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 Oggetto del messaggio: Re: Fase di ricaduta psicologica? o fase di stallo?
MessaggioInviato: mercoledì 18 maggio 2016, 20:09 
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Non riesco ad accettare ancora molte cose, come ad esempio: perchè in certi momenti ho dovuto fare da genitore ai miei genitori?
Molte situazioni familiari le ho risolte io. Qualcuno mi ha detto "questa cosa ti fa onore". Ah sì? Onore di che? Onore di essere stato quello che ha subito la merda addosso per anni, etichettato dalla sorella e dai genitori come quello pazzo, malato, solo perchè avevo un disturbo fortissimo, di cui non riuscivo a scrollarmi? Dove tutti quei rituali come toccare oggetti, ripetere frasi, non erano cose consapevoli ma dovevo farle perchè avevo paura che i miei pensieri diventassero realtà?
E allo stesso tempo ho trovato soluzioni ad alcuni problemi e dopo mi hanno ringraziato. Ma allo stesso tempo per fare ciò mi sono sacrificato, mi sono stressato e allo stesso tempo dovevo pensare a me, alla fobia sociale, alla paura dell'omofobia e ho fatto tutte queste cose.

Io non sono orgoglioso di niente. Anzi mi vergogno dei miei genitori in certi momenti ma allo stesso tempo mi hanno fatto tenerezza e me ne fanno ancora perchè sono due persone fragili. Io mi vergogno di non essere stato protetto e di non essere stato difeso quando qualcuno mi puntava il dito contro, avrebbero dovuto dire "lascia stare mio figlio!" invece mi davano torto anche loro.

A giochi finiti, ripenso a tutto quello che ho fatto e penso che ho vergogna. Con tutti i miei problemi mi sono subito quelli dei miei genitori.

Una cosa ho imparato: che con la forza e la volontà tutto si risolve, ma non mi sento ancora di cantare vittoria, sono ancora stanco.



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 Oggetto del messaggio: Re: Fase di ricaduta psicologica? o fase di stallo?
MessaggioInviato: giovedì 19 maggio 2016, 1:19 
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Ciao Gio, in passato mi è capitato di leggere alcune tue discussioni e devo dire che ti ammiro per i progressi enormi che hai fatto. Praticamente ti sei rimesso in marcia, e ti assicuro che stai maturando esperienze molto velocemente se confronti la tua situazione attuale con le condizioni di partenza. C'è chi dinanzi ad ostacoli decisamente minori non riesce a muovere un passo, perdendo molto più tempo (prezioso) della propria giovinezza. Capisco però che tu non sappia cosa fartene della mia ammirazione (o dell'Onore come ti è stato detto), dato che senti solamente di aver sprecato tempo ed energie per combattere dei mali che a molti vengono risparmiati. In questo momento dici di essere stanco, e ci credo! Chi non lo sarebbe al posto tuo!
Non conosco bene quali siano le dinamiche interne alla tua famiglia, però a giudicare da quel che scrivi buona parte dei tuoi problemi derivano da un mancato supporto da parte di chi avrebbe dovuto maggiormente sostenerti. Addirittura ti sei fatto carico dei problemi dei tuoi genitori, come se non bastasse. È chiaro che un ambiente familiare poco sereno porti a tutta una serie di problemi, anche gravi come è accaduto a te, e alla fine i tuoi e i loro sono strettamente connessi.
Adesso stai cercando di fare il punto della situazione, per capire quale sia la strada migliore da imboccare, ma nel guardarti indietro ti sale una rabbia incontrollabile per tutto quel che hai dovuto subire.
Ti serve questa rabbia? È sicuramente legittima, ma in questo momento non ti serve a niente. Anzi, in questa fase in cui vorresti prendere una decisione delicata, come quella di sospendere eventualmente la terapia, è proprio deleterio. E lo è ancor di più perché rischi di alimentare inconsapevolmente un clima di tensione con i tuoi, che non ti è di alcun aiuto finché dovrai viverci sotto lo stesso tetto.
La strada da fare è lunga, ma il peggio te lo sei lasciato alle spalle, e -da "rimuginatore professionale" quale sono- ti dico che provare vergogna per dei fatti del passato è inutile, si perde del tempo a fissare fuori dal tempo stesso delle emozioni che nascono e muoiono per essere circoscritte
alle situazioni che le hanno generate, facendole scivolare in territori che non gli sono propri, fino ad assorbire una gran parte del nostro essere. Quando questo accade finiamo per restare legati al passato in maniera insana, senza mai riuscire a vedere le cose che ci sono accadute con il dovuto distacco.
Se sei uscito da un inferno, non avrai problemi a superare questa fase di stallo, perché ormai hai sviluppato una resilienza e una maturità che in pochi possono vantare alla tua età.
Infine, per quanto riguarda la decisione che prenderai, non posso darti consigli, ma ti invito solo a pensarci molto bene e a mente fredda. Valuta molto attentamente se ti senti davvero pronto a terminare il percorso con il tuo terapeuta, questo puoi saperlo solo tu.
A presto!


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 Oggetto del messaggio: Re: Fase di ricaduta psicologica? o fase di stallo?
MessaggioInviato: giovedì 19 maggio 2016, 9:51 
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Iscritto il: venerdì 30 marzo 2012, 18:40
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Gio,
Non so se quello che ti scriverò ti aiuterà o ti darà fastidio, perché ho paura di scrivere “parole fatte di nulla”.
Penso che essere genitori non sia facile, soprattutto quando si trovano di fronte a situazioni che non sanno gestire, come il fatto di avere un figlio che può avere un qualsiasi problema, e se si parla di omosessualità, allora le cose si complicano dato che i nostri genitori sono stati “educati” in un certo modo. Però mi rendo conto che certe situazioni le hai vissute tu, sulla tua pelle, ed è naturale che tu ne abbia le tasche piene.
Forse quello che ti scriverò ti sembrerà assurdo, però cerca di non provare più né odio né vergogna, per quanto difficile possa essere, perché i sentimenti negativi diventano una cosa giornaliera, e non serve a nulla passare ogni giorno con la rabbia addosso, perché perdi solo tempo che potresti usare per vivere.



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Ogni sera quando mi ferisco una parte di me si chiede cosa stia facendo, ma io non so cosa risponderle. Guardo il sangue colare dalla ferita, colare a terra, goccia dopo goccia, come una clessidra.
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 Oggetto del messaggio: Re: Fase di ricaduta psicologica? o fase di stallo?
MessaggioInviato: venerdì 20 maggio 2016, 0:13 
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Iscritto il: domenica 6 settembre 2009, 18:19
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<<La strada da fare è lunga, ma il peggio te lo sei lasciato alle spalle, e -da "rimuginatore professionale" quale sono- ti dico che provare vergogna per dei fatti del passato è inutile, si perde del tempo a fissare fuori dal tempo stesso delle emozioni che nascono e muoiono per essere circoscritte
alle situazioni che le hanno generate, facendole scivolare in territori che non gli sono propri, fino ad assorbire una gran parte del nostro essere. Quando questo accade finiamo per restare legati al passato in maniera insana, senza mai riuscire a vedere le cose che ci sono accadute con il dovuto distacco.>>

Su questa frase voglio lavorarci un po', ma bene o male ho capito cosa vuol dire. Immaginare situazioni e emozioni collegate a queste ultime in un tempo andato, cercando di voler cambiare i contenuti ma per farlo è impossibile e nel frattempo il presente viene sporcato da questo processo inutile.
Purtroppo spesso mi capita in automatico, la classica rimuginazione ossessiva di cui discutevo col mio terapeuta. Voglio lavorarci su da solo.

Per il resto, ho chiesto al mio terapeuta di fissarmi una seduta e voglio parlargli.



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 Oggetto del messaggio: Re: Fase di ricaduta psicologica? o fase di stallo?
MessaggioInviato: venerdì 20 maggio 2016, 17:59 
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Iscritto il: domenica 18 ottobre 2015, 0:48
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Hai capito perfettamente quel che intendevo dire, nonostante mi sia espresso in maniera un po' criptica. Ti ho scritto quelle considerazioni perché mi capita spessissimo di ripensare ad eventi negativi passati e di riprovare quelle stesse emozioni (negative anch'esse) vissute sul momento, come se quel dato evento fosse appena accaduto. Qualcuno potrebbe obiettare che sia scontato e anche legittimo riprovare determinate emozioni ripensando ad eventi passati. Il punto è di quali emozioni si sta parlando, e anche la rilevanza degli eventi che li hanno generati, ma soprattutto quanto ci serve l'attaccamento “emotivo” a determinati avvenimenti.
Ti faccio un esempio stupido e generico, che mi ha riguardato personalmente: fino a qualche tempo fa mi capitava che, nel ripensare ad una brutta figura fatta 10 anni fa, che al momento mi aveva causato un'intensa vergogna, riuscissi a riprovare la stessa intensa vergogna, come se quella figuraccia l'avessi appena fatta. Non entro nei dettagli perché davvero non ne vale la pena, tanto è piccola la faccenda in sé, ma proprio per questo dovrebbe scattare un campanello d'allarme se continuo a dare un risalto eccessivo ad una sciocchezzuola.
L'esempio in questione potrebbe risultarti offensivo, se paragonato al tuo senso di vergogna, causato da eventi ben più seri di quello a cui faccio riferimento io. Tuttavia c'è una connessione, e l'aspetto di inutilità di certe (vecchie) emozioni è accentuato proprio dalla futilità del mio caso. Infatti la mia brutta figura dell'epoca mi capitò con una persona che non conoscevo e che peraltro non avrei più rivisto in seguito. Il fatto stesso che la persona con cui feci la figuraccia non l'abbia più vista avrebbe dovuto indurmi a non dare nessun peso alla vicenda: che mi importa di quel che può pensare di me una persona con la quale non ho più alcun rapporto? Occhio non vede cuore non duole.
Questa poteva essere già di per sé una buona ragione (seppur brutalmente pratica) per non dare più risalto alla faccenda.
Ma qualora questa brutta figura mi fosse capitata con una persona che continuasse a far parte attivamente della mia vita, in questo caso avrebbe ancora senso provare vergogna? La risposta è molto semplice: no. Prima di tutto perché il peso che diamo noi alle vicende che ci riguardano non è lo stesso che danno gli altri, e molto raramente gli altri giudicano le nostre azioni più severamente di quanto facciamo noi stessi. Secondo: il tempo passa, e nel mio caso stiamo parlando di 10 anni (dieci anni!), e la persona con cui ho fatto la mia benedetta brutta figura dovrebbe aver ragionevolmente rimosso tutto, ammesso che la cosa abbia importanza. Quindi delle brutte figure se ne ricorda solo chi le ha fatte tendenzialmente, e magari, se per qualche malaugurata ragione la persona in questione dovesse ancora ricordarsene, sicuramente ne avrebbe un ricordo molto più blando di noi, o comunque diverso, decisamente estraneo al nostro. Un'altra buona ragione per non dargli troppa importanza insomma.
Ma pensiamo adesso al peggiore dei casi, rarissimo nella sua eventualità (in riferimento a fatti di poca importanza): la persona se ne ricorda e magari attribuisce a quel fatto lo stesso peso che gli diamo noi. E allora? Dobbiamo impiccarci al giudizio degli altri? Gli altri non commettono mai errori, al punto che noi dobbiamo crocifiggerci per i nostri, anche quando sono piccoli? La risposta è ovvia...
Quest'ultima è però, come ho detto, un'eventualità rara, specialmente se da parte nostra non ci sono colpe oggettive.

Da cosa nasce il senso di vergogna? Si tratta di uno dei sentimenti più sociali che si possano immaginare, una reazione ad un nostro comportamento che reputiamo scorretto e che riteniamo aver causato in qualche maniera un danno a qualcuno. Se il danno è oggettivo questa emozione ha senso di esistere. Ma molto spesso il danno arrecato esiste più nella nostra fantasia che nella realtà dei fatti, e noi tendiamo ad ingigantire determinati avvenimenti: infatti chi è stato testimone (o “vittima”) del nostro comportamento “scorretto”, come ho detto prima, tende a dimenticarsene del tutto, o a mantenerne un ricordo molto vago. A questo punto ritorna la domanda: ha senso provare ancora vergogna per un fatto del passato, se chi ha subito il presunto “danno” neanche se ne ricorda? Ancora una volta la risposta è ovvia.

Io adesso ho parlato genericamente di un fatto di scarsa rilevanza, quale una banale figuraccia che lascia il segno, cosa ben diversa dal senso di vergogna che provi tu per il tuo passato, però come ti ho detto, ho preso questo esempio banale per analizzare le dinamiche che i brutti ricordi scatenano, e indipendentemente dalla gravità dei fatti stessi, magicamente si mettono in moto nella stessa maniera. E qui veniamo al punto cruciale di queste dinamiche, che hai ben descritto: ripensiamo agli eventi spiacevoli perché, colpevolizzandoci troppo per i nostri sbagli, vogliamo immaginare degli esiti alternativi a quegli eventi spiacevoli, o cerchiamo di cambiare idealmente il nostro passato, dicendo una frase diversa o comportandoci diversamente da come ci siamo comportati nella realtà oggettiva di quel lontano passato.
Ecco, questo processo di “modifica” degli eventi passati è molto subdolo, perché ti illude di elaborare in qualche maniera il ricordo doloroso, ma in realtà quel che accade è l'esatto contrario! Non solo non stiamo elaborando un bel niente, perché un processo simile non ha un risvolto pratico, dato che quel che è stato è stato e non si può cambiare più, ma addirittura ci intrappola in quel ricordo, ne diventiamo schiavi, finendo solo per alimentare quel senso di vergogna di cui tanto vorremmo liberarci. Questo intendevo dire l'altra volta, quando dicevo che finiamo col fissare queste emozioni fuori dal tempo stesso, perché le abbiamo strappate a quell'epoca in cui le abbiamo provate e le abbiamo fatte diventare assolute, invece di considerarle per quello che valgono, ovvero emozioni che fanno parte dello scorrere del tempo, e che con esso sarebbero dovute andar via. Noi invece ce le abbiamo ancora là davanti e rischiamo di diventarne prigionieri.
Aggiungiamo pure che una somma di tanti eventi spiacevoli, in queste condizioni, diventano una somma di tante “vergogne”, che alimentano quella vergogna generale che abbiamo fissato lì davanti, e questo non fa che aggravare il problema.
Il risultato di questi processi è un rapporto insano col proprio passato, perché non si riesce ad accettarlo, ma alla fine è l'unica cosa che possiamo fare, visto che non c'è verso di cambiarlo.

Sia chiaro: non sto dicendo che non dobbiamo farci coinvolgere emotivamente in nessun modo dagli eventi passati, sarebbe impossibile, e forse anche ingiusto verso noi stessi. È la nostra storia, non possiamo restare del tutto indifferenti. Ma è sbagliato attualizzare eventi passati e far sì che travolgano gli argini del nostro presente, perché questa strana sovrapposizione tra passato e presente rischia di intrappolarci e impedirci di voltare pagina e affrontare serenamente il futuro.
Questa “elaborazione al contrario” del passato ci impedisce di evolverci, sia per via di questa strana dipendenza emotiva da esso, sia, come dici tu, perché sporca il presente facendoci perdere tempo ora, con il risultato nefasto di protrarre ad oggi quell'evento negativo, come se non bastassero i danni che ha già fatto in passato. Doppiamente negativo quindi: ci fa perdere tempo, e quel tempo lo perdiamo facendoci del male inutilmente. Una ragione in più per liberarsene quindi.

Detto così sembra la fine del mondo, in realtà una volta compreso il meccanismo si riesce a vedere le cose con più serenità, e quando succede non ci si sente più molto coinvolti da eventi che spesso hanno una correlazione minima col nostro presente. Bisogna solo essere più indulgenti verso sé stessi e razionalizzare il più possibile le cose che ci sono accadute, specialmente se queste non ci possono toccare più.

Mi rendo conto solo adesso di aver scritto un papiro, spero di non averti tediato troppo.
Ciao


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 Oggetto del messaggio: Re: Fase di ricaduta psicologica? o fase di stallo?
MessaggioInviato: venerdì 20 maggio 2016, 19:07 
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Iscritto il: domenica 6 settembre 2009, 18:19
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Caro Birdman, non sei stato affatto noioso, anzi.

Ringrazio veramente tutti per le risposte, ho avuto modo di parlare in pvt con qualcuno e mi state veramente aiutando.

Il mio terapeuta mi ha risposto su whatsapp e ha detto che è disponibile a incontrarmi il 4 giugno. Io ho confermato e a mente lucida, senza farmi troppo prendere dalle emozioni gli spiegherò i miei motivi per cui ho voluto stoppare anche un po' prima del tempo. Se poi la nostra "frattura" dovesse risanarsi io vorrei continuare ancora un po', ma ripeto, io non mi ci trovo più con i suoi punti.

Ultimamente mi disse che io ormai sto bene, è vero, ma non posso dire di stare bene al 100%.
Sono in una fase in cui sto rimettendo tutto in ordine nella mia testa e quì la rimuginazione ossessiva sul passato c'entra poco, si tratta di essere razionali.

Quando ragiono razionalmente mi rendo conto che negli ultimi due anni ho fatto una marea di cose positive e ho fatto un lavoro mentale che IN PARTE mi ha fatto accettare il passato. Ho imparato finalmente a gestire i pensieri ossessivi, non ci riesco sempre ma voglio dire che è già un miracolo se sto così bene e 6 anni, per come ero ridotto, sono anche pochi.
Tendenzialmente sono una persona con una mente molto schematica ma ho imparato ad elasticizzare questo lato e a renderlo più funzionale e cerco di usarla dove deve essere usata.

Il DOC è un disturbo curabile (al contrario di come sostengono molti) e io ne sono LA TESTIMONIANZA. Sono un caso risolto, e come me tanti altri. Ci vuole un mare di tempo, e di forza di volontà.
Se potessi scriverei un libro su tutta la mia sofferenza ma poi mi chiedo "avrebbe senso?". Come ho scritto anche in un altro topic, voglio che tutte le cose che ho passato siano d'aiuto per altri che in questo momento stanno soffrendo.

E' questione di tempo. E voglio farcela da solo perchè il pensiero "ho bisogno di qualcuno che mi sostenga in questo momento perchè da solo non posso farcela" ci stanca e ci mette talmente tanta paura che dopo dobbiamo realmente ricorrere a uno psicologo, o amico, o familiare, quando in realtà bastava modificare il pensiero base. Quando spesso penso questa cosa, dopo penso a quante volte ho risolto dei problemi e risolverò anche ora.
Sto cercando di trovare un equilibrio psicofisico e l'ho trovato, ma ho bisogno di lavorare ancora, questa volta però mi gestisco io.

E' questo il lavoro che sto facendo adesso.

L'unica parte negativa di tutto ciò è che la mia mente, essendo molto occupata in questo, si concentra poco su altre cose. Ad esempio, quando studio devo rileggere un paragrafo almeno 4 volte e afferro il 30%. Se fossi rilassato potrei studiare un libro di 100 pagine e schematizzarlo in una sola giornata ma purtoppo non può essere così.
Ma migliorerò anche in questo, spero di farcela.



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 Oggetto del messaggio: Re: Fase di ricaduta psicologica? o fase di stallo?
MessaggioInviato: sabato 21 maggio 2016, 23:56 
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Mi fa piacere che tu abbia ben chiaro in mente cosa fare nel tuo immediato futuro. È giusto che dopo tanti anni di terapia tu cominci a camminare sulle tue gambe, anche perché, a giudicare dalle tue ultime vicende e da come le hai affrontate, si direbbe che tu sia decisamente pronto ad andare avanti in autonomia. Per quanto riguarda lo stare bene al 100%, direi che sia un traguardo utopistico per qualunque essere umano, sono pronto a scommettere che anche le persone apparentemente senza problemi nascondono qualche piccola nevrosi, quindi direi di non preoccuparti troppo di questo.
Ho sempre visto la tua storia come un esempio positivo, e credo anch'io che possa essere decisamente utile a tante persone (omosessuali e non) che soffrono. In particolare mi ha colpito il fatto che tu sia riuscito a superare la fobia sociale, che già presa da sola è una brutta bestia, e tu sei riuscito a sconfiggerla assieme al DOC. Hai fatto dei progressi oggettivamente notevoli in pochissimo tempo.
Hai tanta tenacia e sono sicuro che riuscirai a procedere anche senza aiuti esterni in futuro. La concentrazione, man mano che sistemerai le cose tornerà.
In bocca al lupo Gio!


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 Oggetto del messaggio: Re: Fase di ricaduta psicologica? o fase di stallo?
MessaggioInviato: domenica 22 maggio 2016, 19:39 
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Crepi il lupo!

A volte mi dico che alla fine ho fatto cose che andavano fatte e che tutto quello che ho fatto è di prassi; hai una fobia sociale? curala; hai un DOC? curalo.
In tutto c'era uno stato depressivo anche abbastanza marcato e ho curato anche quello. Mettiamoci anche la situazione familiare etc. etc. E mettiamoci il fatto che ogni volta che guardavo un bel ragazzo muscoloso mi veniva l'ansia e mi reputavo sporco e mi dicevo che non dovevo essere attratto dai muscoli di un ragazzo ma dalle tette di una ragazza. Ora quando vedo un ragazzo carino mi sento felice e mi verrebbe voglia di abbracciarlo.

Ora sono nella fase del "conosci te stesso".

Spesso mi dico che avrei voluto meno sofferenza ma vuol dire che le cose dovevano andare in questo modo. Sono contento dei progressi che ho fatto.
In tutto ciò ho fatto gli esami all'uni, e anche se ora sono in ritardo non me ne frega niente. Mi laureerò con molto ritardo ma penso che almeno ora cammino e prima ero sulla sedia a rotelle. Spesso mi commuovo pensando a tutto ciò che ho fatto e in questi anni ho composto parecchie musiche riguardo la mia sofferenza.

Mi sono salvato perchè era un dovere, ovvio che una volta fatto tutti mi fanno i complimenti (anche il mio terapeuta me li ha sempre fatti e io a lui, perchè anche lui ha fatto bene il suo lavoro).

Ma in tutto ciò non voglio darmi arie ed etichettarmi come un ragazzo particolare perchè alla fine non mi sento così tanto orgoglioso, sono solo contento, ma ripeto, ho curato delle malattie che andavano curate. E ci ho rimesso anche del tempo che potevo spendere a fare cose più piacevoli.

E penso che ci sono molti adolescenti depressi come lo sono stato io, e molte persone che hanno ad esempio malattie genetiche spesso incurabili e lottano per sopravvivere. Penso soprattutto che ho avuto uno zio che ha sofferto di bipolarismo e l'ha fatta finita a 50 anni perchè non si era mai curato bene. Penso a quanto io sia stato più fortunato di lui e lui una volta mi disse una frase che ancora oggi conservo nella mia mente , e cioè questa: "oggi stai così ma vedrai che quando starai bene potrai mangiarti il mondo a morsi, trarrai tantissima forza ed avrai molti successi".
In parte si sta avverando e mi avrebbe fatto piacere se lui avesse visto i progressi. Purtroppo non potrà mai vedere come sono diventato forte.
Mi diceva che la mia omosessualità avrei dovuto accettarla e lui se n'era accorto da sempre che non ero totalmente etero, e anche quello ho accettato. Da una parte lo odio per aver insultato i miei negli ultimi tempi perchè delirava ma da una parte vorrei riabbracciarlo e vorrei fargli vedere come sono diventato, ma non posso farlo perchè non esiste più.

Però c'è un però: non voglio adagiarmi sugli allori perchè lo stavo già facendo e me ne sono accorto in tempo ( fortunatamente). La vita continua e ci sono difficoltà attuali che sto affrontando.

Caro Birdman, auguro ogni bene anche a te!!!! :D :D :D



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 Oggetto del messaggio: Re: Fase di ricaduta psicologica? o fase di stallo?
MessaggioInviato: martedì 24 maggio 2016, 21:44 
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Ti ringrazio Gio! :D

Penso che quell'approccio schematico che hai adottato per risolvere i problemi abbia giocato un ruolo importante nella tua guarigione, in generale potrebbe tornarti utile ancora in futuro, perché ti consente di focalizzarti sugli obiettivi. Un obiettivo dopo l'altro, senza fermarsi mai: fai bene a non adagiarti sugli allori, anche perché adesso viene il bello e sarebbe un peccato fermarsi!
Penso che tuo zio avesse ragione nel dirti quelle parole.
Ciao


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 Oggetto del messaggio: Re: Fase di ricaduta psicologica? o fase di stallo?
MessaggioInviato: martedì 31 maggio 2016, 22:36 
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Riscrivo perchè vorrei dei consigli per il l'incontro del 4 Giugno con il mio terapeuta.
Come posso cominciare il discorso? Meglio se mi faccio vedere un po' incazzato e alzo la voce oppure affronto in modo calmo, anche se non c'è nulla di cui essere calmi?
Mi sono sentito tradito della sua fiducia nell'ultimo anno, e non poco.



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