GAY E SESSO DISFUNZIONALE

Approccio dei ragazzi gay verso la sessualità
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GAY E SESSO DISFUNZIONALE

Messaggioda progettogayforum » domenica 22 aprile 2018, 17:52

OMOSESSUALITA' EGO-DISTONICA

Nella classificazione dei disordini mentali e comportamentali contenuta nella decima formulazione del documento dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) per la classificazione della malattie (ICD-10), l’omosessualità non è più in alcun modo considerata una malattia e si riconosce l’esistenza di forme distoniche di tutti gli orientamenti sessuali. L’omosessualità eco-distonica è una omosessualità riconosciuta dal soggetto ma non accettata. Se un omosessuale, pienamente cosciente di essere omosessuale, entra in conflitto col suo orientamento sessuale per ragioni religiose, morali o sociali e desidera cambiare orientamento sessuale, si dice che la sua è una omosessualità ego-distonica.

Questa categoria è ormai desueta e l’omosessualità ego-distonica non è più classificata come disturbo mentale, ma come semplice disagio dovuto a ragioni culturali o sociali. L’ICD-10 è stato approvato dalla 43esima Assemblea della OMS nel maggio del 1990 ed è entrato in uso negli Stati aderenti alla OMS dal 1994. È attesa la pubblicazione del l’ICD-11 entro il 2018, e si prevede che sia completamente eliminato qualsiasi riferimento alla omosessualità anche ego-distonica. Due punti devono essere sottolineati:

1) l’eccesso di psichiatrizzazione è arrivato a superare i limite del ridicolo (e veramente del patologico) con la descrizione, nell’800, di una presunta patologia, la drapetomania, un "disturbo degli schiavi che hanno la tendenza a scappare dal loro proprietario a causa di una propensione innata per la voglia di viaggiare". La psichiatria, partendo dall’assunto che la schiavitù fosse una cosa normale è arrivata a considerare patologica la tendenza degli schiavi a scappare!

2) il mantenimento della categoria di “Omosessualità ego-distonica” ha alimentato il florido mercato delle terapie di conversione mirate al riportare gli omosessuali alla eterosessualità, perché queste pratiche aberranti erano considerate ufficialmente forme di cura per una “malattia” e quindi erano rimborsabili dalle assicurazioni sanitarie o dai servizi sanitari nazionali, ove presenti.

L’omosessualità era stata eliminata fin dal 1973 dal DSM (Diagnostic and Statistical Manual del American Psychiatric Association (APA)), dopo un percorso molto tortuoso in cui resistenze di tipo ideologico, opportunismi politici e interessi economici si intrecciavano in vario modo, in un territorio di confine in cui la scienza (psichiatria) rischiava di perdere anche l’apparenza dell’oggettività. Rinvio a questo proposito a un bell’articolo di Jack Drescher: Out of DSM: Depathologizing Homosexuality (https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC4695779/) che illustra il percorso che ha portato alla depatologizzazione della omosessualità da parte dell’APA.
Lasciamo da parte, con tutte le riserve del caso, la categoria di omosessualità ego-distonica, che ormai ha fatto il suo tempo, e veniamo all’oggetto specifico di questo articolo, ossia alla sessualità gay disfunzionale che è qualcosa di profondamente diverso.

GAY E SESSO DISFUNZIONALE

La tradizione culturale ci ha assuefatti all'associazione di sesso e piacere, avallando l’identificazione della sessualità con la gratificazione che ne può derivare, l’esperienza tuttavia insegna che non sono rari i casi in cui la sessualità, lungi dall'essere associata al piacere e alla gratificazione, diviene espressione e talvolta concausa non secondaria di stati depressivi poco appariscenti ma subdoli e addirittura pericolosi.

L’associazione di sessualità e senso di gratificazione non è una costante necessaria ma è indotta dall'imprinting sessuale e dai primi approcci alla sessualità adulta che agiscono in modo vario e complesso sulle componenti della personalità in formazione e la plasmano. Si può arrivare a vivere la sessualità come una vera e propria ossessione, cioè come una dipendenza invasiva e pervasiva che condiziona profondamente l’intera personalità, si può arrivare a vivere la sessualità come autopunizione, come forma autoimposta di degradazione morale o come costantemente accompagnata da sensi di colpa associati ad un irrefrenabile impulso a ripetere. In altri termini la sessualità può essere una risposta disfunzionale al disagio che non solo non lo allevia ma può appesantirlo in modo condizionante.

Quando si assiste ad un esercizio spasmodico della sessualità, in particolare quando la sessualità è disgiunta dalla componente affettiva, sorge il legittimo sospetto che si tratti di una sessualità disfunzionale.

Faccio un esempio molto semplice ma molto significativo: quando un ragazzo vive una sessualità molto attiva ma accompagnata da senso di soddisfazione e di gratificazione, non c’è ragione di sospettare qualche forma di disagio, se invece la sessualità iperattiva è accompagnata da sensazioni di tipo depressivo, da un calo dell’autostima o dalla percezione di un senso di dipendenza, è legittimo chiedersi se dietro non ci sia una forma di disagio.

La sessualità come manifestazione e componente del disagio si incontra più facilmente negli omosessuali e in particolare in quegli omosessuali che, per ragioni di conformismo sociale o per fatti legati alla storia individuale, vivono in condizioni di repressione o presentano forme di sessualità che non sono facilmente accettate nemmeno in contesti per altri aspetti accoglienti, come per esempio i rapporti intergenerazionali. Come è ovvio e come ho potuto riscontrare più volte, l’aver subito in età infantile o anche nella prima adolescenza forme di abuso sessuale predispone ad una sessualità disfunzionale ma non la determina in modo necessario.

Alla base della sessualità disfunzionale si trova frequentemente l’idea della trasgressione e del coinvolgere altri in comportamenti trasgressivi, il che spesso significa cercare di uscire dall'isolamento e poter condividere un aspetto intimo e allo stesso tempo ansiogeno della propria personalità. Vorrei precisare che la sessualità disfunzionale affonda spesso le sue radici in settori del vissuto individuale che non hanno nulla a che vedere con la sessualità ma che hanno forti riflessi sull'autostima e sono spesso legate al contesto familiare di origine.

Il patrimonio della intimità sessuale rappresenta una delle dimensioni più importanti e nello stesso tempo più fragili della personalità, una dimensione invisibile ma presente sulla quale ciascuno misura ai livelli più profondi la sua integrazione sociale. Ovviamente all'intimità sessuale sono riferibili molti sensi di colpa, legati alla tendenza a invadere l’intimità sessuale altrui o a dissipare la propria con comportamenti anomali o eccessivi.

Da quello che ho potuto vedere la dicotomia tra affettività e sessualità, che in certe persone sembra comunque originaria, è spesso fortemente accentuata dalle esperienze di rifiuto, cioè da storie a sfondo affettivo-sessuale cominciate con entusiasmo e terminate per manifesta incompatibilità. La ripetuta esperienza dell’incompatibilità affettiva porta allo spostamento dell’investimento emotivo verso la sessualità non affettiva. Gli archetipi emersi dall'imprinting sessuale diventano così dei modelli da ripetere in modo continuo e progressivamente sempre meno gratificante. L’idea della trasgressione comincia a pesare più di quella della condivisione, i comportamenti diventano rituali e stereotipati e si forma una specie di copione che si ripete più o meno identico indipendentemente dalla personalità del partner.

Questo meccanismo, che di fatto crea una dipendenza ossessiva, è vissuto inizialmente come un semplice disagio ma tende gradualmente a divenire compulsivo. Le componenti affettive si ritraggono dalla sessualità ma non spariscono dall'orizzonte individuale, restano solo in una dimensione separata dalla sessualità. I ragazzi che vivono condizioni di disfunzionalità sessuale hanno un’affettività spesso molto profonda che può manifestarsi come tale in tutte le sue potenzialità, che possono essere enormi, intendo dire che quei ragazzi possono vivere rapporti di amicizia importanti, possono avere, su aspetti che non toccano la sessualità, un codice morale rigidissimo, ma quando si tratta di sessualità finiranno per sentirsi dominati dalla coazione a ripetere sempre i medesimi comportamenti e a cercare di coinvolgere altri in comportamenti che essi ritengono trasgressivi e comunque a dissociare affettività e sessualità.

Devo osservare che molti dei comportamenti che qui ragazzi considerano trasgressivi, sono in realtà delle varianti abbastanza comuni del comportamento sessuale che, quando non sono accompagnate da senso di dipendenza e da compulsione a ripetere o dalla tendenza a focalizzarsi soltanto su di esse, non esprimono e non creano affatto disagio. Riporto un esempio significativo: i rapporti intergenerazionali su base affettiva non sono espressioni di disagio ma quei rapporti, vissuti senza affettività e quasi autoimposti, manifestano un disagio che può essere profondo, lo stesso discorso vale per esempio per la penetrazione anale che non ha nulla a che vedere col disagio, quando è vissuta come gratificante e spontanea, ma che è invece segno di un disagio che può essere profondo quando è vissuta come autoimposizione da persone che nelle loro fantasie sessuali non hanno mai preso in considerazione quella particolare pratica sessuale. Lo stesso si potrebbe dire per l’uso di un linguaggio particolarmente provocatorio, volgare o aggressivo negli incontri sessuali e così via.

Avviene in questi casi un po’ quello che avviene nel doc (disturbo ossessivo compulsivo), un comportamento che di per sé non avrebbe nulla di trasgressivo, se fosse vissuto in una dimensione affettiva, giocosa e comunque collaborativa e senza ruoli fissi, cioè con criteri di parità e in modo leggero, è invece ritenuto trasgressivo ed è vissuto come compulsivo, ma la ragione non sta nella oggettiva trasgressività di quel comportamento o nella sua intrinseca compulsività ma solo nella mente de soggetto che associa quei comportamenti ad una situazione di disagio.

Esistono alcuni criteri che tendono alla prevenzione, nei limiti del possibile, della sessualità disfunzionale:

1) Rispetto assoluto della privacy del bambino o dell’adolescente in questioni legate alla sessualità

2) Cercare di prevenire in ogni modo gli abusi sessuali su minori, che incidono in maniera profondissima sulla vita adulta

3) Creare un ambiente che tenda a favorire l’autostima e a sviluppare un clima affettivo, in particolare fornendo esempi di associazione tra affettività e sessualità

Cerchiamo ora di analizzare sinteticamente ciascuno di questi punti.

Comprendo molto bene che nell'era di internet, in cui i bambini e gli adolescenti hanno facilmente accesso alla rete e a tutti suoi contenuti, un genitore possa essere preoccupato dell’accesso del figlio alla pornografia, che per certi versi è inevitabile; è tuttavia opportuno che questo accesso avvenga ad un’età in cui esiste già una sessualità sostanzialmente adulta (14-15 anni), in modo che non si sviluppino modelli di comportamento esclusivamente imitativo, perché un modello di sessualità esclusivamente imitativo è sostanzialmente privo di affettività.

I genitori hanno spesso paura più che della pornografia, della amicizie particolari dei figli, che invece hanno il merito innegabile di favorire la crescita dell’affettività e l’integrazione di affettività e sessualità. Un genitore può e deve parlare di sessualità con il figlio ma non chiamandolo mai in causa in prima persona. Gli atteggiamenti di tipo inquisitorio o peggio di vero e proprio spionaggio, come cercare tra le carte private del figlio o manomettere il suo computer vengono percepiti come invasivi e violenti e spezzano il rapporto di fiducia genitori-figli.

La prevenzione degli abusi sui minori è un argomento molto delicato perché la stragrande maggioranza degli abusi vengono perpetrati proprio dalle persone cui il minore è affidato o comunque da persone di famiglia o che frequentano abitualmente la casa del minore. È ovvio che in queste condizioni l’intervento repressivo della legge penale rischia di essere del tutto eluso. La regola aurea per ridurre le possibilità di abuso consiste nel non “affidare” mai il minore ad altri e, in caso di necessità, nell'affidarlo ai nonni o ad altri familiari del cui comportamento si possa essere certi, e comunque mai in modo sistematico o per lunghi periodi.

Creare un ambiente che tenda a favorire l’autostima e lo sviluppo di un clima affettivo significa in pratica creare una vita familiare nel senso pieno del termine, passando molto tempo con i figli, giocando con loro fin dalla più tenera età, gratificandoli nel confronto con gli adulti e mostrando loro esempi concreti di affettività tra adulti. Non c’è nulla che possa favorire l’autostima e lo sviluppo dell’affettività del minore come il vedere i genitori vivere tra loro un clima affettivo e collaborativo. Intendo dire che il disagio del minore è molto spesso l’espressione di un disagio familiare.

Mi sono interrogato spesso su che cosa si possa fare quando una forma di sessualità disfunzionale è ormai radicata da anni e qui posso solo riportare le mie riflessioni che sono ben lungi dall'indicare un concreto modo di procedere. Naturalmente non mi sono posto il problema di che cosa possa fare uno psicologo, che assume un ruolo determinato che ha le sue regole, ma di che cosa possa fare un amico. Le variabili in gioco sono moltissime ed è difficilissimo arrivare ad una sintesi, mi limiterò quindi ad esporre i problemi più ricorrenti.

Indicherò con la lettera “A” il ragazzo che vive una condizione di disfunzione sessuale e son la lettera “B” l’amico.

Situazione tipica: A ha un dialogo abbastanza franco con B e lentamente arriva a parlare con B della propria sessualità, manifestando anche gli aspetti ritenuti trasgressivi. In questo modo A intende valutare soprattutto la fedeltà di B e le sue reazioni.

Se B si mostrerà infastidito da quei discorsi o se ne andrà via per non farsi più vedere, A vivrà la cosa come l’ennesimo rifiuto nei suoi confronti e questo lo confermerà nella su idea di marginalità e di isolamento sociale.

Se B ascolterà i discorsi di A in modo paziente senza reazioni di stupore e cercherà di sottolineare che gli aspetti trasgressivi sono in realtà minimi, ammesso e non concesso che esistano, A passerà ad una fase successiva, cercherà cioè di coinvolgere B oltre il livello del dialogo, di provocarlo per convincerlo a provare un contatto sessuale, anche molto superficiale, anche solo telefonico, ma si tratterà di un contatto sessuale con quelle caratteristiche di trasgressività che B aveva ritenuto poco o per niente trasgressive e qui si porrà, per B, il problema di accettare o meno di fare questo passo avanti, perché se B accetterà, quasi certamente A proverà a fare un ulteriore passo avanti per coinvolgere sempre di più B, ma se B rifiuterà, A prenderà occasione dal rifiuto per deprimersi ulteriormente e per diminuire ulteriormente la sua autostima. Alla fine di questo processo, che può durare mesi, B si chiederà se sia il caso di cedere alle insistenze di A e qui la risposta non è affatto scontata, perché non si tratterebbe certamente di cominciare una storia d’amore con A, dato che A è coinvolto da B solo a livello sessuale ma non affettivo, mentre B potrebbe provare un coinvolgimento affettivo profondo per A. B, tuttavia, è ormai consapevole che il rapporto con A si gioca ad un altro livello e che, anche se A non è coinvolto a livello affettivo, cioè in termini di relazioni di coppia, la risposta di B può essere importantissima proprio per l’equilibrio personale di A, o meglio per la sua autostima e per il superamento degli atteggiamenti depressivi. B, d’altra parte sa molto bene che cedere ad A una volta vuol dire indurre A a ripetere quell'esperienza sessuale un numero infinito di volte ma sempre senza affettività di coppia.

Tra le risposte a senso unico: accettare sempre e comunque le proposte di A, oppure dire chiaramente di no anche se nel modo meno aggressivo possibile, c’è una terza via, quella di una accondiscendenza limitata soprattutto ai periodi di massimo stress di A.

La finalità di B non può consistere nel cercare di creare un legame di coppia con A, ma deve identificarsi nel permettere che A raggiunga una maggiore serenità e una maggiore autostima e che quindi possa vivere, anche nei confronti di B una dimensione affettiva “non di coppia” ma comunque fortemente stabilizzante. Come è ovvio in questo percorso ci sono moltissime varianti possibili e le decisioni non spettano a B ma sono assunte insieme da A e da B come accade in ogni rapporto interpersonale importante.

Vorrei concludere il mio discorso sulla sessualità disfunzionale con una precisazione: la sessualità disfunzionale si trova spesso in persone per altri versi realizzate nonostante la loro bassa autostima e, aggiungerei, in persone che sono costrette a vivere vite diverse da quelle che avrebbero desiderato, anche se hanno ottenuto, in queste vite non scelte, notevoli successi a livello sociale ed economico. Con queste persone è certamente possibile costruire rapporti affettivi anche molto importanti, che la loro caratteristica non aggressività e la loro tendenza a mantenere rapporti stabili, anche se non stretti, rendono di fatto spesso molto gradevoli e gratificanti.

Se c’è una cosa dalla quale bisogna in ogni caso astenersi è il giudicare, perché questo farebbe ulteriormente diminuire l’autostima e potrebbe queste persone verso stati più nettamente depressivi. Parlando sia con persone con una sessualità disfunzionale che con i loro amici ho potuto notare che tra loro sussiste rispetto e affetto. Ho altresì rilevato che alcune situazioni problematiche tendono a risolversi quando, a livello generale e non specificamente sessuale, l’autostima sale e con essa il livello sostanziale di socializzazione. Il vero pericolo è lo stato di abbandono in cui l’individuo si trova assolutamente solo con la propria depressione perché allora vengono a mancare del tutto gli stimoli a rivalutarsi e a capire che si è realmente importanti, almeno per qualcuno.

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