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 Oggetto del messaggio: GAY NEL 68
MessaggioInviato: domenica 1 novembre 2015, 19:50 
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Caro Project,
alla mia ormai veneranda età (tra poco saranno 70) tiro le somme di una vita gay. Ho cominciato a rendermi conto di non essere un ragazzo come gli altri nel 1958, ero ancora alle scuole medie e non mi sapevo spiegare perché mi piacesse molto la compagnia di certi miei amici, proprio amici del cuore, per me la loro compagnia era importantissima, per loro però non era lo stesso. Ho scoperto la masturbazione solo in quarto ginnasio e lì ho cominciato a capire che i miei desideri sessuali non erano come quelli dei miei compagni, ma in quei tempi un ragazzo gay aveva comunque le idee molto confuse sull’omosessualità, sentivo dire: frocio, finocchio, come offese, ma faticavo ancora a dare un senso preciso a quelle parole.

Ho avuto un’educazione religiosa che è stata un condizionamento pesantissimo, ma non è di questo che voglio parlare. Ho preso la maturità nel 1965 e allora non era facile per niente. Lo studio era un vero incubo ma nonostante tutto mi restava un po’ di tempo per farmi tante domande. Ho vissuto in pieno il ’68, ero grande, stavo quasi alla fine dell’università, ho partecipato moltissimo all’attività politica e proprio attraverso l’attività politica mi sono svegliato e ho capito tantissime cose.

Avevo il mio eskimo, portavo i capelli lunghi, come moltissimi ragazzi di allora, e anche il barbone tipo Karl Marx, frequentavo i collettivi politici e lì si parlava anche di omosessualità. È proprio in un collettivo politico che ho conosciuto il mio primo ragazzo. Lì non c’era la vergogna di essere gay, anzi era una specie di bandiera rivoluzionaria, un vanto da mostrare con orgoglio. C’erano ragazzi di un’intelligenza folgorante, davanti a certi di loro mi sentivo proprio un ebete.

Insomma, in un collettivo politico si parlava anche di omosessualità e lo si faceva seriamente, e lui, quello che poi sarebbe diventato il mio ragazzo, si buttava nella discussione con una foga strepitosa; che era gay non c’era il minimo dubbio.

Insomma, tutti parlano del ’68 come di un movimento di rottura con gli schemi tradizionali e in effetti aveva portato dei fermenti nuovi anche per quanto riguarda l’omosessualità. Insomma dal suo intervento capisco benissimo che quel ragazzo è andato al collettivo politico sulla omosessualità perché gay, e perché lì si potevano rivendicare i diritti dei gay, in fondo come c’ero andato io. Il ragazzo era bello, anche lui col barbone e l’eskimo, ma pure con dei pantaloni attillatissimi che non lasciavano proprio niente all’immaginazione. I ragazzi del collettivo vivevano di politica e anche quel ragazzo viveva di politica, io molto meno, anche se facevo la mia parte. Siccome ho continuato a frequentare l’ambiente abbiamo avuto modo di conoscerci ma più come compagni della stessa militanza politica che altro.
C’erano altri ragazzi gay, ma mi colpivano molto meno, lui per me era il massimo, ma, come ho potuto capire bene dopo, andava ai collettivi proprio per motivazioni politiche, io ci andavo soprattutto perché ci andava lui oltre che perché era un ambiente dove i gay potevano andare dichiaratamente e quindi di fatto ce ne stavano parecchi. Si faceva un discorso politico, ma si parlava pure d’altro, insomma, superato il primo impatto iniziale, un po’ spiazzante, era un bell’ambiente, almeno mi ci sentivo molto a mio agio.

Il ragazzo che mi piaceva (Massimo) era uno studente di filosofia che aveva letto centinaia di libri sulla rivoluzione russa, parlava di Cuba come se fosse casa sua e di Mao e di Lin Piao con una serie di riferimenti concreti che non ho mai capito da dove potesse tirare fuori, insomma, aveva veramente una cultura politica mostruosa, i suoi non erano atteggiamenti esteriori, credeva veramente in quello che faceva.

Avrei voluto costruire una storia con Massimo, ma secondo lui una cosa del genere era tipicamente borghese, e lui non voleva legami di nessun genere. L’ho corteggiato discretamente per mesi e mesi, quando gli ho detto che mi ero innamorato di lui ha fatto un sorriso e mi da detto: “Non dire bugie! Vuoi solo scopare con me…” Questa espressione me la ricordo dopo quasi cinquant’anni e non posso negare che non mi è piaciuta. Poi Massimo ha pensato che uno che fa una dichiarazione tipo “Mi sono innamorato di te!” non può essere un buon rivoluzionario ma solo un pappamolla, e si è messo in mente di portarmi a ragionare come lui. Mi diceva che mi comportavo come un ragazzino, che dovevo essere più virile, che un gay non è una femminuccia o un maschietto venuto male, secondo lui un gay è uno forte che se ne frega delle convenzioni borghesi, perché se invece si fa condizionare è solo un servo del sistema.

Ho fatto anche l’amore con Massimo ma con lui non potevo usare questa espressione, dovevo dire che avevamo solo “scopato per fottere il sistema”. Io adesso la faccio comica ma il discorso non era banale e la politica permeava tutto. Da Massimo ho sentito la famosa barzelletta che fa così: “Ma non hai paura che il tuo ragazzo si metta con quell’altro? Sai, hanno fatto insieme il ’68…” . “Sì vabbe’, ma noi abbiamo fatto insieme il ’69!”, chiedo scusa per la cosa un po’ scurrile. La prima volta che ho fatto l’amore con lui mi aspettavo tenerezza, attenzioni affettive, e invece niente di tutto questo. Speravo che farlo lo portasse a ragionare in un altro modo ma non accadde nulla di simile. Ci siamo frequentati e abbiamo “scopato per fottere il sistema” per quattro anni, poi piano piano ci siamo persi di vista.

Tramite il collettivo politico avevo cominciato ad interessarmi a Pasolini e avevo letto Ragazzi di vita. Tra Pasolini e il movimento studentesco non correva troppo buon sangue, Pasolini aveva atteggiamenti critici e il movimento lo ripagava senza andarci troppo per il sottile, anche se, tra i ragazzi del movimento, magari senza dirlo apertamente, Pasolini aveva un fascino morale indiscusso, paradossalmente, proprio perché poco ideologico. Credo di avere letto in quegli anni tutto quello che scriveva Pasolini e di avere visto tutti i suoi film, rimasi incantato si Teorema e del Vangelo secondo Matteo. Teorema mostra lo sconvolgimento di una famiglia borghese in cui viene a capitare un ragazzo capace di capire i pensieri profondi e i desideri dei componenti della famiglia e si assecondarli: la famiglia borghese si disgrega; il Vangelo secondo Matteo mi colpì molto soprattutto perché nel film non c’è una sola parola oltre il testo evangelico letterale. Un intellettuale comunista che presenta la figura di Cristo! Niente di più complicato eppure ne è venuto un capolavoro. Altri film come il Decameron o i Racconti di Canterbury, avevano per me anche un’altra attrattiva: contenevano qualche brevissima sequenza di nudo e allora era una cosa assolutamente rara.

Dopo aver perso di vista Massimo, avevo pensato a trovarmi un lavoro stabile e non mi ero rimesso alla ricerca di un ragazzo, avevo un po’ di amici gay conosciuti nei collettivi, cosa rarissima, perché prima di internet conoscere ragazzi gay era veramente difficilissimo, ma io un po’ di amici gay li avevo, forse un po’ troppo politicizzati, però ottimi ragazzi con i quali mi trovavo bene. Ricordo perfettamente che il 2 Novembre 1975, quando la televisione diede la notizia della morte di Pasolini rimasi profondamente scosso. Mia madre fece dei commenti irripetibili che mi fecero mettere definitivamente da parte l’idea di un coming out in famiglia, mio padre ebbe il buon senso di non fare commenti, Ricordo che il pomeriggio andai a fare una lunga passeggiata da solo nei posti dove era di casa Pasolini, al Testaccio. Ero malinconico, come se mi avessero portato via un punto di riferimento, perché Pasolini dava alla omosessualità una dignità, e poi parlava dicendo la verità e non diceva mai le cose che ti saresti aspettato: mai ovvio.

Rimasi colpitissimo da una dichiarazione commossa di Eduardo De Filippo subito dopo la morte di Pasolini, da allora il mio rispetto per Eduardo è molto aumentato, proprio a livello umano, e poi fui entusiasmato dal discorso di Alberto Moravia, un discorso carico di emotività e di ammirazione per Pasolini. Poco dopo la morte di Pasolini uscì in libreria il volume delle sue poesie di Garzanti. Costava molto, per le mie finanze non era una spesa indifferente, ma lo comprai subito e quel libro fu per me fondamentale; ogni volta che mi sentivo depresso, sconfortato o frustrato, aprivo le poesie di Pasolini e cominciavo a leggere e piano piano le frustrazioni e la malinconia lasciavano spazio ad una serenità più profonda.

Oramai avevo passato i 30 anni, non avevo un compagno e non avevo nemmeno la faccia per cercarne uno, leggevo tanti libri di argomento legato alla omosessualità, ne ho ancora adesso la casa piena, andavo a vedere i film che parlavano di storie omosessuali, ricordo “Il bacio della donna ragno” e “Gli occhiali d’oro”, il mio mondo affettivo era stato sublimato in una dimensione solo culturale. Di ragazzi belli ce n’erano moti anche allora ma io restavo ancorato alle mie esperienze del tempo dell’università, poi tutto si era cristallizzato e io continuavo a sognare quelle cose che ormai non esistevano più. Non solo ero uscito dall’università da un pezzo, ma anche all’università il clima era totalmente cambiato e io faticavo a rendermene conto.

Dopo i quarant’anni ho avuto modo di frequentare i Radicali, e lì c’erano anche dei gay dichiarati, l’ambiente era buono e serio ma io non avevo la faccia di dichiararmi nemmeno in quell’ambiente che però ho frequentato per anni e che mi ha dato molto, però non mi ha dato un compagno, o forse io non lo cercavo veramente. Coi ragazzi gay legati ai Radicali parlavo spesso e mi raccontavano le loro disavventure, ma percepivo che erano di un’altra generazione, erano amici, ci volevamo anche bene, ma dovevano seguire la loro strada. Insomma, piano piano sono invecchiato e mi sono rassegnato a una vita da single e, devo dire, senza vere malinconie.

Caro Project, leggo, o meglio (per onestà) leggiucchio il tuo forum da anni e mi piace perché ci sento un po’ il sapore dei miei anni giovanili. Oggi ricorrono i quarant’anni dalla morte di Pasolini e allora mi sono deciso a dire la mia, da vecchio gay quale sono. Se lo credi opportuno, metti pure questa mail nella sezione anziani (che è sicuramente quella giusta). Penso che tu stia facendo una cosa utile, al di là di quello che puoi pensare, quindi vai avanti così!

Un abbraccio a te e a tutti i ragazzi del Forum.

Leo



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 Oggetto del messaggio: Re: GAY NEL 68
MessaggioInviato: martedì 17 novembre 2015, 19:45 

Iscritto il: lunedì 16 novembre 2015, 5:02
Messaggi: 14
Buonasera Leo,

sono un pò intimorito all'idea di mettermi a confronto con una persona che ha 40 anni più di me, e che quindi penso abbia accumulato molta esperienza sui rapporti umani e possa essere anche una proiezione di me nel futuro. In verità, mi ritrovo ora a confrontarmi con me stesso negli immaginari 70nt'anni se non altro come profetizzo. Sarò solo come lo sono ora ma con più esperienza.

Il fatto di vedere come un mezzo fallimento l'essere solo, a 30 o a 70nt'anni, mi sembra solo un atto di privazione o di scarsa attenzione verso altri interessi estremamente affascinanti della vita e del suo percorso.

Che tutto ciò che si fa debba dipendere dalla propria ideologia è in parte giusto e in parte sbagliato, perché talvolta una vera armonia si crea conciliando necessità diametralmente opposte. La pace che si prova nel raggiungere un'esperienza desiderata è sempre alla fine di un tormento.

Ciò che mi fa un pò dispiacere è pensare che questa smania di sesso da cui mi sono sottratto totalmente da tempo perché usato in maniera del tutto consumistica non comporti, giunti ad una certa età, al desiderio di farsi finalmente un pò di compagnia in due, fino alla fine. Tuttavia, credo che questa possibilità psicologica debba pur esistere quando col passare degli anni le necessità cambiano. Ma in definitiva, arrivare a 70nt'anni single non mi sembra né una sconfitta né una vittoria. Mi sembra una considerazione distorta da uno stato d'animo che si sofferma di fronte ad una necessità diversa rispetto a quelle precedenti. Forse sarebbe utile considerarla un motivo per cambiare l'obiettivo della propria ricerca.

Fatto sta che la solitudine e l'indipendenza del valore personale che si da ai propri obiettivi della vita non andrebbe barattata per della compagnia che smorzi un sentimento di rattristamento.

Paolini, come disse bene la Leosini, "era un cattolico senza chiesa ed un comunista senza partito". Questo è vero, senza dubbio, perché non penso che Pasolini cercasse un'identificazione in un pensiero collettivo, ma traeva dalla realtà una idealizzazione che prescindesse comunque dal senso comune, almeno laddove ciò fosse contaminato dalla retorica o dal dogmatismo. Infatti lui prefigurava per sé una sorta di "anarchia apocalittica", perché nulla che fosse assimilabile alla sua identità poteva prescindere dalla sua analisi critica. Valutava, e solo dopo dissentiva oppure acconsentiva. A volte certe analisi doveva essere sostretto a portarle avanti da solo, laddove la sua critica si trovasse a sfidare l'ovvietà. Moravia aveva infatti ragione, in una intervista fatta da Pasolini per i suoi "comizi d'amore", a definire il concetto di credenza, come qualcosa che dev'essere la somma di una valutazione personale e non qualcosa di accettato perché sostenuto dalla massa. Qui era la scienza di Pasolini.

Ora credere che la solitudine e l'essere single sia una cosa spiacevole per i più è una considerazione se vogliamo accettabile, ma che ad esempio lo possa essere anche per me in funzione che tale considerazione è quella più convenuta dalla società mi pare quanto meno imbarazzante. A me pare che la massa sia acritica, e quindi non pronta a sperimentare la solitudine come raccoglimento delle proprie personali idee e credenze, e questo è la radice di uno dei mali di vivere del nostro tempo.

Nella storia abbiamo visto persone immolarsi per portare fino in fondo la forza delle proprie convinzioni, ma abbiamo anche visto persone andare in guerra senza conoscere neanche il vero scopo per cui combattevano il nemico. La qualità dell'azione è completamente diversa, e come Pasolini fece dire a Orson Welles nei confronti dell'uomo medio: "E' malato di cuore lei ? - No, no, facendo le corna - Peccato, perche' se mi crepava qui davanti sarebbe stato un buon elemento per il lancio del film. Tanto lei non esiste. ..Addio".

Medio, mediocrità, accettazione acritica della morale e del pudore comune. Occorre dissociarsi completamente, accettare quasi necessariamente con rassegnazione il fatto che questo viaggio lo facciamo fondamentalmente da soli e ciò che ci fa compagnia è ciò che resta dentro di noi se abbiamo gli strumenti intellettuali ed umani per decifrarlo.

Io mi sono dissociato da molti modi di vivere e di credere ed amo quasi fino allo struggimento ciò che ha suscitato in me un sentimento puro, e credo che per esso mi struggerei totalmente, lontano ed indifferenze dai frutti insani della morale e delle credenze collettive.

Il sistema sociale fatto di corruttori degli ideali e di idioti felici di farsi corrompere per superare l'idea della propria inadeguatezza instillata dai corruttori stessi attraverso la ricerca spasmodica di una immagine del sé convincente è un gioco diverso che mi da un senso di squallore e quasi di pietà. Diffido di tutto completamente, cercando di capire ciò che regge quello che la massa sostiene con fervore. A volte lo sgomento e lo smarrimento mi attanaglia, così come in certi momenti la solitudine, che come ho scritto non posso permettermi di barattare. Così sarà eventualmente l'anzianità o se non altro l'avvenire, perché solo è chi non ha certezze e deve seguirle (quelle che pensa di avere) dove le portano gli altri.

Biagi disse ai suoi telespettatori: "...non è il caso di commemorarsi. Eventualmente è meglio essere cacciati per aver detto qualche verità che restare al prezzo di certi patteggiamenti"

In seguito scrisse:

"Ricordo certi colloqui con Pier Paolo Pasolini e soprattutto una frase: «Vedo di fronte a me un mondo doloroso e sempre più squallido. Non ho sogni, quindi non mi disegno neppure una visione futura». Nelle sue parole c'erano innocenza e bisogno di verità. Non temeva la vecchiaia né aveva più paura della morte: «Ne ho avuta molta a vent'anni. Ma era giusto perché allora, attorno a me, venivano uccisi dei giovani, venivano trucidati. Adesso non l'ho più. Vivo un giorno per l'altro, senza quei miraggi che sono alibi. La parola speranza è completamente cancellata dal mio vocabolario». Perché concludo il libro con Pasolini? Perché in poche parole lui è riuscito a rappresentare uno stato d'animo che è anche mio. È vero, mi sono nascosto dietro le parole del poeta, ma non è facile mettere a nudo quello che si prova, si è sempre un po' portati a recitare una parte. Anche per me lo scrivere non ha rappresentato solo il lavoro, è stato tutto nella mia vita. So bene che è un mio grande limite, ma non sarei capace di fare niente altro, non ho hobby, non so pescare, giocare a carte, il giardinaggio non mi ha mai attratto, faccio sempre più fatica a leggere, mi interessano solo le biografie nella speranza di trovare un po' della mia vita e dei miei pensieri in quelli degli altri. Non ho mai avuto frequentazioni mondane, raramente partecipo a iniziative pubbliche, perché mi danno la sensazione di essere ancora più solo. "



Questo è esattamente quello che mi aspetto anche io dal mio futuro. E forse, quando avrò eventualmente raggiunto da solo una certa età non avrò più qualcosa da bramare, ma solo qualcosa da difendere. La mia dignità di coscienza.



Un abbraccio

A.



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 Oggetto del messaggio: Re: GAY NEL 68
MessaggioInviato: mercoledì 18 novembre 2015, 3:38 
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Adesso capisco perché hai scelto il nick Pasolini!



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