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 Oggetto del messaggio: IL PROCESSO AD OSCAR WILDE
MessaggioInviato: lunedì 6 aprile 2015, 22:52 
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Iscritto il: sabato 9 maggio 2009, 22:05
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Nella Biblioteca di Progetto Gay non compare ancora in nome di uno dei maestri del Decadentismo europeo, cioè di Oscar Wilde, ben noto per la sua omosessualità. Lascio la critica letteraria agli specialisti per limitarmi a parlare di Wilde sotto il profilo della sua omosessualità. In questo campo è oggettivamente difficile fare un discorso scientifico, cioè libero da pregiudizi, si può tuttavia, come la scienza richiede, concentrarsi sui fatti riservando le valutazioni solo ad un momento successivo. Della omosessualità di Wilde si parla molto, ma tropo spesso in modo astratto e ideologico e non storico come si dovrebbe.

Nella mia prefazione al “Romanzo di un invertito nato” della Biblioteca di Progetto Gay, ho fatto riferimento ad un libero: “Perversion et perversité sexuelles – Une enquête médicale sur l’inversion. Notes et documents. Le roman d’un inverti-né. Le procès Wilde. La guérison et la prophylaxie de l’inversion.” del Dr. Laupts, con la prefazione di Émile Zola, uscito a Parigi nel 1896 nella collezione Tares et poisons, per i tipi dell’editore Georges Carré. Il terzo capitolo di questo libro è dedicato ad Oscar Wilde. Le opinioni espresse dall’autore devono essere prese con le molle e non sono certo adeguate alla moderna visione della omosessualità, ma la descrizione puntigliosa delle fasi del processo di Wilde, costruita sulla stampa inglese dell’epoca, costituisce un documento un documento storico di notevole importanza per conoscere che cosa sia stato realmente il processo a Wilde e per fare luce sul suo modo di vivere l’omosessualità. È proprio per questo che intendo proporre a puntate sui siti di Progetto Gay la traduzione del capitolo III.
Come primo passo esamineremo qui le prime due fasi del processo.

CAPITOLO III
OSSERVAZIONE TIPO DI UN INVERTITO PEDOFILO

Oscar Wilde; il suo processo. – Prima fase: Oscar Wilde contro il Marchese di Queensberry. Domande imbarazzanti. Colpo di scena. La desistenza di Oscar Wilde; il suo arresto. – Seconda fase : Fatti rimproverati a Oscar Wilde. – Terzo atto: La corte d’assise. Nessun verdetto. – La Denuncia: La seconda assise, la condanna – L’opinione di M. Raffalovich: il caso Wilde. – Opinione di uno scrittore parigino sull’inversione e sull’adulterio. – Conclusioni: differenze tra Oscar Wilde e l’invertito nato. – Il ruolo dell’egoismo, della vanità; argomento derivato dall’arte: Dorian Gray. – È un’inversione dovuta all’ambiente, nata da una civiltà avanzata: accanto alla perversione esiste la perversità, accanto ai perversi esistono i pervertiti.
____

Gli invertiti non si somigliano affatto. Per chi potrebbe mette in dubbio questa affermazione, credo che nulla possa essere più convincente della storia del processo del romanziere e autore drammatico Wilde, invertito sessuale condannato da una giuria inglese, la cui psicologia differisce in un modo notevolissimo da quella del feminiforme di cui abbiamo appena esaminato la confessione.[Nota di Project: nel Romanzo di un invertito nato]

Non si tratta più qui, come nel caso precedente, di un modo di essere difforme, comparso, senza una causa spiegabile a priori, in una famiglia regolarmente costituita, tutti i cui membri apparivano sani e normali;1) non è più un personaggio di sesso maschile, il cui centro sessuale cerebrale è femminile; e infine non si tratta affatto di un individuo con una tendenza sessuale nettamente orientata verso lo stesso sesso al quale egli appartiene, che preferisce, tra i rappresentanti di questo sesso, quelli che sono i più forti e i più maschi. Ma al contrario di tratta di un uomo che, avendo condotto un’esistenza normale, sposato, padre di famiglia, in un dato momento della sua vita, sotto l’influenza di cattivi consigli, di abitudini perniciose, trasmessegli da amici tarati e viziosi, si trova trascinato verso degli esseri del suo sesso, ma verso deli esseri più giovani, meno forti, più femminili d’aspetto o di abitudini, rispetto a lui.

Prima di studiare il personaggio dobbiamo intanto vedere, dato che non lo conosciamo, gli elementi che ci permetteranno di farci un giudizio su di lui. Gli elementi ci sono forniti dagli estratti dei giornali che hanno fatto il rendiconto del processo e, in larga misura, dalla informazioni che mi ha voluto fornire uno scienziato di Londra M. André Raffalovich, molto al corrente dei problemi dell’inversione sui quali ha molto sensatamente e brillantemente scritto a più riprese.

Il Processo

Il processo comprende diverse farsi distinte. Per una sorta di anomalia, è Oscar Wilde, il futuro condannato, che attacca. Egli intentò al marchese Queensberry un processo per diffamazione. Oscar Wilde, autore molto conosciuto, brillante di un vivo splendore in un certo mondo di scrittori, tollerato e anche alla fine ricercato dalla società e dai migliori ambienti letterari in Inghilterra e all’estero, viziato, coccolato per la sua vanità, per la sua nonchalance, i suoi difetti, la sia iattanza e la sua buffoneria, adulato da certi amici e da una compagnia molto sospetta che si portava appresso, Oscar Wilde dunque attaccava il marchese Queensberry che da molto tempo cercava di strappare suo figlio lord Alfred Dougles ai suoi esempi perniciosi.

Il 3 aprile 1895, nella Old Bailey, si riunirono le assise della Central Criminal Court. M. Carson e sir Edward Clarke, colleghi nel precedente ministero conservatore, erano, il primo l’avvocato del marchese e il secondo l’avvocato di Oscar Wilde.

L’addebito era questo: il 28 febbraio scorso, Osar Wilde, arrivando al suo club, vi trovava una carta del marchese di Queensberry sulla quale erano scritte alcune parole ingiuriose, all’indirizzo del romanziere, che lo accusavano, se non di avere, almeno di atteggiarsi ad avere costumi inconfessabili.

Avendo Wilde sporto querela, il marchese fu arrestato e fu concessa l’autorizzazione al processarlo davanti alla corte d’assise. Wilde si presenta arrogante, come sua abitudine; con gesticolare superbo e posa maestosa cercava di stupire il giudice e il pubblico.

Alle domande del suo avvocato, sir Edward Clarke, rispose di essere un uomo sposato dal 1884, di avere due figli, di essere uno scrittore e che le sue opere avevano avuto successo. Disse di essere amico di lord Alfred Douglas dal 1884 e di essere stato a cena con quest’ultimo in compagnia del marchese. Nel 1893 aveva saputo da un certo Wood che quattro lettere scritte da lui, Wilde, erano state trovate in una tasca di un vecchio vestito di lord Alfred Douglas. Wood, al quale quest’ultimo aveva dato l’abito, le offrì a Wilde che gli diede in cambio 500 franchi al fine di permettergli di andare a New York a tentare la fortuna.

Sfortunatamente per Wilde, solo tre lettere gli furono riconsegnate e con la quarta un signor Allen, che se l’era procurata non si sa come, cercò di ricattare Wilde: “me ne danno 1500 franchi, scriveva a quest’ultimo”, e Wilde gli avrebbe risposto: “Vendila, mai un brano così corto mi è stato pagato così caro”.
Ecco, la traduzione di questa lettera, come è stata riportata dai giornali.

“Mio caro ragazzo (my own boy), il vostro sonetto mi delizia ed è una cosa ammirabile che le vostre labbra rosse, simili a petali di rosa, si adattino altrettanto bene sia per la musicalità del canto che per l’ebbrezza del baciare. La vostra anima oscilla tra la passione e la poesia. Giacinto, così follemente amato da Apollo nell’antichità, siete voi, ne sono certo. Perché state da solo a Londra? E quando andrete a Salisbury ? Andate, congelate le vostre mani nella grigia penombra delle cose gotiche e venite qui, è un posto delizioso. Mancate solo voi, ma andate prima a Salisbury. Sempre con amore imperituro, il vostro Oscar”.

Oscar Wilde rifiutò di pagare, diede ad Allen dieci scellini e tornò in possesso della sua lettera, che gli fu restituita, sporca e strappata, da un certo Clyburn, al quale Wilde consegnò pure 10 scellini, dicendo, alla vista dello stato miserevole di quello straccio che gli veniva restituito: “Come è possibile prendersi così posa cura di un mio manoscritto originale?”

Nel febbraio 1895, avendo il teatro di Saint-James messo in scena una commedia di Wilde, L’importanza di essere serio [Nota di Project: L’importanza di chiamarsi Ernesto] il marchese di Queensberry cercò di fare uno scandalo in teatro. Non essendoci riuscito, si vendicò mandando all’Albermale-Club la carta per Wilde, contenente commenti sprezzanti.

Wilde attaccò molto follemente il marchese. Con poche e incisive parole, M. Carson capovolgeva l’accusa, facendo del marchese l’accusatore.

Wilde è costretto a difendersi. All’inizio lo fa in modo arrogante, assumendo quel tono di gioco e si scherzo che gli era abituale. Quando gli viene chiesto se l’articolo Il prete e l’accolito, che era stato pubblicato su Il Camaleonte e che descriveva dei costumi vergognosi, è immorale : “è peggio - esclama - è scritto male!” È solo a detta di persone rozze che tratta di costumi vergognosi” aggiunge, in risposta ad una domanda di M. Carson. Quindi Wilde espone una teoria molto classica dell’arte per l’arte e conclude negando che un uomo possa avere su un altro una qualunque influenza morale. E quindi, di conseguenza, come potrebbe un libro pervertire un lettore?

È poi la volta di Doran Gray. “Avete mai voi adorato, come questo giovane del romanzo che adora con follia e stravaganza e assurdamente un giovane uomo così idealmente bello?” E Wilde risponde: “Io non ho mai adorato altri che me stesso.”
Enfaticamente, pretenziosamente, più per abbagliare che per convincere, tiene testa alle insinuazioni. “Tutto quello che io faccio è straordinario” risponde a una domanda imbarazzante di M. Carson su una lettera molto straordinaria di Wilde al suo amico. E mentre Wilde impiega argomenti così sbagliati, la logica del suo avversario lo assilla con mille colpi difficili, impossibili da parare. Perché questa amicizia intima con Wood, un giovane maestro cantore diciottenne, che Wilde chiama per nome, che invita a cena e al quale presta denaro? Perché questo legame con un giovane commesso di libreria al quale regala più di 200 franchi? Perché vestire elegantemente un giovane vagabondo, Alfonso Conwell, e alloggiare con lui una notte a Brighton?

L’indomani, 4 Aprile, il processo continua. M. Carson se la prende allora con l’amicizia di Wilde per Taylor,2) questo procacciatore di giovani, segnalato alla polizia, uomo losco, nel cui appartamento, con le tende sempre chiuse, bruciano profumi violenti”. Gli domanda ironicamente se è per fargli ammirare le sue opere letterarie che Wilde lo prega così spesso di andare a cena da lui.

Questo Taylor un giorno fu arrestato con una banda di domestici o impiegati di cui molti furono condannati per abitudini vergognose. Non ci sono prove contro Taylor, ma si sa che fece fare a Wilde conoscenza con cinque o sei ragazzi senza una lavoro confessabile, che divennero le vittime del romanziere.

Il sig. Carson interroga Wilde su ciascuno di questi ragazzi. “Perché lo invitavate a cena? Perché gli davate del tu? Perché lo chiamavate per nome? Perché gli avete fatto dei regali? Avete passato una parte della notte con lui? Ecc.

Wilde ha perso la sua bella fiducia in se stesso, risponde come può con stizza: “Io preferisco- dice – il piacere di chiacchierare per un’ora con un uomo giovane anche al piacere di essere interrogato in corte d’assise”.

L’interrogatorio continua su Atkins che ha coabitato con Wilde a Parigi nel boulevard des Capucines; su Scott, domestico che ha cenato con Wilde ed ha ricevuto da lui un portasigarette, su Walter Grainger, a proposito del quale l’avvocato chiede a Wilde se l’ha abbracciato – “No – risponde maldestramente Wilde - era troppo brutto.” E appena il sig. Carson sottolinea la stupidità della risposta, Wilde si arrabbia e chiede che la smettano di insultarlo. Al fine di risollevare il suo cliente, Sir Edward Clarke si lancia in una serie di considerazioni politiche, alle quali molto abilmente cerca di fare largo spazio nella storia del processo. Ma invano. La simpatia unanime va al marchese di Queensberry; suo figlio: “che egli si rimprovera come un crimine di ave messo al mondo” appare odioso, soprattutto alla lettura delle lettere nelle quali per rispondere ai rimproveri del marchese circa il rapporto con Wilde, diceva a suo padre: “che singolare ometto vi rendete” o ancora “quando voi sarete morto nessuno vi rimpiangerà” o lo minacciava, alla fine, di ammazzarlo con il colpo di pistola. E così l’eloquenza del sig. Carson si spiega senza impedimenti, quando prendendo tutti insieme i sospetti che pesano su Wilde costruisce contro di lui la requisitoria più probante che fosse possibile pronunciare.

L’indomani, alla fine dell’arringa difensiva, sir Edward Clarke ritira l’accusa portata contro il marchese di Queensberry, che è rimesso in libertà. La sera stessa, all’Hotel Cadogan di Sloane street, Oscar Wilde è arrestato è finisce in prigione dopo avere inviato all’Evening News una nota nella quale dichiara che, non potendo consentire che lord Alfred Douglas - benché lui si fosse offerto – fosse chiamato a testimoniare contro suo padre, prendeva sulle sue spalle tutto il peso dello scandalo e ritirava la querela.

L’11 Aprile Wilde comparve davanti ai giudici con più come accusatore ma questa volta come accusato.

Lascio la parola al redattore del giornale Times che ha ritratto in modo molto abile la fisionomia di questo processo. Non penso d’altra parte che si debba dare spazio, dal punto di vista scientifico a tutti i dettagli di questa faccenda. Basterà indicare i grandi tratti e le sessioni principali in modo da delineare con sufficiente precisione l’atteggiamento di Oscar Wilde.

Raramente un accusato – dice il Times - si è presentato davanti ai giudici accompagnato da così veementi antipatie. Le manifestazioni dell’opinione pubblica contro Oscar Wilde hanno preso ogni giorno, voi lo avete visto, un carattere sempre più accentuato di ostilità.

Ma benché quelle antipatie non fossero affatto ignorate dal lui, sembra che lui non abbia perso nulla della sua sicumera. Mentre continua a lamentarsi amaramente del regime al quale è sottoposto nella prigione di Holloway, mangia quanto il suo esigente appetito gli permette e beve tanto quanto il regolamento può tollerare, troppo poco, secondo lui! Ieri sera, dopo avere ingerito una zuppa, una sogliola fritta, un pollo arrosto e delle patate saltate, un pudding al riso, del formaggio e della frutta, si è lamentato col suo guardiano che il ristoratore lo lasciava “crepare di fame” e ha fatto chiedere al ristorante dell’Holloway Castle Hotel, che una cena più abbondante gli fosse servita questa sera dopo l’udienza. Nella mattina aveva potuto incontrarsi finalmente con lord Alfred Douglas che non aveva più rivisto dopo il suo arresto, ossia da venerdì pomeriggio. Il figlio del marchese di Queensberry gli aveva portato una bel calice di cristallo ornato con una montatura di argento dorato, ma il prigioniero non ha potuto accettare questo regalo e ha dovuto servirsi del bicchiere di stagno regolamentare, nonostante le proteste. Il giovane Alfred Douglas è stato incaricato dal prigioniero di regolare tutte le questioni di interessi in discussione da una settimana.

Se Oscar Wild aveva potuto illudersi circa i sentimenti che ispirava nella popolazione londinese, ora potrebbe definirli chiaramente. Stamani quando la vettura che lo portava via da Holloway si è avvicinata a Bow street, una folla notevole, radunata là dalle sette, nella speranza di trovare un posto all’udienza, ha accolto il prigioniero apostrofandolo in modo oltraggioso. Nel mettere piede a terra nella corte, l’autore di Un marito ideale era in preda ad una visibile emozione nervosa. Ha subito chiesto del suo avvocato sir Edward Clarke che non era ancora arrivato. Wilde è un po’ impallidito e i suoi amici assicurano che il regime di temperanza al quale è sottoposto (!) non aveva potuto che fargli bene; altri, più inteneriti, sostengono che queste privazioni rovineranno la sua salute.

La folla è enorme. Le persone munite di biglietto sono entrate a stento nella sala.
Il giudice, ser John Bridge apre l’udienza alle 11.10 e ordina che i prigionieri siano disposti, come d’abitudine, nel dock, una specie di gabbia con le grate dove Wild e Taylor vanno a prendere posto. Wilde è elegantemente vestito con un doppiopetto nero e un soprabito grigio, in testa un cappello di seta foderato di camoscio chiaro. Taylor, molto ben vestito ma senza la minima distinzione, sembra un valletto di camera, abbigliato coi vestiti del suo padrone.

M.F.G. Gill sostiene l’accusa in nome delle Tesoreria, Wilde è assistito da sir Edward Clarke e dal procuratore Humphrey.

Il signor Arthur Newton si presenta per Taylor.

L’udienza è aperta, sir Edward Clarke fa una dichiarazione che lascia sperare che il dibattimento non vada avanti. A nome del suo cliente, rinuncia a interrogare i testimoni sentiti sabato.

Ma il sig. Arthur Newton reclama il controesame per il suo cliente e specialmente per quanto riguarda i fratelli Parker.

Charles Parker viene sentito. È lui, certamente tutti se lo ricordano, che Wilde ha condotto in una camera dell’Hotel Savoy, dopo un’abbondante cena.
Egli dichiara:

“Non avevo che 19 anni a quel tempo, e non mi ero mai reso colpevole i alcun atto di immoralità prima di incontrare Oscar Wilde.”

Interrogato dall’avvocato di Taylor, Parker sostiene di non avare affatto provocato l’interesse dell’accusato e di non avere cercato di attirare la sua attenzione quando lo incontrò per la prima volta in un pub. Al contrario Taylor sarebbe venuto da lui facendo i primi passi che dovevano avere per risultato la sua presentazione a Oscar Wilde e la notte passata in albergo.

Conferma di essere stato arrestato nell’agosto scorso in una casa sospetta di Fitzroy square, ma ha cura di specificare che non conosceva affatto le persone con le quali si trovava e che d’altra parte non era stato perseguito.

Domanda: Perché avete abbandonato il vostro mestiere di valletto di camera?

Risposta: Il mio ultimo padrone credeva che lo avessi derubato e mi ha cacciato per questo sospetto.

Domanda: Non avete forse rubato una moneta da 25 franchi al sig, Taylor?

Risposta: Lo ha detto lui, ma è falso.

Parker confessa in seguito di avere, di concerto con altri due individui, preso parte a un ricatto ai danni di un gentiluomo di cui lui minacciava di svelare i cattivi costumi. Per questo fatto ha ricevuto 750 franchi.

Il secondo testimone si chiama Frédérik Atkins, un giovane uomo di figura e di abbigliamento sospetti, che si potrebbe condannare anche solo per il suo aspetto.

Ho incontrato per la prima volta Oscar Wilde nel novembre 1892, davanti al caffé Florance. Avevo allora un po’ più di 17 anni. Mi abbordò e mi invitò a cena. A tavola mi offrì di accompagnarlo a Parigi dove sarai passato per suo segretario, e io accettai. Ci siamo ritrovati l’indomani alla stazione e abbiamo fatto il percorso col treno di lusso. A Parigi siamo scesi in un albergo del boulevard des Capucines, dove occupavamo due stanze contigue. L’indomani siamo andati dal parrucchiere del Grand Hotel e Oscar Wilde si è raccomandato che io fossi pettinato coi ricci in un modo particolare. La sera abbiamo cenato insieme.

Domanda: Una buona cena?

Risposta: La migliore che io abbia mangiato in tutta la mia vita, poi Wilde mi ha dato un luigi col quale sono andato, malgrado la sua proibizione, a passare la serata al Moulin-Rouge: sono rientrato alle due e mezza del mattino e l’ho trovato in compagnia di uno chiamato Schwab. Alle nove, il mattino seguente, Wilde venne a trovarmi nella mia camera da letto e mi mise in guardia contro la frequentazione delle donne, che erano, a sua detta, “la rovina dei ragazzi”.

Lo stesso testimone racconta che Wilde aveva l’abitudine di abbracciare i ragazzi del ristorante che lo servivano e aggiunge che il loro soggiorno a Parigi è durato tre giorni: “Ritornando a Londra, io possedevo tre sterline e un portasigarette d’argento datomi da Wilde. L’indomani mi ha chiamato da lui, a casa sua, quando la famiglia non c’era”

Il resto della deposizione di Frederik Atkins non può essere riportato. La sua deposizione ha provocato la rivolta dell’uditorio. Solo Oscar Wilde è rimasto impassibile sentendo raccontare pubblicamente che aveva ricevuto la notte questo commesso di allibratore nella casa abitata da sua moglie e dai suoi figli! Un lungo mormorio di indignazione rimbomba tra l’uditorio. Wilde resta addossato alla grata del “dock” con la fronte appoggiata sulla mano guantata, guardando il testimone con un occhio chiaro e tranquillo.

Frederick Atkins confessa in seguito di aver vissuto nelle condizioni della peggiore immoralità con un certo sig. Burton e con un altro individuo, il cui nome non viene pronunciato. Nega di essersi ma associato a qualche manovra di ricatto.

Sir John Bridge: Voi passavate per il segretario di Oscar Wilde, gli avete mai fatto da segretario?

Risposta: Una sola volta ho copiato dei brani di una sua commedia: Una donna senza importanza.

Il terzo testimone è molto imbarazzato. Questo giovane uomo, Edward S… ha fatto la conoscenza di Wilde in una libreria di cui è commesso , o secondo il sig. Gill, lui è il domestico. Poco dopo Wilde l’ha invitato per lettera a raggiungerlo all’Albemarle Hotel. C’è andato, ha cenato con lui e lo ha seguito in una casa privata, dove hanno passato un’ora a chiacchierare fumando delle sigarette e lì Wilde gli avrebbe fatto delle proposte oscene.

L’interesse di questa deposizione, per il sig. Arthur Newton, consiste nello stabilire che questo incontro non ha avuto luogo nell’appartamento del suo cliente Taylor.

Il testimone, il cui imbarazzo e la cui esitazione aumentano ad ogni domanda, non si ricorda dove Wilde l’ha portato. L’indomani ha passato la serata con lo scrittore in un palco all’Independent Theatre. Hanno cenato all’Albermale Hotel, poi ha pranzato con Wilde al Club Principe di Galles e ha ricevuto da lui delle copie dei suoi libri con dediche affettuose. Wilde voleva portarlo con sé a Parigi, ma lui non ha acconsentito.

Messo a confronto con Taylor, Edward S… dichiara di non averlo mai visto.

Si ascolta quindi la signora Rumsley, la proprietaria della casa doveva aveva abitato Charles Parker, che riconosce Oscar Wilde per averlo visto molte volte salite dal suo locatario. Le singolari visite che Parker riceveva gli valsero lo sfratto. La signora Margery Bancroft, altra proprietaria di Parker, ha visto più volte Wilde e Taylor nella sua casa.

La signora Sophie Grey, proprietaria di Taylor, riferisce che costui riceveva solo giovani e che Wilde gli fece molte visite, sia solo che accompagnato.

Durante la sospensione dell’udienza, Oscar Wilde ha confortevolmente pranzato con un polletto saltato, una omelette alle punte di asparagi, una pesca e una mezza bottiglia di vino. Taylor non ha toccato nulla di quello che gli era stato portato.

L’audizione dei testimoni riprende.

La proprietaria dell’Albermale Hotel dichiara di aver chiuso la sua casa a Wilde perché lui ci riceveva dei giovani e si dimostrava troppo disinvolto coi ragazzi e i camerieri. Una serva del Savoy Hotel riferisce che le chiacchiere più inquietanti correvano tra il personale sull’uso che Wilde faceva delle camere da lui prese in affitto nella casa.

Il sig. Charles Matthews, che depone successivamente, è uno degli editori di Wilde. È da lui che il prigioniero ha incontrato il giovane Edward S… - che era esattamente il suo domestico e non il suo commesso. Quando il sig. Matthews ha saputo che S… andava a cena con lo scrittore, lo ha messo alla porta. Comprendendo, dice lui, che dei simili rapporti non potevano essere che disonorevoli per l’uno e per l’altro.

L’ultimo testimone è l’ispettore di polizia Charles Richard, che ha proceduto venerdì scorso all’arresto di Wilde. Il dialogo seguente intercorse tra l’autore e l’ispettore:
- Signor Wilde, io sono un ufficiale di polizia e vi porto un mandato di arresto contro di voi.
- Bene, dove mi porterete?
- A Scottland yard e di là in prigione a Bow street.
- Potrei pagare una cauzione?
- Non credo.
- Posso scrivere delle lettere?
- No.

Perquisito, si trovò che Wilde aveva con sé due lettere di Taylor, una del giorno prima e una del giorno stesso.

Sir John Bridge, rispondendo a una richiesta della difesa, rifiuta di mettere Wilde in libertà sotto cauzione. La seduta è tolta alle sei. E i dibattiti sono aggiornati a venerdì 19 Aprile.

Oscar Wilde ha dimostrato una tranquillità straordinaria durante questa terribile udienza. Non un movimento di indignazione o di collera, non una protesta, non un grido, non una parola, niente! Per venti volte le manifestazioni dell’aula hanno interrotto il dibattito e perfino il giudice. Wilde sembra rimanere estraneo a tutta la faccenda.

19 Aprile

Sir John Bridge prende posto sul seggio presidenziale alle undici e mezza. Sir Edward Clarke, difensore di Wilde, dichiara di nuovo che non intende sottoporre i testimoni ad alcun controesame. È ascoltato una seconda volta William Parker, che fornisce delle informazioni già note sul modo di vivere di Taylor. Afferma che suo fratello Charles era un ragazzo onesto prima di conoscere Oscar Wilde, e che Taylor ha esercitato su di lui la peggiore influenza. M.C.F. Gill, che gestisce l’azione penale per conto della Tesoreria, fa chiamare di nuovo Charles Parker che, dopo aver confermato le sue deposizioni precedenti, racconta di essere stato ricevuto più volte da Oscar Wilde in Tite street, a Chelsea, cioè nella casa coniugale, quando Wilde aveva preso tutte le precauzioni per rimanere solo. Ci si ricorda che il testimone Frederik Atkins aveva fatto una dichiarazione simile la settimana scorsa. Rispondendo a domande di M.C.F. Gill, questo testimone entra in dettagli che non possono essere riferiti. Il testimone seguente è un poliziotto, l’agente Curley della divisione E. La proprietaria di Taylor in Little-college street gli ha fatto avere una cappelliera piena di lettere: la corrispondenza intima dell’accusato. L’avvocato dell’accusa richiede che alcune di queste lettere siano lette, solamente quelle che stabiliscono la continuità piuttosto che la natura delle relazioni tra Oscar Wilde e Taylor.

Potrei chiedere la lettura di tutte queste lettere, dice rivolgendosi al giudice ma ne risulterebbe uno scandalo talmente abominevole che ci rinuncio per risetto della giustizia e per compassione dell’opinione pubblica già troppo afflitta.

Per conseguenza è data lettura di lettere già molto strane per chi considera i personaggi che se le scambiavano. In una di essere Wilde si scusa di non poter cenare con Taylor. “Me ne dispiace fino alla disperazione” scrive. Altre sono relative a degli appuntamenti nella stanza del Savoy Hotel, altre annunciano o accompagnano invii di denaro.

I testimoni successivi non fanno conoscere alcun fatto nuovo. Poi un impiegato dell’Hotel Savoy, depone su fatti oggi di notorietà pubblica. Sir John Bridge ascolta due impiegati della Banca di Londra e di Westminster che avrebbero molto da dire sugli assegni incassati da Taylor e sulle firme di questi assegni, se gli avvocati di comune accordo col giudice non avessero deciso che la loro deposizione scritta e l’estratto dei loro libri che la conferma, sarebbero stati aggiunti al dossier, in modo da non pronunciare nessun nome estraneo alla causa presente.

Il giudice recepisce quindi, sentiti gli avvocati, una copia legalizzata del rendiconto scritto di M.J.W. Lehman, stenografo, delle tre udienze consacrate dalla corte di Old Bailey alla causa Wilde contro Lord Queensberry, che si era risolta con l’assoluzione del marchese.

In poche parole M.C.F. Gill riassume e specifica l’accusa.

Noi abbiamo dimostrato – egli dice- che esistono contro Oscar Wilde e Taylor delle prove sufficienti che essi hanno insieme immaginato, preparato, combinato l’esecuzione di atti osceni (with conspiring, confederating and combining to procure acts of gross indecency) e che hanno compiuto questi atti osceni con diverse persone conosciute o sconosciute, tra le quali Alfred Wood, Frederik Atkins, i fratelli Parker e altri. E per di più è stato dimostrato che molti di questi individui erano minorenni al momento in cui gli atti osceni sono stati commessi.

I difensori si Taylor e Wilde si inchinano in segno di assenso. Sir Edward Clarke prende la parola per chiedere ancora la messa in libertà provvisoria del suo cliente, i cui amici, dice, sono disposti a versare la somma che il giudice riterrà di richiedere.

M.C.F. Gill – Alla prima e alla seconda udienza mi ero opposto alla liberazione su cauzione. Questa mattina, prima dell’udienza, sentito dal mio onorevole collega sir Edward Clarke, ho dichiarato che questa volta non mi sarei più opposto. Sotto certe garanzie che le sono state offerte, e che le ispirano piena fiducia, la Tesoreria consente alla liberazione su cauzione, se piacerà a vostro onore di ordinarla.

Sir John Bridge: La giustizia non si deve occupare di ciò che succede fuori della corte e degli accordi intervenuti tra gli avvocati. Io decido che le prove sono in effetti sufficienti e ordino che i prigionieri siano deferiti alla corte d’assise per rispondere lì delle accuse qui di seguito specificate e siano giudicati quindi da una giuria. Rifiuto loro la libertà su cauzione. La causa non comporta una tale condizione di favore.

Durante questi dibattiti che sono terminati alle tre, Wilde non si è rialzato dal suo atteggiamento prostrato: le spalle curve, il mento fra le mani. La decisione del giudice, sir John Bridge, non lo sveglia. Taylor che è stato introdotto nel dock prima di lui, si alza, si tira indietro i capelli aspettando che il suo co-accusato gli liberi il passaggio. L’altro non si sposta. Taylor gli mette la mano sulla spalle. Su, che c’è? Wilde ha l’aria di uno che esce da un sogno. Si alza in piedi appoggiandosi a una sbarra del dock e segue il poliziotto di servizio. Lo si vede sparire curvato, annientato…
____________
1) C’è forse bisogno di notare nel romanzo di un invertito l’influenza dell’incrocio di esseri di razza essenzialmente diversa: il padre latino e la madre ebrea? C’è forse bisogno d’altra parte di credere che l’inversione sia più frequente nella razza ebraica, rimasta interamente ed esclusivamente orientale, a dispetto delle apparenze estremamente variabili e mobili ? Questo punto richiede una spiegazione.
2) Ritratto di Taylor disegnato in una delle udienze successive (6 Aprile). Vedi il giornale Times. M.F. – C. Gill, che esperiva azione giudiziaria in nome della Tesoreria e M: Humphrey rappresentante legale incaricato provvisoriamente della difesa, avevano appena raggiunti i loro posti e si vide entrare tra due poliziotti l’individuo che la polizia cercava e che passava per il “fornitore” [Nota di Project: mezzano, procacciatore di ragazzi] del sig. Wilde. È stato appena arrestato vicino alla casa di Pimplico. È uno chiamato Alfred Taylor: molto ben messo e sembra intelligente. La sua attitudine durante i dibattiti è la stessa del sig. Wilde, solo con un po’ di cinismo in più perché lui sorrideva ai dettagli particolarmente ripugnanti raccontati dai testimoni.
Questi ripetono la descrizione dei fatti vergognosi già confessati agli avvocati del marchese di Queenberry. Non posso insistere su questo. Il giovane Parker, un valletto senza impiego, è presentato con suo fratello, il fattorino, al sig. Wilde da Taylor; cenano insieme ad un locale separato e dopo molte libagioni di champagne, Parker accompagna lo scrittore all’Hotel Savoy, Essi dovevano aver avuto diversi tête à tête che fruttavano al giovane valletto dai 50 ai 75 franchi in media… Wood racconta più o meno la stesa storia, solamente, più attento di Parker, ruppe molto presto le sue relazioni con “persone simili”.
Poi è il turno del massaggiatore dell’Hotel Savoy, le cui accuse contro il sig. Wilde sono confermate da una cameriera.
Ecco infine la signora Grant, proprietaria della casa già abitata da Taylor a Little-College street, che depone che questo personaggio riceveva spesso dei giovani nelle sue stanze fastosamente ammobiliate, illuminate da una luce speciale, e dove bruciavano profumi. Agli “afternoon tea” che dava in quelle stanze, Taylor compariva in una elegante vestaglia “come una piccola padrona di casa”…



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 Oggetto del messaggio: Re: IL PROCESSO AD OSCAR WILDE
MessaggioInviato: giovedì 9 aprile 2015, 18:49 
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È questo [quello riportato nel precedente post], riassunto dal Times, il secondo atto di questo processo, che al momento era ben lungi dall’essere terminato. Il terzo atto si svolge davanti alla corte d’assise. Gli stessi fatti immorali sono rimproverati a Wilde. Il suo avvocato Edward Clarke fa una difesa tanto abile quanto è possibile dimostrando lo scarso valore delle persone citate come testimoni a carico, e la poca affidabilità delle loro dichiarazioni. Si ascolta Wood, il maestro cantore, Atkins, il commesso dell’allibratore, che Wilde ha portato con sé in viaggio di piacere a Parigi e col quale aveva cennato un una stanza separata. Il povero testimone Edward S…., domestico di uno degli editori di Wilde arriva piangendo a raccontare nuovamente la sua miserevole caduta. Legge una lettera indirizzata da lui a Wilde nella quale gli rimprovera la sua immoralità e si lamenta del fatto di averlo conosciuto, il poveretto fa pena e produce una certa sensazione di intenerimento. Wilde lo guarda piangere alzando le spalle e sorridendo sdegnosamente. È il primo segno di emozione che dà da quando il processo ha preso una strada così pericolosa per lui. Ha perso tutta la sua arroganza, non dà più segni di gioia, resta impassibile e all’apparenza indifferente.

Il processo continua con delle fasi diverse. L’avvocato di Wilde rileva delle contraddizioni e delle menzogne nelle deposizioni dei testimoni; ma il numero dei testimoni, l’onorabilità di qualcuno di essi sembrano mettere fuor di dubbio che Wilde ha tenuto una condotta del tutto immorale. Si ascolta anche l’editore di Wilde che ha congedato il suo domestico a causa delle sue relazioni con l’autore, il proprietario dell’Albermale Hotel, il gioielliere che ha venduto a Wilde tutti i gioielli che egli offriva ai suoi accoliti, e infine i domestici – due dipendenti del Savoy Hotel – che dichiarano di aver visto Wilde portare spesso nella sua camera dei giovani.

La requisitoria fu molto dura. Il sig. Gill sfruttò un certo numero di frasi, di pensieri pretenziosi che Wilde si era lasciato sfuggire al tempo del suo primo processo. Le frasi seguenti, in particolare, produssero un effetto deplorevole per l’accusato.

“L’indifferenza è la madre della perfezione. Non ho mai adorato che me stesso. Il piacere è la sola cosa per la quale io vivo, nulla mi invecchia più dell’avversità. Amo lo scandalo negli altri. Quanto e me, nessuno scandalo mi tocca. La perversità è un mito inventato dalla brava gente per designare il fascino delle seduzioni che essi non comprendono.”

“Il peccato si imprime da se stesso sulle facce degli uomini. Il vizio segreto non esiste; da quando un uomo ha un vizio, quel vizio si manifesta dalle pieghe delle sue labbra.”

Leggendo questa frase, il sig. Gill si girò verso Wilde e guardandolo fisso, sembrò scoprire sulla sua fisionomia delle tracce delle passioni di cui lo accusava.

Alle domande del suo avvocato, Wilde rispose con la più totale tranquillità che tutte le supposizioni fatte a suo riguardo erano false. Diede dei dettagli sui suoi lavori, la sua vita, la sua famiglia, al centro della quale dichiarò di aver sempre vissuto, tra sua moglie che ha sposato nel 1884 e i due figli che ha avuto.

Poi venne il controinterrogatorio del sig. Gill, di cui ecco dei frammenti: (Estratti dal giornale Times)
D. Nel precedente processo due poesie di lord Alfred Dougles sono state lette. Le trovate belle?
R: Sì, molto belle. Esprimono sentimenti che io ho saputo ispirare al mio amico e che molti non comprendono, perché quei sentimenti compongono un affetto tanto profondo che Platone lo considerava e lo descriveva come l’inizio della saggezza. Oggi, questo sentimento è assai mal compreso, anche se è così fecondo e capace di ispirare tanti artisti: un’amicizia intellettuale tra due uomini, uno più grande e uno più giovane, il più grande che possiede un’esperienza del mondo e il più giovane che racchiude in sé la gioia, la speranza, la bellezza della vita. Questa è una cosa, lo ripeto, che la nostra epoca non comprende; e che pota, forse, alla berlina!
Scoppiano degli applausi in un angolo della galleria superiore, con viva sorpresa dell’uditorio e suscitando l’indignazione del giudice che minaccia di espulsione i manifestanti. Poi l’interrogatorio riprende:
D. Avete ascoltato le deposizioni del massaggiatore e della cameriera del Savoy Hotel. Sono deposizioni gravi. Come rispondete?
R. Tutto quello che hanno detto è falso.
D. Allora mentono?
R. Non dico che mentono; possono sbagliarsi. Chiunque è esposto al rischio di affermare un fatto falso con la convinzione intima che sia vero.
D. E Edward S…?
R. Oh! Quello è un bugiardo, una sorta di squilibrato, di lunatico. Non ho mai avuto per lui altro che un’amicizia letteraria.
D. Un’amicizia letteraria per un domestico?
R. Perché no?
D. Avete cenato con lui al Savoy?
R. Non c’è una parola di verità in tutto questo, non più che in quello che ha osato raccontare Frederick Atkins.
D. Comunque, avete portato con voi Atkins a Parigi?
R. Non l’ho mai negato.
D. Atkins ha mai cercato di ricattarvi?
R. Mai.
D. E voi non avete avuto nemmeno alcun motivo di risentimento contro Burton?
R. Nessuno, non lo conosco neppure.
D. Negate che Atkins sia venuto da voi in Tite street, cioè nel domicilio della vostra famiglia, e che voi siete andato a trovarlo a casa sua?
R. No, non lo nego questo; ma una visita di Atkins o una mia visita ad Atkins non ha alcuna importanza.
D. Dite che Wood ha mentito?
R. Sì, su molte cose. Wood mi è stato presentato da Lord Alfred Douglas e io ho fatto conoscenza con Taylor attraverso Schwabe. Non sono mai andato a caccia di relazioni; sono le relazioni che vengono da me.
D. Chi incontravate da Taylor?
R. Degli altri, dei cantori, e altra gente ancora. Sono rimasto amico di Taylor fino all’ultimo processo.

Wilde nega tutti i fatti contestatigli, di cui alcuni non possono essere citati qui.
Si ascolta allora Taylor. Trentatré anni; è nato a Malborough, ha fatto ottimi studi a Preston e ha passato qualche tempo sotto le armi, nella milizia. Nel 1883, ricevette in eredità da uno zio una fortuna di 1.125.000 franchi che dissipò in piaceri a Londra e in cattive speculazioni. Nel 1893 fu dichiarato fallito. Nel marzo dello stesso anno fu presentato da Sghwabe a Oscar Wilde, e ha riconosciuto di avergli presentato a sua volta i fratelli Parker, ma afferma che in questo non c’era alcuno scopo immorale.

Poi afferma che gli abiti femminili travati a casa sua erano destinati a un travestimento per un ballo in costume.

Finiti questi due interrogatori, sir Edward Clarke riprende la difesa del suo cliente, contro il quale, dice, non può essere invocata alcuna prova formale di colpevolezza.

- Paragonate, dice, il passato di oscar Wilde al passato degli individui che lo accusano e la causa sarà giudicata. Noi abbiamo dimostrato che sono tutti organizzatori di ricatti, glielo abbiamo fatto confessare. Quanto a me, su tali testimonianze, non oserei condannare nemmeno un cane!

L’accusa è già tornata indietro e voi la farete tornare ancora più indietro: voi gli mostrerete quanto è stata male ispirata nel farvi assistere a questa sfilata di individui reclutati in tutti i posti peggiori e che la polizia avrebbe dovuto conoscere molto meglio pur avendone già perseguiti, arrestati e sorvegliati alcuni. Nulla si può rimproverare a Wilde! Non c’è nulla contro di lui se non la superiorità della sua natura, il carattere artistico tipico di tutti i suoi scritti, di tutte le sue parole e di tutte le sue azioni. Da questo deriva l’errore dell’opinione pubblica circa le lettere indirizzate a Lord Alfred Douglas.

La perorazione di sir Edward Clarke è stata sostenuta con un vigoroso e irresistibile talento. Ha concluso tra gli applausi che il giudice non tentava nemmeno di fermare.

Ascoltandolo, Wilde ha dato segno di una profonda emozione. Ed è con le lacrime agli occhi che si è alzato per stringere entrambe le mani di sir Edward Clarke.
Si sa come si concluse questa parte del processo. Il giudice Charles, come vuole la legge inglese, sintetizzò il dibattimento; dopo che l’accusato era stato lasciato nelle mani della difesa e dell’accusa, pronunciò un vero discorso molto eloquente e di una nettissima chiarezza, i suoi punti più interessanti sono i seguenti:

1° Il giudice si congratula con l’accusa per aver abbandonato le accuse relative alla cospirazione e alla incitazione alla dissolutezza, essendo tutti i complici di Wilde dei dissoluti o dei maestri del ricatto;

2° Una giuria non deve mai confondere l’uomo e l’autore o giudicare il primo guardando al secondo. Ricorda il motto di Coleridge “Non giudicate alcun uomo dai suoi liberi”. Infine facendo allusione e quelli tra i testimoni che non erano tarati, terminò così:

“Quelli, cioè i testimoni che hanno una onorabilità, sono sinceri; e dovete chiedervi se le loro deposizioni sono sufficienti e motivare un verdetto di colpevolezza. Se voi accettate quello che vi hanno detto come corrispondente al vero, sapete quello che dovete fare… Vi dicevo poco fa di dimenticare l’uomo di lettere ma non preoccupatevi nemmeno dell’uomo di mondo. Nessuno qui ha un passato né degli antecedenti. Solo i fatti della causa devono interessarvi. Quanto e me mi sono fatto la mia opinione e mi auguro caldamente di trovare il giudizio che mi farete rendere come magistrato in accordo con la mia libera coscienza!”

I giurati non poterono sentirsi. Tre di loro, tra i dodici, si dice che abbiano rifiutato un verdetto di colpevolezza. Dato che la legge inglese richiede per il verdetto l’unanimità dei voti, il giudice decise che Wilde e Taylor sarebbero stati mandati davanti ad un’altra giuria.

Tutto era da rifare.



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 Oggetto del messaggio: Re: IL PROCESSO AD OSCAR WILDE
MessaggioInviato: venerdì 10 aprile 2015, 20:49 
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L’ultima fase di questo spiacevole affare si svolse dal 22 al 25 maggio. Alle ultime udienze, Wilde si mostrò molto abbattuto: Il suo coraggio e la sua arroganza dei primi tempi, il suo crollo rispetto al primo processo in corte d’assise avevano dato spazio a un atteggiamento serio e un po’ prostrato. A Londra si pensava che il suo stato in quel momento fosse pietoso e che lui fosse intellettualmente in calo. Alle udienze assistevano, separatamente, in marchese di Queensberry e suo figlio, che qualche giorno prima avevano avuto a Picadilly una rissa in cui erano volati colpi tra padre e figlio. Da questo si possono immaginare i buoni costumi di tutto questo mondo.

Questi nuovi dibattimenti, interessanti forse dal punto di vista giudiziario, non aggiunsero niente di nuovo sull’accusato. Si contestarono a Wilde le sue lettere a lord Alfred Douglas che cominciavano con queste parole “My own boy” [ragazzo mio] e la sua frase: “Le vostre labbra porporine sono fatte per la musica dei canti e per la follia del bacio.” Rispose paragonando la sua lettera a un sonetto di Shakespeare, deducendone che, in uno stile simile, si poteva, per indirizzarsi a un uomo giovane e distinto, di spirito largo e colto, impiegare delle espressioni letterarie pompose. Quanto alla sua amicizia con Taylor, si difese dicendo che considerava quest’ultimo come un gaio compagno, “la lode, da dovunque venisse, era sempre per lui, Wilde, cosa squisita e deliziosa” Infine Wilde, secondo il sistema che aveva costantemente seguito. Negò tutti i fatti immorali che gli venivano rimproverati e che i testimoni, invece, affermavano.

Dopo l’eloquente supplica di sir Edward Clarke, dopo la requisitoria molto bella di sir Franck Lockwood e il riassunto del giudice Wills, la giuria giudicò Wilde e Taylor “colpevoli”. Il giudice si pronunciò allora per il massimo della pena: due anni di prigione con lavori forzati. [Dall’uditorio parte un grido, uno solo: “Vergogna!” Da chi viene quel grido? Non ci si preoccupa nemmeno di domandarselo. Tutti gli occhi sono fissi su Wilde. Impallidisce ancora e si vede il suo viso livido decomporsi. Si ha l’impressine che nel suo cervello si faccia notte. Le sue labbra si agitano ma senza giungere ad articolare alcun suono. Nel momento in cui due guardie lo prendono, stava per cadere per terra: lo portano via: Taylor lo segue, all’apparenza indifferente.]

Nelle grandi linee essenziali, questo è il processo che appassionò vivamente l’opinione pubblica inglese.



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