Viharsarok - Land of Storms

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progettogayforum
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Viharsarok - Land of Storms

Messaggio da progettogayforum » sabato 4 gennaio 2020, 17:04

Ieri ho visto “Viharsarok”, un film ungherese del 2014, uscito anche in Inglese col titolo “Land of Storms”, devo dire che è stato non solo tragico ma angosciante: prevalgono i toni scuri, gli ambienti privi di luce, e non casualmente. La trama del film è ben riassunta nella pagina https://it.wikipedia.org/wiki/Viharsarok , preferisco descrivere le mie reazioni dopo la visione del film. Il finale tragico e assolutamente inatteso è veramente raccapricciante, uno dei due protagonisti, bullizzato dai compagni di lavoro e rifiutato perfino dalla madre, si convince di essere “diventato gay” (una cosa ai suoi occhi inaccettabile e distruttiva per colpa del suo compagno e alla fine lo uccide. L’ambiente è quello di un paese rurale povero dell’Ungheria post sovietica. Il clima nei confronti dei gay è quello tipico della caccia alle streghe, che non è un fenomeno inventato dall’Inquisizione ma è una realtà antropologica molto comune: quando le frustrazioni sono tante bisogna trovare un capro espiatorio al quale si attribuiscono tutti i mali del mondo. Il male commesso dagli omosessuali che si cerca di annullare e di distruggere con la persecuzione è del tutto analogo al male commesso dalla streghe nei loro rapporti carnali col diavolo, la consistenza delle argomentazioni è sostanzialmente la stessa, ma la violenza quando è estrema porta a conseguenze estreme: alla fine le stesse streghe si ritenevano colpevoli di delitti assurdi che non avevano mai commesso o erano indotte a compiere veri delitti per difendersi a loro volta dai malefici di satana. In certi ambienti i gay sono così colpevolizzati dal finire per sentirsi colpevoli e per accettare addirittura di compiere un omicidio rituale nel tentativo di liberarsi dal maleficio. Francamente sono rimasto molto scosso dalla visione del film. Capisco che cose del genere possano pure succedere ma le storie gay che finiscono con un omicidio o con un suicidio sono certamente rarissime eccezioni, mi chiedo perché si debba fare un film su questo tipo di relazioni e non su quelle che non hanno esiti tragici e hanno diverse volte esiti molto positivi. Rappresentare la realtà significa rappresentarla senza limitarsi ai soli aspetti oggettivamente patologici, almeno in senso sociale. Non farò mai il regista cinematografico ma mi chiedo perché nessuno ha mai fatto un film sul romanzo “Another country” di James Baldwin (uno dei libri più belli che ho letto). Ho paura che la letteratura “nera” legata alla omosessualità possa contribuire a diffonderne una visione nera della omosessualità. Quello che si mette in giro condiziona profondamente l’opinione pubblica. Ricordo solo un fatto: a fine ‘800 i primi studi sulla omosessualità erano studi di antropologia criminale e di neuropsichiatria. Certamente tra i gay ci sono stati e ci sono tuttora i criminali e i casi patologici, come ci sono ovviamente tra gli etero e in qualunque altro grande gruppo umano, ma concentrare l’attenzione sui delitti a sfondo omosessuale e sui comportamenti patologici di tipo omosessuale vuol dire avvalorare l’associazione di omosessualità e crimine o di omosessualità e patologia. C’è tanto bisogno che si racconti la realtà gay, quella più comune, che poi è quella che ci permette di trovare tra noi qualcosa di comune. Bisognerebbe liberarsi dall’archetipo della “maledizione gay” sarebbe proprio ora, siamo nel XXI secolo! Certo le persecuzioni dei gay ci sono ancora, e anche un film può aiutare a capire con che forme di disagio si possa vivere l’omosessualità in altri paesi, ma forse più che fare un film omosessuale tragico bisognerebbe cominciare a diffondere visioni autenticamente positive della omosessualità. L’ignoranza va combattuta e non solo raccontata.

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