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 Oggetto del messaggio: J. J. ROUSSEAU E L’OMOSESSUALITA’
MessaggioInviato: lunedì 26 settembre 2016, 20:42 
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Iscritto il: sabato 9 maggio 2009, 22:05
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Nel brano che segue, che rappresenta il terzo caso di eterosessualità analizzato da Raffalovich, nel suo Uranismo e Unisessualità, è del tutto assente ogni commento di Raffalovich, il testo è unicamente costituto da citazioni delle Confessioni di J. J. Rousseau, relative a tre episodi della sua vita, in due di essi (il primo e il terzo) il filosofo fu oggetto di attenzioni da parte di due omosessuali che cercarono di avere con lui dei rapporti sodomitici, nel secondo episodio Rousseau si trova ad essere oggetto di una richiesta di masturbazione “uno accanto all’altro, ma ciascuno per proprio conto”. In tutti è tre i casi la reazione del filosofo è di violento rigetto. In effetti, salvo la richiesta di masturbarsi insieme, negli altri due casi l’autore si è trovato di fronte a forme classiche di adescamento molto comuni nel ‘700 verso ragazzi in precarie condizioni economiche. Non stupisce che Rousseau manifesti tutta la sua repulsione in una situazione simile, penso che anche un ragazzo omosessuale avrebbe provato un senso di repulsione sostanzialmente analogo. Qualche perplessità desta invece la reazione, anche qui molto netta, verso la proposta di masturbazione fianco a fianco ma ciascuno per proprio conto. Rousseau dice chiaramente di esserne rimasto talmente sconvolto da essersi poi astenuto dalla masturbazione per un lungo periodo. Questi brani mostrano un’immagine nettamente eterosessuale di Rousseau. Il filosofo ci dice anche che l’aver visto lo scatenamento e la violenza dell’uomo nel suo eccitamento sessuale ha fatto maturare il lui l’idea che le donne dovessero essere risarcite della violenza che ricevono dagli uomini tramite i servigi dei loro amanti. Da questi discorsi emerge la figura di un Rousseau non solo nettamente eterosessuale ma animato da violento rigetto verso l’omosessualità, anche se Rousseau confonde l’omosessualità con l’adescamento omosessuale e con la prostituzione. Sembra che il filosofo, paladino dell’amore per le donne, sia animato da un vero sdegno morale verso gli omosessuali, in particolare verso gli adescatori e i violenti, ma ci sono da tenere presenti alcuni dati di fatto.
Nel 1732 Claudio Anet, cameriere e giardiniere di Madame Warens, detta da Rousseau maman e considerata da lui come una seconda madre, diviene per Jean Jacques una “specie di precettore”, iniziandolo allo studio della botanica. Ma il rapporto tra Anet e Rousseau aveva un significato molto più complesso, almeno per Anet.
Nel 1733 Rousseau diventa l’amante di Madame de Warens (lei ha 34 anni, lui 21): «mi sentivo come se avessi commesso un incesto» - commenta lui stesso. Si forma un ménage a tre fra Jean Jacques, maman e Anet, il quale «mi mostrava quanto l’amava, affinché io lo amassi ugualmente». La prematura scomparsa di Anet (muore di pleurite nel ‘34) provoca la rovina degli affari della Warens in quanto Rousseau è incapace di sostituirlo.
Nel 1757 nasce un nuovo ménage a tre che vede protagonisti Rousseau, Sophie d’Houdetot e Saint-Lambert (l’amante di quest’ultima), da intendersi secondo la spiegazione dello scrittore ginevrino: «Eravamo ebbri d’amore l’uno per l’altro, lei per il suo amante, io per lei; i nostri sospiri, le nostre lacrime deliziose si confondevano... I nostri sentimenti erano così simili che non era possibile che in qualcosa non si unissero...»
I rapporti a tre di Rousseau sono da lui presentati come forme d’amore sublime vissute in una luce molto paradisiaca ma per molti aspetti poco credibile. A Rousseau non si addicono certo i panni del moralista sconvolto dalla masturbazione, e dagli adescamenti per fini sessuali, i suoi ménage a tre, l’essersi approfittato di una ragazzina appena adolescente, e soprattutto l’abbandono di tutti e cinque i figli all’orfanotrofio, rendono parecchio stonato il suo piglio di maestro eterosessuale di morale capace di insegnare agli altri i segreti dell’amore sublime e dell’educazione dei fanciulli e degli adolescenti. Ma gli uomini sono pieni di contraddizioni e la stessa tormentatissima biografia di Rousseau ne rende comprensibile il carattere.

III. – J. J. Rousseau. – Eterosessualità malgrado la masturbazione e il masochismo.

“ Non esiste anima così vile o cuore così barbaro che non siano suscettibili di qualche forma di attaccamento. Uno di questi due banditi, che si dicevano Mori, si affezionò a me. Mi si avvicinava volentieri, discuteva con me nel suo parlare diretto, faceva per me dei piccoli servizi, qualche volta, a tavola, mi dava una parte della sua porzione e soprattutto mi dava baci frequenti con un ardore che mi era molto sgradevole. Per quanta paura avessi naturalmente di questa faccia di panpepato ornata da una lunga cicatrice e di questo sguardo acceso che sembrava più furioso che tenero, sopportavo i suoi baci, dicendo dentro me stesso: Il pover’uomo ha concepito per me un’amicizia molto viva, avrei torto a respingerlo. Passava per gradi a comportamenti più liberi e qualche volta mi faceva dei discorsi così strani che pensavo che gli avesse dato di volta il cervello. Una sera volle venire a coricarsi con me; io mi opposi dicendo che il mio letto era troppo piccolo. E lui mi fece pressioni perché andassi a coricarmi io nel suo; io rifiutai ancora; perché questo miserabile era così sporco e così puzzolente di tabacco masticato che mi faceva venire la nausea.

L’indomani, molto di buon mattino stavamo tutti e due soli nella sala dell’assemblea; ricominciò con le sue carezze, ma con dei movimenti così violenti che lo facevano sembrare spaventoso. Infine volle passare per gradi alle intimità più scioccanti, e volle forzarmi, disponendo della mia mano, a fare altrettanto. Io mi liberai d’impeto lanciando un grido a facendo un salto all’indietro; e, senza mostrare né indignazione né collera, perché non avevo la più pallida idea di che cosa stesse succedendo, espressi la mia sorpresa e il mio disgusto con una tale energia che lui mi lasciò stare. Ma mentre stava finendo di dimenarsi, vidi partire verso il caminetto e cadere a terra un non so che di colloso e di biancastro che mi dava il voltastomaco. Mi lanciai sul balcone … Non potevo capire che cosa avesse questo disgraziato; pensai che avesse un attacco di epilessia o di qualche altra frenesia ancora più terribile, e in realtà non conosco nulla di più orribile da vedere, per uno che abbia sangue freddo, di questo osceno e sporco contegno e di questa faccia spaventosa infiammata dalla più brutale concupiscenza. Non ho mai visto nessun altro uomo in uno stato simile; ma se noi vicino alla donne siamo così, bisogna che loro abbiano gli occhi molto affascinati per non avere orrore di noi.
Io chiacchierai tanto che l’indomani venne di buon mattino uno degli amministratori a somministrarmi un pistolotto molto vivace, accusandomi di mettere a rischio l’onore di una casa santa e di fare tanto chiasso per un po’ di dolore. Prolungò il suo rimprovero spiegandomi molte cose che io ignoravo, ma che lui pensava che io sapessi già, convinto che io mi fossi difeso sapendo che cosa si voleva da me perché non volevo dare il mio consenso. Mi disse solennemente che era una cosa proibita come la lussuria, ma cercare di realizzarla non era poi così offensivo per la persona che ne era l’oggetto e che non c’era proprio nessuna ragione di irritarsi tanto per il fatto di essere stati trovati amabili fa qualcuno. Mi disse senza troppi giri di parole che pure lui, in giovinezza, aveva avuto il medesimo onore e che essendo stato colto in una situazione in cui non poteva fare resistenza, non ci aveva trovato niente di così crudele. Spinse l’impudenza fino a servirsi dei termini appropriati e, immaginandosi che la causa della mia resistenza fosse la paura del dolore, mi assicurò che questa paura era del tutto immotivata e che non c’era bisogno di allarmarsi di nulla. Ascoltavo questo infame con stupore ancora più grande per il fatto che non parlava per se stesso; sembrava istruirmi soltanto per l mio bene. Il suo discorso gli sembrava così semplice che non aveva nemmeno cercato il segreto del tête-à-tête, e noi avevamo come terzo un ecclesiastico che non era affatto turbato da questa cosa più di quanto non lo fosse lui. Quest’aria naturale mi impressionò talmente che arrivai a credere che fosse senza dubbio un uso ammesso nel mondo, del quale io non avevo avuto alcun modo di essere istruito prima. Questo mi spinse ad ascoltare senza collera, ma non senza disgusto. Il ricordo di quello che mi era successo, ma soprattutto di quello che avevo visto restava tanto profondamente impresso nella mia memoria che quando ci pensavo mi tornava ancora il disgusto. Senza che io ne sapessi di più, il senso di repulsione per la cosa si estese a colui che ne faceva l’apologia … Questa avventura mi mise al riparo per l’avvenire dalle imprese di questi pederasti; e la vista delle persone che si credeva lo fossero, ricordandomi l’aria e i gesti del mio spaventoso Moro, mi ha sempre ispirato un orrore così grande che riuscivo appena a nasconderlo. Invece le donne, a paragone, guadagnarono molto nel mio spirito: mi sembrava che io dovessi loro, con la tenerezza di sentimenti e con l’omaggio della mia persona, una riparazione per le offese del mio sesso, ecc.”

“Nel 1732 ero seduto una sera a Bellecour, dopo una ben misera cena, sognando di tirarmi fuori dai guai, quando un uomo col berretto venne a sedersi vicino a me. Quest’uomo aveva l’aria di uni di quegli operai della seta che a Lione si chiamano taffetatiers. Mi rivolse la parola, io gli risposi. Avevamo parlato a stento per un quarto d’ora, quando sempre col medesimo sangue freddo e senza cambiare tono mi propose di divertirci in compagnia. Aspettavo che mi spiegasse quale sarebbe stato questo divertimento; ma senza aggiungere nulla si ritenne in dovere di darmene un esempio. Noi quasi ci toccavamo e la notte non era così oscura da impedirmi di vedere a quale esercizio si preparava. Non voleva la mia persona, o almeno niente lo lasciava pensare, e il posto non avrebbe favorito la cosa: voleva solo divertirsi, come mi aveva detto e voleva che mi divertissi anche io, ognuno per proprio conto; e questo gli sembrava così semplice che non aveva nemmeno supposto che io potessi non pensarla come lui. Fui tanto sconvolto da questa impudenza che, senza rispondergli, mi alzai precipitosamente e mi misi a correre a più non posso credendo di avere questo miserabile alle calcagna. Ero così turbato che invece di raggiungere il mio alloggio attraverso la via di san Domenico, corsi lungo la riva e mi fermai al di là del ponte di legno, tremante come se avessi appena commesso un crimine. Ero soggetto allo stesso vizio: ma questo ricordo me ne guarì per molto tempo.”

“In questo viaggio ebbi un’avventura più o meno dello stesso genere, ma che mi espose a un rischio molto più grave. Sentendo che i miei soldi stavano per finire, cercai di trattare con cura quel po’ che mi rimaneva. Pranzavo e cenavo meno spesso al mio albergo e poi ben presto non vi mangiai più, potendomi ristorare un po’ alla taverna per cinque o sei soldi … Non mangiandoci più, non sapevo come andarci a dormire. Una sera che faceva molto caldo, decisi di passare la notte in piazza; e già mi ero sistemato su una panca, quando un prete che passava, vedendomi così coricato si avvicinò e mi chiese se io avessi un alloggio. Gli confessai la mia situazione e lui ne sembrò toccato. Si sedette accanto a me e parlammo. Sembrava gentile, tutto quello che mi disse mi trasmise di lui la migliore impressone possibile. Quando mi vide ben disposto, mi disse che alloggiava poco lontano, che non aveva che una sola camera, ma che certamente non mi avrebbe lasciato dormire così nella piazza, che era tardi per cercare un alloggio e che mi offriva per quella notte la metà del suo letto. Io accettai l’offerta sperando di farmi un amico che avrebbe potuto essermi utile … La sua camera mi sembrò pulita nella sua piccolezza; fece gli onori di casa molto educatamente. Prese da una recipiente di vetro delle ciliegie all’acquavite, me mangiammo due per ciascuno e poi fummo sul punto di coricarci.
Quest’uomo aveva gli stessi gusti del mio Ebreo dell’ospizio, ma non li manifestava brutalmente. Forse pensando che io potessi capire di che si trattava, aveva paura di costringermi a difendermi, o forse perché forse non si sentiva confortato nei suoi propositi, non osava propormene apertamente l’esecuzione e cercava di smuovermi senza inquietarmi. Più istruito della pima volta, compresi ben presto il suo scopo, e cominciai a tremarne non sapendo né in che casa né nelle mani di chi io fossi finito, avevo paura, se avessi fatto baccano, di pagarlo con la mia vita. Finsi di ignorare quello che lui voleva da me, ma sembrando molto infastidito dalla sue carezze e molto deciso a non sopportare che andasse oltre, feci in modo che fosse costretto a contenersi. Allora gli parlai con tutta la dolcezza e con tutta la fermezza di cui ero capace e, senza sembrare affatto sospettoso, mi scusai dell’inquietudine che gli avevo mostrato citando la mia vecchia avventura, che feci in modo di raccontargli in termini pieni di disgusto e di orrore al punto che penso di aver fatto venire il disgusto anche a lui e così rinunciò completamente al suo sporco disegno. Passammo tranquillamente il resto della notte; mi disse anche molte cose buone e sensate; non era certamente un uomo privo di meriti, anche se si era comportato come un gran villano. Il mattino, l’abate, che non voleva avere l’aria scontenta, parlò di colazione e pregò una delle figlie della sua ostessa, che era molto carina, di fare portare qualcosa. Quella gli rispose che non aveva tempo. Lui si rivolse alla sorella che non si degnò nemmeno di rispondere. Aspettammo entrambi, non ci fu nessuna colazione. Alla fine entrammo nella stanza della ragazze. Loro accolsero il signor abate con un aria molto poco gentile. Io fui ancora meno contento dell’abate per come accolsero me. Vidi nei loro sguardi insultanti e beffardi un furore nascosto.”



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