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 Oggetto del messaggio: APPROCCIO ALLA DEPRESSIONE GAY
MessaggioInviato: venerdì 9 dicembre 2016, 15:25 
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Vorrei avviare, con chi vorrà rispondermi, ad un confronto su un punto che ritengo fondamentale. Di gay ne conosco tantissimi, alcuni sono sereni, stanno bene, si sentono realizzati, altri tendono a scivolare nella depressione, è di questi che vorrei parlare. La depressione, è vero, esiste ovunque e a tutte le età, non è una questione legata all’orientamento sessuale e penso che anche per i gay, come per tutti, sia un rischio molto concreto, con in più il fatto di essere gay, che complica le cose e rende il senso di solitudine e di emarginazione particolarmente profondo. Di fronte a ragazzi gay e a giovani uomini gay a rischio di scivolare nella depressione, ho cercato di andare più a fondo, di capire quale fosse la spinta capace di orientare il vissuto di queste persone verso la depressione. L’omosessualità non mi è mai sembrata il vero problema, ma quasi una circostanza che, per quanto importante e capace di improntare di sé tutto il vissuto di un individuo, non è in realtà alla base del problema. Si potrebbe parlare di una tendenza alla depressione, ma anche all’ansia, alla sottovalutazione di sé, alla marginalità, ma da quello che vedo ogni giorno sono portato a credere che nella grande maggioranza dei casi, tendenza o non tendenza, lo scivolamento verso la depressione inizi da altro. Ho cercato di riflettere molto, mettendo insieme tutti gli elementi che avevo raccolto parlando con ragazzi con qualche vena depressiva, e nei vissuti di quei ragazzi ho ravvisato quasi sempre una storia infantile e adolescenziale piuttosto sofferta, o per un sostanziale stato di abbandono, o per un esasperato dirigismo da parte dei genitori. In un caso come nell’altro è mancato un dialogo sostanziale genitori-figli e i figli hanno avvertito il disinteresse dei genitori nei loro confronti o un interesse condizionato dalla finalità di far seguire ai figli una strada predeterminata. Ovviamente tutto questo vale sia per i gay che per gli etero. Il rapporto coi genitori è l’elemento fondamentale della maturazione affettiva di un bambino, e il nucleo di questo rapporto è l’accettazione “senza riserve” da parte dei genitori della persona del figlio, il figlio deve sentirsi voluto, accettato, curato, amato, deve sentire su di sé l’affetto non opprimente dei genitori. I figli non voluti, i figli che sono oggetto di conflitto tra i genitori, i figli che hanno fratelli coi quali vengono spesso paragonati crescono esposti a debolezze affettive, la loro autostima tende ad essere depressa. Non va mai dimenticato che l’autostima è il riflesso della stima di sé che si riscontra nel proprio ambiente di riferimento. L’autostima è in sostanza la stima che si riposta in ambito familiare, che viene interiorizzata e diventa uno dei sostegni della personalità. Nelle situazioni in cui il dialogo genitori-figli è carente, l’omosessualità può essere un elemento critico molto significativo. Cerco di spiegarmi meglio: in condizioni di normalità, l’omosessualità è una risposta ad un’esigenza affettiva profonda, se non è mortificata o repressa diventa un elemento di stabilità, in altri termini un valore morale per una persona che la vive; quando invece si vive in condizioni di privazione effettiva, l’omosessualità tende a diventare un elemento di ribellione e purtroppo, come tale, tende ad assumere forme esasperate e strillate, che sono in fondo modi di urlare la propria ribellione. Così l’omosessualità tende a perdere la sua connotazione affettiva stabilizzante e diventa una dimensione sostanzialmente individuale, che isola invece di integrare, isola dai genitori e della famiglia e non crea rapporti affettivi, si tratta di una omosessualità spesso frenetica, vissuta nello stesso tempo come ribellione e proprio per questo, come ulteriore spinta al calo dell’autostima. Aggiungo che l’omosessualità frenetica, scarsamente affettiva (l’anaffettività vera non l’ho mai vista) suscita spesso incomprensione, viene vista dai partner come una specie di voluttuoso gioco sessuale, mentre è in realtà una richiesta di attenzione, di dialogo, la ricerca di punto di riferimento, magari relativo ma affidabile. Le risposte evasive, superficiali, e addirittura di tono moraleggiante alle richieste affettive che si manifestano nella sessualità frenetica, confermano i ragazzi nell’idea di non valere nulla e di avare la fissazione del sesso. Vorrei sottolineare che i ragazzi che tendono alla depressione sono in genere persone di intelligenza superiore alla media, che presentano forti fragilità affettive e psicologiche, non sono ragazzi disposti ad assoggettarsi facilmente ad una disciplina di studio o di lavoro proprio in ragione della loro fragilità affettiva, che non li sostiene: si scoraggiano, si svalutano, alla prima difficoltà tendono a rinunciare, non combattono, non accettano l’idea che gli altri possano non capire, si sentono giudicati e spesso giudicati con molta severità e tendono ad introiettare quei giudizi, tendono a isolarsi, a deprimersi, anche in modo pesante, a vedere il loro futuro a tinte fosche, anche quando non ce ne sono ragioni obiettive. Finiscono per vivere in un ambiente cui si sentono e sono estranei, in un ambiente che nei loro confronti è spesso aggressivo, cominciano a pensare di avere sbagliato tutto, di non essere in grado di gestire il loro futuro, di avere ormai perso il treno, di essere troppo vecchi per qualsiasi cosa, in una parola si sentono dei perdenti, anche se non lo sono. In questa operazione di demolizione di sé coinvolgono anche quanti vogliono loro bene, li esasperano, quasi li mettono alla prova per valutare il loro grado di resistenza e di fedeltà. Ma il cammino verso la depressione può arrivare anche al tenere comportamenti a rischio con la piena coscienza di farlo, proprio come accettazione di un destino sostanzialmente ineluttabile. Ho osservato spesso come i risultati di questi ragazzi nello studio e nel lavoro siano fortemente condizionati dalla dimensione affettiva: possono andare dal totale abbandono degli studi ad avere risultati eccellenti, il tutto in funzione di scelte più o meno vocazionali e delle maggiori o minori gratificazioni che se ne ottengono. Questi ragazzi, quando si fanno prendere dal disfattismo, tendo ad essere distruttivi e a non vedere quello che di buono, hanno già realizzato, che può essere moltissimo. Mi sono chiesto più volte che cosa si possa fare, per rallentare, fermare e anche invertire questo scivolamento verso la depressione. Qui non si tratta di ragazzi spaventati dall’idea di essere gay, che hanno bisogno di rassicurazioni, ma si tratta di recuperare una dimensione affettiva in crisi profonda. Ho sperimentato direttamente quanto ogni forma di incoraggiamento sia in pratica controproducente, o almeno sembri controproducente, perché gli effetti reali a lunga scadenza possono essere diversi da quelli visibili e immediati, e come ci si possa sentire veramente disarmati davanti a queste situazioni, anche perché in questi casi la rete di amicizie serie, che in genere protegge i ragazzi gay, quasi sempre viene meno. Stare accanto ad un ragazzo depresso è molto più complesso e stressante di quanto si possa credere, il dialogo è lento, qualche volta aspro e spesso caratterizzato da rifiuti, perché trovare l’approccio giusto, cioè un approccio che non suoni come una predica, è oggettivamente molto difficile. Per esperienza, posso dire che, in certi momenti almeno, l’unico approccio possibile consiste nel lasciare parlare l’altro, che ha bisogno di trovare una valvola di sfogo per non esplodere, e intervenire solo per riportare il discorso su questioni specifiche e concrete sulle quali si possa effettivamente intervenire. Penso che, a lungo termine, sia essenziale mantenere un rapporto, a qualunque livello, con questi ragazzi, perché l’unica strada per uscire da questi stati depressivi è la ricostruzione in età adulta di una dimensione affettiva che ha patito gli insulti di un vissuto problematico. Restare accanto ad una persona depressa è difficile ma il venire meno sistematico di tutti i rapporti interpersonali non è solo l’effetto della depressione, ma ne è anche la causa. Occorre resistere, non farsi scoraggiare, anche quando i discorsi e i comportamenti sono oggettivamente scoraggianti e soprattutto occorre che si produca o si mantenga almeno un minimo di rapporto affettivo. Il vero rischio è che i rapporti interpersonali si perdano, perché alla fine gli interlocutori del ragazzo depresso non si sentono a loro volta gratificati. Si dice che la depressione si contagia, e in qualche modo è vero. Spesso, chi sta intorno al ragazzo depresso si limita a consigliargli di “farsi aiutare” (andare dall’analista) o ad esortarlo a cambiare atteggiamento, reiterando gli atteggiamenti sbagliati dei genitori. Le famiglie, i partner, i colleghi, sembrano non capire la serietà del problema, è come se si limitassero ad allontanarlo da sé, a negarlo, a non vederlo, a ridurre ulteriormente le occasioni di dialogo. Ho osservato come “negare la depressione” sia l’approccio più miope da parte di chiunque non voglia abbandonare a se stesso un ragazzo depresso, andrebbe se mai colta l’intermittenza della depressione, la sua non continuità. In ogni caso si tratta di problemi molto seri che suscitano molte incertezze su chiunque voglia evitare di passare semplicemente oltre. Per il momento mi fermo qui. Mi piacerebbe sapere che cosa ne pensate.



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 Oggetto del messaggio: Re: APPROCCIO ALLA DEPRESSIONE GAY
MessaggioInviato: venerdì 9 dicembre 2016, 18:14 
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Ho letto tutto il post, cosa che faccio poco spesso quando superano le 5 righe, e l'ho trovato interessante.

Credo che la domanda implicita che poni attraverso questo testo sia, come aiutare questi ragazzi?

Pensando al mio percorso, che non posso ovviamente paragonare a quello di un ragazzo depresso, solo quando ho toccato proprio il fondo rimanendo tra le altre cose senza nessuna persona con cui parlare, ho deciso di darmi una chance da solo. Il senso di solitudine era si opprimente e dove da un lato non colpiva lui colpivano i miei fallimenti, ma contro ogni aspettiva al posto di cedere ho iniziato a risalire, poi ho avuto anche la fortuna di avere una persona che mi tendesse una mano e una volta afferrata è stato un gioco da ragazzi.

Non c'era niente che nessuno potesse fare per salvarmi, non potevano i miei genitori che urlavano per entrare in contatto con me, non potevano i miei coetanei che tra le altre cose non hanno mai neanche voluto stabilire un contatto emotivo, canzonandomi quando possibile. Specifico che non potevano neanche i professori, che mi definivano arrogante e ignorante, e il mio mondo era circoscritto a queste figure, potevo aiutarmi solo io.

Ma come specificavo prima, sono un caso di depressione marginale, con sempre insita la voglia di combattere e riscattarmi, non sono paragonabile ai ragazzi di cui parli tu ne sono mai entrato in contatto con loro. Spero sia utile, altrimenti spero che nella sua inutilità questo post dia una speranza a chi come me aveva fallito tutto.


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 Oggetto del messaggio: Re: APPROCCIO ALLA DEPRESSIONE GAY
MessaggioInviato: venerdì 9 dicembre 2016, 19:09 
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Grazie Help.
Ci sei andato vicino ma hai reagito e nella buca delle depressione non ci sei finito ed è una cosa ottima! Certe volte mi trovo di fronte a situazioni nelle quali mi prende uno scoramento profondo, mi rendo conto che è difficilissimo costruire un minimo di dialogo e che quando mi sembra che ci si stia arrivando, poi, all’improvviso, scattano altre cose, assolutamente esterne e impreviste, che mettono tutto in crisi un’altra volta, e quando succede mi rendo conto che la mia presenza provoca solo un peggioramento della situazione, o almeno così sembra, diciamo che soprattutto scatena reazioni di chiusura e di rifiuto, se non di collera. Quello che mi lascia più svuotato è il fatto che può veramente bastare un nulla per provocare un malessere profondo. O forse a me sembra un nulla ma per chi sta male è veramente un macigno. Quello che hai scritto mi fa venire in mente il senso delle frustrazioni, che qualche volta non sono vissute reattivamente con uno scatto di orgoglio, ma sono lette in modo depressivo, come una prova del proprio disvalore e della inutilità di qualunque cosa, è come se l’intelletto si oscurasse per lasciare spazio all’ansia e alla negatività, Certe volte a vedere queste cose ci sto proprio male, non so mai che cosa fare, mi rendo conto che mi trovo di fronte a situazioni di sofferenza profonda e che posso fare ben poco, perché la buona volontà non basta.



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 Oggetto del messaggio: Re: APPROCCIO ALLA DEPRESSIONE GAY
MessaggioInviato: venerdì 9 dicembre 2016, 20:01 
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Iscritto il: sabato 28 dicembre 2013, 22:27
Messaggi: 836
Il problema non è semplice anche per la complessa articolazione della casistica. Ne parlavo l'anno scorso con un amico psichiatra. Lui, tutto sommato, sebbene in letteratura si trovi un po' di tutto, era inclinato a pensare che gli episodi di depressione maggiore, specie se presuntivamente endogena, richiedano in maniera tassativa un approccio farmacologico riservando gli approcci analitici tipo TCC o mindfulness alla prevenzione delle ricadute. Non credo di far personalmente testo perché, nonostante abbia subito lutti personali rilevanti, mi son sempre spontaneamente ripreso dalla depressione reattiva relativa a questi episodi.
Da questo amico che ne è molto esperto, mi è stata comunque cosa graditissima apprendere un po' di mindfulness in puro stile impara l'arte e mettila da parte.
Hai visto mai dovesse tornarmi utile in futuro (è comunque utilissima nei disturbi dell'alimentazione, delle varie addictions ed in ogni caso per avvicinarsi al buddhismo theravada).


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 Oggetto del messaggio: Re: APPROCCIO ALLA DEPRESSIONE GAY
MessaggioInviato: venerdì 9 dicembre 2016, 20:02 
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Iscritto il: venerdì 19 giugno 2015, 13:55
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Beh, frasi che per altri non vogliono dire niente per qualcuno acquisiscono un significato particolare. Per esempio quando mio padre mi disse urlandomi ( in un momento di ira ) contro che non ero nessuno, piansi un intera giornata pensando al fatto che se fossi sparito in quel istante nessuno avrebbe mai sentito la mia mancanza, nessuno si sarebbe accorto della mia assenza. In fondo sentivo ogni giorno persone ripetermi che non ero niente di speciale, semplicemente un altro fallito, e aver sentito quella frase da mio padre mi sconvolse più di quanto avrebbe sconvolto una persona qualunque.

Una cosa che ho visto nella tua analisi è che credi che le persone depresse si comportino in determinate maniere per attirare l'attenzione. Posso suppore che in molti casi sia così, in molti altri invece vogliono solo sparire, addormentarsi e rimanere per sempre nel mondo dei sogni. Non puoi sapere in generale come aiutarli perché non sai che tipo di inferno hanno vissuto, i depressi sono tutte persone diverse con vissuti diversi, non si può inventare una regola generale con cui identificarli e curarli, perché l'unica cosa che li accomuna è lo stato clinico, come due malati di cancro, uno al fegato e l'altro ai polmoni.

Credo tu debba solamente accettare la tua impotenza facendo esattamente ciò che loro ti chiedono di fare per loro. E a volte il miracolo colpisce e loro guariscono. D'altronde la depressione è il male contemporaneo, se si sapesse come curarlo, non lo sarebbe.


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 Oggetto del messaggio: Re: APPROCCIO ALLA DEPRESSIONE GAY
MessaggioInviato: venerdì 9 dicembre 2016, 21:04 
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E' un bel post Project, molto bella la parte descrittiva, mi ci sono rispecchiato molto in molte dinamiche, la fragilità, il timore dei giudizi altrui, l'anafettività e tutto il resto. So di toccare un tema delicato, ma forse è anche il caso di interrogarsi su cosa sia causa e cosa effetto nei comportamenti che descrivi e forse la difficoltà che hai nel trovare il bandolo della matassa è proprio questa. A mio giudizio si tratta di fenomeni che si rinforzano a vicenza in un circolo vizioso difficilmente risolvibile. Non voglio dire che ci sia una base esclusivamente sociale all'origine dell'omosessualità, ma probabilmente vivere in certe famiglie piuttosto che in altre porta a vivere certe tendenze in un certo modo piuttosto che in un'altro. E non mi riferisco banalmente a famiglie omofobe, quanto piuttosto a famiglie anafettive, dove i partner genitoriali sono frustrati, disinteressati ai figli o iperprotettivi, incapaci di separare la loro vita da quella dei minori e fortemente demotivati anche loro.
In effetti poi l'omosessualità in un contesto omofobo piuttosto che essere un quid che apre al mondo, ti fa chiudere in te stesso e il resto insomma credo l'abbia descritto molto bene tu. Quanto al dialogo con i soggetti depressi, penso che l'atteggiamento migliore sia proprio l'ascolto. E' chiaro che si può fare molto poco, perché qualunque siano le condizioni che hanno portato alla depressione, finché sussistono non può essere certo un dialogo a toglierle. Io mi sono rivolto anni fa ad uno psicologo. Non ho mai avuto sintomi eccessivi, però penso che l'approccio di un competente possa rivelarsi decisivo, quanto meno a non ripetere sempre gli stessi errori, illudersi di cambiamenti epocali che si rivelano passeggeri, evitare di girare in tondo insomma.
Quello che ci tenevo a dire è che non è complicato sciogliere i legami familiari per quello che hanno rappresentato in passato, ma per l'effetto che continuano ad avere sul presente. Non è importante avere avuto una madre oppressiva insomma o un padre che ci ha rifiutato, ma continuare ad avere una padre oppressiva e un padre giudicante, sopratutto il padre e la madre che uno si porta dentro.
Io penso che la spinta al cambiamento si debba ricercare in se stessi e che una volta avviato, serve costanza, determinazione e resilienza. Farsi guidare in questo percorso non è segno di follia, ma probabilmente di lucidità mentale.
Resta poi da considerare quanto l'ombrello della "normalità" sia un riparo e quanto piuttosto un'appannaggio, i figli, il lavoro, la forma solida della coppia, possono celare forme di depressione anche più nocive, perché meno riconosciute. La rassegnazione col tempo si sostituisce alla depressione forse, ma la sostanza non cambia molto.


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 Oggetto del messaggio: Re: APPROCCIO ALLA DEPRESSIONE GAY
MessaggioInviato: venerdì 9 dicembre 2016, 22:39 
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Vi ringrazio di cuore per le vostre risposte che mi danno modo di riflettere. Parto dall’approccio specialistico. Mentre è facile che una persona molto ansiosa si rivolga ad uno specialista, è oggettivamente molto più difficile che lo faccia una depresso, al quale la vita appare immodificabile e che non crede possibile correggere o migliorare nulla. L’uso dei farmaci, a parte il fatto che deve essere programmato da medici particolarmente esperti, può essere gestito seriamente solo in un ambiente molto sereno e accogliente e richiede comunque l’accettazione della terapia. Ed è molto difficile distinguere in concreto una depressione maggiore primaria da una depressione reattiva. La depressione da lutto è una classica depressione reattiva, ma se ne incontrano molte altre non legate a fatti traumatici recenti ma all’accumulo di stress nel corso degli anni e spesso anche a traumi dell’età infantile che possono essere di difficile emersione e razionalizzazione.
Mi colpisce molto un’espressione di Help: “tu credi che le persone depresse si comportino in determinate maniere per attirare l'attenzione, posso suppore che in molti casi sia così, in molti altri invece vogliono solo sparire, addormentarsi e rimanere per sempre nel mondo dei sogni.” Posso dire che questa frase mi sembra ritrarre molto bene la reazione della persona depressa, solo che quei sogni sono purtroppo sogni depressi, in cui domina il senso di frustrazione e di inutilità di qualsiasi cosa. Mi resta l’impressine che secondo Help, in molti casi, almeno, non ci sia sostanzialmente nulla da fare, che poi è il punto di vista che rafforza la depressione: l’ineluttabilità. In molti casi la sensazione dell’ineluttabilità l’ho avuta anche io, ma poi mi sono ricreduto almeno in parte perché qualche spiraglio l’ho intravisto, ed è proprio questo che mi porta a non desistere. In altri termini, mi è difficile perdere del tutto le speranze perché i canali comunicativi non sono chiusi del tutto anche se la comunicazione segue vie più contorte e i rischi di fraintendimento sono alti.
Che esista un circolo vizioso anche nella depressione, come c’è nei disturbi ossessivi, è evidente. La depressione (parlo qui di quella reattiva) si rafforza col ripetersi di cicli di stress o con l’iterazione di fatti frustranti che riducono i livelli di autostima. E va aggiunto che ansia e depressione si trovano spesso insieme e si rafforzano reciprocamente.
Mi colpisce quello che dice Alyosha sulle famiglie anaffettive, non solo verso i figli ma anche tra coniugi, quelle famiglie sono spesso l’incubatrice dei disagi dei figli. Direi che la convivenza forzata è una delle peggiori condizioni di stress, se poi la convivenza non è solo forzata ma anche frustrante i meccanismi della depressione reattiva possono mettersi in moto.
Alyosha mi dice anche una cosa alla quale avevo pensato spesso: “qualunque siano le condizioni che hanno portato alla depressione, finché sussistono non può essere certo un dialogo a toglierle.” È verissimo ma spesso l’allontanamento dall’ambiente familiare è impossibile e, anche quando è possibile, l’interiorizzazione delle figure genitoriali o di problemi irrisolti dell’età infantile resta. Certo che se i ragazzi hanno dei livelli di resilienza che consentono di reagire e di rompere il circolo vizioso, prima o poi la depressione sarà per loro un ricordo. I veri problemi si hanno quando le cause persistono e nel ripetersi ciclicamente si rafforzano, quando il cambiare ambiente significa passare da un ambiente anaffettivo e frustrante ad un altro ambiente anaffettivo e frustrante se non addirittura aggressivo. In quei casi, certo, si può fare ben poco, ma resto convinto che qualcosa, che sembra poco e potrebbe non essere poco, si possa fare anche nelle situazioni più difficili. Dei tentativi di dialogo si avvertono e sono l’espressione di un’affettività non totalmente assoggettata alla depressione, sono convinto che almeno potenzialmente ogni porta lasciata aperta possa rappresentare una vita di uscita dalla depressione, è per questo che cerco di andare avanti anche e soprattutto quando il disagio è maggiore.



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 Oggetto del messaggio: Re: APPROCCIO ALLA DEPRESSIONE GAY
MessaggioInviato: sabato 10 dicembre 2016, 1:46 
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Un depresso ha bisogno di una mano amica, ma non come la intendi tu. I problemi che si possono riscontrare sono talmente diversi che anche approfondendo su uno ne trascurerei centinaia, quindi mi terrò molto sul generico. Accettare l'aiuto di una persona significa accettare di averne bisogno e quindi prendere coscienza del fatto che non si è abbastanza per risolvere da soli un problema, capisci dove voglio andare a parare? Cane che si morde la coda, nel momento in cui offri il tuo aiuto non fai altro che peggiorare le cose.

Ma che aiuto in fondo puoi dare a una persona scavata fino alle ossa dal nichilismo. Il depresso è il chiaro esempio di suicida in chiave emotiva, la sofferenza che prova il soggetto è talmente insopportabile e straziante da portarlo a cercare una scappatoia fisica come la fame, pur di non sentire. E tu non puoi imboccarlo a forza.

Molti parlano di terapia d'urto, può funzionare, tu suggerisci l'ascolto, può funzionare, ma può anche essere contro producente, così come nelle cure mediche non si prescrive un farmaco a caso, per aiutare un depresso non si prescrivono metodi a caso ne si va a tentativi, perché ogni singola mossa sbagliata porta alla sofferenza. Mi ricordo per esempio che ogni volta che sentivo il nome Paolo, 2 anni fa ormai , crollavo emotivamente, sudavo freddo, e io sono un normalissimo ragazzo magari un po' triste ogni tanto. Se io provavo tale sofferenza solo per un nome, cosa può causare la parola sbagliata in un soggetto instabile? O una mancata parola? Capisci il problema?

Addentrandoti in questo mondo a tentoni sono più quelli che potresti buttare per terra di quelli che sollevi. È così brutto dire che è meglio non fare, ma uscire dalla depressione è come trovare l'amore, ci vuole quella persona giusta in quel momento giusto, che tende la mano, non chiunque, non sempre, forse mai, e bisogna accettarlo, così come accetti il fatto che il sole sorga ogni mattino e dopo il giorno ci sia la sera.


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 Oggetto del messaggio: Re: APPROCCIO ALLA DEPRESSIONE GAY
MessaggioInviato: sabato 10 dicembre 2016, 2:47 
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Help, il tuo ultimo post è terribile e terribilmente realistico e mi ha fatto riprovare sensazioni terribili che avevo già provato e anche rivivere paure e ansie che avevo già vissuto. Razionalmente dovrei darti ragione, eppure provo un senso di ribellione profonda all’idea che non si possa fare nulla. È vero che c’è il rischio di sbagliare ed è un rischio grosso, di cui può essere difficile rendersi conto sul momento, però istintivamente sono portato a pensare che abbandonare il campo senza combattere sia razionale ma non umano. Capisco perfettamente il senso di quello che dici ma non voglio accettarlo, e poi capisco anche che la parola aiuto può essere aggressiva, ma io non parlo di aiuto ma di una presenza che ha un valore affettivo, che può essere inopportuna, inadeguata, certo, ma ha un valore affettivo, è un modo per dire: non voglio che tu stia male e se stai male devi sapere che non sei comunque solo. Ecco è questo che penso possa avere un senso, in un campo tutto nero è una piccola traccia di luce, niente di specialistico o di professionale, solo una presenza, anche silenziosa. Non voglio perdere anche questa speranza.



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 Oggetto del messaggio: Re: APPROCCIO ALLA DEPRESSIONE GAY
MessaggioInviato: sabato 10 dicembre 2016, 3:38 
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Iscritto il: mercoledì 20 ottobre 2010, 0:41
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In tutta sincerità penso che le persone abbiano diritto ad essere depresse, certi comportamenti vanno innanzitutto capiti per quello che hanno da dirci, piuttosto che inibiti. La depressione è uno stato d'animo che ci parla e ci vuol dire qualcosa, non va scacciata, ma ascoltata. Si esce dalla depressione non tornando indietro allo stato precedente per così dire, ma percorrendola fino in fondo.
Non sono io che devo tendere la mano ad aiutare qualcuno, ma è quel qualcuno che deve tendere la mano a me quando ha voglia di rialzarsi. Credo molto all'approccio sistemico-relazione, per quanto poi io stesso ho sperimentato terapie in solitaria. La patologia è sempre sistemica e difficilmente si comprende il disagio del singolo senza guardare al complesso delle relazioni fondamentali che contribuiscono a definizioni dissonanti del sé. Se l'individuo non ha la forza di ristrutturarsi difficilmente uscirà dalla depressione.
E' chiarissimo quello che dice Project, la presa di distanza dai modelli relazionali distorti, non è fisica, ma mentale. Lo sforzo principale deve essere rivolto a rafforzare la fiducia del singolo nelle sue stesse capacità e credenze. Molto spesso succede che quelli che crede comportamenti patologici sono risposte sane a contesti distorti per cui non va corretto lui, ma il contesto nel quale vive. Molto spesso quello che farebbe d'istinto è anche la cosa giusta, salvo poi indietreggiare persuaso dalla voce morale che è in lui, eco lontana delle costrizioni mentali che subisce.
Io credo che nella misura in cui s'è creato un dialogo abbiamo a che fare con persone che per quanto depresse stanno provando a reagire. Quando qualcuno ci parla della sua depressione è già fuori a metà per così dire. In questo senso credo che l'ascolto sia fondamentale, non risolutivo per carità, ma certamente tra le poche cose che possiamo fare. Guidare concretamente l'individuo ad uscire dalla sua depressione è invece secondo me un percorso che deve fare uno specialista. Indagare sull'origine della depressione, lasciare che sia l'individuo stesso a compiere la sua introspezione, fargli compiere sguardi a ritroso, lasciare che osservi i suoi comportamenti mentre l compie, avviare delle vere e proprie destrutturazione del sé, delle sue relazioni fondamentali, navigare nelle acqua burrascose dell'ignoto, tracciare sentieri nuovi e infine ricostruirsi e ricollocare le relazioni fondamentale, come relazioni "decentrate" sono passaggi complessi, che richiedono impegno, costanza e quasi una fede ceca nel proprio terapeuta. Di fronte ad un depressione franca sinceramente consiglierei di rivolgersi ad esperti, che non vuol dire far mancare la mia vicinanza se richiesta, ma riconoscere i propri limiti.


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