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 Oggetto del messaggio: IVONE DI CHARTRES E I VESCOVI OMOSESSUALI
MessaggioInviato: lunedì 29 settembre 2014, 22:44 
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Iscritto il: sabato 9 maggio 2009, 22:05
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L’articolo che segue è dedicato all’analisi di una lettera di sant’Ivo di Charters a papa Urbano II in cui si tocca anche il tema della omosessualità dei vescovi.
Poiché si tratta di personaggi non sempre conosciuti dal pubblico, cercherò di definire almeno a grandi linee il contesto storico e di introdurre i personaggi citati nella lettera prima di presentarne il testo.

L’elezione dei papi, alla metà dell’XI secolo, era oggetto di dispute feroci e di intrighi tra le famiglie nobili romane, non esisteva ancora la regola, tuttora seguita, secondo la quale l’elezione del papa spetta al collegio dei cardinali.

Benedetto IX, al secolo Teofilatto III dei conti di Tuscolo, nato intorno al 1012, nipote dei papi Benedetto VIII e Giovanni XIX, fu eletto papa, per le brighe del potentissimo padre il 21 ottobre del 1032 e fu consacrato il primo gennaio successivo. Secondo Rodolfo il Glabro all’atto dell’elezione aveva 12 anni (Rodolfo Glabro, Historiae libri) alcuni storici moderni avvalorano l’ipotesi che ne avesse 18, oppure 25 (R. L. Poole, Benedict IX and Gregory VI, "Proceedings of the British Academy, 8, 1918. - G. B. Borino, Invitus ultra montes cum domno papa Gregorio abii, Roma, "Studi Gregoriani", I, 1947), in ogni caso è definito dalle fonti contemporanee come ancora adolescente (Roberto Glabro nell’edizione a cura di M. Prou, Historiarum libri IV,5;V,5, Paris, 1886. - Edizione della Vita Anonima di Leone IX, a cura di A. Poncelet, Wipo, "Analecta Bollendiana", 25, 1906. - Desiderio di Montecassino, Dialoghi, città, P.L., CXLIX, anno.)

Benedetto IX si appoggiò fortemente all’imperatore Corrado II il salico, nel 1035 scomunicò l’arcivescovo di Milano Ariberto d’Intimiano che voleva create un vasto dominio nel nord Italia, indipendente sia da Roma che dagli imperatori tedeschi e propugnava una radicale riforma della Chiesa, per liberarla dalla simonia e dalla tendenza a tollerare preti e anche vescovi sposati o conviventi con donne.
Benedetto IX cercò anche lui di riportare ordine nella Chiesa con decisioni coraggiose, perché vescovi già deposti e simoniaci continuavano a distribuire cariche ecclesiastiche a pagamento.

Alla fine del 1044, la lotta tra i conti di Tuscolo e i Crescenzi costrinse Benedetto IX a rifugiarsi sulla rocca tuscolana di Monte Cavo. I Crescenzi ebbero la meglio e Giovanni Crescenzi Ottaviani, già vescovo di Sabina, divenne papa Silvestro III. Ma all’inizio del 1045 i fratelli di Benedetto IX imposero un accordo ai Crescenzi, col quale si riconosceva la legittimità di papa Benedetto IX che fu rimesso sul trono, e Silvestro III fu espulso dalla città.

Secondo il Libert Pontificalis il 10 aprile 1045 Benedetto IX comincia il suo secondo pontificato. Il papa mantenne pubblicamente atteggiamenti dissoluti e il popolo cominciò a mormorare contro lui e a ritenerlo indegno, Benedetto decise allora di porre fine alle polemiche vendendo il pontificato per 2000 libre (Manoscritto Vaticano latino 1340, per la cui descrizione cfr. Le Liber pontificalis, p. CCV) al presbitero Giovanni dei Graziani, detto Graziano, probabilmente proveniente dalla famiglia dei Pierleoni, di cui papa Benedetto era figlioccio (Liber pontificalis, p. 331).

Giovanni Graziano venne consacrato papa il 5 maggio del 1045 col nome di Gregorio VI. Pier Damiani accolse con vero entusiasmo la notizia del nuovo papa, che era un personaggio che godeva gran fama di santità (P.L., CXLIV, coll. 205 s., citata in Enciclopedia online dei Papi, sotto la voce "Benedetto IX") ma Gregorio VI aveva di fatto comprato il pontificato col denaro e questo fatto diede modo all’imperatore Enrico III il Nero (detto anche Arrigo III) di Franconia, di chiamare nel 1046 i tre papi al sinodo di Sutri accusandoli di simonia. Benedetto IX a Sivestro III non si presentarono, mentre Gregorio VI si presentò, ammise la sua colpa e fu deposto ed esiliato in Germania.

Al posto di Gregorio VI fu eletto al soglio di Pietro un cluniacense, Sutigero (o Suidgero), dei signori di Morsleben e Hornburg, già cappellano e cancelliere di Enrico III, che lo stesso Enrico III aveva nominato vescovo di Bamberga e che venne incoronato a Roma il giorno di Natale del 1046, con il nome di Clemente II. Il nuovo papa depose formalmente Benedetto IX.

Papa Clemente II morì improvvisamente il 9 ottobre del 1047 e in quel momento Enrico III era lontano dall’Italia. Il deposto Benedetto IX ne approfitto per rientrare a Roma e riprendere il suo posto, con l’appoggio di Guaimario di Salerno e di Bonifacio di Canossa. Quest’ultimo disobbedì all’ordine imperiale di scortare a Roma il candidato proposto dall’imperatore, Poppone di Bressanone. La reazione di Enrico III fu molto decisa, l’imperatore minacciò di scendere subito in Italia per riportare l’ordine, Bonifacio di Canossa venne a più miti consigli a accompagnò Poppone a Roma, dove nessuno osò opporglisi e il 17 Luglio del 1048 fu consacrato papa col nome di Damaso II. Benedetto IX fu scomunicato. Dopo soli 23 giorni di regno, però, papa Damaso II morì improvvisamente il 9 agosto del 1048 e fu sostituito da Leone IX il 2 febbraio del 1049. Leone IX morì il 19 aprile del 1054. Gli succedette Gebhard, vescovo di Eichstätt col nome di Vittore II.

In tutto questo turbinio di eventi maturava in segreto il lievito del futuro. Dopo il sinodo di Sutri, il deposto Gregorio VI aveva portato con sé nell’esilio in Germania un giovane, che era stato suo discepolo a Roma, Ildebrando Aldobrandeschi di Sovana, nato tra il 1020 e il 1025, un giovane probabilmente di modeste origini che aveva assistito allo sfacelo del papato di Benedetto IX. Ildebrando ebbe modo di continuare i suoi studi prima Colonia e, dopo la morte di Gregorio VI, nell’abbazia di Cluny, dove venne a contatto coi più ferventi spiriti riformatori dell’epoca e in particolare con Brunone di Toul, il futuro papa Leone IX, che lo volle a Roma come suddiacono della Sede apostolica e lo mandò poi in Francia come legato papale per dirimere questioni molto delicate.

Nel 1054, morto Leone IX, Ildebrando fu mandato in Germania per condurre le trattative che avrebbero portato alla designazione del successore. L’imperatore designò Gebhard dei Conti di Calw, che, come abbiamo già detto, fu eletto col nome di Vittore II (1054-1057). In nuovo papa confermò Ildebrando nel suo ruolo di legato in Francia.

Nel 1057 venne eletto papa Stefano IX (Federico Gozzelon dei duchi di Lorena) senza che fosse stato consultato preventivamente l’imperatore. Ildebrando e Anselmo vescovo di Lucca furono mandati in Germania per cercare di ottenere un’approvazione tardiva e effettivamente l’imperatrice Agnese confermò la nomina di Stefano IX ma sfortunatamente Stefano IX morì prima del ritorno a Roma di Ildebrando.

Il patriziato romano non si fece sfuggire l’occasione di eleggere subito il vescovo di Velletri Giovanni dei conti di Tuscolo, detto Giovanni Mincio (più o meno equivalente a minchione!) che assunse il nome di Benedetto X. Alcuni cardinali che tendevano a riformare la Chiesa staccandola dalle ingerenze del potere laico, avevano giurato a papa Stefano IX in punto di morte, che avrebbero atteso il ritorno di Ildebrando prima di eleggere il nuovo papa, se ne andarono quindi via da Roma e si riunirono a Siena sotto la protezione di Goffredo il barbuto, marchese di Toscana e fratello del defunto papa Stefano IX. In questa riunione, detta Conclave di Siena, iniziata al 18 aprile 1058, si decise all’unanimità, il 6 maggio, l’elezione di Gerardo di Borgogna. Occorreva tuttavia aspettare il consenso dell’eletto che non era presente e l’approvazione dell’imperatrice Agnese. La consacrazione doveva avvenire a Roma dove però i partigiani di Benedetto X gli avevano giurato fedeltà. Fu necessario attendere un uovo conclave a Siena il 6 dicembre 1058.

Il 18 gennaio del 1059 Benedetto X fu deposto e scomunicato. Il 24 gennaio Gerardo raggiunse finalmente Roma e scelse il nome di Niccolò II, in omaggio a papa Niccolò I, strenuo difensore dell’indipendenza del papato. Quando divenne papa, Niccolò II aveva circa 78 anni, un’età molto avanzata per l’epoca. La politica di riforma della Chiesa di Niccolò II fu in pratica ispirata da Ildebrando di Soana, futuro papa Gregorio VII. In un Concilio lateranense il 12 aprile 1059, papa Niccolò II, con la Bolla In nomine Domini, definì che l’elezione del papa fosse devoluta ai soli cardinali vescovi e che in caso di impossibilità di tenere il conclave a Roma, esso si potesse validamente tenere anche in altri luoghi.

Niccolò II delegò amplissimi poteri a Roberto il Guiscardo, duca normanno di Puglia, Calabria e Sicilia e a Riccardo di Aversa principe di Capua, che divennero vassalli della Chiesa. Con l’aiuto dei Normanni fu conquista la citta iberica di Balera, dove Benedetto X si era rifugiato, e in questo modo ebbe fine il potere dell’aristocrazia romana sull’elezione del papa.

Niccolò II morì 81enne a Firenze e lì fu sepolto. Anche la politica di Alessandro II (1061-1073), successore di Niccolò II, fu ampiamente ispirata da Ildebrando di Soana. Papa Alessandro morì il 21 aprile del 1073 e il giorno dopo Ildebrando fu eletto papa a furor di popolo. Quello stesso giorno, Ildebrando che non era prete, ricevette l’ordinazione presbiterale, in 30 giugno fu consacrato vescovo. L’elezione di Gregorio VII, in effetti, era avvenuta al di fuori delle procedure definite da Niccolò II, ma al momento nessuno ci fece caso. Fu lo stesso Gregorio VII a chiedere per lettera la conferma al nuovo imperatore Enrico IV, che la concesse.

Le vicende del conflitto tra papa Gregorio VII e l’imperatore Enrico IV sono ben note. Nel 1075, con il Dictatus Papae, Gregorio VII definì il potere papale come superiore a qualunque altro potere, compreso quello imperiale, e affermò che il papa aveva il potere di deporre qualunque sovrano laico. Il papa aveva già provveduto in precedenza a vietare sotto pena di scomunica a qualunque autorità laica di conferire cariche ecclesiastiche.

Come si vede, in pochi anni la Chiesa era passata dall’essere succube del potere imperiale ad esserne arbitra. Prima di Gregorio VII i papi avevano bisogno dell’approvazione imperiale, dopo Gregorio VII il potere temporale era legittimato e conferito dai papi che potevano anche deporre gli imperatori. Questo, almeno stando alla lettera del Dictatus Papae, ma la realtà era e rimase ben diversa. La gloria di Gregorio VII durò poco, Enrico IV si prese la sua rivincita e i duchi normanni che avrebbero dovuto difendere il Papa fecero solo i loro interessi. Sic transit gloria mundi!

Dopo Gregorio VII fu papa Vittore III, Dauferio Epifani e detto Desiderio da Montecassino, Figlio di Landolfo Del Zotto (Landolfo V), Duca di Benevento. Gregorio VII sul letto di morte lo aveva indicato ai cardinali dell’Italia meridionale come il più degno di succedergli. Papa Vittore III era stato abate di Montecassino e si sentiva poco adeguato a reggere l’eredità di Gregorio. Fu consacrato quasi un anno dopo l’elezione e poco dopo si ritirò a Montecassino, ma Matilde di Canossa lo indusse a rientrare a Roma con l’aiuto dei duchi normanni per scacciare l’antipapa Clemente III (Guiberto di Ravenna) che era sostenuto dalla truppe imperiali. Nell’agosto del 1087, in un sinodo tenuto a Benevento, Clemente III venne scomunicato e fu nuovamente vietato ai laici di concedere investiture ecclesiastiche. Nello stesso sinodo papa Vittore III indisse una specie di crociata contro i Saraceni del Nord Africa, quasi una prova generale della grande prima crociata che sarebbe stata indetta dal suo successore.

Alla morte di Vittore III gli succedette Urbano II, Ottone (o Oddone) di Lagery, di nobile famiglia francese, Gregorio VII lo aveva chiamato a succedere a Pier Damiani come vescovo di Ostia e Velletri, e lo aveva designato legato pontificio per la Germania per la gestione della controversia con Enrico IV.

Il 12 marzo del 1088, in un conclave di soli 40 cardinali, tenutosi a Terracina, Ottone fu eletto papa e il 3 luglio entrò trionfalmente a Roma. Mentre l’antipapa Clemente III fuggì a Tivoli. Le preoccupazioni fondamentali del pontificato di Urbano II furono la simonia, il celibato ecclesiastico e le investiture ecclesiastiche concesse dai laici.

Nel 1096, nel concilio di Clermont, in risposta ad un appello dell’imperatore d’Oriente Alessio I Comneno, allora attaccato da Turchi Selgiuchidi, Urbano II bandì la prima Crociata capeggiata da Goffredo di Buglione.

Ma veniamo ora al contesto specifico della nostra lettera. Decreti pontifici e minacce di scomuniche non bastavano certo a garantire che i vescovi non fossero simoniaci e non ricorressero a compiacere l’autorità civile per ottenere favori personali. In sostanza il potere del papa era più affermato nelle parole che consolidato nei comportamenti, come si era visto già dall’epilogo della storia di Gregorio VII. Urbano II cercava, come poteva, di controllare la situazione, appoggiandosi a legati papali spesso inaffidabili e portati più a difendere i propri interessi che la causa della Chiesa.

In questo quadro si inserisce Ivo di Chartres. Nel 1090 era stato chiamato da papa Urbano II a succedere al vescovo Geoffroy di Chartres accusato di simonia, Geoffroy aveva proposto appello, ma Urbano II aveva comunque consacrato vescovo lui stesso Ivo di Chartres. Ivo si era dato subito a combattere la simonia del clero, appoggiato all’inizio anche dal re Filippo primo di Francia, ma poi, nel 1092, il re aveva fatto rapire la moglie del conte d’Angiò, Bertrada di Montfort e, per sposarla, e aveva ripudiato la prima moglie Berta d’Olanda, il tutto con la compiacenza del vescovo di Senlis. Ivo di Chartres non esitò ad accusare il re di adulterio e Filippo lo fece incarcerare in un suo castello tra il 1092 e il 1093. Liberato pochi mesi dopo e processato dopo due anni fu assolto ma restò uno dei nemici più fieri del re.

Alla fine re Filippo lasciò formalmente Bertrada nel 1104 per evitare la scomunica papale. Bertrada rimase comunque a convivere col re e papa Clemente II preferì chiudere un occhio per non perdere l’appoggio di Filippo contro l’imperatore.

La lettera che andiamo a presentare si colloca certamente dopo il 27 Dicembre del 1097, perché cita l’incoronazione di Filippo primo da parte del vescovo Raoul d’Orléans, che avvenne in quella data. Peraltro la lettera non può essere successiva al 29 luglio 1099, data della morte di Urbano II, è probabile che sia dei primi mesi del 1098.

La questione si può riassumere più o meno così: l’arcivescovo di Lione, legato papale, riceve una lettera dal vescovo Ivo di Chartres che lo informa che il vescovo designato per l’arcidiocesi di Sens è una persona assolutamente indegna di quella carica. Il vescovo di Lione teme che quella lettera più che ad evitare la consacrazione di un vescovo indegno miri a mettere in dubbio il primato del vescovo di Lione e se ne lamenta con Papa Urbano II.

Urbano II, che aveva sempre appoggiato Ivo di Chartes, è irritato dal fatto che questi non accetti senza discutere quanto gli viene proposto dal legato papale. Ivo è informato dei malumori del papa nei suoi confronti e gli scrive per chiarire che il vescovo designato per l’arcidiocesi di Sens è in realtà il giovane favorito del vescovo di Tours e del suo defunto fratello ed è un personaggio giovanissimo e molto chiacchierato, apostrofato col nome di Flora, e sul quale si cantano stornelli piccanti dei quali egli non si vergogna minimamente.

Ivo offre al papa le sue dimissioni da vescovo di Chartes come prova della sua buona fede ma lo supplica che “il ragazzo” non sia consacrato vescovo per nessun motivo, perché se così fosse, la Chiesa si trasformerebbe in una spelonca di briganti e in una sentina di vizi. La lettera documenta che nonostante le rigide politiche di Gregorio VII e poi di Urbano II, c’erano in Francia vescovi notoriamente omosessuali che potevano arrivare a fare consacrare vescovi i loro favoriti.

Il testo latino riportato in nota si può trovare in
http://agoraclass.fltr.ucl.ac.be/concor ... /texte.htm
Università Cattolica di Lovanio, facoltà di Filosofia e Lettere, Dipartimento di studi greci, latini e orientali,
Oppure in http://remacle.org/bloodwolf/eglise/yve ... htm#_ftn29
La traduzione italiana è mia.

Lettera 67 ad Urbano Sommo Pontefice, Ivo, figlio minimo di sua santità, chiede misericordia e si rimette al suo giudizio.

Ho sentito che la vostra dolcezza si è amareggiata verso di me e che la vostra serenità verso di me è ormai turbata; questo ho udito e il mio ventre e le mie ossa ne sono state sconvolte. Ho analizzato attentamente la mia memoria chiedendomi che cosa potessi avere detto o fatto tanto da poter esasperare la vostra mansuetudine. Ma nulla mi è venuto in mente se non ciò che alcuni mi avevano riferito, cioè che io avrei scritto certe lettere discettando contro la Chiesa Romana, lettere che io avrei mandato al vostro legato, l’arcivescovo di Lione, per la causa del vescovo designato per l’arcidiocesi di Sens. Ma dopo aver ritrovato quelle lettere ad averle lette con la massima diligenza, ho compreso che vi erano scritte molte cose a vantaggio della Chiesa Romana e nessuna contro di essa, a meno che qualcuno, per caso, incapace di arrivare a comprendere le intenzioni dell’autore e senza capire il senso esplicito del semplice eloquio, non volesse dire, non sia mai, che gli scritti si contraddicono e che un testo distrugge l’autorità dell’altro; dato che vi si leggono molte cose dissonanti, se non si legge il tutto nel modo appropriato e non ci sforza di adeguare la lettura all’intenzione dell’autore.

In queste lettere, posso chiamarne a testimone la mia coscienza, stando al tenore letterale del testo, nulla altro ho inteso se non mettere al corrente dei fatti la vostra sollecitudine, attraverso il signor arcivescovo di Lione, al quale voi affidate le vostre decisioni, a causa delle frequenti invettive e mormorazioni contro la Chiesa Romana che mi risuonano ogni giorno nelle orecchie, in modo che voi possiate ben soppesare le vostre decisioni con i vostri vicari, in modo che la Chiesa non ne abbia a soffrire alcun danno e in modo che i trasgressori delle vostre decisioni, condannati dalle loro stesse parole, offrano agli altri un esempio per correggersi e la vostra buona fama sia conservata incontaminata. Le mie assolute buone intenzioni difendono l’intero corpo di quelle lettere.

Ma poiché per il signor arcivescovo di Lione alcune espressioni suonarono ostili, cose che mai avrebbe voluto, soprattutto sulla questione del primato del vescovo di Lione, omettendo di tener conto della reale volontà dell’autore, egli ha voluto rendervi partecipe dell’amarezza che provava in quel momento. Certo è lecito a chiunque esprimere i propri sentimenti. Quanto a me so bene che non c’è nessuna persona al di là dei monti che abbia sopportato tanti insulti e tante ingiurie per esservi stata fedele e per aver eseguito i vostri precetti. Tuttavia, poiché quella parole, qualunque ne fosse il motivo, hanno esacerbato il vostro animo, non è assolutamente mia intenzione entrare in contesa con voi. Preferisco piuttosto rinunciare all’episcopato piuttosto che sostenere la vostra collera giusta o ingiusta. Se questa soddisfazione piacerà alla vostra paternità, piacerà anche alla mia piccolezza. Se così vi piace accettate la mia decisione, se vi piacerà aggiungere altro, aggiungere anche altro. Se non sarò più vostro servitore, sarò comunque vostro figlio, e come ho imparato a fare prima di essere vescovo, potrò essere più utile alla Chiesa di Dio con l’esempio, come semplice fedele, che con la parola come vescovo. Mi è infatti cosa graditissima portare nudo la nuda croce di Cristo per darmi da fare in quel campo fertilissimo e grandissimo nel quale l’amore della povertà ci rende capaci d portare molti frutti e l’amore delle ricchezze ci porta alla rovina.

Ecco, passati ormai questi sette anni, ho coltivato secondo le mie forze la vigna che mi è stata affidata, vi ho sparso il concime ma non ho trovato il frutto che cercavo. Mi sia data la libertà nell’ottavo anno, di cominciare questa nuova ottava con una pausa sabbatica in modo che possa raccogliere i dolci frutti della contemplazione e pregustare i gaudi di quell’atra ottava [la vita eterna]. Perché se non lo farò subito col vostro permesso, sarò costretto comunque a farlo per necessità a causa dell’inimicizia del re che si è rinnovata contro di me sempre per la vecchia ragione (l’adulterio) e causa dei miei parrocchiani, che offendono la parola di Dio, sono proni al desiderio delle sole cose terrene e mai pronti a levare il cuore in alto e non sono disposti a smettere i sacrilegi che perpetrano nelle chiese né a riconoscere la giustizia di Dio né per timore Dio, né per la vergogna della scomunica temporale. Tramite colui che vi recherà questa lettera rispondetemi ciò che vi piacerà. Se sarete d’accordo con la mia richiesta, mettetemi subito sotto la vostra diretta giurisdizione, in modo che i falsi vescovi non possano mettermi in difficoltà a loro piacimento.

Quanto al resto, qualunque cosa mi accada, vi supplico, per la carità di Cristo, se il vescovo di Tours o qualche ecclesiastico di Orléans verrà presso di voi per caldeggiare l’elezione del loro giovane, non prestate loro orecchio. Per riassumervi brevemente le doto di quel ragazzo vi dirò che è una persona ignominiosa e vergognosamente diffamata nelle città di Francia a causa della sua familiarità disonesta coll’arcivescovo di Tours e col suo defunto fratello e con molti altri che vivono disonestamente. Alcuni suoi concubini, che sono soliti chiamarlo Flora, hanno composto stornelli su di lui che i ragazzi di malaffare vanno canticchiando per le città della Francia nelle piazze e nei crocicchi, come certo sapete essere abitudine di quella terra, e lui stesso non si vergogna né di canticchiare quegli stornelli né del fatto che quegli stornelli siano canticchiati davanti a lui. Ho mandato all’arcivescovo di Lione, come documentazione, una di queste canzoni, che ho strappato con violenza ad un tale che la stava cantando. Pensando dunque alla vostra onestà e al bene della Chiesa, non consentire in nessun modo che costui venga consacrato, per non rendere la Chiesa di Dio un postribolo pubblico e una spelonca di briganti. Sappiate anche che l’arcivescovo di Tours, contro l’espresso divieto del vostro vicario, nel giorno di Natale del Signore ha incoronato il re (Raoul d'Orléans, arcivescovo de Tours, incoronò realmente Philippe primo le 27 dicembre 1097) e compiacendo il re in questo modo ha ottenuto che il suo favorito diventasse vescovo. E perché sappiate quanto puerile è stata l’elezione, qualcuno degli elettori, nel giorno dei martiri innocenti, nell’atto di dare il suo voto, ha fatto questa battura: “Eleggiamo un ragazzino per le feste dei ragazzini, non seguendo il nostro costume ma gli ordini del re!”


__________
[67,0] EPISTOLA LXVII. URBANO summo pontifici, IVO, minimus sanctitatis suae filius, misericordiam et iudicium.
[67,1] Audiui dulcedinem uestram in me amaricatam, serenitatem uestram aduersum me turbatam; audiui, et conturbatus est uenter meus, et ossa mea conturbata sunt. Et diligenter consului memoriam meam quid dixerim, quid fecerim, unde mansuetudinem uestram exasperauerim. Nec occurrit mihi, nisi quod dixerunt quidam mihi quasdam litteras me composuisse aduersus Romanam disceptantes Ecclesiam, quas miseram legato uestro Lugdunensi archiepiscopo, pro causa Senonensis electi. Sed cum has apud me reperiens diligenter perlegissem, multa ibi pro Romana Ecclesia, nihil contra Romanam Ecclesiam in his scriptum intellexi, nisi quis forte ad uoluntatem scriptoris non accedens, et unam faciem castorum eloquiorum non attendens, dicat, quod absit! authentica scripta sibi inuicem aduersari, et auctoritatem auctoritate impugnari; cum multa dissona ibi legantur, nisi suo modo intelligantur, et ad sententiam scriptoris accommodentur.
[67,2] In his enim litteris, sicut mihi testis est conscientia mea, et ipsarum tenor litterarum, nihil aliud intendi, nisi quod propter crebras inuectiones ac murmurationes aduersus Romanam Ecclesiam, quibus quotidie tinniunt aures meae, per domnum archiepiscopum Lugdunensem, cui consilia uestra committitis sollicitudinem uestram uolui esse praemunitam, quatenus cum uicariis uestris sic uestra decreta libraretis, ut Ecclesia non grauaretur, et eorumdem transgressor sua sententia multatus, aliis se corrigendi exemplum praeberetur, et fama uestra illibata seruaretur. Hic simplex oculus totum defendit corpus illarum litterarum.
[67,3] Sed quia domno Lugdunensi archiepiscopo quaedam ibi uerba aduersa, secus quam uellet sonuerunt, maxime de primatu Lugdunensi, postposita contemplatione scriptoris secundum quod tunc affectus fuit, participem uos suae amaritudinis fieri uoluit. Liceat cuique dicere quod sentit. Ego de me sentio, quod non est aliqua persona transmontana, quae pro fidelitate uestra, pro assertione praeceptorum uestrorum tot contumelias pertulerit, tot iniurias acceperit. Sed quia illa uerba quacunque occasione animum uestrum exacerbauerint, non est meum aduersum uos intrare in iudicium. Malo enim episcopatui renuntiare quam iram uestram iuste uel iniuste sustinere. Haec satisfactio si placuerit uestrae paternitati, placet et meae paruitati. Hanc si placet, accipite; si plus placet, plus addite. Si desisto uester esse seruus, non desistam uester esse filius, et sicut expertus sum ante episcopatum, plus potero prodesse in Ecclesia Dei exemplo priuatus quam uerbo praelatus. Gratissimum enim mihi est nudum nudam Christi crucem portare, ut in illo uberrimo et amplissimo praedio contendam, in quo amor paupertatis copiosos, amor diuitiarum facit aerumnosos.
[67,4] Ecce iam hoc transacto septennio, uineam mihi commissam pro posse meo excolui, stercora etiam circumposui; fructum autem quem quaerebam, non inueni. Detur ergo mihi libertas octauo anno ut hoc principium uerae octauae aggrediar, ut possim mihi sabbatizare, dulces fructus contemplationis carpere, et octauae illius gaudia praelibare. Quod si uestra permissione id modo non facio, necessitate tamen me oportebit id facere propter renouatas in me ueteri de causa regis inimicitias, et propter parochianos meos contemptores uerbi Dei, qui proni sunt solis terrenis inhiare, nunquam autem parati sursum cor leuare; qui neque propter timorem Dei, neque propter ruborem temporalis excommunicationis, sacrilegia quae perpetrant in Ecclesiis, uolunt dimittere, nec iustitiam Dei recognoscere. Per portitorem ergo praesentium quod uobis placet mihi rescribite, et si petitioni meae acquiescitis, in uestra manu me retinete, ne possint me pseudoepiscopi pro libitu suo fatigare.
[67,5] De caetero quidquid de me fiat, obsecro uos per charitatem Christi, ut si Turonensis archiepiscopus uel aliquis Aurelianensis clericus pro electione pueri sui ad uos uenerit, non ei aurem praebeatis. Cuius dotes ut uobis breuiter amplectar, persona est ignominiosa, et de inhonesta familiaritate Turonensis archiepiscopi, et fratris eius defuncti, multorumque aliorum inhoneste uiuentium, per urbes Franciae turpissime diffamata. Quidam enim concubii sui appellantes eum Floram, multas rythmicas cantilenas de eo composuerunt, quae a foedis adolescentibus, sicut nostis miseriam terrae illius, per urbes Franciae in plateis et compitis cantitantur, quas et ipse cantitare, et coram se cantitari non erubuit. Harum unam domno Lugdunensi in testimonium misi, quam cuidam eam cantitanti uiolenter abstuli. Prouidendo itaque uestrae honestati et Ecclesiae utilitati, nunquam eum consecrari permittatis, ne Ecclesiam Dei prostibulum publicum et speluncam latronum faciatis. Sciatis etiam quia Turonensis archiepiscopus contra interdictum (epist. 66) legati uestri in Natale Domini regi coronam imposuit, et ut iste episcopus fieret, hac mercede promeruit. Et ut sciatis puerilem fuisse electionem, quidam etiam de eligentibus in Natale Innocentium in eligendo ita iocatus est: "Eligimus puerum, puerorum festa colentes, Non nostrum morem, sed regis iussa sequentes".



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