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Autore Messaggio
 Oggetto del messaggio: IL ROMANZO DI UN INVERTITO NATO (terza parte)
MessaggioInviato: mercoledì 12 novembre 2014, 18:52 
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III. – Giovinezza. – Primi atti.

Mi ero molto affezionato ad un magnifico ragazzo, che era da qualche tempo palafreniere nella nostra scuderia. Era veramente magnifico, con dei piccoli baffetti castani. Era di taglia media, robusto e molto ben fatto. Io gli portavo di nascosto delle sigarette che sottraevo nel locale in cui mio padre si fermava a fumare e anche delle torte e dei dolci di cui mi privavo per lui. Era un ragazzo molto onesto, che amava parlare liberamente ma non si permetteva alcuna familiarità. Un giorno in cui scherzando lo pregavo di farsi vedere nudo, mi sgridò e non volle accontentarmi nel mio desiderio. Mi feci prendere dall’amicizia più che mai e il mio desiderio di vederlo, di avvicinarmi a lui, di toccare il suo viso divenne veramente un’idea fissa.

Dato che da lui non potevo sperare nulla, cercai di convincermi, nella fantasia, di essere la sua donna, e la notte sistemavo il mio lungo cuscino accanto a me e lo baciavo e mordevo come se fosse stato una persona viva. Pensavo al bel ragazzo così robusto e fresco e cercavo muovendomi di illudermi di essere a letto con lui. Facendo così quasi senza volere mi masturbavo e così arrivai per la prima volta ad emettere il seme.

Fui molto sconvolto da quella cosa e malgrado il piacere che ne avevo provato promisi a me stesso di non ricadere più in un simile errore. Mantenni quella promessa per molto poco e ben presto caddi in uno dei vizi più degradanti in cui noi posiamo cadere. La mia vivace immaginazione mi prestava le immagini più compiacenti e io mi godevo questo detestabile piacere evocando immagini di uomini che mi piacevano e coi quali avrei voluto essere.

Benché in apparenza delicata, la mia costituzione era delle più forti e non sentivo alcun disagio di quello che avrebbe certamente ucciso qualunque altro.

A quei tempi gli affari di mio padre andarono male e noi dovemmo lasciare l’Italia e andare in Francia a cercare un’altra volta fortuna. Abitammo allora parecchi mesi a Parigi, - che io avevo già visitato diversi anni prima. Una vita molto semplice prese il posto a quella precedente lussuosa, e posso assicurarvi che quella fu l’epoca più triste della mia esistenza. Il carattere di mio padre si era inasprito; anche a Parigi i suoi affari andavano di male in peggio. La mia istitutrice ci lasciò proprio in quell’epoca ed io entrai come esterno in un pensionato studentesco di Parigi.

Non potevo sopportare le lezioni del collegio e, dato che avevo più tempo per me e non avevo bisogno di seguire un corso regolare di lezioni, dichiarai che non avevo alcuna vocazione per la professione di ingegnere alla quale mio padre voleva destinarmi e che io volevo studiare pittura avendo una predisposizione abbastanza buona per il disegno.

Attraverso le mie carezze e le mie persuasioni riuscii a convincere mio padre che dovevo lasciare il collegio e stabilirmi presso un pittore, presso il quale del resto non andavo se non molto raramente, dato che preferivo andarmene a spasso per Parigi e visitare le gallerie e i musei. Andavo la mattina dal pittore, che abitava molto lontano da casa nostra e passavo il pomeriggio a leggere e a disegnare.

Quei tempi per me furono abbastanza gradevoli ma il desiderio di appartenere a un uomo mi seguiva sempre e mi sentivo molto infelice di appartenere a un sesso al quale la mia anima non apparteneva.

Continuavo poi nel mio vizio solitario che ben presto non ebbe più alcuna attrattiva per me e che poi abbandonai, perché cominciò ad affaticarmi troppo il corpo e lo spirito e non mi dava quasi più piacere.

Dopo qualche mese di soggiorno a Parigi, ritornammo in Italia dove gli affari richiamavano di nuovo mio padre. Entrai allora in un’Accademia di Belle Arti, ma non avevo più alcuna passione per l’arte e ci andavo per non essere costretto a fare altre cose che nello stato psichico nel quale mi trovavo mi avrebbero assai ripugnato. I ragazzi che mi circondavano nella scuola di belle arti mi sembravano orribilmente comuni e ignobili; avevano delle mani spaventose e le mie erano le più belle e le più curate che si potessero vedere. E poi io ero molto fiero della mia nascita, dei miei viaggi, della mia istruzione superiore e non avevo alcun interesse a frequentare persone di così basso livello, quasi tutti figli di macellai e di commercianti. Adesso molti di loro sono artisti di classe mentre io non ho fatto un passo avanti nell’arte che avevo scelto – per capriccio, è vero.

Le mie giornate erano libere perché andavo a scuola solo molto raramente e passavo il mio tempo a meditare e a leggere, fu durante questo periodo che, spinto da qualcuno dei miei compagni e da dei cugini della mia età, entrai per la prima volta in una casa pubblica (casa di tolleranza). Ne uscii scoraggiato e desolato. Le donne non mi attiravano assolutamente e sentivo solo ripugnanza verso di loro.

Una di loro mi abbracciò e provai un disgusto così violento di questa spaventosa persona, che mi staccai da lei come potei e me ne andai subito, con grande stupore di quelli che mi avevano accompagnato in quel luogo. Ci sono ritornato parecchie volte col desiderio di vincere la mia ripugnanza e di fare quello che fanno gli altri, ma non ci sono mai riuscito. Nascondevo del ghiaccio sotto le mie più ardenti carezze e non provavo che un terribile scoraggiamento.

Uno dei miei amici, un giovane libertino, volle un giorno farmi assistere a uno dei suoi amplessi con una di queste donne ma io non potei vincere l’avversione innata e questa scena di dissolutezza mi lasciò molto freddo.

Questi postacci mi ispiravano comunque una specie di attrazione misteriosa e molte volte ho invidiato non quelli che ci andavano ma quelle che ci lavoravano.
Arrivai per questo a considerarmi come un essere eccezionale e fantastico, un essere nella fabbricazione del quale la Natura si è sbagliata, e che, pur riconoscendo l’orrore del suo stato, non può far nulla per trovarci un rimedio. Persi il gusto di qualunque cosa. La mia anima triste e oscurata si lasciò andare a uno scoraggiamento profondo e caddi in un abbattimento completo.

Passavo le mie mattinate e le mie intere giornate ad andare a spasso per i giardini, da solo, in preda alla più grande tristezza, dubitavo di tutto, della Natura e di Dio, mi domandavo perché ero nato in una condizione così miserevole e quale crimine avessi commesso prima di nascere per essere punito in un modo così terribile.

Tutti quelli che avevo intorno non si accorgevano di nulla e attribuivano il mio silenzio e la mia tristezza a cattivo carattere o a bizzarria naturale. Mio padre era troppo assorbito da tutti i suoi affari e dalla ricostituzione del suo patrimonio, di cui si occupava molto, mia madre pensava alla casa e alle sue visite e d’altra parte non era tipo che si potesse preoccupare della afflizioni di un’anima.

I miei fratelli erano lontani, io rimanevo completamente solo in preda dei miei dolori e dei miei tristi pensieri. Vedevo tutta una vita distrutta da una passione orribile che una natura cieca mi aveva ispirato. Sentivo dentro di me dei tesori che nessuno avrebbe mai voluto, che sarebbero rimasti chiusi per sempre dentro la mia anima e che avrebbero finito per uccidermi rapidamente.

Arrivai perfino a desiderare la morte e a chiamarla nell’orribile solitudine in cui mi trovavo. Non potrei mai esprimere le torture orribili che mi affliggevano allora. E da questi lunghi dolori uscivo qualche volta con degli slanci magnifici, con delle gioie senza ragione e delle speranze che non si sarebbero mai realizzate. Tentai di cambiare la mia natura con delle letture serie e con i miei doveri religiosi.

Tutto fu inutile, e da ogni nuova prova uscivo più scoraggiato che mai.
Volevo affezionarmi a delle donne, a delle ragazze, quasi a della ragazzine: ma non ci fu modo di riuscirci. Le donne mi sembravano delle belle e tenere amiche, che potevano dormire in tutta sicurezza al mio fianco e he non avrei sfiorato nemmeno col desiderio.

L’uomo mi sembrava invece molto attraente, molto bello nella sua forza e nel suo vigore, ed era verso di lui che mi sentivo attirato da una forza sconosciuta, da un’attrazione irresistibile. Mi piaceva guardare i bei ragazzi passare per la strada e quando qualcuno mi piaceva tornavo suoi miei passi per rivederlo ancora. Ebbi allora degli amanti spirituali, che amavo e che seguivo in silenzio senza che nessuno sospettasse di nulla. Non frequentavo nessuno per paura di tradire il mio terribile segreto per il quale tremavo e mi vergognavo.

Non vi dirò quello che soffrii allora e gli spaventosi pensieri che sorsero nella mia tesa. Potete immaginarli facilmente.

Raggiunsi così il mio diciottesimo anno senza che tutte queste torture morali avessero sensibilmente alterato la mia costituzione e la mia salute.

Ero allora quello che sono ancora oggi, più o meno, con delle leggere varianti. Sono di taglia al di sotto della media (1 metro e 63), ben proporzionato, di forme svelte, ma non magro. Il mio torso è superbo: uno scultore non ci troverebbe niente da ridire e non lo troverebbe molto diverso da quello di Antinoo.

Sono molto curvo (forse troppo) e le mie anche sono molto sviluppate; il mio bacino è largo come quello di una donna, le mie ginocchia sono leggermente rientranti e i miei piedi piccoli, le mani sono superbe, le dita ricurve e con le unghie lucide rosee e limate, tagliate a quadrato come quelle delle statue antiche. Il mio collo è lungo e rotondo, la mia nuca è affascinante, ornata di peli lanuginosi.
La mia testa è graziosa e a diciotto anni lo era ancora di più. Il suo ovale è perfetto e colpisce tutti per la sua forma infantile, a ventitré anni me ne danno al massimo diciassette. La mia carnagione è bianca e rosa e arrossisce alla minima emozione; la fronte non è bella, è leggermente sfuggente e dalla tempie incavate; per fortuna è coperta a metà da capelli ondulati biondo scuro che sono naturalmente ricci. La forma della testa è perfetta, a causa dei capelli ricci, ma all’osservazione offre una protuberanza occipitale enorme. I miei occhi sono lunghi, grigio blu, con lunghe ciglia castano scuro e con sopracciglia molto folte e arcuate. Lo sguardo è come allargato in un fluido ma i miei occhi sono quasi sempre cerchiati e scuri e sono anche soggetti a flussioni che passano rapidamente. La bocca è abbastanza grande, con labbra rosse e grosse, l’inferiore è cadente; mi hanno detto che ho la bocca austriaca. I denti sono abbaglianti, anche se ne ho tre guasti e piombati, per fortuna non si vedono affatto. Le orecchie sono piccole e con lobi molto colorati. Il mio mento è molto grande e, a diciotto anni, liscio e vellutato come quello di una donna. Adesso una leggera barba, sempre rasata, lo supera di poco. Due nei, nei neri e vellutati, sono sulla mia guancia sinistra e contrastano con i miei occhi blu. Il mio naso è sottile e dritto, con le narici molli e una leggera curva quasi impercettibile. La mia voce è dolce si rimpiange spesso il fatto che io non abbia imparato a cantare.

Ecco il mio ritratto; forse vi potrà servire nella ricostruzione dell’essere bizzarro che la natura si è compiaciuta di formare per mia grande disperazione.

A vent’anni avrei dovuto essere arruolato come soldato, una volta raggiunta l’età della coscrizione. Ma la fortuna di mio padre era di nuovo ristabilita e mi permetteva di anticipare il tempo prescritto dalla legge e di partire come volontario. Mio padre scelse l’arma della cavalleria che costava molto di più e di conseguenza era più chic. Gli dissero d’altra parte che la fatica sarebbe stata ben sopportabile in quest’arma e prima di avere compiuto diciannove anni entrai in un reggimento di guarnigione in una piccola città, lontano dagli occhi dei generali comandanti, e i cui ufficiali, ci veniva assicurato, erano molto istruiti e gentili e trattavano bene i volontari.

Avevo sempre provato un vero orrore per la vita militare. La fatica, la costrizione, la disciplina terribile mi terrorizzavano molto e avrei dato non so che cosa per essere liberato dal terribile fastidio di passare un anno in un modo così sgradevole. I primi tempi mi sembrarono veramente molto duri, ma poco a poco mi abituai a questa vita dove d’altra parte le distrazioni non mancavano proprio.
Avevo molti compagni, piccoli signori molto attaccati alla loro nobiltà e alla loro ricchezza coi quali fraternizzai molto presto. Tutti mi presero subito in amicizia, perché la mia gentile figura infantile formava uno strano contrasto con l’uniforme di ussaro che io portavo e che mi dava la grazia di un travestito.

Le molte occupazioni, le lezioni sul campo, la vita all’aria aperta influirono in modo molto favorevole sulla mia salute e sul mio umore. I giorni di festa, le lunghe passeggiate a cavallo, i pranzi e le cene finirono per riconciliarmi con la vita militare che la compiacenza degli ufficiali ci rendeva comunque abbastanza morbida.

Ciò che ci mandava in estasi più di ogni altra cosa era di fare i principi verso i soldati semplici e di mostrarci in tutto superiori a quella povera gente.
Noi dormivamo tutti insieme con il nostro plotone nelle grandi sale superiori. Avevamo desiderato di avere camere singole ma non fu possibile. – In seguito non lo rimpiansi.

Il sottufficiale che dormiva con noi era un vecchio scontroso, molto imbronciato e noioso, sul quale non avevamo che una minima presa e che non voleva accettare nulla da noi per la paura di compromettersi e di non poterci rimproverare a suo agio. Gli altri sottufficiali ci apparivano invece amabili e non rifiutavano mai quello che noi offrivamo loro o i nostri inviti a cena.

In questa vita agitata e laboriosa i miei sensi si erano calmati, anche le allucinazioni incessanti dalle quali ero stato perseguitato per tanto tempo, si calmarono e quasi cessarono. Eravamo troppo stanchi per pensare ad altro che non fosse il nostro dovere. Gli uomini che dormivano con noi fianco a fianco non mi davano alcuna tentazione. Erano troppo grossolani, troppo volgari, troppo stupidi per ispirarmi un qualche desiderio di loro. E poi erano sporchi e mai sono stati per me una tentazione.

Sei mesi erano passati e la primavera stava arrivando. Una parte del reggimento cambiò residenza e altri plotoni vennero a prendere il posto di quelli che partivano. Nella nostra stanza ci fu veramente una grossa rivoluzione il giorno che arrivano i nuovi venuti.

Ne approfittai per cambiare di posto e mettere il mio letto a cinghie nell’angolo più comodo e più arretrato della sala. Proprio di fronte al mio letto prese posto il sergente che comandava il plotone appena arrivato.

Quest’uomo era giovane (venticinque o ventisei anni) e della più bella figura. Non prestai a lui molta attenzione e non me ne occupai molto all’inizio. Era molto silenzioso e modesto, rimproverava poco i soldati e parlava molto poco fuori servizio. Comandava il suo plotone con molta grazie ed energia, e ammirai in seguito la maniera elegante e cavalleresca con la quale governava il suo cavallo. Gli faceva superare, nella piazza d’armi dei fossati e degli ostacoli pericolosi, davanti ai quali io avevo una paura terribile.

Il primo sentimento che provai per lui fu la gelosia e l’invidia. Mi sembrava troppo alto di statura rispetto alla mia statura sottile e piccolina; mi sembrava troppo coraggioso, troppo ardito rispetto a tutti noi. Aveva un modo di comandare che gli invidiavo e che io non avrò mai.

Di norma, andava a letto piuttosto presto, mentre io e i miei compagni andavamo al teatro o restavamo la sera alla mensa del reggimento a fare musica e a cenare molto allegramente. Una sera, preso da non so quale fantasia, abbandonai la compagnia e mi ritirai nel nostro dormitorio. Molti soldati erano già a letto e il loro sergente si stava spogliando.

Io feci lo stesso e mi preparai a mettermi a letto senza perdere un solo movimento del mio vicino. Era già in camicia, e ben presto seduto sul suo letto, si tolse gli abiti fino all’ultimo, per infilarsi nel letto con la sola camiciola.

Io fui colpito dalla bellezza, dalla perfezione del suo corpo che, alla debole luce della lampada sospesa al soffitto, mi parve di una bellezza meravigliosa, da superare i capolavori antichi che altre volte mi avevano appassionato. Quelli erano di marmo mentre questo bel corpo era pieno di forza e di giovinezza. Mi colpirono soprattutto le gambe; erano di forma perfetta, nervose, sottili e flessibili insieme.

Tutto il suo ben corpo faceva sospettare una forza straordinaria unita alla forma più graziosa. L’indomani lo riguardai con molta attenzione e fui colpito dalla sua figura graziosa e dall’eleganza dei suoi tratti e delle sue mani, molto ben tenute e dalle unghie corte. Mi sentivo pieno di amicizia per questo ragazzo che faceva così tristemente il suo dovere, era sobrio e usciva poco. Ma io non avevo comunque nessun desiderio su di lui e non pensavo che avrebbe mai avuto la capacità di capirmi. Spesso la sera mi sedevo al suo fianco e mi piaceva fargli raccontare qualche cosa del suo paese, della via vita di prima, della sua famiglia. Non aveva madre e suo padre aveva avuto parecchi figli da un’altra donna e questo lo aveva spinto a continuare la vita militare. Suo padre era un piccolo impiegato che gli aveva dato una qualche educazione; scriveva molto bene e leggeva nelle sue ore libere libri tradotti dal Francese (?), soprattutto quelli di Dumas padre.

Cominciai via via a sentirmi sempre più compiaciuto della sua compagnia provati molto presto per lui la più tenera amicizia. Lo invitavo molte volte a venire al teatro con noi e questo non parve contrariare i miei compagni che avevano anche loro simpatia per questo ragazzo.

Venne anche a cena con noi qualche volta ma si mostrava sempre molto freddo e riservato. Aveva molti compiti da svolgere e la sera, la maggior parte delle volte, era così stanco che preferiva non uscire dalla caserma. Avrei voluto offrirgli del denaro ma temevo che non lo avrebbe accettato.

In poco tempo non potei più fare a meno di lui e cercavo tutte le occasioni per essere gentile con lui. Mi accontentavo di toccare la sua mano e di passare qualche volta la mia sulla sua testa che era bella e seria, con i capelli fini, lisci, castano scuro. Notavo e ammiravo la bellezza dei suoi denti e della sua piccola bocca ornata, ma non nascosta, da piccoli baffetti castani. Rivedevo in lui tutti i miei eroi favoriti, quando lui passava con la sua bella uniforme nera e gialla su un bel cavallo, io lo paragonavo ad Ettore o ad Achille.

Ero geloso di lui ma mi piaceva fargli raccontare le sue avventure di guarnigione e i suoi amori passeggeri. Benché dotato di un fisico notevole, non andava a cercare donne se non al massimo due volte al mese perché erano molto care e lui aveva poco denaro.

D’altra parte si corrompeva poco con donne e amori, essendo stato sotto le armi dall’età di diciassette anni, aveva poco tempo libero per raffinare i suoi sensi. Io invidiavo furiosamente tutte le donne che, anche una sola volta, avevano tenuto nelle loro braccia e avevano reso felice questo bel ragazzo che io consideravo adesso come un dio! Avrei dato tutta una vita di gioie per poter avere questa soddisfazione almeno una volta. Ero decisamente molto sfortunato!! E non avrei avuto mai questo piacere immenso di fronte al quale gli altri impallidiscono.

E poi non avrei mai osato dirgli una parola di tutto questo. Sarei morto di vergogna prima di aver finito l’orribile frase. Ma quello che doveva succedere successe. Una sera noi eravamo stati a cena tutti insieme e il nostro amico era della partita. Tutti avevano bevuto e molto. Al rientro agli alloggi parecchi di noi si sentirono ignobilmente male. I soldati non dormivano con noi ma in una sala vicina. I nostri otto o dieci letti si perdevano nell’immensità della sala buia illuminata da una piccola lampada che si spegneva nel mezzo della notte.

Noi eravamo più o meno eccitati e i nostri giochi chiassosi si prolungarono parecchio prima della notte. Il furiere, che dormiva in una piccola camera vicina, ubriaco fradicio anche lui, ronfava in modo orribile.

Il mio letto era nell’angolo più scuro di fronte a quello di un giovane sottufficiale che anche lui era allegro grazie al vino generoso che aveva bevuto e a quale non era affatto abituato per ragioni di vario tipo.

I miei compagni erano addormentati da molto tempo quando noi non ci eravamo ancora spogliati. Alla fine mi decisi e sbarazzandomi dell’uniforme mi rannicchiai nella mia camicia di baptiste ed entrai nel mio piccolo letto sul quale avevo fatto sedere il mio giovane amico al quale, nella nostra eccitazione e nell’intossicazione causata dal vino e dal chiasso che avevamo appena fatto, prodigai come per scherzo le più dolci carezze e la parole più adulatrici. Ero steso a metà sul cuscino che ci permettevano di tenere sul nostro letto, lui era mezzo spogliato, sedeva sulle mie cosce piegato verso di me. Io gli parlavo come nel rapimento di una mezza ubriachezza dovuta al sonno e al calore del letto che stavano cominciano ad aver ragione di me, quando lui si abbassò completamente su di me, mi strinse tra le braccia e mi baciò sul volto e contemporaneamente infilò le mani sotto le coperte e afferrò a piene mani la mia carne. Io mi sentii morire e come una gioia immensa mi rapì di colpo. Così per un piccolo momento ci stringemmo, poggiando le teste una accanto all’altra, mentre le gote bruciavano e la mia bocca era attaccata alla sua bocca, sul dolce cuscino. Io non sono stato mai così felice!!

La lampada poggiata a terra mandava dei raggi incerti nell’immenso dormitorio dove nei letti lontani i miei compagni dormivano e lasciava nella più profonda oscurità questo angolo dove noi eravamo così felici. Ebbi comunque paura che qualcuno ci vedesse e volendo gioire completamente di quell’abbandono de mio amico, gli dissi all’orecchio baciandolo: “Vai a spegnere la lampada e torna, ma presto”: si alzò inciampando e andò a bere alla brocca che era poggiata a terra vicino alla lampada; spense molto dolcemente la fiammella che stava già per spegnersi da sé. Il dormitorio non fu più rischiarato che dalla lampada del dormitorio vicino, cioè, ci si vedeva un po’ al centro della sala ma tutto il resto era nelle tenebre più dense.

Lo vidi nella penombra che ritornava al suo letto di fronte al mio. Lo sentii spogliarsi in fretta e tornare verso di me trattenendo il respiro.

Quel piccolo momento mi sembrò un secolo e quando lo sentii vicino a me tra le coperte calde, lo abbracciai alla vita, lo palpavo e lo baciavo ardentemente, facendo rumore, quasi oltre la gioia e il piacere. Mi si offrì in modo veementissimo come amante e ben presto nudi, costituivamo un solo corpo, strettissimamente abbracciati. Mai avrei creduto che si potesse godere di un piacere così grande. Le nostre lingue si congiungevano nelle nostre bocche, eravamo stretti in un abbraccio così forte che a stento potevamo respirare. Con le mani esploravo quel corpo bellissimo tanto desiderato, quella testa marmorea e virile che era così diversa dalla mia testa. Poi i nostri godimenti arrivarono al culmine e ciò che più ci diede piacere fu che ebbero termine nello stesso momento. Rimanemmo poi a lungo abbracciati scambiandoci carezze e parole dolci. “Mai ho provato un piacere così forte con una donna, disse, i loro baci e le loro carezze non sono né così caldi né così piedi d’amore”

Queste parole mi inondarono di gioia e di orgoglio. Lo avevo dunque conquistato quest’uomo così desiderato, e che uomo affascinate! Qualsiasi donna me lo invidierebbe.

Alla fine ci separammo. Promettendoci di amarci sempre e di fare il possibile per restare sempre insieme.



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