinazione e non fatevene scappare nulla per alcuna ragione, perché io credo, credetti e crederò sempre che sia vero quello che dice Boccaccio: che è meglio cioè fare e pentirsi, che non fare e pentirsi!”

Fin qui, come s’è potuto vedere, Machiavelli fa della omosessualità un tema per storielle piccanti alla maniera di Boccaccio, accenna anche al suo “toccare” cioè al fatto che non disdegna anche attività omosessuali, ma manca del tutto la dimensione affettiva dell’omosessualità. Machiavelli ha ormai 45 anni, ha moglie e sette figli ormai grandi e si comporta ancora come un giovanotto che va in allegra brigata a caccia di avventure.

Tuttavia una lettera al Vettori del 3 Agosto 1514 [9] dimostra che Machiavelli provò anche il lato affettivo della omosessualità. Si congratula con Vettori per le sue avventure amorose romane e gli dice di aver trovato corrispondenza “in una creatura tanto gentile, tanto delicata, tanto nobile, et per natura et per accidente, che io non potrei né tanto laudarla, né tanto amarla, che la non meritasse più.” e aggiunge: “Et non crediate che Amore a pigliarmi habbia usato modi ordinarii, perché, conoscendo non li sarebbono bastati, tenne vie extraordinarie, dalle quali io non seppi, et non volsi guardarmi. Bastivi che, già vicino a cinquanta anni né questi soli mi offendono, né le vie aspre mi straccano, né le obscurità delle notti mi sbigottiscano. Ogni cosa mi pare piano, et a ogni appetito, etiam diverso et contrario a quello che doverrebbe essere il mio, mi accomodo. Et benché mi paia essere entrato in gran travaglio, tamen io ci sento dentro tanta dolcezza, sì per quello che quello aspetto raro et suave mi arreca, sì eziam per havere posto da parte la memoria di tutti e mia affanni, che per cosa del mondo, possendomi liberare, non vorrei.”

Non sappiamo chi sia la “creatura” tanto gentile, tanto delicata, tanto nobile, ma certo è la prima volta che Machiavelli non usa i toni della satira boccaccesca ma quelli dell’amore.

Se ancora fosse rimasto qualche dubbio che si tratta di un amore omosessuale, sarà fugato facilmente da una lettera di Vettori a Machiavelli del 16 gennaio 1515 [10]

Vettori così si rivolge a Machiavelli:
“Caro compare. Io non ho lettere da nessuno che io legha più volentieri, che le vostre, e vorrei potere scrivere molte choxe, le quale conosco non potersi commettere alle lettere. E' sono più mesi che io intexi benissimo in che modo amavi, e fui per dirvi: «Ah, Coridon, Coridon, quae te dementia cepit?». Poi, pensando intra me medesimo che questo mondo non è altro che amore, o, per dir più chiaro, foia, mi ritenni; e sono ito considerando quanto li huomini in questo chaxo son dischosto chol chuore a quello dicono cholla bocha”

La citazione latina è tratta dalla seconda Ecloga di Virgilio (Bucoliche II, 69). “Ahi, Corydon Corydon, Che follia ti prese?” La Follia di Corydon era l’amore per il bell’Alessi. Corydon era già ai tempi di Virgilio uno dei miti più noti legati alla omosessualità e certo Vettori ne era ben cosciente quando citò Corydon e la seconda Bucolica in rapporto a Machiavelli. Corydon assunse un tale valore simbolico che André Gide (personaggio al quale dedicherò presto un articolo) intitolò proprio Corydon un dialogo pubblicato nel 1924 che contiene un primo tentativo di demolire il perbenismo che condannava l’omosessualità. Gide scrive nel Corydon: “L'importante è comprendere che, là dove voi dite contro natura, basterebbe dire: contro costume”. Dopo la pubblicazione del Corydon di Gide, Paul Claudel, intellettuale cattolico, tolse il saluto a Gide. L’omofobia cattolica attuale ha radici lontane.

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[1] [nos aliquando naturam ipsam tamquam novercam incusamus, cum potius parentes aut nos ipsos incusare debemus: tu, si te ipsum bene novisses, numquam uxorem duxisses; pater meus, si ingenium, si mores meos scisset, me numquam uxori alligasset, quippe quem ad ludos, ad iocos natura genuerat, lucris non inhiantem, rei familiari minime intentum. Sed uxor filie me mutare coegerit, quod nemimi feliciter succedere potest. – http://www.classicitaliani.it/machiav/mac64_let_07.htm Edizione di riferimento: Niccolò Machiavelli, Tutte le opere a cura di Mario Martelli, Sansoni Editore, Firenze 1971].
[2] Niccolò Machiavelli a Luigi Guicciardini
Verona, 8 dicembre 1509
Spectabili viro Luigi Guicciardini in Mantova tanquam fratri carissimo.
Affogaggine, Luigi; et guarda quanto la Fortuna in una medesima faccienda dà ad li huomini diversi fini. Voi, fottuto che voi havesti colei, vi è venuta voglia di rifotterla et ne volete un’altra presa; ma io, stato fui qua parechi dì, accecando per carestia di matrimonio, trovai una vechia che m’imbucatava le camicie, che sta in una casa che è più di meza sotterra, né vi si vede lume se non per l’uscio. Et, passando io un dì di quivi, la mi riconobbe et, fattomi una gran festa, mi disse che io fussi contento andare un poco in casa, che mi voleva mostrare certe camicie belle, se io le volevo comperare. Onde io, nuovo cazo, me lo credetti, et, giunto là, vidi al barlume una donna con uno sciugatoio tra in sul capo et in sul viso, che faceva el vergognoso, et stava rimessa in uno canto. Questa vechia ribalda mi prese per mano et, menatomi ad colei, dixe: Questa è la camicia che io vi voglio vendere, ma voglio la proviate prima et poi la pagherete.
Io, come peritoso che io sono, mi sbigotti’ tucto; pure, rimasto solo con colei et al buio (perché la vechia si uscì sùbito di casa et serrò l’uscio), per abbreviare, la fotte’ un colpo; et benché io le trovassi le coscie vize et la fica umida et che le putissi un poco el fiato, nondimeno, tanta era la disperata foia che io havevo, che la n’andò. Et facto che io l’hebbi, venendomi pure voglia di vedere questa mercatantia, tolsi un tizone di fuoco d’un focolare che v’era et accesi una lucerna che vi era sopra; né prima el lume fu apreso, che ’l lume fu per cascarmi di mano. Omè! fu’ per cadere in terra morto, tanta era bructa quella femina. E’ se le vedeva prima un ciuffo di capelli fra bianchi et neri, cioè canuticci, et benché l’avessi el cocuzolo del capo calvo, per la cui calvitie ad lo scoperto si vedeva passeggiare qualche pidochio, nondimeno e pochi capelli et rari le aggiugnevono con le barbe loro infino in su le ciglia; et nel mezo della testa piccola et grinzosa haveva una margine di fuoco, che la pareva bollata ad la colonna di Mercato; in ogni puncta delle ciglia di verso li ochi haveva un mazetto di peli pieni di lendini; li ochi haveva uno basso et uno alto, et uno era maggiore che l’altro, piene le lagrimatoie di cispa et e nipitelli dipillicciati; il naso li era conficto sotto la testa arricciato in su, et l’una delle nari tagliata, piene di mocci; la bocca somigliava quella di Lorenzo de’ Medici, ma era torta da uno lato et da quello n’usciva un poco di bava, ché, per non havere denti, non poteva ritenere la sciliva; nel labbro di sopra haveva la barba lunghetta, ma rara; el mento haveva lungo aguzato et torto un poco in su, dal quale pendeva un poco di pelle che le adgiugneva infino ad la facella della gola. Stando adtonito ad mirare questo mostro, tucto smarrito, di che lei accortasi volle dire: — Che havete voi messere? —; ma non lo dixe perché era scilinguata; et come prima aperse la bocca, n’uscì un fiato sì puzolente, che trovandosi offesi da questa peste due porte di dua sdegnosissimi sensi, li ochi et il naso, e’ m’andò tale sdegno ad lo stomaco per non potere sopportare tale offesa, tucto si commosse et commosso operò sì, che io le rece’ addosso. Et così, pagata di quella moneta che la meritava, ne parti’. Et per quel cielo che io darò, io non credo, mentre starò in Lombardia, mi torni la foia; et però voi ringratiate Iddio della speranza havete di rihavere tanto dilecto, et io lo ringratio che ho perduto el timore di havere mai più tanto dispiacere.
Io credo che mi avanzerà di questa gita qualche danaio, et vorre’ pure, giunto ad Firenze, fare qualche trafficuzo. Ho disegnato fare un pollaiolo; bisognami trovare uno maruffino che me lo governi. Intendo che Piero di Martino è così sufficiente; vorrei intendessi da lui se ci ha el capo, et rispondetemi; perché, quando e’ non voglia, io mi procaccierò d’uno altro.
De le nuove di qua ve ne satisfarà Giovanni. Salutate Jacopo et raccomandatemi ad lui, et non sdimenticate Marco.
In Verona, die viii Decembris 1509.
Aspecto la risposta di Gualtieri ad la mia cantafavola.
Niccolò Machiavegli
http://www.classicitaliani.it/machiav/p ... s.html#170 Niccolò Machiavelli, Tutte le opere, a cura di Mario Martelli, Sansoni editore, Firenze 1971.
[3] Quelli quattro versi che voi scrivete del Riccio, nel principio della lettera di Donato, noi li dicemmo a mente a Giovanni Machiavelli; e in cambio del Machiavello e del Pera vi annestammo Giovanni Machiavelli. Lui ne ha fatto un capo come una cesta; e dice che non sa dove voi avete trovato che tocchi, e che ve ne vuole scrivere in ogni modo; e per un tratto Filippo e io ne avemmo un piacere grande.
[4] http://digilander.libero.it/il_machiave ... ttere.html Edizione di riferimento: "Tutte le opere storiche e letterarie di Niccolò Machiavelli", a cura di Guido Mazzoni e Mario Casella, G. Berbera Editore, Firenze, 1929.
[5] Niccolò Machiavelli, Tutte le opere a cura di Mario Martelli, Sansoni Editore, Firenze 1971.
Niccolò Machiavelli a Francesco Vettori
Firenze, 5 gennaio 1514
Magnifico oratori florentino Francisco Victorio benefattori suo observandissimo.
Magnifico oratore. Egli è per certo gran cosa a considerare quanto gli huomini sieno ciechi nelle cose dove e' peccono, et quanto e' sieno acerrimi persecutori de' vizii che non hanno. Io vi potrei addurre in exemplis cose greche, latine, hebraiche, caldee, et andarmene sino ne' paesi del Sophi et dei Prete Janni, et addurreve'li, se li exempli domestichi et freschi non bastassino. Io credo che ser Sano sarebbe possuto venirvi in casa dall'un giubbileo all'altro, et che mai Filippo harebbe pensato che vi desse carico alcuno; anzi gli sarebbe parso che voi dipigneste ad usar seco, et che la fosse proprio pratica conforme ad uno ambasciadore, il quale, essendo obbligato ad infinite contenenze, è necessario habbia de' diporti et delli spassi; et questo di ser Sano gli sarebbe parso che quadrasse appunto, et con ciascuno harebbe laudato la prudenza vostra, et commendatovi insino al cielo di tale electione. Dall'altro canto, io credo che se tutto il bordello di Valenza vi fosse corso per casa, non sarebbe stato mai possibile che il Brancaccio ve ne havesse ripreso, anzi vi harebbe di questo più commendato che se vi havesse sentito innanzi al papa orare meglio che Demosthene.
Et se voi havessi voluto vedere la ripruova di questa ragione, vi bisognava, senza che loro havessino saputo delli ammonimenti l'uno dell'altro, che voi havessi fatto vista di credere loro, et volere observare i loro precepti. Et serrato l'uscio alle puttane, et cacciato via ser Sano, et ritiratovi al grave, et stato sopra di voi cogitativo, e' non sarebbono a verun modo passati quattro dì, che Filippo harebbe cominciato a dire: Che è di ser Sano? Che vuol dire che non ci capita più? Egli è male che non ci venga; a me pare egli uno huomo dabbene: io non so quel che queste brigate si cicalano, et parmi che egli habbia molto bene i termini di questa corte, et che sia una utile bazzicatura. Voi doverreste, ambasciadore, mandare per lui. Il Brancaccio non vi dico se si sarebbe doluto et maravigliato della absenzia delle dame, et se non ve lo havessi detto, mentre che egli havessi tenuto vòlto il culo al fuoco, come harebbe fatto Filippo, e' ve lo harebbe detto in camera da voi a lui. Et per chiarirvi meglio, bisognava che in tal vostra disposizione austera io fussi capitato costì, che tocco et attendo a femmine: subito avvedutomi della cosa, io harei detto: Ambasciadore, voi ammalerete; e' non mi pare che voi pigliate spasso alcuno; qui non ci è garzoni, qui non sono femmine; che casa di cazzo è questa?
Magnifico oratore, e' non ci è se non pazzi; et pochi ci sono che conoschino questo mondo, et che sappino che chi vuol fare a modo d'altri non fa mai nulla, perché non si truova huomo che sia di un medeximo parere. Cotestoro non sanno che chi è tenuto savio il dì, non sarà mai tenuto pazzo la notte; et che chi è stimato huomo da bene, et che vaglia, ciò che e' fa per allargare l'animo et vivere lieto, gli arreca honore et non carico, et in cambio di essere chiamato buggerone o puttaniere, si dice che è universale, alla mano et buon compagno. Non sanno anche che dà del suo, et non piglia di quel d'altri, et che fa come il mosto mentre bolle, che dà del sapore suo a' vasi che sanno di muffa, et non piglia della muffa de' vasi.
Pertanto, signore oratore, non habbiate paura della muffa di ser Sano, né de' fracidumi di mona Smeria, et seguite gli instituti vostri, et lasciate dire il Brancaccio, che non si avvede che egli è come un di quelli forasiepi, che è il primo a schiamazzare et gridare, et poi, come giugno la civetta, è il primo preso. Et Filippo nostro è come uno avvoltoio, che quando non è carogne in paese, vola cento miglia per trovarne una; et come egli ha piena la gorga, si sta su un pino et ridesi delle aquile, astori, falconi et simili, che per pascersi di cibi delicati si muoiono la metà dell'anno di fame. Sì che, magnifico oratore, lasciate schiamazzare l'uno, et l'altro empiersi il gozzo, et voi attendete alle faccende vostre a vostro modo.
In Firenze, addì 5 di gennaio 1513.
Niccolò Machiavelli
[6] “tocco et attendo a femmine”. Toccare è un verbo specifico che indica attività omosessuali. Tocco e attendo non sono sinonimi e di questo abbiamo già visto un esempio chiaro in una lettera precedentemente esaminata
[7] Niccolò Machiavelli a Francesco Vettori
Firenze, 25 febbraio 1514
Magnifico oratori florentino Francisco Vettorio apud S. Pontificem suo observandissimo.
Rome.
Magnifico oratore. Io hebbi una vostra lettera dell'altra settimana, et sono indugiatomi ad hora a farvi risposta, perché io desideravo intendere meglio il vero di una novella che io vi scriverrò qui dappiè: poi risponderò alle parti della vostra convenientemente. Egli è accaduto una cosa gentile, o vero, a chiamarla per il suo diritto nome, una metamorfosi ridicola, et degna di esser notata nelle antiche carte. Et perché io non voglio che persona si possa dolere di me, ve la narrerò sotto parabole ascose.
Giuliano Brancacci, verbigrazia, vago di andare alla macchia, una sera in fra l'altre ne' passati giorni, sonata l'Ave Maria della sera, veggendo il tempo tinto, trarre vento, et piovegginare un poco (tutti segni da credere che ogni uccello aspetti), tornato a casa, si cacciò in piedi un paio di scarpette grosse, cinsesi un carnaiuolo [cerniere], tolse un frugnuolo [lanterna da caccia], una campanella al braccio, et una buona ramata [strumento per la caccia agli uccelli]. Passò il ponte alla Carraia, et per la via del Canto de' Mozzi ne venne a Santa Trinita, et entrato in Borgo Santo Appostolo, andò un pezzo serpeggiando per quei chiasci che lo mettono in mezzo; et non trovando uccelli che lo aspettassino, si volse dal vostro battiloro, et sotto la Parte Guelfa attraversò Mercato, et per Calimala Francesca si ridusse sotto il Tetto de' Pisani; dove guardando tritamente tutti quei ripostigli, trovò un tordellino, il quale con la ramata, con il lume, et con la campanella fu fermo da lui, et con arte fu condotto da lui nel fondo del burrone sotto la spelonca, dove alloggiava il Panzano, et quello intrattenendo et trovatogli la vena larga et più volte baciatogliene, gli risquittì [riacconciare le penne agli uccelli] dua penne della coda et infine, secondo che gli più dicono, se lo messe nel carnaiuolo di drieto.
Ma perché il temporale mi sforza a sbucare di sotto coverta, et le parabole non bastano, et questa metaphora più non mi serve, volle intendere il Brancaccio chi costui fosse, il quale gli disse, verbigrazia, essere Michele, nipote di Consiglio Costi. Disse allhora il Brancaccio: — Sia col buono anno, tu sei figliuolo di uno huomo dabbene, et se tu sarai savio, tu hai trovata la ventura tua. Sappi che io sono Filippo da Casavecchia, et fo bottega nel tal lato; et perché io non ho danari meco, o tu vieni, o tu mandi domattina a bottega, et io ti satisfarò. — Venuta la mattina, Michele, che era più presto cattivo che dappoco, mandò un zana a Filippo con una poliza richiedendoli il debito, et ricordandoli l'obbligo; al quale Filippo fece un tristo viso, dicendo: — Chi è costui, o che vuole? io non ho che fare seco; digli che venga a me. — Donde che, ritornato il zana a Michele, et narratogli la cosa, non si sbigottì di niente il fanciullo, ma animosamente andato a trovare Filippo, gli rimproverò i benefici ricevuti, et li concluse che se lui non haveva rispetto ad ingannarlo, egli non harebbe rispetto a vituperarlo; tale che parendo a Filippo essere impacciato, lo tirò drento in bottega, et li disse: — Michele, tu sei stato ingannato; io sono un huomo molto costumato, et non attendo a queste tristizie; sì che egli è meglio pensare come e' si habbi a ritrovare questo inganno, et che chi ha ricevuto piacere da te, ti ristori, che entrare per questa via, et senza tuo utile vituperare me. Però farai a mio modo; andra'tene a casa, et torna domani a me, et io ti dirò quello a che harò pensato. — Partissi il fanciullo tutto confuso; pure, havendo a ritornare, restò paziente. Et rimasto Filippo solo, era angustiato dalla novità della cosa, et scarso di partiti, fluctuava come il mare di Pisa quando una libecciata gli soffia nel forame. Perché e' diceva: Se io mi sto cheto, et contento Michele con un fiorino, io divento una sua vignuola, fummi suo debitore, confesso il peccato, et di innocente divento reo: se io niego senza trovare il vero della cosa, io ho a stare al paragone di un fanciullo, hommi a giustificare seco, ho a giustificare gli altri; tutti i torti fieno i mia. Se io cerco di trovarne il vero, io ne ho a dare carico a qualcuno, potrei non ivi apporre, farò questa inimicizia, et con tutto questo non sarò giustificato.
Et stando in questa ansietà, per manco tristo partito prese l'ultimo; et fugli in tanto favorevole la fortuna, che la prima mira che pose, la pose al vero brocco, et pensò che il Brancaccio gli havesse fatto questa villania, pensando che egli era macchiaiuolo, et che altre volte gli haveva fatto delle natte quando lo botò a' Servi. Et andò in su questo a trovare Alberto Lotti, verbigrazia, et narratoli il caso, et dectoli l'oppenione sua, et pregatolo havesse a sé Michele, che era suo parente, vedesse se poteva riscontrare questa cosa. Giudicò Alberto, come pratico et intendente, che Filippo havesse buono occhio, et promessoli la sua opera francamente, mandò per Michele, et abburattatolo un pezzo, li venne a questa conclusione: — Darebbet'egli il cuore, se tu sentissi favellare costui che ha detto di essere Filippo, di riconoscerlo alla boce? — A che il fanciullo replicato di sì, lo menò seco in Santo Hilario, dove e' sapeva il Brancaccio si riparava, et facendogli spalle, havendo veduto il Brancaccio che si sedeva fra un monte di brigate a dir novelle, fece che il fanciullo se gli accostò tanto, che l'udì parlare; et girandosegli intorno, veggendolo il Brancaccio, tutto cambiato se li levò dinanzi; donde a ciascuno la cosa parse chiara, di modo che Filippo è rimaso tutto scarico, et il Brancaccio vituperato. Et in Firenze in questo carnasciale non si è detto altro, se non: — Se' tu il Brancaccio, o se' il Casa? —; « et fuit in toto notissima fabula coelo ». Io credo che habbiate hauto per altre mani questo avviso, pure io ve l'ho voluto dire più particulare, perché mi pare così mio obbligo.
Alla vostra io non ho che dirvi, se non che seguitiate l'amore totis habenis, et quel piacere che voi piglierete hoggi, voi non lo harete a pigliare domani; et se la cosa sta come voi me l'havete scritta, io ho più invidia a voi che al re di Inghilterra. Priegovi seguitiate la vostra stella, et non ne lasciate andare un iota per cosa del mondo, perché io credo, credetti, et crederrò sempre che sia vero quello che dice il Boccaccio: che gli è meglio fare et pentirsi, che non fare et pentirsi.
Addì 25 di Febbraio 1514.
Niccolò Machiavelli in Firenze
http://www.classicitaliani.it/machiav/mac64_let_06.htm Edizione di riferimento
Niccolò Machiavelli, Tutte le opere a cura di Mario Martelli, Sansoni Editore, Firenze 1971
[8] Notoriamente omosessuale. Di Filippo Casavecchia, in Firenze, meglio documentati sono i rapporti che intrattenne con Niccolò Machiavelli, al quale fu legato da forti vincoli di amicizia. La familiarità fra i due, che risaliva certo a prima del 1500, risulta in particolare da un gruppo di cinque lettere inviate dal Casavecchia fra il 1507 e il 1509, durante i soggiorni a Fivizzano e a Barga, e dai riferimenti che compaiono in lettere del Machiavelli ad amici comuni.
[9] Niccolò Machiavelli a Francesco Vettori
Firenze, 3 agosto 1514
A Francesco Vettori in Roma.
Voi, compare, mi havete con più avvisi dello amor vostro di Roma tenuto tutto festivo, et mi havete levato dallo animo infinite molestie, con leggere et pensare a' piaceri et alli sdegni vostri, perché l'uno non sta bene senza l'altro. Et veramente la Fortuna mi ha condotto in luogo, che io ve ne potrei rendere iusto ricompenso; perché, standomi in villa, io ho riscontro in una creatura tanto gentile, tanto delicata, tanto nobile, et per natura et per accidente, che io non potrei né tanto laudarla, né tanto amarla, che la non meritasse più. Harei, come voi a me, a dire i principii di questo amore, con che reti mi prese, dove le tese, di che qualità furno; et vedresti che le furono reti d'oro, tese tra fiori, tessute da Venere, tanto soavi et gentili, che benché un cuor villano le havesse potute rompere, nondimeno io non volli, et un pezzo mi vi godei dentro, tanto che le fila tenere sono diventate dure, et incavicchiate con nodi irresolubili. Et non crediate che Amore a pigliarmi habbia usato modi ordinarii, perché, conoscendo non li sarebbono bastati, tenne vie extraordinarie, dalle quali io non seppi, et non volsi guardarmi. Bastivi che, già vicino a cinquanta anni né questi soli mi offendono, né le vie aspre mi straccano, né le obscurità delle notti mi sbigottiscano. Ogni cosa mi pare piano, et a ogni appetito, etiam diverso et contrario a quello che doverrebbe essere il mio, mi accomodo. Et benché mi paia essere entrato in gran travaglio, tamen io ci sento dentro tanta dolcezza, sì per quello che quello aspetto raro et suave mi arreca, sì eziam per havere posto da parte la memoria di tutti e mia affanni, che per cosa del mondo, possendomi liberare, non vorrei. Ho lasciato dunque i pensieri delle cose grandi et gravi; non mi diletta più leggere le cose antiche, né ragionare delle moderne; tutte si sono converse in ragionamenti dolci; di che ringrazio Venere et tutta Cipri. Pertanto se vi occorre da scrivere cosa alcuna della dama, scrivetelo, et dell'altre cose ragionerete con quelli che le stimono più, et le intendono meglio, perché io non ci ho mai trovato se non danno, et in queste sempre bene et piacere. Valete.
Ex Florentia, die III Augusti 1514.
Vostro Niccolò Machiavelli
http://www.classicitaliani.it/machiav/mac64_let_06.htm Edizione di riferimento
Niccolò Machiavelli, Tutte le opere a cura di Mario Martelli, Sansoni Editore, Firenze 1971.
[10]Francesco Vettori a Niccolò Machiavelli
Roma, 16 gennaio 1515
Spectabili viro Nicholò Machiavelli in Firenze.
† A' dì 16 di Gennaio 1515.
Caro compare. Io non ho lettere da nessuno che io legha più volentieri, che le vostre, e vorrei potere scrivere molte choxe, le quale conosco non potersi commettere alle lettere. E' sono più mesi che io intexi benissimo in che modo amavi, e fui per dirvi: « Ah, Coridon, Coridon, quae te dementia cepit? ». Poi, pensando intra me medesimo che questo mondo non è altro che amore, o, per dir più chiaro, foia, mi ritenni; e sono ito considerando quanto li huomini in questo chaxo son dischosto chol chuore a quello dicono cholla bocha. Ha un padre il figluolo e dice volerlo nutrire honesto: non di meno gli chomincia a dare un maestro che tutto dì stia con lui et che habbi commodità farne a suo modo, e gli lascia leggere qualchoxa da fare risentire un morto. La madre lo pulisce, lo veste bene, acciò che piaccia più: quando chomincia crescere, gli dà una camera terrena, dove sia cammino e tutte le altre commodità, perché possa sguazare a modo suo, e menarvi e condurvi chi gli pare. E tutti facciamo choxì, et errano in questo, più quelli a' quali pare essere ordinati: e però non è da maraviglarsi ch'e nostri giovani sieno tanti lascivi quanto sono, perché questo procede dalla pessima educatione. Et voi et io, anchor che siamo vechi, riteniamo in qualche parte e chostumi presi da giovani, et non c'è rimedio. Duolmi non essere chostì, perché potessimo parlare insieme di queste choxe et di molte altre.
Ma voi mi dite choxa che mi fa stare admirato: d'havere trovato tanta fede e tanta chompassione nella Riccia che, vi prometto, li ero per amor vostro partigiano, ma hora li son diventato stiavo, perché il più delle volte le femmine soglono amare la fortuna et non li huomini, et quando essa si muta mutarsi anchor loro. Di Donato non mi maraviglo perché è huomo di fede, e oltre a questo pruova del continuo il medesimo che voi.
Io vi scripsi che l'otio mi faceva innamorato et choxì vi raffermo, perché ho quasi faccenda nessuna. Non posso molto leggere, rispetto alla vista per l'età diminuita: non posso ire a solazo se non achompagnato, e questo non si può far sempre: non ò tanta auctorità né tante facultà che habbi a essere intratenuto; se mi ochupo in pensieri, li più mi arrechono melanchonia, la quale io fuggo assai; e di necessità bixogna ridursi a pensare a choxe piacevole, né so chosa che dilecti più a pensarvi e a farlo, che il fottere. E filosofi ogni huomo quanto e' vuole, che questa è la pura verità, la quale molti intendono choxì ma pochi la dichano. Fo pensiero a primavera ridurmi a voi, se mi fia lecito, e parleremo insieme di questo et molte altre choxe. Racomandatemi a Filippo, Giovanni e Lorenzo Machiavelli e a Donato. Christo vi guardi.
Francesco Victori oratore in Roma
http://www.classicitaliani.it/machiav/mac64_let_07.htm Edizione di riferimento
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 Oggetto del messaggio: Re: MACHIAVELLI E LOMOSESSUALITA’
MessaggioInviato: mercoledì 9 luglio 2014, 16:41 
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Iscritto il: giovedì 11 aprile 2013, 18:46
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Accidenti, Project, molto interessante ciò che scrivi! Le parole di affetto di Machiavelli che riporti suonano veramente strane se si tiene presente il personaggio pubblico che era.

Mi stavo chiedendo, e tu probabilmente lo saprai: l'omosessualità era un reato nella Firenze del tempo? Mi è venuto in mente leggendo tutti questi nomi di "noti omosessuali"; dunque, anche allora, c'erano "noti omosessuali" che, evidentemente, non erano perseguiti?


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 Oggetto del messaggio: Re: MACHIAVELLI E LOMOSESSUALITA’
MessaggioInviato: mercoledì 9 luglio 2014, 21:31 
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La Firenze di Machiavelli, che è morto nel 1527, era ancora permeata dalle idee di Lorenzo il Magnifico, c’era stato Savonarola, è vero, ma con un papa come Alessandro VI Borgia aveva fatto una bruttissima fine. La Repubblica di Pier Soderini aveva ben poco della mentalità dei “piagnoni” seguaci di Savonarola. E dopo la Repubblica arriva al papato Leone X, figlio di Lorenzo il Magnifico, che era un tipico gran signore rinascimentale. La mentalità da controriforma e da caccia alle streghe, per capirci quella dei tempi di Tasso, deve ancora arrivare.

Non esiste nella Firenze di fine ‘400 una condanna della omosessualità come tale, esiste invece una condanna della sodomia. La sodomia (sesso anale) è ugualmente perseguita sia se praticata con uomini che con donne. Lo stesso Machiavelli era stato tamburato per sodomia con una prostituta (cioè aveva ricevuto una denuncia anonima, inserita nel tamburo, l’urna dove si imbucavano le accuse) e prima di lui era stato tamburato per sodomia con un diciassettenne anche Leonardo da Vinci, allora 24 enne. Leonardo fu assolto come tutti gli altri imputati tra i quali compariva anche Leonardo Tornabuoni, appartenente ad una potentissima famiglia imparentata con i Medici. È difficile dire se il vero motivo dell’assoluzione sia stato la presenza del Tornabuoni tra gli imputati o semplicemente l’atteggiamento indulgente verso l’omosessualità giovanile.

Va ricordato che la pena prevista per la sodomia era severissima: l'evirazione per i sodomiti adulti e la mutilazione di un piede o della mano per i giovani ma già ai tempi di Leonrado la tolleranza di fatto era piuttosto larga. In Germania i sodomiti erano chiamato “florenzen”.

Nel 1432, a Firenze, era nata una magistratura specifica gli “Ufficiali della notte” che doveva perseguire la “sodomia consensuale” (cioè in pratica i rapporti omosessuali) che era così sottratta ad altri tribunali cui restava la competenza per reati più gravi come la sodomia con violenza e la pedofilia.
Di fatto le uniche sanzioni irrogate furono economiche.

Va tenuto presente che la sodomia consensuale, cioè l’omosessualità, era una cosa molto diffusa a Firenze. In una città di circa 40.000 abitanti, in settant’anni, gli incriminati per sodomia consensuale furono quasi 15.000, un numero enorme, anche perché le denunce erano anonime. Dagli atti dei processi si deduce che esistevano reti di fiorentini altolocati (come Alamanni, Da Verrazzano, Bardi, Peruzzi), che ospitavano a casa amici sposati insieme ai loro amanti, esistevano anche reti di prostituti e luoghi, come case, botteghe, bordelli e taverne, locande, terme, in cui era possibile avere incontri omosessuali senza correre grossi rischi.



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