VECCHIAIA GAY E SOLITUDINE

La vera vita dei gay anziani, Gay e problemi della terza età, Gay anziani e ricordi di vita.
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VECCHIAIA GAY E SOLITUDINE

Messaggioda progettogayforum » lunedì 4 marzo 2013, 2:03

Scrivo questo post non come una riflessione sulle esperienze altrui, come ho fatto spesso, ma come sintesi di un’esperienza diretta, ormai avviata da qualche anno e che, anno dopo anno, e direi mese dopo mese, si manifesta sempre meglio nelle sue connotazioni tipiche.
Ho scritto moltissimo sul senso dell’essere gay cercando di dare un confine a un concetto così vago e sfumato, ora intendo fermarmi sulla “vecchiaia gay”. Per un giovane il concetto di “vecchiaia gay” unisce insieme due concetti, quello di gay, che un giovane conosce bene per esperienza, e quello di vecchiaia, di cui un giovane non ha la più pallida idea. In pratica nell’espressione “vecchiaia gay”, per un giovane, la parte importante è rappresentata dal termine “gay”. Per un vecchio ormai il concetto stesso di gay è in buona parte una sopravvivenza del passato, mentre l’idea di vecchiaia assume, giorno dopo giorno, un’evidenza sempre maggiore. Per un vecchio, la parte essenziale del concetto di “vecchiaia gay” è rappresentata dal termine “vecchiaia”. Questa è la ragione di fondo per la quale, un vecchio gay e un giovane gay, quando parlano di “vecchiaia gay” hanno in mente due concetti molto diversi. Per un giovane l’essere gay implica categorie connesse con la sessualità, per un vecchio diventa una questione astratta di identità. Fin qui le categorie generali, ma si tratta in effetti di ben poco, tutto il resto dipende dalla storia individuale. Quindi restringo il campo. Per un vecchio che non abbia vissuto per lunghi periodi in coppia (in pratica la maggior parte dei gay anziani), l’essere gay, ma si potrebbe dire meglio l’essere stato gay, ha una valenza essenzialmente sociologica di solitudine. Nel mondo etero le coppie non reggono nonostante i vincoli stretti imposti dal matrimonio e nonostante la presenza dei figli. Tra i gay, anche a causa della non accettazione sociale della omosessualità, la stabilità affettiva non è certo la regola. Questo fatto provoca stress e spesso porta nel corso degli anni a maturare l’idea che la solitudine sia per tutti la categoria di fondo della vita e lo sia in particolare per i gay, almeno per quelli che non arrivano a conseguire una stabilità affettiva. Il periodo della “paura di perdere il treno” dura fino a 50 anni e oltre, poi il problema si supera lasciandolo irrisolto. La solitudine col tempo non genera più sofferenza ma diviene un abito mentale con lati positivi, per esempio nella identificazione tra solitudine e libertà, almeno finché la vecchiaia è sana e non comporta deficit fisici o mentali molto limitanti. In genere all’assenza di una vita di coppia si supplisce con altre forme di affettività, poi, piano piano l’estroversione cala progressivamente e la solitudine diventa più radicale, man mano che si restringe l’orizzonte delle relazioni si fanno successivamente dei passi avanti verso la vecchiaia. Questo meccanismo, quando viene immaginato schematicamente da chi vecchio non è, si presenta come una “diminuzione” della relazionalità ma col passare degli anni si vedono le cose diversamente: per avere un bel giardino bisogna avere belle piante ma anche tagliare i rami secchi. Un giovane pensa a piantare molti nuovi alberi più che a togliere i rami secchi. Un vecchio non pianta nuovi alberi ma deve curare quelli che ancora ci sono che sono ormai pochi e può, e anzi deve, dedicarsi a tagliare i rami secchi. Nel giardino di un giovane ci sono molte piante in competizione tra loro, molte potenzialità in conflitto, nel giardino di un vecchio ci sono poche piante ma ben distanziate, non più in concorrenza tra loro e senza rami secchi. La vecchiaia ha bisogno di semplificazioni perché è dominata da esigenze più elementari. Il benessere fisico per un vecchio è una categoria del passato, ma il distacco progressivo dalle persone e dalle cose favorisce in un certo senso la tranquillità mentale. Le impossibilità fisiche che condizionano la vita di un vecchio devono essere accettate perché sono oggettivamente insuperabili, il rinvio al futuro e lo stesso lavorare per il proprio futuro individuale perdono progressivamente significato, gli ideali sovradimensionati spariscono gradualmente. Lo stesso essere gay perde piano piano significato o meglio, lo conserva solo nel fatto che restano ormai le conseguenze del proprio passato gay come il non avere una famiglia e, spessissimo, non avere un compagno, fino al non avere riferimenti precisi di nessun genere. Un gay vecchio in moltissimi casi si trova ad essere solo ma non vive la solitudine come una tragedia perché ci ha fatto lentamente l’abitudine, quello è divenuto il suo modo di essere. La solitudine non si identifica con l’essere abbandonati quanto piuttosto con il sentirsi fuori anche quando apparentemente si è bene integrati socialmente in un gruppo, mi riferisco al senso di estraneità, di sostanziale non coinvolgimento che si manifesta come razionalità o più semplicemente come accettazione senza reazioni di tutto ciò che accade. Un vecchio non tende alle categorie metafisiche, almeno fin quando non si mette alla ricerca di valori compensativi, la sua filosofia è l’immediatezza. Un vecchio, se ha mantenuto un vero equilibrio mentale, cede facilmente il passo a chi viene dopo di lui ma non per generosità, anche qui è questione di eliminare i rami secchi, di evitare le discussioni, di evitare quelle forme di coinvolgimento che ben si sa che si manifesteranno solo come un dispendio inutile di risorse, quando ormai le risorse sono scarse. Un vecchio risparmia le forze perché è cosciente della propria fragilità, non tende a fare il passo più lungo della gamba né a rischiare, la sua logica è quella del non fare, del non proiettarsi lontano, del non aspettarsi nulla. Le categorie legate alla sessualità dividono (gay-etero, ecc. ecc.), quelle legate alla vecchiaia unificano, la vecchiaia attenua le differenze e unifica, al di là di qualunque categoria legata alla sessualità. Un ragazzo etero e un ragazzo gay si sentono diversi proprio in quanto gay e etero, un vecchio etero e un vecchio gay si sentono soprattutto vecchi e in questo si sentono accomunati da una categoria molto forte. La vecchiaia non è originariamente una questione spirituale, la vecchiaia è originariamente un decadimento fisico e talvolta che mentale, da questo decadimento segue la necessità di ristrutturare il proprio modo di vivere per poterlo ulteriormente sostenere C’è una questione sulla quale la riflessione non mi porta a nessuna conclusione chiara. Mi sono chiesto più volte se la solitudine sia un connotato antropologico imprescindibile che si cerca di negare adottando varie mitologie centrate sull’amore, sulla solidarietà, ecc.. In questo senso la solitudine del gay, e in particolare del vecchio gay, non sarebbe una “solitudine gay” ma solo un connotato originario dell’essere umano. Se così fosse la solitudine non sarebbe neppure un fallimento o un una condizione deteriore, ma sarebbe invece il superamento di una lunga serie di visioni illusorie di un’affettività che redime e che unisce. I fatto stesso che alla fine, la solitudine non costituisca un dolore proprio quando le mitologie della “salvezza tramite l’affettività” vengono meno, indica che la vecchiaia, nella sua operazione di riduzione dell’inutile, finisce per tagliare anche i “rami secchi” dell’affettività. Non intendo dire che la vecchiaia non abbia un’affettività, mi sembra anzi vero il contrario, ma l’affettività di un vecchio non ne modifica la solitudine, è cioè un’affettività che non tende a superare la solitudine, cioè non tende a cambiare una categoria antropologica di fondo di cui si è finalmente capita e accettata la centralità senza fughe metafisiche ma tende a non fare un valore assoluto nemmeno della solitudine. In pratica il vecchio demitizza lentamente l’affettività, scopre il senso della solitudine ma non ne fa un mito sostitutivo. Nella vecchiaia I sentimenti escono dalle prospettive metafisiche e si umanizzano, acquisiscono la relatività che dà loro consistenza reale. I sentimenti dei vecchi non si proiettano lontano, non chiedono reciprocità né fedeltà, sono solidi proprio nel loro vivere nell’effimero, nel qui e adesso, perché la vita stessa di un vecchio è effimera. La vecchiaia, che vive dell’effimero, fa anche dell’effimero un valore. La vecchiaia comporta dei rischi quando non è accattata, cioè quando ci si illude che il tramonto sia limitato all’ultimo istante di vita. In realtà il declino esiste ed è inevitabile. Non parlo solo di declino del vigore fisico ma anche della capacità di pensare, della memoria, della creatività e della stessa affettività, il tramonto è una parte del giorno, è un’alba a rovescio. L’alba è un crescendo, il tramonto è un diminuendo, la musica è diversa e provare a suonare al di là della proprie possibilità porta solo a una stridente dissonanza. Naturalmente quello che ho detto non ha alcun valore generale, se lo pensassi non sarei vecchio, è solo un punto vi vista.

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riverdog
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Re: VECCHIAIA GAY E SOLITUDINE

Messaggioda riverdog » lunedì 4 marzo 2013, 11:43

Beh.... uno potrebbe anche provare a rispondere, però.... penseresti che un giovane non è in grado di capire, e qualora fosse etero peggio che andar di notte.... un anziano etero idem! E anche se un anziano gay riportasse qualcosa di diverso, con gli ultimi versi 'ti sei cautelato'.... In pratica hai scritto un topic irreplicabile!! Eh Eh!

Che dire.... speriamo in un bel giardino colmo di piante floride e radiose come ciliegi in primavera....

PS Non ti illudere.... la mia idiosincrasia per la botanica è permanente.... ;)

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orachefaccio
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Re: VECCHIAIA GAY E SOLITUDINE

Messaggioda orachefaccio » lunedì 4 marzo 2013, 12:05

Caro Project,

Ecco i miei pensieri.

Parli di solitudine e di senso di estraneità. Qual è la differenza tra il viverli in un vecchio e in un giovane? Secondo me, è principalmente la presa di coscienza da parte del vecchio. Il vecchio la vive nella sua più totale e semplice realtà, senza che su di essa vi proietti artificialmente troppi desideri e ansie. E’ così semplicemente, e non è di certo piacevole, ma il senso di non appartenenza è tangibile. Magari non sa cosa comporti, in pratica, questo senso di non appartenenza, fatta eccezione appunto per il sentirla, la non appartenenza. Una chiara realizzazione della materiale assenza di persone con cui si possa instaurare un canale di comunicazione vero. D’altra parte, il giovane forse spera di poter rimediare. O forse non ci spera più nemmeno lui, nonostante sappia che magari le cose potranno cambiare. Ma non sa bene che cosa possano comportare, solitudine e senso di estraneità. Non riesce a soppesare perché possa far male, questo stare da soli ma ancora di più questo sentirsi soli, non uguali a tanti altri esseri umani con cui non ci può essere una reale intesa e condivisione.

Vorrei mettere in evidenza quel “non sapere cosa comporti” in entrambi i casi, che è in realtà un mio interrogativo. Il quale mi ha portato a riflettere più in generale su un discorso che penso valga per un giovane così come per un vecchio. Perché ci addossiamo l’impresa di ricercare più o meno affannosamente qualcuno con cui possiamo davvero condividere noi stessi? Perché l’aspetto sociale ci condiziona così profondamente, al punto tale da farci sentire a volte così vuoti, qualora venga a mancare? Non siamo proprio per niente fatti per l’autosufficienza emotiva, non possiamo davvero vivere, intendo vivere pienamente, senza avere relazioni affettive strette con altri esseri umani, senza che necessariamente ci debba essere qualcuno di simile a noi stessi?

A queste tre sfumature della stessa domanda so solo rispondere, forse un po’ banalmente, che l’aiuto reciproco è alla base di ogni comunità umana ed è il motivo per cui ci siamo affermati come specie, e se viene a mancare ci fa capire quanto siamo deboli, da soli. Ma mi chiedo ancora, il sostegno morale di cui una persona ha bisogno può essere a volte magari materialmente minimo (una parola di conforto, un abbraccio) per permettere a tale persona di fare magari grandi azioni. Questo sostegno morale, materialmente piccolo come ho detto, ha un valore emotivo enorme, ne sono cosciente dal momento che so quanto bene possa fare e quanto possa significare. Ma la sua assenza sarà il motivo per cui tale persona si sentirà meschina, in mancanza di quest'altro qualcuno. E allora, essendo materialmente piccoli gesti, perché non dovrebbe tale persona poter fare le stesse grandi azioni senza necessariamente avere quel qualcuno con cui davvero parlare? Questo sentimento di solitudine, mina alla fine soltanto, e pesantemente, il nostro pensiero?

Escludendo ovviamente il punto in cui, nella vecchiaia, si perde l’autosufficienza, penso che queste questioni si possano discutere un po’ per tutte le età.

Ti cito, più o meno: naturalmente quello che ho detto non ha alcun valore generale e assoluto, è solo un punto di vista.
Ultima modifica di orachefaccio il lunedì 4 marzo 2013, 19:46, modificato 1 volta in totale.
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Re: VECCHIAIA GAY E SOLITUDINE

Messaggioda Totoro » lunedì 4 marzo 2013, 19:12

Tre diecimila post scritti dai miei coetantei anagrafici, questo è il solo con cui mi trovo in sintonia. Tutti gli altri mi sono estranei, credo proprio che la vecchiaia sia una questione mentale prima che fisica.
 


"La capacità di stare da soli è la capacità di amare. Può apparirti paradossalle, ma non lo è. E' una verità esistenziale: solo le persone in grado di stare da sole sono capaci di amare, di condividere, di toccare il nucleo più intimo dell’altra persona, senza possederla, senza diventare dipendenti dall’altro, senza ridurla a un oggetto e senza diventarne assuefatti."

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MOSCHETTO
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Re: VECCHIAIA GAY E SOLITUDINE

Messaggioda MOSCHETTO » martedì 5 marzo 2013, 19:19

Ciao a tutti,
non entro nel merito della vecchiaia, perché io sono giovane
per cui, non so' come mi sentirò quando sarà giunto quel momento
replico, dicendo: evviva l'esperienza e dunque evviva la vecchiaia

purtroppo il mondo gay, ghettizza, stereotipizza gli anziani, anche perché incentrato sempre piu spesso sull'estetica e sul sesso fast & go, dove esperienza mentale e materiale, riflessività non contano.

moschetto
amo la natura e ho la "convinzione" che essa non può essere classificata come la vogliamo noi.

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Re: VECCHIAIA GAY E SOLITUDINE

Messaggioda progettogayforum » martedì 5 marzo 2013, 20:33

Ringrazio riverdog, orachefaccio, Totoro e Moschetto. Ho gradito molto i vostri commenti.
Il distacco che arriva con l’età non è indifferenza, è piuttosto la coscienza di una continuità al di là della identità personale, è un po’ qualcosa di simile al classico significato di famiglia come superamento della individualità, lavorare per una continuità che non è genetica e che va oltre il singolo. È una sorta di istinto, se vogliamo è una evoluzione del concetto di innamoramento che finisce per mettere da parte sia l’idea di cambiare qualcosa per sé, sia l’idea di trovare dei continuatori con i quali si possa realizzare una sostanziale identità di vedute. Da vecchi l’idea di coppia, per quelli che non l’hanno realizzata da giovani, perde completamente senso, non perché sia impossibile ma perché nell’idea di coppia si persegue anche una finalità individuale che per un vecchio tende a sfumare. Per un vecchio la categoria fondamentale è il “voler bene” ma nel senso elementare di volere il bene di un’altra persona e tutto questo con la sessualità ha ben poco a he vedere. Il “voler bene” non implica l’assunzione di nessun ruolo né la creazione di nessun legame e di nessun obbligo eppure non si tratta di una categoria filantropica generica. Il “voler bene” non è rivolto a tutti indistintamente, si tratta di una categoria selettiva, guidata soprattutto dalla fiducia reciproca spontanea che si crea, in modo inspiegabile, al di là di qualunque interesse. In qualche modo si percepisce che con alcune persone esiste un modo speciale di capirsi, esiste una immediatezza affettiva che non deve essere delusa. L’innamoramento può essere unilaterale, il volersi bene, se è vero volersi bene, ha una reciprocità intrinseca, che può essere anche debole ma che è destinata a durare nel tempo.
Naturalmente queste riflessioni sono solo un punto di vista.

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Re: VECCHIAIA GAY E SOLITUDINE

Messaggioda orachefaccio » giovedì 7 marzo 2013, 18:30

progettogayforum ha scritto:Da vecchi l’idea di coppia, per quelli che non l’hanno realizzata da giovani, perde completamente senso, non perché sia impossibile ma perché nell’idea di coppia si persegue anche una finalità individuale che per un vecchio tende a sfumare. Per un vecchio la categoria fondamentale è il “voler bene” ma nel senso elementare di volere il bene di un’altra persona

Provo a capire meglio quello che intendi. Da una rilettura (o magari due) di entrambi i tuoi messaggi, mi sembra quindi che la solitudine accompagnata dall'affettività in un vecchio (e magari aggiungerei anche in un giovane che non intravede nulla per il suo futuro) è dovuta al fatto che l'idea di coppia in fondo nasce per soddisfare i propri bisogni (quelle finalità individuali che certi chiamano, colpevolizzandole, egoismo - grazie Forseumano per avermi suggerito una visione alternativa!). Non vedendo finalità individuali (per l'età in un caso, o nell'altro per la disperazione), l'essere umano si sente fondamentalmente solo. E quello che rimane è il sentimento puro del voler bene, spogliato dell'illusione che questo voler bene possa annullare la fondamentale solitudine. Mi interessa capire e, se non ho colto, mi farebbe piacere che chiarificassi.

Con il mio primo post non volevo suggerire l'indifferenza o l'inutilità delle relazioni umane, a qualsiasi età, quanto piuttosto far notare come per buona parte della propria esistenza si dipenda da esse, in un modo o nell'altro.
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Re: VECCHIAIA GAY E SOLITUDINE

Messaggioda progettogayforum » venerdì 8 marzo 2013, 1:48

Ciao orachefaccio,
provo a spiegarmi. Prima di tutto non trovo nulla di male in quel “sano egoismo” che porta i ragazzi a cercare di costruire una vita di coppia anche e forse soprattutto per sé, Ma quando si è giovani la sessualità è una realtà molto forte e per questo anche la spinta verso la vita di coppia è molto forte, poi, con gli anni, il peso della sessualità viene meno, ma non per scelta o per ragioni psicologiche ma semplicemente perché l’attività sessuale è correlata all’età e per un vecchio diventa progressivamente un ricordo, perdura, certo, in qualche modo, ma la sessualità dei 20 anni è proprio una realtà diversa e anche l’affettività è vissuta in un modo diversissimo e molto più coinvolgente, poi si passa dall’età degli innamorati a quella dei padri e poi da quella dei padri a quella dei nonni, lì ormai c’è solo un voler bene che si nutre di una reciprocità, certo, ma di una reciprocità che non ha niente a che vedere con la creazione di un rapporto di coppia.

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Re: VECCHIAIA GAY E SOLITUDINE

Messaggioda orachefaccio » venerdì 8 marzo 2013, 3:55

Caro Project,

Credo che ti sei spiegato. Non parlavo di sessualità, comunque. Intendo dire che quello che leggo nei tuoi messaggi è che la solitudine che si prova da vecchi è dovuta al venire a mancare, a partire da una certa età, di finalità individuali. E che quindi il non sentirsi solo di un giovane è correlato al poter proiettare sull'altra persona (che così fa sparire quel sentimento di solitudine) i propri naturali bisogni (non parlo necessariamente di sessualità, possono essere anche affettivi, o poter condividere obiettivi comuni, più in generale).

E' un punto di vista che mi interessa proprio perché ero portato a pensare che la solitudine si risolva avendo qualcuno di cui occuparsi, ma non necessariamente qualcuno che si occupi di te. Ma effettivamente avere qualcuno "di cui occuparsi" è descritto meglio da quel sano "voler bene" di cui parli, che appunto, da solo, non risolve la fondamentale solitudine.

Aggiungo, e non volermene, che credo che la solitudine che descrivi valga, seppure in maniera momentanea, anche per coloro che, giovani, non vedono futuro (e quindi finalità personali) davanti a sé, magari per molto tempo. Ma mi farebbe piacere sentire che ne pensi (e anche che ne pensano gli altri).
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Re: VECCHIAIA GAY E SOLITUDINE

Messaggioda progettogayforum » venerdì 8 marzo 2013, 11:58

Caro orachefaccio,
io credo che tu abbia capito perfettamente il senso del discorso: qualcuno di cui occuparsi, e aggiungerei anche molto limitatamente ma con una componente affettiva vera e non di obbligo, senza aspettarsi qualcuno che si occupi di te, ma questo in modo relativo, perché affinché un qualunque contatto umano sia gratificante a livello affettivo ci deve essere una qualche reciprocità, che non permette di superare la solitudine ma che comunque è una gratificazione.
Questi meccanismi agiscono anche per persone giovani che hanno messo da parte la speranza di una realizzazione individuale? Penso proprio di sì, sono i tipici meccanismi di sublimazione che però per un giovane sanno di scelta di ripiego, mentre per un vecchio non comportano disagio perché un vecchio ormai è piuttosto staccato dall’idea di una realizzazione di sé attraverso l’altro.
Pero, permettimi un’aggiunta: per un giovane non vedere il futuro come realizzazione di sé è comunque l’esito di un disagio, è il modo di cercare una soddisfazione individuale almeno nella sublimazione, è quello che fanno i ragazzi gay che si innamorano di ragazzi etero o quelli che vivono in situazioni di forte disagio ambientale. In quei casi c’è oggettivamente qualcosa di molto simile ad una impossibilità, ma lì è comunque possibile, anche se non è affatto facile, uscire dai vincoli e cercare una propria strada. In pratica un vecchio non rinuncia a nulla, la sua vita, che l’abbia vissuta o meno, è comunque in gran parte alle spalle. Un giovane invece delle possibilità reali ce le ha eccome. Quindi ritirarsi in atteggiamenti di senilità precoce rischia alla lunga di provocare senso di frustrazione, cosa che per un vecchio non accade. Insomma io penso che un giovane non si debba fare trascinare in atteggiamenti rinunciatari, penso che prima di cercare una vita di coppia dovrebbe cercare delle amicizie serie e un confronto vero con altri ragazzi. La vita affettiva, come tu stresso dici, va ben al di là della sessualità e un’amicizia seria può fare la differenza.


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