STORIA DI UN BULLO GAY

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progettogayforum
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STORIA DI UN BULLO GAY

Messaggio da progettogayforum » martedì 8 settembre 2020, 12:44

Caro Project,
sono un 25enne che si sente già logorato dalla vita e ti scrivo in una giornata di cielo plumbeo e un po’ fredda. Per terra è tutto bagnato, le foglie sui marciapiedi sono ridotte a poltiglia, sono passate le nove di sera e sono appena rientrato a casa dal lavoro, una casa minuscola dove regna la confusione più totale.

Sono il figlio unico ribelle, o sarebbe meglio dire strano, di una famiglia qualunque. I miei, come me, non sono niente di eccezionale, non sono cattivi, ma non sono buoni, non hanno sentimenti loro, fanno quello che hanno imparato a fare e non si preoccupano di altro. Con me bambino sono stati ossessivi, iperprotettivi, poi dai 15-16 anni in poi, ho cominciato a non sopportarli più, ad affrontarli a brutto muso e loro si sono lasciati mettere sotto da me, si sono sbracati completamente e io ho cominciato a fare tutto quello che mi pareva: a mandare a puttane la scuola, perché tanto promuovevano tutti e tolleravano tutto; stavo fuori fino alla sera tardi e non mi dicevano niente, avevano quasi paura di me, ero attaccabrighe, maleducato non solo con loro ma con tutti e nessuno mi diceva niente, mi temevano.

Allora non avevo amici, perché non mi tolleravano, alzavo la voce, li minacciavo urlando e quelli non si facevano più vedere e io mi sentivo forte così. Avevo cominciato a fare il bullo con un mio compagno di classe, mi divertivo a terrorizzarlo e lui sopportava tutto. Mi sentivo forte, dominante. Invece che al sesso pensavo ad essere il boss, quello che gli altri li tiene sotto. Il ragazzo che terrorizzavo si chiamava Giacomo, detto il Roscio, e sono arrivato a prenderlo a schiaffi in pubblico per puro divertimento. Adesso mi rendo conto che solo un deficiente si comporta così, ma allora mi sentivo forte, quello che può fare qualsiasi cosa. Ho tanto spaventato il Roscio che è arrivato a cambiare scuola per stare tranquillo.

Allora mi sentivo etero, pensa un po’, Project! Nel quarto anno ho fatto sesso con tre ragazze, che erano affascinate da me, almeno finché non mi conoscevano, ma una volta che avevano capito che tipo ero se ne andavano tutte, sparivano proprio. Io concludevo che erano stupide come le galline e me ne cercavo un’altra, ma non per innamorarmene ma solo per fare sesso, per avere un harem e sentirmi il sultano, a me di loro non me ne fregava niente.

L’ultimo anno di scuola le cose sono cambiate, è arrivato Mario in classe, e quanto a ragazze voleva essere il gallo del pollaio e voleva fare quello che avevo fatto sempre io, cioè voleva dettare legge, ma io non glielo potevo permettere. Ma Mario era uno peggio di me: dava ordini e gli ubbidivano tutti, chiedeva soldi a tutti e glieli davano, chiedeva a uno di andargli a prendere la merenda allo spaccio interno, ovviamente pagando anche di tasca propria, e se quello faceva storie gli dava una botta in faccia da spaccargli i denti e a uno gli ha fatto una faccia di sangue.

Naturalmente nessuno ha mai detto niente. I professori facevano finta di non vedere e la cosa era ufficialmente inesistente. I miei compagni avevano paura e pure io, ma tra Mario, che era un vero delinquente e me, preferivano me e non c’è voluto molto che il mio ruolo è cambiato, non ero più il boss della classe ma il protettore dei miei compagni, o almeno loro mi vedevano così. Mario veniva da una famiglia nota nel quartiere per brutte storie e io realmente ne ero intimorito. Non era un bulletto stupido come me, era proprio dentro un’organizzazione che poteva fare paura.

Un giorno c’era un’esercitazione a scuola e uno dei compagni si era portato da casa il suo computer d’accordo col professore. Mario glielo ha fatto sparire, cioè glielo ha fregato, e io l’ho visto che l’aveva rubato lui ma lui ha detto che lo avevo rubato io. Abbiamo cominciato a litigare e siamo finiti dal preside che, se avesse potuto avrebbe fatto finta di niente, ma non poteva. Il preside disse che se il computer fosse uscito fuori la faccenda sarebbe finita lì, ma in caso contrario avrebbe informato i Carabinieri. L’indomani il computer non è spuntato e siamo finiti in caserma. La denuncia era contro ignoti ladri, ma io ho dichiarato di aver visto Mario che rubava il computer e Mario ha dichiarato che aveva visto me, ovviamente uno di noi mentiva. Dopo una settimana, Mario ha smesso di venire a scuola e non ne abbiamo avuto più notizie. Io sono stato chiamato in caserma e mi hanno comunicato che ero stato completamente scagionato. Sono andato dal preside a chiedere che cosa era successo, lui mi ha detto solo che era molto contento che io fossi stato scagionato ma non ha aggiunto una sola parola su Mario. Io non ho insistito e me ne sono tornato in classe e ho detto ai miei compagni che mi avevano scagionato. Mi hanno accolto come un eroe perché li avevo liberati di Mario. Non mi aspettavo niente di simile. Ormai i rapporti coi miei compagni erano cambiati, con me scherzavano, non avevano più paura di me, o forse io ero cambiato almeno un po’, mi sorridevano, mi invitavano a casa loro e passavamo le domeniche insieme.

A questo punto comincia la seconda parte della mia storia. La prima era stata da bullo a santo protettore e la seconda capirai subito che piega prende. Una delle mie compagne di classe più carine (Mary) comincia a perdere la testa per me, ma qui la musica è del tutto diversa dalle storie con le tre ragazze che avevo avuto prima, lei aveva perso la testa veramente, era innamorata e ne soffriva proprio, però io non ero innamorato di lei e mi sono sentito terribilmente in imbarazzo a dire di no a una ragazza veramente innamorata di me, non sapevo come comportarmi, non la volevo deludere ma non la potevo illudere.

Un giorno mi chiede di uscire con lei e io accetto, facciamo una lunga passeggiata e mi confessa che si è innamorata di me. Io le rispondo che me ne sono accorto ma che non l’ho incoraggiata perché non sono innamorato di lei. Lei si mette a piangere, ma poi si asciuga gli occhi e mi dice: “Però ti vorrò bene comunque! Sei un bravissimo ragazzo!” e mi da un leggerissimo bacio sulla bocca. La sera parliamo a lungo al telefono, ma non parliamo di noi. In sostanza ci siamo lasciati così senza rancore.

Prima di Pasqua facciamo la gita scolastica e io capito in stanza con Stefano, un ragazzo taciturno sempre defilato. Sai come succede, parliamo un po’ e a un certo punto lui mi chiede come vanno le cose con Mary. Resto stupito che Stefano si sia accorto della cosa, perché pensavo di essermene accorto solo io. Gli spiego come sono andate le cose e lui mi dice: “Peccato! Perché Mary è proprio una bravissima ragazza!” ma lo dice in un tono che mi fa sospettare che Stefano sia innamorato di Mary, comunque non gli dico nulla perché non vorrei metterlo in difficoltà. Poi lui mi chiede: “Ma hai avuto altre ragazze?” e io gli racconto delle tre ragazze precedenti e vedo che lui resta congelato e cerca di cambiare discorso e allora lo blocco e gli chiedo: “E tu? Storie con ragazze?” Lui apre le braccia e fa un sorrisetto come a dire zero! Poi cambiamo discorso. Però dopo quella sera comincio a chiedermi perché Stefano mi ha fatto quelle domande e mi ha dato quelle risposte e comincio ad osservarlo.

Un giorno, poco prima della fine della scuola, vedo un gruppetto di teppistelli, dei peggio, che hanno messo in mezzo Stefano e che lo sfottono con battute omofobe, io non ci ho nemmeno pensato e mi sono buttato addosso a quelli, che saranno stati quattro i cinque almeno e ho menato di brutto, a uno gli ho pure rotto gli occhiali. Siamo finiti dal preside. Il ragazzo con gli occhiali rotti ha detto che non glieli avevo rotti io ma che gli erano caduti. Quelli non sono stati sospesi perché questo avrebbe pesato molto sull’ammissione agli esami, e la faccenda è finita così, solo che il preside mi ha guardato dritto negli occhi come a dire: “Hai fatto bene!”

Quando sono tornato in classe mi hanno applaudito ma Stefano non c’era. Ho chiesto il permesso al professore e sono andato a cercarlo. Stava da solo in un angolo del cortile, sotto un albero. Mi sono seduto vicino a lui e lui non ha detto una parola, io mi ero preparato il discorsetto ma poi mi è sembrato stupido e sono rimasto pure io in silenzio, poi gli ho detto: “Andiamo in classe, su!” E siccome non si alzava gli ho dato la mano per aiutarlo ad alzarsi, lui l’ha stretta per qualche secondo in più e io ho fatto lo stesso. Questo è stato il nostro coming out, diciamo così, ma io allora avevo ancora idee molto approssimate intorno a queste cose. All’uscita ho accompagnato Stefano all’autobus, ma poi quell’autobus l’ho preso anche io, invece di prendere il mio, siamo scesi insieme e l’ho accompagnato fino alla porta di casa sua. Prima di lasciarlo andare gli ho detto: “Ti aspetto a casa mia oggi pomeriggio. Tranquillo, ci siamo solo noi!” Ripensandoci adesso questo messaggio poteva sottintendere chissà quali significati sessuali, ma per me erano ancora cose da venire.

Il pomeriggio, è arrivato a casa mia, era proprio agitato, non so come lui avesse interpretato il fatto che la mattina ci eravamo tenuti la mano qualche secondo in più, ma allora davo a quel fatto un valore molto generico, affettivo, certo, e fosse anche sessuale ma ancora in modo indefinito. Probabilmente lui si aspettava qualcosa di sessuale, ma io non lo avevo capito, però alla fine mi ha confessato di essere gay e di essersi innamorato di me e mi ha chiesto se io ero gay. Io mi ricordo esattamente quello che gli risposi, perché poi me lo sono annotato in una specie di diario in cui parlo degli avvenimenti più importanti. Gli dissi: “Non ne sono certo al 100% ma penso che potrebbe essere” Lui mi chiese: “Ma è la verità?” Io gli risposi: “Probabilmente è meno della verità!” Poi gli ho parlato un po’ di me ma senza imbarazzo, come se parlassi con me stesso, lui è rimasto molto impressionato dal fatto che io mi fidassi di lui fino a quel punto, però io mi sentivo totalmente a mio agio.

Con Mery capivo che la cosa non avrebbe funzionato, con Stefano avevo ormai la certezza del contrario ma proprio per questo non volevo che si creasse nessun malinteso per nessun motivo, Abbiamo preso un gelato, poi siamo usciti. Prima di uscire c’è stato solo un abbraccio strettissimo e gli ho detto: “Adesso di dubbi non ne ho più!” Lui era felice! Gli ho detto: “Non facciamoci vedere da Mary!” e lui mi ha risposto: “Stamattina quando Mery ti ha visto buttarti contro quei deficienti mi ha detto: è te che vuole, sei fortunato, perché lui è un bravo ragazzo!” Non credevo a quelle parole!

Adesso, Project, mi potrai dire: “E allora tutta la malinconia di cui parli all’inizio da dove viene?” Beh, viene dal fatto che sono un deficiente e che non capisco il valore di quello che ho. Sono arrivato a stressare Stefano al punto che ci siamo lasciati e lui aveva le lacrime agli occhi e io ero tanto stupido che volevo avere ragione a tutti i costi. Mi ha detto che non ce la faceva più e che voleva stare solo, è una settimana che non lo sento. Questa mattina gli ho mandato questa pagina di diario e spero che mi risponda:

“Ripenso continuamente a quando ho cercato di guardarti negli occhi per l’ultima volta e tu hai distolto lo sguardo, era evidente che non ne potevi più, che avresti preferito stare solo piuttosto che stare con me. Tutto è cominciato quando stavamo a letto a fare l’amore e io ti ho chiesto di fare quella cosa e tu mi hai detto che non ti andava. Tu non mi avevi mai detto di no, e lì è scatta la molla della mia stupidità ed è venuto fuori il bullo che sono stato e che dentro sono rimasto nonostante tutto. Se fossi stato capace di volerti bene veramente ti avrei dovuto dire, ok, non c’è nessun problema. Ma io mi dovevo sentire il boss e non tolleravo che tu mi dicessi di no, e ho cominciato a insistere e ho rovinato tutto. Tu hai capito che dentro non sono veramente cambiato e tra noi l’equilibrio si è rotto. Poi hai cercato di ricucire, di passarci sopra, come se non fosse successo niente, ma io ho cominciato a metterti i puntini sulle i e a ricordarti tanti piccoli sgarbi che mi sembrava tu mi avessi fatto e tu mi sembravi allibito. L’indomani, hai fatto un altro tentativo di conciliazione perché evidentemente a me ci tenevi molto, ma io volevo soprattutto che tu mi dessi ragione, che tu cedessi alla mia volontà, che ti sottomettessi. Volevo che fossi tu a cedere su tutta la linea, che ammettessi le tue colpe, quelle che io mi ero immaginato, e che mi supplicassi in ginocchio, solo a quelle condizioni sarei stato disposto a tornare indietro, ma tu non avresti mai più avuto il diritto di dirmi di no e questo doveva essere ben chiaro. Nel mio cervello ti vedevo debole mentre io ero forte, pensavo che avresti tollerato tutto e non te ne saresti mai andato, e invece te ne sei andato. Subito dopo pensavo che ti avrei visto ritornare dopo qualche minuto, o che mi avresti mandato un sms o mi avresti chiamato al telefono piangendo, ma non è successo niente di tutto questo. Mi sono detto che se non fosse successo quella stessa sera, sarebbe certamente successo l’indomani e invece non è successo. E adesso ho il terrore di avere distrutto tutto con la mia stupidità. So benissimo che hai ragione tu, e non te lo dico per cercare di farti tornare indietro. In fondo non potevi accettare di diventare vittima di un imbecille come me. Ti chiedo solo di non odiarmi se l’anima del bullo me la porto ancora appresso. Col tempo riguadagnerò un po’ di serenità e non ti dimenticherò mai perché mi hai dato una lezione di vita che sarà fondamentale anche per me. Perdonami di tutto il male che ti ho fatto distruggendo anche la tua felicità oltre la mia.”

È così che mi sento, Project, mi sento un deficiente che non è stato capace di crescere e poi mi sento solo, mi manca Stefano, mi manca dannatamente ma adesso lui se ne è andato e so che non tornerà indietro. Mi sento uno schifo.

p.s. Fai della mail quello che vuoi ma cambia i nomi.

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