FRUSTRAZIONI GAY

Solitudine, emarginazione, discriminazione, omofobia...
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FRUSTRAZIONI GAY

Messaggio da progettogayforum » martedì 3 agosto 2010, 16:34

Parlando su msn con parecchi ragazzi gay, mi trovo spesso di fronte a reazioni che faccio fatica a comprendere ma che, pur essendo piuttosto differenziate, hanno sicuramente alla base motivazioni assai simili. Le reazioni si collocano a vari livelli intermedi tra quelle di frustrazione aggressiva e quelle di totale passività. Provo a dare un’idea dei contenuti più ricorrenti:

FRUSTRAZIONE AGGRESSIVA – “Il mondo fa schifo”, “Io spaccherei tutto”, “La gente è una mer.a”, “A uno come quello gli spaccherei la faccia”, “Sono deficienti e immaturi”, “Li odio tutti quanti”, “Non li sopporto proprio”, “Ho l’impressione di buttare via il tempo”, “È passato un altro giorno e non ho concluso nulla! Io il tempo lo devo buttare via così!”

FRUSTRAZIONE PASSIVA – “Gli altri si possono divertire io no”, “Ma che ci sto a fare?”, “Tanto non serve a niente!”, “Non sarò mai felice.”, “Di studiare non me ne frega niente, tanto non ci riuscirò mai, la mia vita è solo un insieme di fallimenti”.

Alla base di queste forme di frustrazione ci possono essere motivazioni diversamente articolare ma tutte riconducibili alla impossibilità reale o presunta di vivere una vita affettiva soddisfacente e alla convinzione che “gli altri” (etero ma anche gay) la loro vita affettiva la vivano pienamente.
Le frustrazioni si ritrovano in diverse forme in gruppi diversi di persone:

- I ragazzi grandi, oltre i 35 anni, che cominciano ad avere la sensazione di avere “perso il treno” per essere arrivati troppo tardi all’accettazione di sé o all’idea che una realizzazione affettiva è possibile anche per un ragazzo gay.

- Ragazzi con orientamento sessuale specifico verso persone molto più grandi di loro che si rendono conto della difficoltà di realizzare quello che vorrebbero e della condanna sciale (anche tra i gay) delle loro preferenze. Questi ragazzi si sentono emarginati anche tra i gay.

- Ragazzi con orientamenti sessuali specifici minoritari, ossia ragazzi che si innamorano molto raramente e di tipologie di ragazzi con i quali è difficile costruire un rapporto. Questi ragazzi non si innamorano in genere dei ragazzi di cui si innamora la maggioranza dei ragazzi gay e hanno l’impressione che il futuro, per loro, possa consistere esclusivamente o nell’accettazione di soluzioni di compromesso o nella solitudine affettiva.

- Ragazzi che si ritengono inadatti a costituire un centro di interesse affettivo e sessuale per un altro ragazzo sia per ragioni fisiche che per ragioni psicologiche.

Devo aggiungere una riflessione che mi è venuta spesso in mente, trovandomi a parlare con i ragazzi e confrontando le loro reazioni con quelle che avevano i miei coetanei quando avevano vent’anni. Quarant’anni fa, in termini oggettivi, le motivazioni della frustrazione di un ragazzo gay potevano essere anche più gravi perché l’isolamento era totale e tuttavia, per quello che ho potuto vedere parlando con persone della mia generazione, il senso di frustrazione era meno profondo e la tendenza a ricercare soddisfazioni sostitutive nello studio, nella carriera e in una dimensione sociale che prescindesse dall’orientamento sessuale era nettamente più forte. In sostanza c’era all’epoca la chiara coscienza della impossibilità di costruire una vita secondo i propri principi. Oggi, soprattutto grazie ad internet, le possibilità di contatto tra ragazzi gay sono enormemente aumentate ma sono aumentate proporzionalmente anche le attese, e il senso di frustrazione, lungi dall’essere sublimato in attività produttive, si manifesta fortissimo. Uno dei rischi connessi ad una realtà come Progetto Gay consiste proprio nel costituire una cassa di risonanza che amplifica il senso di frustrazione e lo radicalizza. Non solo, ma il contatto diretto con altri ragazzi gay, che all’inizio si presenta come estremamente promettente, smonta poi piano piano il presupposto per il quale due ragazzi gay hanno necessariamente un mondo comune e fa risaltare le differenze che sono spesso radicali. La discussione tra gay non è facile perché mette in evidenza che anche tra gay esistono meccanismi di emarginazione sociale e di competitività. Tutto questo rischia di radicalizzare la frustrazione: “Mi sento emarginato perfino tra gli altri gay!”

Ma veniamo ai rischi specifici del senso di frustrazione, in primo luogo alle forme depressive che talora accompagnano l’adolescenza e la giovinezza di un ragazzo gay, forme depressive complicate dal fatto che parlare con i propri genitori è praticamente impossibile e che si è costretti ad una recita senza fine.
La depressione può arrivare a manifestarsi in crisi di pianto, in senso di abbandono e di inutilità. Accade talvolta che alcune idee connesse alla depressione diventino insistentemente ricorrenti e addirittura dominanti. È il caso dei ragazzi che costruiscono un discorso razionale a sostegno della loro idea depressiva dandole un’apparenza di oggettività. È il caso tipico delle cosiddette estrapolazioni, che sono frequentissime: “Se non mi sono innamorato in vent’anni non mi capiterà mai!”, “Tutto quello che ho fatto mi è andato sempre storto e sarà sempre così!”. In questi discorsi si parte da premesse che possono essere anche oggettive ma si giunge a conclusioni improprie caratterizzate da “sempre” e da “mai”, cioè a conclusioni radicalmente negative. Ho imparato per esperienza che parlare con ragazzi che vivono fasi depressive non è facile e che la prima cosa che bisogna tenere presente è che non bastano quattro chiacchiere positive per uscire dall’umore depresso. Se per un verso la depressione non deve essere alimentata, per l’altro deve essere rispettata. Vista dall’esterno sembra una cosa quasi banale, superabile con un po’ di incoraggiamento, ma vista dall’interno provoca sofferenza profonda. Il rispetto verso un ragazzo depresso si deve manifestare mettendo da parte ogni aggressività nei suoi confronti e ogni atteggiamento predicatorio, tutto questo non è affatto facile perché, per chi depresso non è, è decisamente difficile rendersi conto dei meccanismi della depressione. L’insistenza è vissuta da un ragazzo depresso come una forma di aggressività. Ciò che invece ha realmente valore è una presenza che non viene meno. Ma il discorso è molto complesso e andrebbe approfondito in altra sede.

Il secondo rischio tipico della frustrazione consiste nel tentativo di “risolvere il problema” attraverso le strade che sembrano le più facili o forse le uniche praticabili, ossia le chat erotiche e i siti di incontri. Le interviste di Progetto Gay http://nonsologay.blogspot.com/2010/07/ ... i-gay.html dimostrano che la percentuale di ragazzi che frequenta chat erotiche e siti di incontri più o meno abitualmente non è trascurabile. È comunque piuttosto probabile che una buona percentuale di quei ragazzi non vada realmente nelle chat o nei siti di incontri per cercare sesso facile, in parecchi casi quei ragazzi sono spinti dal senso di frustrazione a ricercare in quei siti quello che non trovano altrove, ossia una vera vita affettiva. Da quello che vedo quotidianamente, molti ragazzi escono profondamente delusi dall’esperienza dei siti di incontri e delle chat erotiche e questo non fa che incrementare il senso di frustrazione. A parte il rischio hiv, l’alternativa tra l’andare sui siti di incontri e immalinconirsi in una forma di depressione radicale può apparire l’unica possibile, anche se realmente non lo è. Ciò che spesso condiziona è la fretta di arrivare alla soluzione. Tra l’altro la fuga dalla solitudine depressiva può essere così radicalmente condizionante da portare i ragazzi a sottovalutare i rischi reali delle chat e dei siti di incontri sotto il profilo delle malattie sessualmente trasmesse e a considerare i rapporti sessuali come indicativi di un sicuro substrato affettivo anche dove non è realistico aspettarsi nulla di simile. Ci sono ragazzi che tentano di avviare rapporti di coppia con ragazzi incontrati in chat o nei siti di incontri spendendo completamente se stessi in questo tentativo e riportandone alla fine, dopo molte peripezie, delusioni profonde. L’idea che la realizzazione di un contatto sessuale sulla base della sola gradevolezza fisica non realizza il benessere affettivo è difficile da accettare, tanto più da parte di un ragazzo in fuga dalla depressione. Sarebbe fondamentale creare rapporti affettivi veri, di semplice amicizia, che potrebbero, se si tratta di amicizia vera, consentire una vita affettiva meno centrata sulla sola vita di coppia. L’idea che la vita di una persona si identifichi con la sua vita di coppia e solo con essa, oltre ad essere del tutto irrealistica, non fa che amplificare le aspettative, prima, e il senso di frustrazione, dopo, dato che la vita affettiva si può costruire solo in due e non come risposta alle esigente di uno solo, per quanto profonde esse siano.

La frustrazione comporta anche un terzo tipo di rischio ed è il rischio connesso al trascurare o all’abbandonare tutte le altre attività che contribuiscono a costruire la vita vera di un ragazzo gay, parlo dello studio, del lavoro, del rapporto con la famiglia di origine e con gli amici di vecchia data. Quando l’idea di realizzare la vita di coppia diventa dominante, tutto il resto perde proporzionalmente peso e diventa oggetto di disprezzo e di esplicito disinteresse. Trascurare gli studi perché ci sono problemi più importanti da risolvere non solo non risolve i problemi ma ne aggiunge altri e allontana nel tempo l’autonomia economica che potrebbe essere invece uno degli elementi più utili a ridurre il senso di frustrazione e di depressione che accompagna la giovinezza di tanti ragazzi gay. Purtroppo l’idea che la vita di un individuo non si gioca sull’unico elemento “vita di coppia” è difficile da accettare per un ragazzo che è abituato e spinto a considerare la vita di coppia come totalizzante.
Che si può fare? Me lo sono chiesto una infinità di volte ma finora non sono riuscito a trovare nessuna risposta soddisfacente.

SenzaPeso
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Re: FRUSTRAZIONI GAY

Messaggio da SenzaPeso » martedì 3 agosto 2010, 17:47

Nulla, alla fine non si può fare nulla. Quando uno è depresso ti assicuro che quello che funziona di più è far parlare la persona in modo che giunga da sola alle sue conclusioni e alle sue riflessioni su quello che dice, su quello che prova e sulla condizione in cui alla fine si pone a volte da solo. La depressione sembra uno stato d'animo insormontabile quando è presente. Al limite si possono dare spunti di riflessione, ma quello che davvero aiuta è essere ascoltati mentre si parla. Il punto è che il primo tipo di frustrazione spesso si sfoga con una rabbia verso il mondo che vuole sfogarsi sugli altri, e la seconda rischia di scadere nel vittimismo spicciolo se la persona riceve troppa compassione. E con la rabbia verso il mondo (che poi è anche quella autocommiserazione) e il vittimismo fine a se poco c'è da fare, perché quando il sentimento prevarica la capacità di riflettere sulla propria condizione di soluzioni non se ne trovano più, e le soluzioni che ci pongono gli altri non funzionano mai per noi perché non nascono da un processo di crescita proprio.

L'unica cosa che so per certo è che ci vuole fermezza nel dire le cose. Ti è mai capitato che parlando con un depresso, dopo avergli dato una serie di consigli su come uscire dalla sua situazione, quello ti dica "no, tu non capisci"? Ed è la giustificazione che qualsiasi depresso usa per togliere di dosso il peso del provarci. Alla fine la depressione è una situazione anche comoda "non posso farci nulla, quindi sono giustificato a non fare nulla". Dicendo che non capisci ti pone in una situazione in cui vacilli e metti in dubbio tutto ciò che hai detto.. nel momento in cui uno perde la fermezza e la sicurezza in se stesso ha perso anche il suo interlocutore.

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progettogayforum
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Re: FRUSTRAZIONI GAY

Messaggio da progettogayforum » martedì 3 agosto 2010, 18:07

Meraviglioso, SenzaPeso, non avrei saputo dirlo meglio, hai descritto cose che vedo spessissimo e l'analisi dei fatti è estremamente realistica.
Slavi due cose: l'ascolto e la fermezza e sono proprio le uniche due cose che mi sembra abbiano un senso in queste situazioni.

barbara
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Re: FRUSTRAZIONI GAY

Messaggio da barbara » martedì 3 agosto 2010, 18:10

Senza Peso ha scritto: quello che davvero aiuta è essere ascoltati mentre si parla.

Ancora una volta sono qui a dire che condivido perfettamente il concetto.
Il problema che si pone tuttavia in un forum é che , a differenza di un incontro reale, non puoi semplicemente guardare una persona negli occhi e fargli capire che sei lì ad ascoltare. Qui devi rispondere qualcosa per dimostrare che hai letto il suo post e che hai a cuore la sua situazione.
Cerchi magari di non dire la stessa identica cosa che ha detto un altro, perché ti sembrerebbe di non fare abbastanza e alla fine rischi anche come dici tu di dare consigli o opinioni che l'altra persona francamente non ti ha chiesto. E non puoi nemmeno avere la riprova che abbia capito quello che intendevi dire o chiarirti , non sai come l'abbia presa la tua opinione perché non é davanti a te in quel momento. Se poi non si fa vivo per giorni ti chiedi : avrò detto qualcosa di sbagliato?
Sarà perché tutto ciò é molto nuovo per me, ma mi faccio spesso queste domande.

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Telemaco
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Re: FRUSTRAZIONI GAY

Messaggio da Telemaco » martedì 3 agosto 2010, 18:20

SenzaPeso ha scritto:Quando uno è depresso ti assicuro che quello che funziona di più è far parlare la persona in modo che giunga da sola alle sue conclusioni e alle sue riflessioni su quello che dice, su quello che prova e sulla condizione in cui alla fine si pone a volte da solo.
Verissimo, concordo pienamente con SenzaPeso; la persona depressa tende a non ascoltare le ragioni degli altri; spesso si comporta così ma non se ne rende nemmeno conto, è il circolo vizioso dei pensieri che la spinge a ragionare in un certo modo e rende impossibile un intervento diretto dall'esterno; in pratica capita che la persona depressa che dimostra aggressività verso gli altri rifiuterà a priori gli argomenti che le vengono offerti; invece quella che mostra aggressività verso se stessa accetterà apparentemente ogni singola parola detta, ma alla fine della conversazione sarà punto e a capo, il circolo autodeleterio dei pensieri avrà immediatamente ripreso ad agire sovrapponendosi a quanto detto.
Insomma alla fine è veramente la singola persona che deve rimettersi in piedi da sola, l'interlocutore può fare ben poco sotto molto punti di vista, soprattutto per quanto riguarda aspetti molto passeggeri come l'umore.

Se posso però, aggiungerei una cosa che mi pare utile al discorso:
secondo me, a ben guardare, non è che l'aiutante esterno non abbia proprio alcuna possibilità di agire in assoluto, nel senso che credo che un aiuto davvero efficace sia quello di fare un bel bagno di "concretezza" alla persona depressa. Questo sì, questo secondo me è utile, perchè va a toccare non l'umore della persona, che appunto è una cosa molto superficiale e mutevole, ma il suo stato d'animo, che è invece molto più stabile e molto interconnesso con l'immagine che si ha di se stessi e del mondo. L'argomentazione concreta, pragmatica, portata avanti con realismo e anche ammettendo le difficoltà della vita e l'inevitabilità di molti problemi, ha il potere di insinuare larvatamente nel depresso il dubbio che i suoi pensieri autodistruttivi siano privi di fondamento, e lo costringe lentamente a ridimensionare di molto la propria situazione. Resta chiaro che senza la collaborazione del depresso non si va da nessuna parte, ma per fortuna non è impossibile che la voglia di stare bene prima o poi ceda a vittimismi e autocommiserazioni.
L'interlocutore inoltre svolge un ruolo non da poco nel mantenere la persona "con i piedi per terra"; nel caso in cui la depressione sia relazionabile a questioni ben precise, in questo caso l'omosessualità, l'interlocutore può infatti assumersi l'interessante compito di spingere il depresso ad analizzare la sua situazione con un punto di vista esterno e soprattutto più consapevole, che consenta al depresso di dare uno sguardo globale sulla situazione e anche, banalmente, di assumere informazioni e conoscenze tangibili sulla realtà che egli NON vuole affrontare (forse anche perchè alla fine non la conosce), informazioni che si riveleranno utilissime a demistificare le paralizzanti angosce del depresso stesso.
# Non basta un giorno di freddo per gelare un fiume profondo.
(Gǔlǎo de zhōngguó yànyǔ)

SenzaPeso
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Re: FRUSTRAZIONI GAY

Messaggio da SenzaPeso » martedì 3 agosto 2010, 18:26

Io uso un sistema anche con me stesso che mi ha insegnato una persona tanto tempo fa.. Oltre ad incoraggiare la sicurezza in se stesso di chi sta male, e ascoltarlo, aiuta tanto tanto ridimensionare le cose. Non so se hai notato che chi sta male di solito drammatizza tantissimo la sua condizione. Alleggerirla aiuta, fintanto che uno drammatizza tutto le cose diventano davvero drammatiche.. portarli a ridere di questo tono drammatico che danno alla loro vita rompe un sigillo. L'indizio lo da il fatto che sulle prime, se deridi il loro modo di drammatizzare le cose si arrabbiano tantissimo e reagiscono dicendo cose come "ma io sto male davvero" cercando di riportarti a prendere tutto sul serio come fanno loro stessi, vedendo il deridere come una mancanza di rispetto alla sofferenza stessa, quando in verità è una mancanza di rispetto all'atteggiamento disfattista che assumono. Dopo un po' però arrivano a smontare da soli la drammaticità della condizione, e ridere delle cose che apparentemente non si possono superare le riporta su un piano più semplice da affrontare, che non è una soluzione vera e propria, ma è un piccolo passo verso la soluzione da trovare da soli. Ecco, alleggerire il carico credo sia un altro punto fondamentale.. perché finché dico che "non ci riuscirò mai" e pretendo che l'altro veda drammaticamente la cosa come la vedo io vuol dire che mi ci voglio accomodare nel dolore, ma non lo voglio superare perché ci sto bene. Una frase che io uso spesso è "sono finito" e di fatto se il mio interlocutore riconosce che sono finito mi gratifica.. solo che io mi rendo benissimo conto che se dico cose del genere sono un coglione, perché intanto che sono finito dal letto mi ci sono alzato e mi sono pure preso la briga di cercare qualcuno con cui lagnarmi, e questo mi fa ridere di me stesso annullando la sensazione di frustrazione che mi pongo da solo.

barbara
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Re: FRUSTRAZIONI GAY

Messaggio da barbara » martedì 3 agosto 2010, 18:35

Beh! Sono colpita! :o
Per una volta non riesco a dire altro!

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Purnio90
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Re: FRUSTRAZIONI GAY

Messaggio da Purnio90 » martedì 3 agosto 2010, 23:37

Anche io sono d'accordo con SenzaPeso perchè mi riconosco abbastanza bene nel ritratto del depresso :o E' stupefacente.

Io sto vivendo un periodo di profonde problematiche emotive. Non so se posso definirmi depresso; ciò che è certo è che certe volte vengo assalito dalla tristezza e piango, piango per ore. Ho 20 anni, ho capito di essere gay e la mia vita, che già prima era un po' infelice, ora è scossa anche dal fatto di non sapere come gestire la situazione. Esattamente come dice Project, sono arrivato ad affermare convintamente che lo studio debba passare in secondo piano davanti ad una cosa importante come lo sperimentare l'essere gay. Io, con pochissimi amici, sempre senza divertimento, dopo anni 'sacrificati' all'impegno...ho aperto una porta su un mondo nuovo e ho sentito un po' di felicità. Subito dopo però, apprendere che il tutto deve essere graduale e che deve integrarsi agli altri aspetti della vita, mi ha sconvolto. Quando ho letto, nel post 'pilota' di questa discussione che l'impegno nello studio è necessario per garantire l'indipendenza e dunque, magari, anche più possibilità per un gay...mi sono sentito uno stolto per aver letteralmente sprecato un semestre.

Ma la sapete la cosa bella? Che questa cosa, me l'ha sempre detta mia madre, suscitando in me una rabbia esplosiva. Un giorno ho avuto un vero e proprio attacco d'ira preceduto da una crisi isterica. Mentre io parlavo dei miei problemi lei mi ha bloccato e mi ha detto "Devi sacrificarti ancora un po' se vuoi raggiungere i tuoi obiettivi". Io sono scoppiato in lacrime senza neanche strizzare gli occhi, parlavo col fiato mozzato grondando lacrime mentre arrossivo sempre di più "Non puoi chiedere a un ragazzo di venti anni di sacrificare altri anni, è la cosa più orribile che si possa dire ad un ragazzo. Voglio morire! Voglio morire!" gridavo mentre piangevo. Mi ha madre mi ha guardato e mi ha detto "Tu non sei a posto" e in quel momento la tristezza si è strasformata in furia. Tutto quello che mi è capitato in mano, l'ho lanciato. Gli occhiali. Il giornale. Il lenzuolo. Il cuscino. Il telecomando. Tutto per aria, per terra, scagliato con una violenza immane. Mentre imprecavo qualsiasi cosa, anche offese pesantissime. Finita la scenata sono stato assalito dalla vergogna e sono corso nell'altra stanza. Mi sono gettato sul letto e sono nuovamente scoppiato in un pianto rumorosissimo, urlante e singhizzante di dolore, come credevo avvenissero solo nei film. Mi sono spaventato di me stesso. Quello che volevo dire facendo tutto sto discorso però è che la reazione che ho avuto leggendolo qui, scritto da project, è stata agli antipodi. Questo post l'ho cercato io, l'ho letto io, me ne sono interessato io. Quando project è giunto a conclusioni simili a quelle di mia madre non ho provato rabbia: sono scoppiato a piangere ed ho ammesso a me stesso che è una verità. Quello che volevo dire alla fin fine è dunque che trovo verissimo che un ragazzo depresso va soprattutto ascoltato, ed è verissimo che non gli si deve fare pressione né assecondarlo troppo. Se non vengo ascoltato mi infurio e mi sento incompreso e trascurato, se vengo assecondato mi pare di vedere un falso cedimento e mi sento sempre incompreso, se mi viene fatta pressione mi sento offeso e violato. Mi rendo conto che non è colpa del mio interlocutore, soprattutto perchè una madre già fatica ad elaborare il fatto di avere un figlio gay sapendolo da solo qualche settimana...figuriamoci se riesce a capire il non-sense che si cela dentro la sua testolina. Sto bene solo quando mi lasciano parlare per ore, senza interruzione. Parlo, parlo, parlo e mentre lo faccio metto a posto i pezzi del puzzle nella mia testa e certe volte mi rendo conto da solo che faccio degli errori assurdi e dei discorsi privi di logica. Oppure che trovo giustificazioni alle quali non credo neanche io.

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Re: FRUSTRAZIONI GAY

Messaggio da SenzaPeso » mercoledì 4 agosto 2010, 0:32

Purnio90 ha scritto:Parlo, parlo, parlo e mentre lo faccio metto a posto i pezzi del puzzle nella mia testa e certe volte mi rendo conto da solo che faccio degli errori assurdi e dei discorsi privi di logica. Oppure che trovo giustificazioni alle quali non credo neanche io.
Riesci ad analizzare la tua condizione come se la vedessi dall'esterno, è un potenziale mostruoso che non tutti hanno, o meglio che tutti potrebbero avere ma non tutti riescono ad usare vuoi per orgoglio vuoi perché ammettere a se stessi i propri errori è pesante quasi quanto ammetterli agli altri.
Anche io ho avuto scleri isterici come i tuoi più e più volte davanti alla pressione della famiglia.. e poi a volte quando piangevo e vedevo che mia madre si preoccupava della mia condizione ne traevo un senso quasi di gioia tipico dei bambini capricciosi, e allo stesso tempo più si preoccupava e mi chiedeva cosa avevo più stavo male perché drammatizzava il mio pianto. Ora quando ho voglia di piangere è buffo perché vado io a rassicurarla che non ne deve fare un dramma, che un pianto ogni tanto non è nulla e fa meglio se riesce a non dargli troppo peso che poi passa. I genitori sono creature formidabili ma proprio perché genitori a volte il sentimento gli impedisce di essere davvero in grado di sostenere un figlio che sta male perché loro stessi nel vedere il male del figlio si fanno prendere dai sentimenti e perdono lucidità.
E tornando agli scleri, se li guardi dall'esterno appaiono tragicomici, del tipo monti un casino assurdo di oggetti che volano per tre parole come un pazzo isterico.. se penso alle mie crisi passate e al casino che montavo lo trovo incredibilmente buffo.
Ultimamente quando sto male faccio una bella cosa, ovvero mi concedo di star male. Se ho bisogno di parlare o scrivo in un blog, o cerco quelle persone con cui so di poter parlare liberamente e che non si mettono ad impormi i consigli che mi danno. Se non ho voglia di nulla mi concedo semplicemente di non fare nulla, mi metto a letto, magari prima faccio quelle quattro cose che devo fare per forza, dico agli altri di non stare in ansia perché poi l'ansia si trasmette, e poi mi godo lo stato d'animo depresso senza però contemplare il futuro per quanto ci riesco. Mettersi a ragionare sul proprio futuro quando stai male e non hai la lucidità per farlo è un'altra di quelle cose che fa stare peggio invece di meglio, già uno si sente senza forze e si costringe anche a trovare a tutti i costi soluzione al suo caos in una condizione in cui non ha la mente abbastanza spicciata per riuscirci, è come provare a sollevare un armadio con una gamba ingessata. Alla fine se ti concedi di star male un giorno senza darci troppo peso e senza ingigantire le cose la depressione se ne va via prima e ti riposi di più.. anche se alla lunga pensare di andare avanti tra stanchezza, riposo, stanchezza, tranquillità per un periodo indeterminato di anni è un'idea che a volte terrorizza, non si può pretendere di star sempre bene, nessuno sta sempre bene e nessuno sta in una condizione di nirvana per cui non soffre mai, in un modo o in un altro tutti stanno male, sai che noia a star bene tutti i giorni? Davvero se non soffri non sei neppure stimolato a cercare di meglio e ti lasci all'ozio. Alla fine tendere sempre al meglio è umano, e non essere soddisfatti mai non è neppure una cosa così odiosa, è stimolante anzi.
E se per un giorno ti concedi il riposo anche dallo studio non è drammatico neppure quello. Inutile anche darsi colpe per il proprio stato che non consente di concentrarsi sulle cose, e a volte lo so che si sta così male che neppure le cose che in genere piacciono, stimolano, e fanno stare meglio riescono a distrarre dal dolore, né si riesce a concentrarsi in nulla. Non è un dramma, se non se ne fa un dramma si rientra in carreggiata molto prima di quanto si farebbe se si comincia a recriminarsi il proprio malessere e la propria incapacità di fare una determinata cosa come la si farebbe in altri stati d'animo dandosi del fallito. Anche il "per oggi chi se ne frega" a volte risulta un ottima cura.

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Re: FRUSTRAZIONI GAY

Messaggio da progettogayforum » mercoledì 4 agosto 2010, 0:36

Vorrei dire a Purnio che un ragazzo che si rende conto della propria omosessualità la considera, così come è stato abituato a fare, una cosa sconvolgente capace di mettere in crisi tutti gli equilibri, una cosa per la quale si entra quasi in un’altra dimensione del mondo, una dimensione sconvolgente, abnorme. In un mondo realmente libero da pregiudizi l’omosessualità sarebbe vissuta come una cosa naturalissima (come è in realtà) e nessun ragazzo si sentirebbe sconvolto per il fatto di essere omosessuale, la scoperta della propria omosessualità sarebbe (come realmente è) solo un momento di consapevolezza, del tutto privo di connotazioni negative. Ma purtroppo non è così e l’accettazione della omosessualità diventa un problema spesso difficile da affrontare. Ciò che cerco di fare capire ai ragazzi che si sono riconosciuti gay da poco è che essere gay “senza essere condizionati da timori ancestrali” non sconvolge affatto la vita. Certo le difficoltà ambientali ci possono essere ma vanno ridimensionate proprio togliendo all’essere gay la dimensione del “problema”. Essere gay non è un problema ma è semplicemente un fatto che diventa problema nella misura in cui lo si rende un problema e lo si carica di valenze negative. Essere gay non è nemmeno la caratteristica essenziale di una persona ma è una delle caratteristiche della persona. Un ragazzo gay è prima di tutto un ragazzo, col suo mondo complesso di esperienze e di rapporti affettivi, con la sua emotività, il suo modo di reagire e di ragionare e poi è anche gay, ma questo fatto, se visto senza aloni deformanti non lo allontana affatto dal vivere una vita del tutto analoga a quella degli altri ragazzi: studio, lavoro, amicizie, impegno sociale e anche vita sessuale, orientata verso i ragazzi invece che verso le ragazze, ma questo è tutto, se si impara a non vedere le cose con lenti deformanti. Voglio dire che l’essere gay è una cosa normale che non deve sconvolgere nulla, che deve essere vissuta per quello che è con la massima semplicità. Un forum come questo serve a dire la verità sulla vita dei gay, a presentarla per quello che è, con i veri problemi che presenta ma senza valutazioni a priori. Studiare serve a tutti, lavorare serve a tutti, ma per un gay il lavoro è sinonimo di indipendenza economica, cioè di indipendenza sostanziale, non per realizzare chissà che cosa ma per costruire autonomamente la propria vita secondo la propria scala di valori.

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