CONTRO GRINDR E GAYROMEO

Solitudine, emarginazione, discriminazione, omofobia...
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Atteone
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CONTRO GRINDR E GAYROMEO

Messaggio da Atteone » mercoledì 6 febbraio 2019, 22:50

CONTRO GRINDR E GAYROMEO
(e tutte le altre applicazioni d'incontri)

Mi sono aggirato sovente per i pendii della mia ragione. E non vedevo cosa umana che mi dovessi poi rimembrare. A volte ho scorto il dolore, a volte qualche gioia passata. Mai scorsi me stesso. E solo ragionavo meco sulla solitudine, a quale ragione io vi giungessi sempre. E non capivo. E non capivo mai il perché. E fingevo braccia di quercia che mi stringessero, un corpo irsuto e di passione acceso ch'io potessi abbracciar non fuggevolmente; palmi che s'intrecciavan ne' miei, che dessero un valore a quella dolorosa attesa; labbri che non avevano niente di sogno.
Pur sono uomo ormai e non lagrimo più su questo. Mi spezzerò, ma non mi piegherò. Me ne ricordo quando vacillo. Ma non mi bastava guardare nel baratro perché ci volli intrare dentro. E i miei atti trovano cagione tra abuso e violenza, ma le mie mani restano sporche del marcio d'altri che faccio mio. Per questo andai su Romeo e la mia Coscienza ruggiva ad ogni mossa, e non si taceva:

C. Che ci fai qua dentro, Atteone? Che ci fai in questi siti?

A. Cerco me stesso. Cerco un modo d'essere amato.
Non c'è giorno che questo strazio non mi lenisca.

C. E cerchi l'amore tra gli sconosciuti?

A. Sì. Questo è.

C. E per amare non dobbiamo forse prima conoscerci?

A. Non voglio ch'essi amino la mia anima, ma il mio corpo. Questo fardello che mi porto appresso dal dì ch'io nacqui. Voglio che qualcuno m'ami! Voglio questo disprezzo che cessi! Che questo baratro nel petto s'empia! Non ce la faccio più, il peso verso il mio cuore è troppo grande. Nel giorno veder i baci che si dànno gli amanti per le vie ribollir mi fa il sangue. A me questo perché?

C. Non c'è ragione giusta che bisogna dare al caso. Esso agisce non contro il male o il bene dell'uomo. Esso disfa e fa non secondo un nostro comprendimento. Te ne stia adesso cheto? Non c'è tuo silenzio ch'io non intenda.

A. Taccio, sì, ragiono. Si approfittano della nostra impotenza. Del nostro bisogno d'amar e d'essere amati. Perché che cosa possiamo fare? Consapevoli d'esser soli e destinati alla solitudine ci muoviamo nei canti delle piazze andando a cercare ogniuno negli sguardi dell'altro un po' d'amore. Non so più ciò che è mio e quello che non lo è. Mi sento miserabile, non uno che possa essere amato. Che cosa posso fare? Che cosa è ancora in mio potere? Questo corpo, che difficilmente chiamo mio, mi tenta ad ogni ora.

C. La solitudine, che tanto rifuggi, non cambia, ma solamente tu la senti in modo diverso. Essa è sempre lì con te, tu sei solo sempre ma in modo diverso. Renditi conto di questo: hai scelto di venir alla vita?

A. No.

C. E hai scelto con quale corpo giungere?

A. Neppure. Ma mi dolgo di questo.

C. E perché fai colpa a te stesso di qualcosa che non hai scelto?
Quello che ci è stato dato dal caso possiamo considerarlo davvero nostro? Non è forse la Fortuna incerta, mutabile, e secondo taluni persino ingiusta? Perché fai tuo qualcosa che ti è stato dato dal Sommo Caso?

A. Questo è vero. Tu dici quello che è giusto ma tuttavia non riesco a metterlo in pratica. Perché è facile dire come le cose stanno, disvelarle, ma oltrepassarle è oltremodo difficile. Questa società mina la nostra consapevolezza delle cose. E ci tronca le gambe affinché noi non possiamo muoverci. E regna il disprezzo per l'anima. Non è facile denunciare il ristagno che è ovunque. Chi mi crederà se ogniuno agisce in tale modo? Tu mi invochi alla solitudine.

C. Non alla solitudine ma un bene alto e certo, e sempre di giovamente all'uomo: la libertà. Perché non sarai libero dagli uomini finché non ti sarai reso libero nel corpo. Non ti invoco ad una vita aurea, piena di risi e di gioie, perché non è possibile in un secolo morto come questo, ma tanto ti prego di allenarti a non desiderare una vita beata ma libera.
Non sei un pezzo di carne. E in quei luoghi ogni cosa odora di macello.
A volte la natura umana significa imparar ad averne il fardello, ad accettarne la solitudine antica e inviolabile che lega ogni uomo.
Non accontentarti. Non scegliere ciò che è meglio ma ciò che è bene. Il tuo male vien primamente da questo, dal tuo accontentarti di quel poco che puoi avere. Non accontentarti. Stringi i pugni per qualcosa di più grande.

A. Eppure ho i miei impulsi. A volte violentemente forti.

C. E che dunque? Sei una bestia che ad ogni prurito deve toccarsi? O sei di più? Non riesci a controllarti? E perché? I tuoi impulsi son naturali, ma non ti sono necessari. Se non controlli il tuo corpo non controllerai la tua volontà. Sei un prigioniero che langue nella sua prigione che è dorata quando può darti spasimi di voluttà. Ma una prigione, anche se indorata, rimane tale.
Sei più di questo, quando te ne renderai conto?
E tu conosci le cose migliori, ma ti appigli a quelle che son peggiori.

A. E non riteni forse che anche il sesso possa essere importante, necessario?

C. Il sesso è importante ma solo quando è amore. Dimmi dunque, se fosse cosa alta e importante, perché allora svanisce coi desideri dell'età? Non ci sono passioni nella vecchiaia, perché le cose alfine si spegnono. Come può essere importante qualcosa che svanisce nel tempo? Per l'amato si è disposti a morire, cosa si darebbe di alto per il mero sesso? Questa è un'esperienza mistica, e bella, e così tanto umana: fare l'amore, tu ricerca; quello spirito che non si slega dal corpo. Quel che è fatto nel puro, puro diventa. Ma dobbiamo saperlo abbandonare quando si dimostra veicolo delle nostre frustrazioni e desideri.
Io ti parlo di ciò che è bello e importante sempre e il tempo non corrompe. Io ti narro di ciò che tra gli uomini potrai trovar eterno in questa vita. E qualcosa che niuna morte ti può togliere. Cerca qualcosa che sia importante sempre e che ti possa dare non una gioia momentanea, ma vera, sicura, lieta.

A. Non posso far ciò che voglio? Non posso far ciò che vuole il mio corpo?

C. No. Non ti dirò di far ciò che vuoi, perché non t'auguro di fare il male. Ecco, questo io t'auguro: il bene. E trova la forza di riconoscerlo sempre. Giacché sovente è arduo capire tra gli uomini cosa è male e cosa non lo è. Rivolgiti a te stesso, guardati, mettiti in dubitazione. E in te stesso vedrai il bene vero.
Non ti dirò neppure d'usare quei siti poco perché ciò che è fatto nel male, male resta.
Non devi dimostrar niente a nessuno. Non un volto, che non ti sei scelto, né un corpo, che puoi migliorar quando tu vuoi. E non ne hai bisogno, vedi, non ne hai bisogno.
Ma se mostri la tua anima, la tua indole, il tuo carattere, ritieni forse che ti rimarranno al tuo fianco? Ciò che nasce nell'utile, nell'utile rimane tutto il tempo, e quando non avranno da te più il tuo corpo, come pensi che ti verranno a chieder?
Non lagrimar, mio povero ragazzo, viver è arduo officio. E sorridi, così, anco nel pianto.

A. E che dovrei fare? Il giorno è rifulgente di Sole ma i vespri ci fanno del male ogniuno scintillante, perché il tempo se ne va e non ci guarda negli occhi. E non ci accorgiamo di quanto ne abbiamo perso finché non ce lo ritroviamo davanti ai guardi. Di rado perdiamo una cosa una volta sola.
Son disperato, son solo, son figlio di mille tormenti. Quel che faccio lo faccio da ebbro. Non mi rendo conto neanche più di quali cose vò dicendo e facendo.

C. Ah, io l'ho veduti que' corpi bramanti di sesso. Essi non vollero neppure quello, temono anche anche ciò che vogliono, perché l'uomo non vuole il piacere sensuale se non per noia e grande solitudine. Ma l'amare non proviene da noia o disperata ricerca d'un corpo caldo.
Quei erano per te degli inutili corpi privi di desiro innocente. E tu ricerchi chi non ti ama, chi ama ciò che non è tuo, perché, diamine, così ti dimeni, così ti fai del male? La solitudine ti fa grande se la vinci. E se essa vince te allora ti fa bestia. Belli erano, tu l'hai veduti, belli e vuoti. Impara a far l'amore come se tu fossi un pargolo.

A. Belli e brutti, io potevo aver ogniuno di loro. Questo corpo, che mi pesa come il mondo ad Atlante, l'avrei gettato a chi lo volesse.

C. Ma non hai voluto.

A. No. Alfine, ho imposto una mia scelta.

C. E dignitoso dal male ne sei uscito.

A. Non indenne.

C. Chi mai dal male esce indenne? Chi mai non ne vien fuor ormai cresciuto?
Sei pur sempre un ragazzo, e questo mondo è violento contro la sua gioventù. Alzati come fa l'Aurora ogni giorno e con la medesima forza. L'occasionalità dei rapoorti è uno dei tanti modi in cui ci si riduce ad una vita vile. Il corpo non è mera merce. La virtù non teme ciò che fa. E tu tutto ciò che hai fatto lo hai fatto nell'ombra. Non dimenticarti che sei un uomo. Che se non vinci la tua solitudine sarà essa a vincere te.

A. E che sarò oggi?

C. Qualcosa che ieri non sei stato.

A. Che intendi?

C. Amante.

A. Ma io amo ognora.

C. Non là dentro. Tutto ciò che è fatto nell'amore è fatto nel bene. E ne sei uscito lagrimando. Dài al corpo quel che si deve al corpo, e all'anima ciò che si deve all'anima. E vivrai come un re tra gli uomini. Ritrova ciò che tu solo puoi toglierti.

A. Ovvero?

C. La dignità. La dignità d'essere uomo.

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Re: CONTRO GRINDR E GAYROMEO

Messaggio da Atteone » mercoledì 6 febbraio 2019, 23:00

Il testo immerge le mani nella mia esperienza.
La forma del mio testo deve molto al Secretum del Petrarca, ho deciso di lasciar sgorgare la mia vena stoica e chi ha letto le epistole morali a Lucilio (il libro primo sopra a tutto) ci sentirà anche molto di quello che è la Stoà romana.
Vivete bene.
Vostro,

Atteone

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Re: CONTRO GRINDR E GAYROMEO

Messaggio da progettogayforum » giovedì 7 febbraio 2019, 18:13

Caro Atteone, la forma petrarchesca del tuo scritto ne rende ardua la lettura, postula nel lettore un impegno, una volontà di capire, di leggere, rileggere, di rompere il velo della metafora, per cogliere il senso dell’esperienza reale. Senza quel titolo così indicativo ed esplicito avrei avuto difficoltà a dare un senso unitario a tutto il tuo post, che parte criptico e via via si apre sempre di più per farsi capire. Un dialogo tra Atteone e la sua Coscienza sul tema dei siti d’incontri, del che cosa ci si cerca, del perché di quella ricerca, di quello che ci si trova, dei motivi per mettere da parte quei siti, che alla fine non soddisfano. Il tema di fondo non è un rifiuto della sessualità ma il desiderio di una sessualità che sia amore, che duri nel tempo che sia un atto di libertà, di condivisione, qualcosa di profondamente umano.
Parlavo ieri con uno dei ragazzi di Progetto, e quel dialogo mi apriva via via la mente, mi rendevo conto che la sessualità è una realtà molto complessa e che troppo facilmente si crede di poter ovviare alla mancanza d’amore sostituendo l’amore con il sesso senza amore, con un sesso in cui ci si illude si scegliere e di essere scelti ma neppure ci si conosce. I ragazzi, gli uomini, i vecchi come me, hanno bisogno di rispetto, di attenzioni, di una cura affettuosa che può benissimo esprimersi anche attraverso il sesso che, vissuto così, diventa una forma d’amore, un’esigenza dell’anima, prima che del corpo, ma la logica dei siti di incontri non è questa, e ci si mette in vetrina e si finge davanti a noi stessi d’essere amati per quello che siamo e di amare a nostra volta chi neppure conosciamo e che ovviamente non ci conosce. La logica è quella del mercato, della domanda e dell’offerta, dello scegliere il meglio, all’inizio tutto questo affascina poi diventa un sostituto della vita reale, un succedaneo dei veri rapporti affettivi, se non anche una dipendenza, e una sostanziale rinuncia a ciò che richiederebbe di mettersi veramente in gioco.
Caro Atteone, gli spunti che si possono dedurre dal tuo post sono moltissimi perché ci si sente il sapore della vita vissuta, trasformata dal tono letterario, ma violenta a contraddittoria come solo la vita vissuta sa essere.

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