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Autore Messaggio
 Oggetto del messaggio: Re: APPROCCIO ALLA DEPRESSIONE GAY
MessaggioInviato: sabato 10 dicembre 2016, 8:14 
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Iscritto il: sabato 28 dicembre 2013, 22:27
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Help ha scritto:
Un depresso ha bisogno di una mano amica, ma non come la intendi tu. I problemi che si possono riscontrare sono talmente diversi che anche approfondendo su uno ne trascurerei centinaia, quindi mi terrò molto sul generico. Accettare l'aiuto di una persona significa accettare di averne bisogno e quindi prendere coscienza del fatto che non si è abbastanza per risolvere da soli un problema, capisci dove voglio andare a parare? Cane che si morde la coda, nel momento in cui offri il tuo aiuto non fai altro che peggiorare le cose.

Ma che aiuto in fondo puoi dare a una persona scavata fino alle ossa dal nichilismo. Il depresso è il chiaro esempio di suicida in chiave emotiva, la sofferenza che prova il soggetto è talmente insopportabile e straziante da portarlo a cercare una scappatoia fisica come la fame, pur di non sentire. E tu non puoi imboccarlo a forza.

Molti parlano di terapia d'urto, può funzionare, tu suggerisci l'ascolto, può funzionare, ma può anche essere contro producente, così come nelle cure mediche non si prescrive un farmaco a caso, per aiutare un depresso non si prescrivono metodi a caso ne si va a tentativi, perché ogni singola mossa sbagliata porta alla sofferenza. Mi ricordo per esempio che ogni volta che sentivo il nome Paolo, 2 anni fa ormai , crollavo emotivamente, sudavo freddo, e io sono un normalissimo ragazzo magari un po' triste ogni tanto. Se io provavo tale sofferenza solo per un nome, cosa può causare la parola sbagliata in un soggetto instabile? O una mancata parola? Capisci il problema?

Addentrandoti in questo mondo a tentoni sono più quelli che potresti buttare per terra di quelli che sollevi. È così brutto dire che è meglio non fare, ma uscire dalla depressione è come trovare l'amore, ci vuole quella persona giusta in quel momento giusto, che tende la mano, non chiunque, non sempre, forse mai, e bisogna accettarlo, così come accetti il fatto che il sole sorga ogni mattino e dopo il giorno ci sia la sera.


Sì, sono complessivamente d'accordo Helpino :). Alla perfine penso che una cosa che si potrebbe fare senza danno è il manifestare in maniera puramente ostensiva e non normativa o impositiva quello che, per il semplice fatto di stare ancora qui a parlarne, si è trovato utile come proprio personale rimedio per quel "male di vivere" che, parafrasando il poeta ligure, spesso ci capita di incontrare. Ai tempi miei psicologi e psichiatri erano ancora i "medici dei pazzi" ed allora, quando le circostanze lo consentivano, si andava autonomamente a cercar risposte negli ambiti che meglio sembravano fornirne: quello letterario, quello filosofico, quello scientifico... Si finiva così col farsi, spesso in maniera non sistematica se non del tutto anarchica, una specie di cultura di propria libera scelta magari non erudita, non specialistica ma forse, proprio per questo, in grado di fornire quelle che Aristotele avrebbe potuto definire potenze dello spirito ma a cui noi potremmo pensare come materiale pronto in una specie di cassetta degli attrezzi mentale.
E sono attrezzi che, a volte, pur lasciati in oblii pluriennali, le cas échéant, ti sanano.


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 Oggetto del messaggio: Re: APPROCCIO ALLA DEPRESSIONE GAY
MessaggioInviato: sabato 10 dicembre 2016, 9:36 
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Iscritto il: venerdì 19 giugno 2015, 13:55
Messaggi: 135
Perdonatemi, forse ricordo male quindi se scrivo castronerie evidenziate che ci tiro una riga sopra:

Agis, parli del male di vivere del Montale, una delle poche persone che più che depressa mi sembrava volerlo ostentare senza esserlo. Non puoi di certo paragonarlo a un Leopardi, che oltre a trasmettere la sua sofferenza attraverso gli scritti, ha posseduto per tutta la sua vita una vera e propria sofferenza emotiva profonda. E più andava avanti più questa sofferenza peggiorava per quanto avesse persone che cercassero di stargli vicino.

Virginia Wolf aveva il marito che da quanto so ha fatto l'impossibile, eppure ha deciso di far suicidare il personaggio che la rappresentava in ogni storia che scriveva per poi annegarsi proprio lei in fiume.

Così come Van Gogh, che si sparò nel campo di grano che aveva dipinto. A volte le persone sono troppo fragili, si spezzano come uno stelo contro al vento rendendo impossibile qualunque azione. Il tempo che le prendi sono già morte dentro e in attesa di morire anche fuori.

Comunque ti capisco project, da quando frequento l'università, in giro per la città vedo alcuni vagabondi ai lati della strada sofferenti che mi chiedono monetine. E sapere di non poter far niente mi strazia, sapere che la notte muoiono di freddo, e il giorno di fame e solitudine, mi fa sentire così impotente. Ogni tanto vorrei avvicinarmi, dire loro che io li vedo, che non sono invisibili, ma io non posso fare niente.


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 Oggetto del messaggio: Re: APPROCCIO ALLA DEPRESSIONE GAY
MessaggioInviato: sabato 10 dicembre 2016, 10:22 
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Iscritto il: sabato 28 dicembre 2013, 22:27
Messaggi: 516
ihihihihihihi ^_^ ma sarai buffo...

Motorino Helpino qui si sfondano porte aperte :lol:

Son perfettamente d'accordo con te che se c'era uno che, viste anche le sue vicende personali, non era depresso era lui. Ma, ciò detto, ti pare che il male di vivere possa per questo essere considerato come una esclusiva prerogativa dei depressi? :)


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 Oggetto del messaggio: Re: APPROCCIO ALLA DEPRESSIONE GAY
MessaggioInviato: sabato 10 dicembre 2016, 12:05 
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Iscritto il: sabato 9 maggio 2009, 22:05
Messaggi: 4788
Capisco che quello che voglio dire possa sembrare una specie di sforzo romantico per modificare l’immodificabile, ma io penso che prima di cadere nella depressione senza ritorno, ci siano tante fasi di rischio in cui è ancora possibile fermarsi e tornare indietro. Alcune di queste situazioni le ho viste da vicino, e si sono risolte bene. La reversibilità è sempre più difficile quando un individuo è lasciato a se stesso, ma in fondo non è mai impossibile. Certo uno specialista potrebbe avere un approccio diverso non solo psicologico ma anche farmacologico, il che può fare la differenza, ma per rivolgersi ad uno specialista ci vuole una determinazione della volontà, si tratta di un atto che è già un atto di resilienza ma in fondo molte volte resta una mera ipotesi. Resto dell’idea che il rispetto, l’affetto, la presenza, il clima affettivo complessivo intorno ad una persona abbiano un potenziale enorme, mi rendo conto che in situazioni di depressione profonda, tutto questo è poco, ma incoraggiare una persona ad aprirsi, a guardarsi dentro, confidando anche nel rispetto e nell’affetto di qualcuno resta fondamentale. Certe volte provo sensazioni di scoramento profondo e mi sento del tutto impotente, ma altre volte e con le stesse persone un minimo di apertura si trova, cioè costruire un minimo di relazione è possibile, quello che mi sconvolge è che tutto questo può andare improvvisamente in frantumi per eventi esterni frustranti e del tutto imprevedibili che finiscono per avere un peso spropositato e per mettere in crisi tutto quello che si era ottenuto. Da quello che vedo, sono convinto che lo stress, lo stare in ambienti molto concorrenziali, la competizione con il connesso rischio di esclusione, siano dei fortissimi incentivi verso la depressione.



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 Oggetto del messaggio: Re: APPROCCIO ALLA DEPRESSIONE GAY
MessaggioInviato: sabato 10 dicembre 2016, 13:11 
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Iscritto il: mercoledì 20 ottobre 2010, 0:41
Messaggi: 2335
Caro project non credo stiamo dicendo cose sostanzialmente diverse, anche perché non credo che compito di un amico sia "guarire" il malato o curarlo, ma stargli accanto e questo è già in sé un beneficio. Forse questo un po' è il punto. Stare accanto ad una persona depressa non vuol dire secondo me tentare di allontanarlo dalla sua depressione, quella è una cosa che deve fare lui, ma semplicemente stargli accanto. A quel punto però la domanda diventa un'altra. A cosa serve a noi una relazione siffatta? Tolta la soddisfazione tutta speciale che deriva dal sentirsi buoni, come la ebbe a definire Hegel, cosa resta di quella che infondo è una relazione d'aiuto, in cui si è consapevoli di non essere di alcun aiuto? Credo che la vera domanda sia questa, perché resta il fatto che ci sono stati depressivi che resteranno tali, con i quali il soggetto semplicemente impara a convivere, ma che diventano pesanti per chi decide di starci accanto (ammesso che la responsabilità della sua depressione non sia proprio di qualche altro che ha deciso di stare accanto). In questo senso penso sia molto complicato stabilire relazioni che siano produttive per entrambi e il pericolo di essere ingurgitati dall'altro è forte, come insomma se nel tentativo di tirar su l'altro, si venisse invece tirati giù.

Io posso solo essere d'accordo sul fatto che la competizione e lo spirito concorrenziale siano armi forti, però vedi devi considerare per forza l'ambiente relazionale costruito intorno al soggetto represso. Chi è che ha innescato questo meccanismo competitivo? Chi ha insegnato a questo ragazzo a stare sempre armati l'uno accanto all'altro, incontrarsi nella disputa, nel rigore del seguire rigide regole, nel senso del puro dover e del sacrificio di sé, magari perché è più complicato scambiarsi un abbraccio e semplicemente volersi bene per quello che si è? Quelli che sembrano eventi del tutto imprevedibili, magari sono "richiami", fili che vengono tirati. La depressione è uno stato d'animo conservativo, che si oppone al cambiamento e magari a qualcuno può far comodo questo stato d'animo perché dal cambiamento avrebbe da perderci. Le relazioni sono sempre relazioni di potere e chi acquista autostima solitamente ha tolto capacità di controllo a qualcun'altro, che lo aveva isolato in modo da averlo tutto per sé. Ripeto non si può trattare una patologia relazionale guardando solo a quello che fa il soggetto singolo. Bisogna scavare dietro la depressione, perché non è quello il problema, ma solo la manifestazione esteriore. In questo senso penso che bisogna stare attenti a che tipo di relazioni si costruiscono. Relazioni d'aiuto possono essere pericolose non tanto per il soggetto depresso in sé, quanto per chi decide di stargli accanto, perché è lui a non avere le competenze per gestire una relazione carica di stati d'animo negativi. Alla lunga rischia di svuotarsi, sperimentando la frustrazione continua di questi finti passi in avanti e ricadute, che sono poi i movimenti tipici dei depressi. Questi fanno solo finta di muoversi, ma in realtà restano fermi. Non sto dicendo che bisogna abbandonare chi ci viene incontro cercando qualcosa da noi, anche se neanche lui sa bene cosa, sto solo dicendo che bisogna essere bravi a mettere gli opportuni paletti e confini, perché altrimenti quella relazione diventa troppo invadente e piuttosto che tirare fuori l'altro si finisce con risucchiare dentro noi.
Può sembrare un discorso cinico, ma non lo è. Ognuno infondo ha la sua vita e ognuno ha il diritto di rovinarsela come vuole.


Ultima modifica di Alyosha il sabato 10 dicembre 2016, 13:42, modificato 1 volta in totale.

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 Oggetto del messaggio: Re: APPROCCIO ALLA DEPRESSIONE GAY
MessaggioInviato: sabato 10 dicembre 2016, 13:33 
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Messaggi: 4788
Eh... sono cose che mi ripeto spesso, so che sono giuste ma non sono facili da mettere in pratica, comunque ci proverò. Grazie di tutti questi contributi, che mi servono a riflettere. Mi fermo qui e proverò a cambiare discorso, farà bene anche a me, spero.



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 Oggetto del messaggio: Re: APPROCCIO ALLA DEPRESSIONE GAY
MessaggioInviato: domenica 11 dicembre 2016, 12:24 
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progettogayforum ha scritto:
Eh... sono cose che mi ripeto spesso, so che sono giuste ma non sono facili da mettere in pratica, comunque ci proverò. Grazie di tutti questi contributi, che mi servono a riflettere. Mi fermo qui e proverò a cambiare discorso, farà bene anche a me, spero.


D'accordo. Per una disamina ulteriore aggiungerei altri due aspetti che non mi sembra siano ancora emersi nel thread.
Innanzi tutto l'aspetto legato alla ricerca neurofisiologica che, nella misura in cui si tenga fermo che la consapevolezza della funzione precede sempre la fisicizzazione in organi da studiare in maniera sempre più spinta, non è affatto in contraddizione con l'atteggiamento non dualista. A questo proposito ricordo vagamente un articolo su Le Scienze di 10-15 anni fa in cui, sia pure all'interno di un approccio misto che qualche dubbio me l'aveva ben sollevato, si poneva l'accento su una carenza di serotonina. E' lecito supporre che, in questo lasso di tempo, la ricerca qualche passo avanti in più l'abbia fatto e, nel caso probabile ne sappiate più di me, ovviamente je suis preneur ;) .
In secondo luogo, a completamento del post un po' troppo tranchant in risposta ad Help, volessimo cercare esempi letterari di depressione reattiva all'interno di un carattere manifestamente non depresso su un piano endogeno non mi può non tornare alla memoria quella cosa arcinota di Apollinaire.

Le pont Mirabeau

Sous le pont Mirabeau coule la Seine
Et nos amours
Faut-il qu'il m'en souvienne
La joie venait toujours après la peine
Vienne la nuit sonne l'heure
Les jours s'en vont je demeure

Les mains dans les mains restons face à face
Tandis que sous
Le pont de nos bras passe
Des éternels regards l'onde si lasse

Vienne la nuit sonne l'heure
Les jours s'en vont je demeure

L'amour s'en va comme cette eau courante
L'amour s'en va
Comme la vie est lente
Et comme l'Espérance est violente

Vienne la nuit sonne l'heure
Les jours s'en vont je demeure

Passent les jours et passent les semaines
Ni temps passé
Ni les amours reviennent
Sous le pont Mirabeau coule la Seine

Vienne la nuit sonne l'heure
Les jours s'en vont je demeure


Traduco (tradisco) liberamente così

Sotto il ponte Mirabeau
Colan la Senna e il nosto amore
Bisogna ch'io ricordi
La gioia seguiva sempre il dolore
...

Chettudici Helpino? ^_^

Poi, di tempo per ulteriori depressioni reattive il suo destino gliene riservò a sufficienza. Ciao :)


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