“MARIO” di Marcel Gisler – UNA STORIA DI CALCIATORI GAY

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“MARIO” di Marcel Gisler – UNA STORIA DI CALCIATORI GAY

Messaggio da progettogayforum » giovedì 2 gennaio 2020, 14:25

Ho avuto occasione ieri notte di vedere un film che avevo desiderato da tempo di poter vedere, parlo di “Mario” del regista Marcel Gisler, un film a tematica gay del 2018. Il film è stato girato in Tedesco, ma ne ho trovato un’edizione con sottotitoli in Inglese.
Il film è lungo, dura due ore intere, ma tiene lo spettatore gay incollato allo schermo, perché è oggettivamente un piccolo capolavoro, fuori da ogni stereotipo e da ogni retorica, direi che è uno dei frutti migliori della cinematografia gay di tipo drammatico. Non c’è però nessuna facile concessione alla drammatizzazione, tutto è contenuto e mai strillato. L’argomento è la storia di due ragazzi gay (Mario e Leon) entrambi calciatori che sognano di entrare nella U21 di Berna. Mario è spinto verso il calcio da suo padre, che tende a realizzare nel figlio i sogni che lui stesso non è riuscito a realizzare. Mario ha ottime possibilità di passare nella U21, ma la squadra acquista un nuovo giocatore, Leon, che rischia di mettere in ombra Mario, i due finiscono nello stesso appartamento e con molte esitazioni comincia tra loro una storia d’amore, che ha tutte le caratteristiche delle cose serie, ma qualcuno, nella squadra comincia a sospettare qualcosa. Mario trova nel suo armadietto delle immagini gay, i due non sanno che cosa fare, i loro manager consigliano di negare tutto e di cominciare a frequentare ragazze. Mario ha una sua amica, che si presta al gioco, e riesce a salvare la faccia; Leon non ci riesce e diventa l’obiettivo delle ironie, più accennate che esplicite, da parte dei sui compagni, non regge la situazione a abbandona la squadra (viene espulso), Mario invece, in attesa della promozione alla U21 continua la finzione, pure se internamente distrutto e arriva nella U21. Leon torna in Germania, cambia numero di telefono e dopo un po’ si trova un altro ragazzo, palesemente una soluzione di ripiego. Mario va in Germania e cercare Leon, ci parla ma alla fine non fa nessuna scelta coraggiosa, resta nella U21 e la storia d’amore tra i due finisce nell’amarezza più profonda: un sogno distrutto da compagni di squadra stupidi, da manager cui interessano solo gli sponsor e i contratti e da un padre che vuole realizzare i suoi sogni nel figlio, ma, va aggiunto, anche dal fatto che Mario, tra Leon e la U21, ha scelto di fatto la U21. Leon si è sentito abbandonato, Mario si è reso conto di quello che ha fatto ma non ha rinunciato alla U21 e il meccanismo sociale ha avuto ragione di una storia che avrebbe potuto essere una meravigliosa storia d’amore. Nell’ultima parte del film, lo spettatore resta nell’ansia di una possibile fine tragica, che però non c’è, nel film non ci sono eroi ma solo persone normali, che la vita travolge con i sui meccanismi inarrestabili. Mi viene qui in mente la famosa frase di Sandro Penna:

Felice chi è diverso
essendo egli diverso.
Ma guai a chi è diverso
essendo egli comune.

Lao
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Re: “MARIO” di Marcel Gisler – UNA STORIA DI CALCIATORI GAY

Messaggio da Lao » venerdì 3 gennaio 2020, 10:32

Anch'io ho visto il film, ma doppiato in italiano. A mio avviso nel complesso è un bel film, soprattutto perché il regista ha voluto mettere in scena un amore nobile, per quanto osteggiato dagli eventi, tra due ragazzi molto giovani e incantevoli per il loro modo di essere. Le dinamiche della vicenda e i due protagonisti mi hanno ricordato per alcuni aspetti Brokeback Mountain. Nonostante lo scandalo che la questione dell'omosessualità suscita, si percepisce che la storia si svolge lontano dal Mediterraneo, di conseguenza nelle ambientazioni e, talvolta, nelle reazioni al tema dell'omosessualità, ho colto un certo distacco. Eccetto i compagni di squadra, che ricalcano l'ignoranza diffusa in merito all'omosessualità, il padre di Mario, gli allenatori e i manager sono anzitutto interessati a salvare la faccia di fronte ad un'opinione pubblica che storce il naso. Poi, in privato, senza farsi beccare, uno può anche ricorrere alle app, non sia mai che un gay frustrato non dia del suo meglio in campo. È avvilente e paradossale come il calcio, pur nella semplicità dei fini che si propone, almeno per i tifosi, sia diventato una religione mascherata, in cui essere un giocatore omosessuale significa violare delle norme non scritte ma fondative, tese a difendere i tradizionali stereotipi in materia affettiva e sessuale.

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