Genere e cultura

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IsabellaCucciola
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Genere e cultura

Messaggio da IsabellaCucciola » lunedì 12 agosto 2013, 12:49

Come faceva notare Elena Gianini Belotti nel suo libro, Dalla parte delle bambine, le differenze fra uomini e donne, non sono determinate dalla biologia dell’individuo, ma che “il genere è una costruzione sociale e che le differenze negli atteggiamenti e nei comportamenti degli uomini e delle donne variano culturalmente” [1]. Una conferma della teoria della Gianini Belotti si può trovare in una ricerca, pubblicata nel 1935 dall'antropologa americana Margaret Mead, che nel suo libro, Sex and Temperament in Three Primitive Societes, (pubblicato nel 1967 in Italia con il titolo, Sesso e temperamento in tre società primitive [2]), descrive la società di tre tribù della Nuova Guinea: gli Arapesch, i Mundugumor, e i Tschambuli.
Nell’introduzione al proprio lavoro. la Mead scrive:
“ogni cultura [...] crea un proprio tessuto sociale distinto [...] e può costringere ogni individuo nato nel proprio interno ad assumere un tipo di comportamento, per il quale né l’età, né il sesso né le attitudini particolari costituiscono elementi di differenziazione. Ma la cultura può anche attaccarsi all’evidenza delle differenze di età, di sesso, di forza, di bellezza, o anche a fatti insoliti, come una tendenza spontanea alle visioni e ai sogni, e farne altrettanti temi culturali dominanti [2].”

Analizziamo una per una queste tribù e vediamo come vengono ripartiti i ruoli fra gli uomini le donne.

Gli Arapesch, “In questo popolo, l'aggressività, la competitività, la possessività erano considerate negativamente e scoraggiate. Non solo le donne, ma anche gli uomini, erano miti, tranquilli, passivi, affettuosi. […] Uomini e donne collaboravano all'allevamento dei figli e l'espressione «partorire un figlio» veniva riferita sia alle madri sia ai padri. Educati con affetto e con tolleranza, i giovani crescevano con una forte fiducia negli adulti, una grande sicurezza di sé, un'assoluta mancanza di egoismo. Gli atti aggressivi li rivolgevano più verso gli oggetti che le persone [1].”
“In una società che non conosce ostilità fra uomo e donna e in cui gli adulti, lungi dal nutrire risentimento per la forza dei giovani, vedono in essa la massima fonte di soddisfazione e di felicità, non trova posto un culto basato sui concetti di odio e di punizione [2].”

I Mundugumor, “In questa popolazione , la competitività e la violenza erano valutate positivamente. Non solo gli uomini, ma anche le donne, erano sospettose, irascibili, aggressive. Di queste ultime, nessun occidentale avrebbe mai detto che avevano l'«istinto materno». I sentimenti che provavano nei riguardi della gravidanza e l'allattamento andavano dalla paura all'ostilità. Sentivano inoltre una forte rivalità e gelosia verso le figlie. I bambini venivano allevati con durezza, con rimproveri e botte [1].”

I Tschambuli, “Vi erano forti differenze fra i ruoli assegnati ai due sessi. Ma […] questi ruoli erano esattamente opposti a quelli esistenti tradizionalmente in Italia o in altri paesi occidentali. Le donne erano dispotiche, pratiche, efficienti; gli uomini invece erano passivi, sensibili, delicati. Le prime svolgevano le principali attività di sussistenza, pescando, tessendo e commerciando. I secondi si dedicavano alle attività artistiche, all'organizzazione di feste e cerimonie, ad acconciarsi i capelli, a far pettegolezzi, soprattutto sulle donne. Essi erano inoltre particolarmente sensibili verso i bambini, i quali dedicavano tempo e cure [1].”


[1] Bagnasco, Barbagli, Cavalli, Corso di sociologia.
[2] Mead, Sesso e temperamento in tre società primitive.

Isabella

P.S.
Qui potete leggere alcune pagine del libro, Sesso e temperamento in tre società primitive, nella ristampa uscita nel 2009.
http://books.google.it/books?id=bSnp4Ge ... &q&f=false
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Re: Genere e cultura

Messaggio da barbara » domenica 25 agosto 2013, 22:31

Mi spiace che questo post sia passato inosservato perché lo trovo molto interessante. Credo che copierò quello che hai scritto e lo userò come arma segreta in una delle tante discussioni (inutili) che ho spesso con qualche uomo (o più raramente donna) riguardo ai ruoli maschili e femminili.
L'Italia è un paese assai maschilista , per cui la tesi secondo la quale i ruoli sono un prodotto culturale è per molte persone inaccettabile.
Certi uomini considerano queste idee ancora una minaccia, una specie di deriva che potrebbe annullare l'ordine "naturale" delle cose. Al contrario ritengo che uscire da questi ruoli sia un vantaggio non solo per la donna, ma anche per l'uomo . Saremmo degli individui migliori se potessimo essere noi stessi al di là delle costruzioni che abbiamo prodotto intorno alle identità di genere.

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progettogayforum
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Re: Genere e cultura

Messaggio da progettogayforum » domenica 25 agosto 2013, 23:05

Riporto qui di seguito un brano della Casti connubii di Pio XI, in cui si definisce la posizione della chiesa di fronte all'emancipazione femminile. Chi ha orecchio per intendere intenda!

L'emancipazione della donna

75. Quegli stessi maestri di errori che offuscano il candore della fedeltà e della castità coniugale, facilmente scalzano altresì la fedele ed onesta sottomissione della moglie al marito. E anche più audacemente molti di essi affermano con leggerezza che quella è una indegna servitù di un coniuge al­l'altro: poiché i diritti tra i coniugi sono tutti uguali, ed essendo violati con la servitù di una parte, costoro bandiscono superbamente come già fatta o da procurarsi una certa " eman­cipazione " della donna. E questa emancipazione - dicono - deve essere triplice: nella direzione della società domestica, nell'amministrazione del patrimonio, e nell'esclusione e sop­pressione della prole; e la chiamano emancipazione " sociale ", " economica ", " fisiologica "; fisiologica in quanto vogliono che la donna, a seconda della sua libera volontà, sia o debba essere sciolta dai pesi coniugali, sia di moglie, sia di madre (e che questa, più che emancipazione, debba dirsi nefanda scelleratezza, già abbiamo sufficientemente dichiarato); eman­cipazione economica, in forza della quale la moglie all'insaputa e contro il volere del marito, possa liberamente avere, trattare e amministrare affari suoi privati, trascurando figli, marito e famiglia; emancipazione infine sociale, in quanto si rimuo­vono dalla moglie la cura domestica sia dei figli come della famiglia, affinché, mettendo questa da parte, possa assecon­dare il proprio genio e dedicarsi agli affari e agli uffici anche pubblici.

76. Ma neppure questa è vera emancipazione della donna, né è la ragionevole e dignitosa libertà che si conviene al com­pito cristiano e nobile di donna e di moglie; ma piuttosto è corruzione dell'indole femminile e della dignità materna e perversione di tutta la famiglia, in quanto il marito resta privo della moglie, i figli della madre, la casa e tutta la famiglia della sua sempre vigile custode. Che anzi questa falsa libertà e innaturale uguaglianza coll'uomo torna a danno della stessa donna; giacché, se la donna scende dalla sede veramente re­gale, a cui, tra le domestiche pareti, fu dal Vangelo innalzata, presto ricadrà nella vecchia servitù (se non di apparenza, certo di fatto) e ridiventerà, come nel paganesimo, un mero oggetto dell'uomo.

77. Quell'uguaglianza poi di diritti, che tanto si esagera e si mette innanzi, deve riconoscersi in tutto quello che è proprio della persona e dignità umana, e che consegue dal patto nuziale ed è insito nel matrimonio, dove certo, l'uno e l'altro coniuge godono perfettamente dello stesso diritto e sono legati da uno stesso dovere; nel resto deve esservi una certa differenza che è richiesta dal bene stesso della famiglia e dalla doverosa unità e fermezza dell'ordine e della società domestica.

78. Tuttavia se in qualche luogo le condizioni sociali ed economiche della donna sposata debbono mutarsi alquanto per le mutate consuetudini e usi della convivenza umana, com­pete al pubblico magistrato adattare alle odierne necessità ed esigenze i diritti civili della moglie, tenuto conto di ciò che è richiesto dalla diversa indole naturale del sesso femminile, dall'onestà dei costumi e dal comune bene della famiglia; purché l'ordine essenziale della società domestica rimanga in­tatto, in quanto fu istituito da un'autorità e sapienza più alta della umana, cioè divina, e non può cambiarsi per leggi pub­bliche o per gusti privati.

PIO XI Casti connubii 31/12/1930

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