omophobia

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omophobia

Messaggioda 875 » lunedì 2 giugno 2014, 14:20

Tratto da internet.

Se consideriamo l'omofobia come un continuum multidimensionale, che comprende cioè le credenze, gli atteggiamenti e i comportamenti individuali ma anche le pratiche sociali e le rappresentazioni culturali rispetto all'omosessualità, possiamo analizzarla in 4 forme principali in continua interazione tra loro: intraindividuale, relazionale, istituzionale e culturale.

Livello intraindividuale

L'omofobia intraindividuale si riferisce alle rappresentazioni interne che le singole persone hanno delle identità e dei comportamenti non eterosessuali (gli stereotipi) e delle credenze sulle persone glbt (i pregiudizi).
Gli studi in questo ambito evidenziano una sensibile differenza di genere: di solito sono gli uomini eterosessuali ad esprimere livelli più alti di pregiudizio antiomosessuale rispetto alle donne. La principale spiegazione fa riferimento alla costruzione sociale nella società occidentale di ciò che è considerato maschile e cosa femminile, concepite come categorie discrete e opposte. Questa contrapposizione netta conduce all'equazione non mascolino = effemminato = gay, e quindi mascolinità e omosessualità appaiono antitetiche. Il pregiudizio servirebbe così a mantenere una maggiore distinzione rispetto alle donne e agli omosessuali (perchè bisogna essere un "vero uomo"), preservando l'immagine di sè e la propria autostima.
Un altro elemento che spiega il legame tra genere maschile e omofobia risiede nella gestione del potere. Per mantenere i propri benefici di status sociale più elevato, gli uomini tendono a precludere l'accesso al sistema gerarchico alle donne e ai gay. In questa prospettiva la concezione tradizionale dei generi, considerati come distinti e contrapposti, evidenzia come il pregiudizio antigay negli uomini eterosessuali abbia una funzione prevalentemente difensiva e socio-espressiva della propria virilità.
Altre caratteristiche individuali collegate all'omofobia riscontrate nelle ricerche sono: il grado di conoscenza e familiarità con persone gay e lesbiche, l'età (le persone anziane tendono ad avere maggiori pregiudizi), il basso livello d'istruzione, la visione rigida e negativa della sessualità e credo religiosi integralisti.
Va aggiunto inoltre che il pregiudizio antigay è cambiato nel tempo: nel passato era basato soprattutto sulla condanna morale e religiosa, sulla diagnosi psicopatologica, sulla rigida aderenza a parametri di "normalità".
Il pregiudizio moderno si manifesta invece anche in modo più sottile e sfumato. Si basa per esempio sull'impressione che le persone glbt attribuiscano troppa rilevanza alla loro condizione (contribuendo alla loro ghettizzazione), minimizzando la discriminazione nei loro confronti (come se fosse una questione ormai superata, del passato), considerando le richieste di cambiamento dello stato attuale (ad esempio il riconoscimento delle unioni civili) come non necessarie.
La tipica frase è: "Non ho nulla contro i gay, però ... non devono ostentarlo/non possono pretendere di sposarsi (o avere figli)/non possono parlare solo di quello/ mi devono stare lontano".
Il pregiudizio moderno si esprime dunque indirettamente e non mette più tanto in dubbio l'essere gay o lesbica in sè, ma la loro possibilità di vivere le relazioni al pari degli eterosessuali, in termini di visibilità e riconoscimento sociale.

Livello relazionale

Le forme dell'omofobia nelle relazioni con gli altri variano da quelle più esplicite e dirette a quelle più ambigue e indirette.
Tra le prime e più evidenti ci sono le aggressioni fisiche, le violenze e il bullismo omofobico, che secondo alcune statistiche risultano sensibilmente in aumento.
La violenza non è solo fisica, ma può essere anche verbale. Le battute sui gay o le parole "frocio" e "finocchio" sono comunemente usate per offendere, anche al di là dell'effettiva appartenenza dell'oggetto d'insulto ("Non fare il frocio").
Un'altra forma, meno diretta, di omofobia nelle interazioni personali è l'evitamento: si evita di frequentare persone glbt, si evita di pronunciare le parole "gay" e "lesbica" preferendo invece espressioni come "le persone così", "quelli dell'altra sponda", "certe tendenze", oppure si sceglie di utilizzare "amico/a" per riferirsi al proprio compagno/a dello stesso sesso. Si tratta di evitamenti molto spesso inconsapevoli, che emergono automaticamente e che rivelano una dimensione tacita e profonda di omonegatività che filtra dalla nostra cultura (ed è interiorizzata da gay e lesbiche stessi) e che influenza le relazioni interpersonali.

Livello istituzionale

Il concetto di omofobia istituzionale si riferisce ai modi in cui le istituzioni pubbliche (il governo, la chiesa, la scuola, le istituzioni militari, le organizzazioni sportive) tracciano una differenza tra le persone sulla base del loro orientamento sessuale. È il caso della discriminazione normativa (spesso indiretta), un tipo di trattamento differenziato basato su modelli di superiorità socialmente condivisi.
Nella maggior parte delle organizzazioni è una regola tacita, raramente dichiarata: le persone glbt sentono che è meglio non rivelare il proprio orientamento, pena l'emarginazione e la discriminazione. È il caso del mondo dello sport (per esempio il calcio), dove si può mettere a rischio la propria carriera o incolumità fisica.
O in ambito militare, l'esclusione della visibilità è diventata persino una regola scritta (negli USA la legge denominata "Don't ask, don't tell" approvato da Clinton e poi abrogato da Obama).
Infine l'omofobia istituzionale si traduce nel non riconoscimento giuridico (e quindi sociale) delle persone glbt, che incide negativamente sul loro benessere psicologico. È il caso dei figli che hanno genitori dello stesso sesso: il genitore non biologico non è riconosciuto dalla legge italiana, in barba al principio della tutela dell'interesse primario del minore.

Livello culturale

A livello più ampio la nostra cultura è imbevuta di omofobia in diversi modi e gradi. Come abbiamo visto, l'assunto di partenza è che l'eterosessualità è separata e distinta dall'omosessualità e che la prima è la norma: gli omosessuali sono quindi gli "altri", quelli diversi.
La cultura, specialmente quella italiana, relega gli orientamenti non eterosessuali nell'oscurità: l'importante è che non se ne parli, sono questioni private. Basti pensare all'ipocrisia rintracciabile in opinioni diffuse come "Fai quello che vuoi, basta che non si sappia" oppure "Che bisogno c'è di dire ciò che fai a letto?".
L'omosessualità rimane così un tabù, pressata al silenzio, confinata nell'indicibile, insieme alla sessualità tout court peraltro.
Questo silenzio culturale si traduce in scarsità di modelli positivi nei media e da un lato induce le persone glbt a nascondersi, a rimanere invisibili, dall'altro la maggior parte di quelle eterosessuali non prende familiarità con loro, alimentando così stereotipi e pregiudizi.
Cambiare è difficile

Non cambiare è impossibile

Nel cambiare, ti ferisci, rimarrai ferito, rimarrai segnato e non potrai farne a meno

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Re: omophobia

Messaggioda barbara » mercoledì 4 giugno 2014, 18:26

questo scritto è molto utile, soprattutto per individuare l'omofobia strisciante e nascosta. Ricordo che anche in tema di sessismo (detto abitualmente maschilismo) c'è una distinzione fra la sua forma più tradizionale e quella meno manifesta, che comunque tende a legittimare la supremazia del maschio.
Nella forma più nascosta la donna è considerata elemento debole, una creatura da proteggere e venerare. Contrariamente a quanto si possa pensare anche questo è maschilismo.
Allo stesso modo è omofobia anche negare l'esistenza della discriminazione oppure mettere sulle spalle delle persone omosessuali la responsabilità di non "provocare" o "rendere troppo evidente" la loro diversità.
Penso che sia giusto chiamare le cose col loro nome e non fare troppi sconti su queste questioni. L'ipocrisia non paga mai.

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Re: omophobia

Messaggioda progettogayforum » giovedì 5 giugno 2014, 2:32

Veramente un gran bella analisi, chiara e densa di contenuti!!


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