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 Oggetto del messaggio: IL NIDO DI VALSIGIARA
MessaggioInviato: domenica 1 maggio 2011, 13:13 
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Ho ricevuto ieri da Hugh un bellissimo romanzo che pubblico con estremo piacere nella nuova sezione di “Romanzi e Racconti” di Progetto Gay. La lettura mi ha tenuto incollato al video per alcune ore. Si tratta di un’opera che oltre ad avere un indubbio valore letterario, rappresenta un documento prezioso circa la vera vita dei gay.

Ringrazio di cuore Hugh. Pubblico il romanzo nel Forum per singoli capitoli (perché un singolo post non potrebbe contenerlo per intero. Il romanzo intero sarà pubblicato anche sul sito Google di Progetto Gay e sui blog principali.


Ogni riferimento a persone o fatti realmente accaduti è puramente casuale


IL NIDO DI VALSIGIARA

30 Aprile 1986
PIER UGO Bensa


La campanella della terza ora suonò mentre i ragazzi erano ancora immersi nello sfogo della ricreazione. La maggior parte di loro era nei corridoi o fuori, nel parco che circondava la scuola, dove quei quindici minuti di libertà tra una lezione e l’altra si potevano consumare nelle prime settimane dell’anno scolastico, sempre più di rado nel passaggio tra il freddo gentile dell’autunno e quello rigoroso dell’inverno, e poi adesso, a primavera, fino allo scoccare delle attese vacanze. Uno studente della V ginnasio, rimasto seduto nel banco in terza fila della classe che frequentava da quell’anno, ingoiò l’ultimo boccone del suo panino. A piccoli morsi, lo aveva mangiato senza particolare appetito. Fece una palla della carta e la lanciò verso il cestino vicino alla porta d’ingresso, mancandolo. La traiettoria del proiettile fu seguita da un suo compagno che, per primo, stava rimettendo piede in classe.
“Che mira penosa, Ugo!” disse il ragazzo con disprezzo, scuotendo il capo. Il resto della classe entrò a valanga, l’insegnante di matematica si era già materializzato in fondo al corridoio, munito di registro. In un attimo, ognuno cercò di guadagnare il proprio posto. Il professore entrò con decisione dopo pochi secondi e si installò alla cattedra, aprendo immediatamente lo strumento di carta dalla copertina blu che aveva con sé. Notò con stizza che due o tre di quelli che avrebbe voluto interrogare erano assenti e cominciò a far soffrire chi sapeva di poter essere chiamato alla lavagna.
“Dovreste alzarvi e venire spontaneamente, senza neppure farvi chiamare” sibilò un po’ fra sé, ma con l’intenzione di farsi sentire. Nell’aula, era sceso il silenzio tombale tipico di frangenti simili. Il prof. Duranti, scorrendo i nomi, si accorse che Pier Ugo Bensa non era stato ancora interrogato dall’inizio del trimestre. Un accesso di bontà si impadronì di lui e pronunciò il nome dell’alunno più diligente; all’udirlo, i suoi compagni trassero un sospiro di sollievo: se ne rese conto anche il professore, che si compiacque della propria buona azione con un sorriso benevolo all’indirizzo di Bensa, già prossimo alla cattedra e serio in volto. Sì, non aveva per niente voglia di rischiare un’ora di nervoso a interrogare i mediocri nella materia, almeno quel giorno. Pier Ugo lo avrebbe rimesso di buon umore. Arrivato dal liceo scientifico, che aveva frequentato l’anno precedente, si era distinto bene in tutte le materie della V ginnasio, recuperando anche l’anno di greco. In matematica, poi, dava dei punti a tutti, grazie anche al programma meno impegnativo rispetto allo scientifico. Era il pupillo di Duranti, e Duranti lo indicava come esempio ai compagni. Una classe dove l’elemento maschile era preponderante, dieci ragazzi e sei ragazze.
“Bene, Pier Ugo, risolvimi questa equazione commentando a voce alta i passaggi”. Il giovane raccolse il gesso e trascrisse sulla lavagna l’esercizio che l’insegnante gli aveva indicato porgendogli uno dei libri che recava sempre con sé, diversi da quello di testo; prese poi a risolvere l’equazione, senza incontrare difficoltà, ma fermandosi brevemente a ragionare e motivando le fasi della risoluzione. Duranti annuiva, ora rivolto a lui, ora alla classe, con espressioni del volto in segno di approvazione o che volevano significare “avete visto come si fa?”. Continuò l’interrogazione formulando varie domande, alle quali l’allievo prodigio rispose con sicurezza e illustrando le opportune dimostrazioni alla lavagna. La sua voce era di quelle delicate e quasi carezzevoli, certo non una voce da “macho”, ma neppure effeminata, né lo erano i suoi modi. Le professoresse lo adoravano, come una madre adora un bravo figliolo che la riempia di soddisfazione. Tale predilezione da parte del corpo insegnante femminile poteva trovare una spiegazione nella bellezza del rampollo della famiglia Bensa. I capelli castano chiari, gli occhi grigio-celesti, il volto dai bei lineamenti regolari, la pelle priva di acne giovanile, il corpo proporzionato, né magro, né robusto, alto ma non altissimo. Da far svenire le ragazze più romantiche e da far bisbigliare le più smaliziate della scuola, se solo Ugo fosse stato appena più intraprendente con il gentil sesso. L’interrogazione si concluse con il controllo dei compiti a casa, naturalmente eseguiti senza errori da Ugo, così come Duranti ebbe modo di verificare rispetto alle difficoltà incontrate, invece, da metà della classe.
La prima mezz’ora era trascorsa, il prof rimandò Ugo a posto e si rese conto che sarebbe stato il caso di spiegare ancora quel che i ragazzi non avevano assimilato bene nelle lezioni precedenti. Giusto il tempo di arrivare alla campanella delle undici, che sanciva il riacquisto della…libertà, almeno due volte alla settimana, il mercoledì e il venerdì, giorni in cui alla quarta ora era prevista la lezione di educazione fisica.
“Ugo, meno male che ci sei tu!” gli disse Giovanna, voltandosi verso di lui.
“Se si desse un po’ una mossa anche quando siamo in palestra, però, sarebbe meglio”, le replicò Matteo, che aggiunse, rivolto a Ugo con una specie di ghigno: “Adesso arriva anche per te, l’ora di sofferenza, eh?”.
La ginnastica non era il forte di Ugo, no. E con questo, erano pari, lui e gli altri. O meglio, avrebbe voluto fosse così.
Lui non si divertiva a schernirli per la loro mediocrità in questa o in quella materia; per contro, i suoi compagni, oltre ad avvantaggiarsene e a sfruttare la sua bravura generale, non per questo evitavano di riprenderlo per la sua “interezza” a calcio piuttosto che a basket o nel salto in alto.
D’accordo, i tizi talora sgradevoli erano solo due o tre, ma essendo i più arditi riuscivano in qualche occasione a trascinare nel dileggio pure i ragazzi e le ragazze più tranquilli. E tuttavia, niente a che vedere con l’inferno dello scientifico, l’istituto di città che Ugo aveva voluto abbandonare a tutti i costi.
Invano i suoi avevano chiesto perché e percome, Ugo era riuscito a mascherare il vero motivo della sua irrevocabile decisione di passare al liceo classico di provincia.
Dopo pochi giorni nella nuova scuola, a settembre, qualche cenno di presa in giro spuntò anche lì, ma rispetto all’esperienza lasciata alle spalle era come mettere a confronto il giorno e la notte.

Mentre stavano scendendo in palestra, attorniato dai compagni scalmanati, Ugo era pensoso come al solito. Non ce la faceva a fingersi felice: forse, se avesse avuto un’ottima capacità di dissimulazione anche in quello, sarebbe stato benissimo, non bene, in mezzo a quei suoi nuovi compagni, tutt’altro che malvagi. Normalissimi, vivaci, troppo vivaci per Ugo.
“Ugo, si gioca al pallone! Tu stai in porta e ti sfondiamo!” gli urlò addosso Lorenzo facendosi una gran risata insieme alla sua combriccola.
“Ma cosa ne sapete di quel che ci fa fare il prof, scusa?” rispose piano Ugo.
“Glielo abbiamo chiesto stamani all’ingresso, ha detto che va bene”.
“Forza, allora, muovete il culo!” canterellò Matteo.
La giornata era finalmente bella; quel mese, non aveva fatto altro che piovere e in certi giorni il freddo era stato praticamente di stampo invernale.
Il desiderio di stare all’aperto accomunava tutti gli studenti. L’insegnante di educazione fisica accolse i ragazzi con il fischietto in bocca e non ebbe bisogno di sollecitarli a cambiarsi alla svelta. Scivolò in un angolo dello spogliatoio anche Ugo. Pregustava il piacere di gironzolare per il campo, sotto il sole e all’aria buona, ma il pezzo da pagare era la partita a pallone…e con quelli di un anno più grandi della I liceo, per giunta, fra i quali non mancavano soggetti detestabili. Si sarebbe messo volentieri a riposo, ma non poteva eccedere: oggi, gli toccava e basta.
Si spogliò dei vestiti e indossò la tuta senza proferire verbo né osservare gli altri, che invece parlavano senza sosta commentando risultati sportivi e facendo apprezzamenti sulle ragazze.
“A me piace un casino la Lucia, me la farei” sentì ad un certo punto dire da uno dei ragazzi della prima.
“Attento a non scandalizzare il signorino”, fece di rimando uno dei suoi compagni, alzando la voce; seguì la risata di quelli che avevano inteso.
Ugo uscì, tra i primi ad essere pronto, per godersi qualche minuto prima del match.
Il prof urlò di sbrigarsi e allora tutti scattarono fuori in pochi secondi, dieci contro dieci.
Ugo fu designato portiere. Si permise delle rimostranze, ma il prof non volle sentire ragioni.
“Ugo, devi sforzarti! Non preoccuparti, qui siamo a lezione, non deve vincere per forza la tua squadra. L’importante è che ti scanti tu, chiaro?”.
Cribbio, ma si erano coalizzati, compagni e prof contro di lui?
L’incontro iniziò, le palle volavano da destra e da sinistra e ben poche Ugo riuscì a pararne.
Le squadre erano miste, con elementi della V ginnasio e della I liceo in entrambe. La squadra di Ugo, dopo mezz’ora, era sotto di tre goal, non perché gli attaccanti non realizzassero, ma perché il portiere dell’altra squadra, Leonardo, neppure lui un atleta, se la stava cavando meglio di Ugo nelle uscite. Ugo temeva lo scontro fisico, era impacciato nei movimenti e non sapeva buttarsi a terra. Qualche risata e commento poco benevolo sottolineò la sua performance. Il professore, che fungeva da arbitro, lo esortava, gli dava suggerimenti e lo incoraggiava. Al cospetto dei buffi movimenti di Ugo, però, verso la fine dell’ora e della partita, si lasciò sfuggire un apprezzamento poco degno del suo ruolo di educatore. I più tremendi ci andarono a nozze negli spogliatoi. Quel giorno, Ugo non si salvò proprio. Il professore si rese conto del proprio errore, ma non andò a scusarsi con lui. In fondo, la vita doveva abituarlo al fatto che non tutte le situazioni sono ideali, che bisogna anche lottare e stringere i denti.
Compagni e non furono più duri del solito con Ugo: secondo loro, non si era impegnato e lo sfogo dello stesso prof ne era la prova.
“La prossima volta riprova con un altro ruolo, dai!” gli fece uno dei ragazzi di prima per tendergli una mano in mezzo all’assedio.
“E’ già tanto che non si sia messo a frignare” brontolò Lorenzo, spalleggiato da altri che mugugnavano.
Ugo uscì senza dire ciao e tornò a casa, guardando lungo il tragitto quasi sempre per terra. Era triste, ma non versò una lacrima. Era abituato ad un ambiente molto più ostile. Finora, nessuno dei suoi compagni della nuova scuola lo aveva mai offeso. Il primo a farlo, quel giorno, era stato un suo insegnante.



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 Oggetto del messaggio: Re: IL NIDO DI VALSIGIARA
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5 Giugno 1986 – fine anno scolastico
Campionati del mondo di calcio - Messico


Il soggiorno di casa Bensa era pieno di adolescenti su sedie e sgabelli o sul tappeto, chi comodamente sprofondato nel divano o in poltrona. A Ugo non piaceva giocare, ma seguiva volentieri le partite, specie quelle della Nazionale. Erano i primi giorni di vacanza, ma nonostante l’estate alle porte, il tempo si era rimesso al brutto e faceva pure freddo. In montagna, ricomparve la neve. C’entrava forse l’incidente di fine aprile a Chernobyl? si chiedeva la gente. Il caldo era scoppiato in maggio dopo il tempo pessimo dei mesi invernali e di aprile, ed ora la stagione tornava sui propri passi. In attesa che avesse inizio l’incontro tra Italia e Argentina, l’argomento fu sfiorato. I ragazzi stavano volentieri in casa davanti alla TV, fuori sembrava ottobre. Tra il primo e il secondo tempo, Ugo uscì dal soggiorno per andare in bagno. I suoi compagni fecero onore allo spuntino che aveva preparato sua madre. L’ingegner Bensa, grande tifoso dell’Inter, si mise a prendere in giro gli juventini e i milanisti tra i compagni del figlio.
La situazione, a scuola, era migliorata. Un ragazzo eccezionale e dal cuore d’oro come Pier Ugo non poteva che accattivarsi le simpatie di tutti. Resistevano alcuni attriti, ma cose di ordinaria amministrazione fra ragazzi, comuni ad ogni scuola..
Anche il prof di educazione fisica aveva avuto un colloquio privato con Ugo e si era detto dispiaciuto dell’accaduto. Ugo gli aveva risposto “non parliamone più”. Si era ben guardato di lagnarsene con i suoi, del resto.

Ugo tardava ad uscire dal bagno, si era messo a leggere le barzellette su una rivista di enigmistica dei suoi, posata sulla lavatrice.
“Ugo, dài, sta per ricominciare la partita!”. La voce di Riccardo attraverso la porta lo richiamò al presente e si precipitò fuori.
“Devo vuotare anch’io, sai! L’hai fatta lunga…ma ti stavi toccando??” si sentì dire con un tono di voce più basso e dallo sguardo complice di Ric, il ragazzo con cui aveva legato di più negli ultimi mesi.
“Non dire fesserie, stronzo”!
“Come sei sboccato, stasera! Quando sei arrivato, certe parole non erano nel tuo vocabolario; ti abbiamo rovinato, mi sa!”.
“Pensa a non farla fuori o sulla tavola e a tirare lo sciacquone, piuttosto”.
Ric raggiunse in un minuto il proprio posto, una sedia accanto a quella di Ugo, dietro il divano. Gli altri otto compagni erano seduti davanti, i due più vicini al televisore pareva volessero entrare nello schermo ogniqualvolta gli azzurri conducevano azioni che potevano sfociare in una segnatura. L’ingegner Bensa non era da meno.
Ugo e Ric si erano abbracciati e “dati un cinque” in concomitanza del goal italiano, segnato da “Spillo” Altobelli al 6’ del primo tempo. Ad entrambi piaceva quell’intimità, seduti vicini, le gambe vestite di jeans che più volte si erano sfiorate. Ric si accorse quella sera che ciò che provava per Ugo era attrazione fisica, non poteva più negarlo a se stesso.
Confuso, confidava che fosse solo una infatuazione passeggera. Aveva letto che poteva capitare nell’adolescenza, prima dell’interesse definitivo ed unico che avrebbe provato per le ragazze. Per il momento, però, non era così. Ed aveva compiuto ormai sedici anni. Alle medie, gli era già successo nei confronti di un suo compagno; ora, alle soglie del liceo, si sentiva conquistato dal fascino di Ugo. Si rese conto di aver perso contatto con il campo di Puebla; doveva immediatamente rientrare “in partita” o avrebbero capito che in lui c’era qualcosa che non andava.
L’incontro si chiuse sull’1 a 1, già raggiunto nella prima frazione di gioco grazie alla segnatura di Maratona.
Si festeggiò comunque con il gelato e un poco di spumante; c’era da celebrare, del resto, pure la promozione di tutti alla I liceo!
“Perché non hai invitato anche le ragazze?” venne fuori a dire all’improvviso Lorenzo, davanti a tutti.
Ugo arrossì lievemente e si giustificò: “Che palle, ma gliene frega dei Mondiali, a quelle?”.
“Alla Giovanna sì, ma poi anche le altre, ti credi che il calcio non lo seguono per niente? Sono più interessate ai calciatori che al gioco, ma …è natura, no?” rispose pronto Lorenzo.
Ric fissò Ugo, veloce anche questa volta nella risposta “Beh, casa mia è grande, ma…insomma non ci ho pensato”.
“E sei il solito ingenuo, se venivano anche le tipe, potevamo abbracciarcele un po’! soggiunse Matteo, per nulla inibito dalla presenza dei genitori di Ugo. L’ingegner Bensa la prese nel verso giusto, diede una pacca sulle spalle di Matteo e “Bravo!” gli replicò, “insegna ai tuoi amici come si fa con le donne, a Ugo per primo!”. Ugo si fece terreo in volto, ma parò la passata. Suo padre scherzava e si faceva benvolere dagli ospiti… ‘ottima mossa, papà!’ pensò.
La scolaresca si sciolse, qualcuno inforcò la bici, altri se ne andarono a piedi.
“Mamma, accompagno Ric per un pezzo” disse Ugo uscendo.
“Buonanotte, e grazie di tutto”, fu il saluto di Ric ai genitori di Ugo.
“Ciao, Riccardo, vieni quando vuoi, ci fa sempre piacere. Buonanotte”.
“Alla prossima, allora. Di nuovo”.
I due ragazzi presero il viottolo più lungo per non arrivare subito al cancello.
Ric era combattuto: voleva parlare a Ugo di quello che sentiva dentro. Aveva una paura boia, ma allo stesso tempo la confidenza che ormai aveva con il suo amico lo induceva a fidarsi, a non temere prese in giro, ricatti o chissà che altro. Non da uno come lui, l’amico del cuore…del cuore in tutti i sensi! E poi, lo sentiva ‘vicino’, complice: perché, per tutta la sera, egli non si era ritratto quando i loro corpi si erano toccati o anche solo sfiorati? Forse anche Ugo avrebbe voluto parlare, ma non trovava il coraggio. Uno dei due doveva farlo. E’ vero che Ric non era mai stato in prima fila a fargli i dispetti dei primi tempi, ma non l’aveva mai difeso una volta, aveva riso degli scherni per non destare sospetti, e ora stava per…. Basta! Stasera o mai più.
“Ugo, scusa se prima ti ho dato del segaiolo!”
“Oh, sei in vena di gentilezze, stasera. Lascia stare, io non ricordo niente”.
“Ma io sì. E poi, scusa, masturbarsi ogni tanto, forse, capita a più di un ragazzo, magari anche a te”.
Ugo tacque, senza negare e senza entrare in argomento.
“Io non riesco a non toccarmi. E’ grave, secondo te?”
“Ma piantala! Cosa ti prende, si può sapere? Stai sereno, sono cose dell’età!”.
“Però non me lo dici, vedi, se anche tu…. Senti, Ugo, tu ce l’hai un segreto? Io sì.
Se ti dico il mio, tu mi dici il tuo? Per essere ancora più amici, qualcosa che ci porteremo fino alla tomba, di nostro e basta”.
“L’idea è intrigante. Mmm, vediamo….”
“Ma qualcosa di veramente importante, mica dei segreti scemi!”.
“Coraggio, allora, sentiamo il tuo, per capire cosa intendi”.
“Ugo, se te lo dico…non mi prendi in giro, e poi anche tu sputi il rospo, vero?”.
“Ok, ok, calmati e spara pure”. I suoi occhi chiari e sinceri fissarono quelli scuri di Ric e quest’ultimo si sentì pieno di fiducia davanti all’amico così bello e sorridente.
Ugo si aspettava che Ric gli confessasse la cottarella per una delle ragazze, probabilmente non corrisposta e che faceva soffrire il suo amico.
Non aveva neppure vagamente pensato a quello che gli avrebbe confidato come suo segreto, quando le parole di Ric risuonarono al suo orecchio, biascicate mentre si erano fermati e non si udiva più il rumore del ghiaino mosso dai passi dei due ragazzi.
“Ugo, Pier Ugo, io…credo di avere un debole per te e…”.
Ugo rimase pietrificato, i suoi occhi negli occhi di Riccardo. Aveva capito benissimo, non avrebbe fatto il finto tonto. Ric era lì, sul suo volto un tenue sorriso stava per essere sostituito da uno sguardo smarrito, di chi prende coscienza di averla combinata grossa.
Ugo si rimise a camminare, muto, sguardo rivolto a terra. Ric, spaventato e bianco come la luna che era apparsa tra le nubi diradatesi, inseguiva l’amico, di fianco, certo di essersi rovinato per sempre.
“Ugo, parla, dimmi qualcosa! Hai capito cosa ti ho detto? Io non so, forse hai frainteso…”. Stava già cercando una scappatoia, per limitare i danni. I pensieri gli affollavano la mente, si stava chiedendo se non fosse stato meglio spiegarsi e ritrattare.
Ugo uscì dal cancello, attraversò la strada, in direzione del centro. Ric attraversò disperato, appena prima che sopraggiungesse un’automobile.
“Non dire altro, Ric, io so mantenere un segreto. Però non l’avrei mai detto che tu fossi dell’altra sponda”. Dire queste cose gli costava, come gli costava! Ric aveva visto giusto, anche Ugo sentiva qualcosa del genere per l’amico, ma non aveva nessuna intenzione di confessarglielo. E poi era confuso, chissà: magari non era niente di speciale, solo un attaccamento verso il compagno con cui aveva fatto più amicizia e con cui passava più tempo. Tutto lì.
Ric continuava ad accampare scuse: “Forse mi sono spiegato male, ascoltami…e fermati, dài!”
Ugo si fermò, riprese a camminare più lentamente mettendo un braccio intorno al collo di Ric.
“Ric, non hai nulla da nascondere, ormai ti sei confidato con me…se non fossi un buon amico, me ne sarei già tornato verso casa. Invece sono qui, non ti abbandono dopo una delusione che per te non può che essere bruciante. Ora capisco perché per tutta la sera non hai fatto altro che strofinarti!”
“Già, e tu sembravi starci, stronzo!”
“Via, era il momento, la serata particolare, la goliardia, la partita!”
“Devo stare zitto che, se non altro, l’ho detto a te… Io di te mi fido, Ugo, non andrai a sputtanarmi in giro, vero?” chiese con occhi supplichevoli.
“Se lo facessi, sarei un gran bastardo. Tu non temere, non ti tradirò. E sei anche fortunato, ché non si vede proprio che hai certe inclinazioni!”.
“Hai ragione. Quando vedo ragazzi effeminati che non possiedono neppure la più tenue delle maschere, sto male per loro, mi sento rivoltare tutto dentro, è più forte di me”, sbottò Ric quasi commuovendosi fino alle lacrime”.
“Ti capisco”, si espose a dire Ugo stringendo Ric più forte con il braccio destro.
“Sei un vero amico, forse ho fatto male a provarci, ma ero così sicuro…scusami ancora, la solitudine fa brutti scherzi. Pensavo che in due avremmo potuto affrontare meglio il peso di questa condizione”.
Ugo si sentì trafiggere deliziosamente da queste ultime parole, ma doveva essere forte. Arrivò perfino a pensare che quella di Ric potesse essere tutta una finzione, architettata magari con gli altri compagni, per metterlo alla prova. Sentì fortissimo il peso della vita che gli si parava davanti. Si irrigidì e lasciò la stretta alla spalla del suo compagno. Erano ormai arrivati nella piazza dove abitava Ric, e i due si separarono mentre l’orologio batteva la mezza. Si strinsero la mano.
“Allora d’accordo”, disse per primo Ugo con fare misterioso “silenzio di tomba!” e sorrise in un modo tale da rassicurare Ric, che per ringraziarlo lo abbracciò forte. Ugo ricevette quel segno di affetto al colmo della felicità e sentendosi un piccolo eroe.
“Ciao, sei un vero amico” ebbe ancora voglia di dire Riccardo.
Ugo si allontanò mani in tasca, con il suo segreto intatto. Ric si era dimenticato di chiederglielo.



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GABRIELE Rinaldi (Lele)
7 Maggio 1986


Chino sul foglio protocollo, Gabriele Rinaldi stava cercando di rendere al meglio la versione di latino del penultimo compito in classe dell’anno.
Era difficile, cazzarola se lo era! La guardia spietata del professor Bardi non aveva permesso il passaggio di informazioni da un banco all’altro. Come se non bastasse, aveva distribuito due versioni diverse, a file alternate, per scoraggiare la copiatura.
“Enrico, guarda sul tuo banco”, disse al ragazzo che sedeva dietro a Gabriele. Era il segnale convenuto. Enrico era nei guai e Lele doveva aiutarlo, in un modo o nell’altro. L’impresa già non era da poco, ma quando l’insegnante si piazzò a meno di un metro dai due divenne disperata.
La campanella suonò, fra i gemiti di una parte non minoritaria della classe, diciotto fra ragazzi e ragazze. Undici femmine e sette maschi costituivano la II B del liceo scientifico Malpighi. Bardi ritirò i compiti e fuggì diretto in un’altra classe.
Enrico raggiunse Gabriele con un colpo di riga da disegno in testa. “Sei il solito cazzone! Non dài una mano neanche a morire, stronzo!”. Lele si riparò alla meglio, senza difese preventive, benché una reazione se l’aspettasse dal più tremendo dei suoi compagni.
“Secondo te, cosa potevo fare? Lo hai visto l’avvoltoio? Non ci ha mollati un secondo!”
“Culà, sei tu che non sei capace di farla mai da furbo, ti faresti scoprire da lui anche se fosse cieco e sordo!”.
“Basta, mi hai rotto”, fu la risposta piccata di Lele, che si girò di scatto alzandosi in piedi per fronteggiare Enrico.
“E cosa vorresti fare, ridicolo frocetto?” lo schernì di rimando l’altro, mostrando i pugni.
La prof di storia, anziana e al suo ultimo anno di insegnamento, si affacciò sulla porta nel momento in cui Lele prese dal banco di Enrico la sua riga da disegno e gliela spezzò davanti, con crack caratteristico.
“Rinaldi, ma che ti prende? Vuoi che ti metta una nota per cominciare subito bene l’ora?” starnazzò la donna con la sua voce petulante e penetrante.
“Lo so io, prof, lo so io cosa mi prende!” ebbe appena il tempo di urlare Lele prima di scoppiare in un pianto isterico. Non fu quella la peggiore delle angherie che Enrico e altri compagni lo costrinsero a subire, ma evidentemente fu la goccia che provocò il pandemonio.
I compagni cercarono di calmarlo, poi la signora Gotti lo mandò dal preside, visto che insisteva.
L’ufficio del preside era in fondo al corridoio. Non era la prima volta che Lele lo visitava per motivi simili.
Bussò e da dietro la porta la voce baritonale del dirigente scolastico rispose chiaro e forte “avanti”.
Entrò chiedendo permesso: “Ah, Rinaldi, sei tu. Vieni, vieni. Cosa c’è? Ti vedo male in arnese”.
“Prof, mi trattano come un cane, sono distrutto. Ce l’hanno con me, mi danno i nomi più offensivi…non riesco ad andare avanti, se non mi dà una mano… e con lei anche i professori!”.
“Cosa intendi per ‘darti una mano’?”.
“Lo sa benissimo”.
“Figliolo, il fatto che certi tuoi atteggiamenti infastidiscano i tuoi compagni è spiacevole, però devi provare a correggerti”.
“Ah, mi devo correggere io??”.
“Prova ad essere più uomo! Il tuo comportamento è a volte…infantile, te ne rendi conto?”.
“Ecco, sono io che mi comporto come un bambino…ho capito, siamo alle solite”.
Lele si alzò e uscì quasi sbattendo la porta. Percorse a lunghe falcate il corridoio ed entrò come una furia in classe, troncando la spiegazione della Gotti che stava parlando del Concilio di Nicea.
“Rinaldi, vuoi sederti e ascoltare anche tu?”.
“No, signora, me ne vado a casa”.
“Ti ha autorizzato il preside?”
“Sì, mi ha visto ‘male in arnese’, diciamo così”, replicò alla donna mentre scaraventava libri e quaderni nello zaino.
“La checca se ne va” scandì piano dietro di lui Enrico, rivolto al vicino di banco a destra.
“Proprio così, la checca se ne va!” ribadì Lele a voce alta, facendo trasalire la povera signora Gotti che cercava di raccapezzarsi in quel linguaggio.
Uscì furente come era entrato e sbatté la porta, guardando in faccia solo Monica, che invano stava abbozzando un sorriso.
“Ragazzi, mi rendo conto di quanta tensione c’è tra di voi. Perché Lele, un bravo studente, deve arrivare a questi punti? Fate uno sforzo, cercate di andargli incontro, lui è più maturo e più dotato di voi”.
“Là sotto, no di certo!” malignò Enrico a mezza voce, e qualcuno rise, ma ci fu chi gli rispose e gli tappò la bocca: “vorresti avercelo, come il suo!”. Era Monica.
La vecchia professoressa, incerta se avesse o no capito bene, si mise la testa fra le mani e poi concluse “Coraggio, torniamo all’imperatore Costantino!”.

Lele spalancò la porta di casa trafelato. Da scuola, era un quarto d’ora a piedi e poi salì le scale fino al terzo piano di corsa, dimenticando l’ascensore.
“Lele, ma ….sono le undici e venti! Cosa fai qui?” lo interrogò sua madre dando un’occhiata all’orologio appeso in cucina.
“Mi sono sentito poco bene…sono venuto via. Spero non sia influenza”.
“Aspetta, ti metto la mano in fronte… ma no, direi di no. Piuttosto, sei tutto sudato, ansimante…cosa è successo? Dici di sentirti poco bene, e arrivi a casa così?”
“In quella scuola di merda, io non ci metto più piede, è chiaro?!?”
“Oddio Lele, no, no, calmati e raccontami tutto”.
“Mi sfottono, lo sai!”
“Io e tuo padre andremo a parlare con il preside”.
“Vi prego, anche voi con il preside…sono io, sono soltanto io che devo sparire, non merito di vivere”.
“Ora basta, non posso accettare certi vittimismi. Sei tra i migliori della scuola, non puoi buttare via i tuoi risultati per quello che ti dicono”.
“Sai cosa mi dicono?”.
“Lo immagino, e per una madre - e ancor più per un padre, in questo caso – non è cosa piacevole”.
“Ecco che viene a galla tutto il vostro egoismo! Pensate solo a voi, a come ci state male voi!”.
“Pensiamo a te, invece, a come puoi uscire da questa situazione incresciosa!”
“Senti, mamma, io non devo uscire da nessuna situazione incresciosa come dici tu… e visto che l’ipocrisia trionfa fra queste mura, dico ora a te e fra poco lo dirò anche a papà che non ho nessuna intenzione di fare violenza alle mie inclinazioni, reprimendole come innominabili!”.
“Ecco i bei risultati dello studiare troppo! Te lo dico io cosa devi fare: ti devi correggere, assumere un atteggiamento e modi più maschili!”.
“Non ci penso neppure”.
“Ci penserà tuo padre a farti ragionare, dopo, vedrai!”.

Il signor Rinaldi, tipografo, arrivò puntuale a casa alle 12.40.
“Rita, ma è già in tavola? Non aspettiamo Lele?”
“Lele è già arrivato, Mario; si è sentito poco bene in classe”.
“Lele, cos’hai?” sussurrò a suo figlio disteso sul letto con gli occhi sbarrati e rivolti ad un punto del soffitto della camera.
“Ora ne parliamo a tavola, papà. Ma dovete avere pazienza e ascoltare senza interrompermi”.
“Va bene, vieni, su, che andiamo; è già pronto”.
“Papà, mamma, mangiamo in pace e ascoltiamo le notizie del telegiornale. La chiacchierata ce la facciamo davanti ad un buon caffè, ok?”
“Ma sì, dài Lele, che passa tutto!”
“No, no, dopo parliamo…”
“Va bene, intanto forza con i fusilli, che se no diventano freddi!”.
La TV diede le ultime notizie sul disastro di Cernobyl, che la famiglia Rinaldi seguì con apprensione.
“Rita, questa insalata sarà disseminata di radionuclidi…”
“Insomma, qui non si sa più cosa mangiare! Non l’ho comperata, viene dall’orto del nonno, era coperta”.
“Ah, Lele, avevi il compito di latino? Come è andato?”
“Uhm, era parecchio difficile, ma direi che me la sono cavata”.
“Quel Bardi, è proprio fissato! Ma sa di essere in uno scientifico e non in un classico, adesso, a insegnare? Potrebbe essere appena più di manica larga…bah!”
“Proprio lui, lo hai trovato!”.
Venne il momento del caffè.
“Allora, Lele, coraggio, sentiamo cosa c’è”, disse Mario Rinaldi in tono calmo e rassicurante.
“Ecco” fu la risposta di Lele, seguita da un lungo silenzio, durante il quale dovette chiamare a raccolta le proprie forze.
“Voi sapete di me, di come sono e di come sia preso in giro dai miei compagni”.
“Sì” risposero all’unisono fissando ognuno la propria tazzina di caffè.
“Il punto è: non è giusto che io mi debba adattare e fare violenza a me stesso, io sono così e basta. Tanto non cambio, né andando da preti né da strizzacervelli. E’ già abbastanza dura, intendo lottare e vivere la mia vita senza infingimenti. Che vi piaccia o no.
“Sono vostro figlio, mi volete bene…” esitò e si fermò a contemplare i genitori.
“Tutto il bene del mondo, Lele, e potrai sempre contare su di noi, finché ci saremo”.
“Vorrei che non vi sentiste in colpa, per me è importante. Io non mi sognerei mai di imputare a voi e a come mi avete cresciuto le mie inclinazioni”.
Marito e moglie si guardarono con un’espressione mesta, come se qualche volta il pensiero di una responsabilità più o meno indiretta fosse balenato nelle loro menti.
“Più di essere me stesso, non so cosa fare”.
“Lele, però cerca di dare ragione a tuo padre: sforzati di essere maschio il più possibile. Per la tua vita, per avere meno conseguenze spiacevoli. Vedrai che ce la fai”.
“Cavolo, non è che vado in giro con la gonna e con il rossetto!”
“Vorrei vedere anche questa! Mi riferisco ai tuoi interessi, a come ti muovi, alla tua voce…”
“La voce è così e me la tengo”.
“Lo so, ma nell’insieme puoi apparire meno femminuccia, se ti sforzi; almeno un tantino”.
“Prometto di sforzarmi, vi dimostrerò la mia tenacia”.
“Bravo, Lele, sei un vero uomo!” lo incoraggiò il padre con una pacca sulle spalle. Sua madre fece altrettanto con un sorriso.

Il mattino successivo, Lele tornò a scuola. Monica gli andò incontro appena lo vide spuntare dalle scale.
“Lele, ciao bello!” Gli diede un bacio sulla guancia, vicino alle labbra.
Monica era innamorata di Lele, non faceva caso alle sue mosse effeminate. Lo aveva visto al mare e in piscina, il suo corpo era atletico e da mozzare il fiato. Praticava nuoto e gli piaceva anche ballare. Per questo, andavano spesso in discoteca, ma in locali che era sempre lui a scegliere, dove sapeva che non avrebbe dato troppo nell’occhio.
Lele le sorrise e l’abbracciò forte: “sono tornato anche per te” e la guardò con i suo occhi scuri e il suo sembiante tenebroso.
“Wow, come sei macho, stamani” cinguettò la ragazza, piena di ammirazione.
“Ho deciso di seppellire il vecchio Lele e le sue smancerie”, recitò con la voce più bassa che potesse tirar fuori.
“Ma non esagerare, mi raccomando!” scoppiò a ridere Monica.



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MessaggioInviato: domenica 1 maggio 2011, 13:18 
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Ugo dalla I alla III liceo classico.

Gli anni del liceo trascorsero nel migliore dei modi. Ugo, alla vigilia della maturità, era un giovane sereno, serio, che sapeva divertirsi e che aveva imparato a convivere con la propria scarsa predisposizione all’attività fisica. Prof e compagni erano riusciti a coinvolgerlo con qualche progresso nelle partite a pallone, dalle quali non si tirava indietro nemmeno ai campeggi parrocchiali. Anzi, come animatore era solito proporre sempre ai suoi ragazzi, che avevano quattro-cinque anni, meno di lui, di giocare a calcio. Più per convenzione sociale che altro, frequentava una ragazza, anche se si trattava più di un’amicizia che di amore, a dirla tutta. Però ci stava provando.
Il triennio di Riccardo fu più duro, ma anche lui uscì dal liceo con un risultato discreto. Nell’estate del 1989, il segreto di quella sera di tre anni prima era custodito fedelmente da entrambi. Ugo ebbe tante volte la tentazione di rivelarsi, ma il suo carattere schivo, per nulla esibizionista, vinse sempre e mai nulla lasciò trapelare, mai fece un passo falso che potesse mettere una pulce nell’orecchio di Ric.
Si videro per l’ultima volta a settembre, prima dell’inizio dei precorsi universitari. Ric aveva deciso di non proseguire gli studi: sarebbe andato all’estero a lavorare nella ditta di un suo parente. Ugo si era invece già iscritto alla facoltà di lingue e letterature straniere di Pavia. Si salutarono nella tarda serata, davanti a casa di Ric, e non poterono non pensare al giugno 1986.
“Ugo, ti sono grato di quanto hai fatto per me. Puoi stare certo che non ti dimenticherò. Ci rivedremo, qualche volta?”.
“Voglio sperarlo, non vai mica sulla luna!”.
“Senti, ma come hai fatto a rimanermi amico sapendo che io nutrivo nei tuoi confronti qualcosa in più di una pura amicizia?”.
“E tu come hai fatto a resistere tutti questi anni, senza mai saltarmi addosso?!?”
Risero abbracciandosi, in un misto di tristezza per il distacco e di gioia per il futuro denso di progetti che avevano.


Gabriele dalla III alla V liceo scientifico.

Monica baciò Lele avvinghiandosi a lui, premio che gli spettava ogni volta che vinceva una gara di nuoto.
Quante cose erano cambiate, rispetto a tre anni prima! Lele aveva acquisito fiducia in se stesso, aveva vinto la sfida e dimostrato a suo padre di sapersi correggere negli atteggiamenti che gli erano stati fonte di tanti problemi.
Non riusciva ancora a capire se fosse veramente attratto dalle ragazze, ma da Monica sì, e avevano già fatto sesso insieme. Con piena soddisfazione di entrambi. Si sarebbero frequentati ancora, non dovevano perdersi di vista.



PAVIA

Ugo era affacciato al ponte sul Ticino, nel meriggio ancora caldo di quel giorno straordinario dell’autunno padano. Pavia non era ancora preda dei nebbioni, ottobre si era presentato con un secco foehn proveniente dalle Alpi, ben visibili all’orizzonte. Gli venne in mente Cristina, la sua cara amica, che considerava come la sua ragazza. Era rimasta in provincia, per lei sarebbe stato l’ultimo anno dello stesso liceo frequentato da Ugo. Si erano conosciuti in prima, a 17 anni, ed era stata simpatia a prima vista. Alle feste, ai campeggi, in pizzeria, divennero ben presto inseparabili. Con Riccardo a reggere il cero!
Fissò le placide acque del fiume, poi si riavviò verso la facoltà. Erano i primi giorni della sua nuova vita in collegio e non conosceva ancora nessuno. Dei suoi compagni, due soltanto avevano scelto Pavia come sede di studi, ma in altri indirizzi.
La sera, in collegio, si ritrovarono tutti i convittori per conoscersi. Tre erano iscritti a lingue come lui, ma dal secondo anno in su.
Un tipo come Ugo faceva amicizia se tirato un po’ per la giacca. I suoi colleghi di collegio si limitarono alla presentazioni di rito, il clima era cordiale ma un po’ freddo, a parte fra coloro che erano ospiti del collegio già da due o tre anni. Le prime sere si ritirò presto in camera, cercava di frequentare almeno all’inizio parecchi corsi per orientarsi nel suo nuovo mondo, perciò arrivava stanco al dopocena. Gli piaceva arrivare presto in facoltà, specie alle lezioni più frequentate, per scegliersi un buon posto: né troppo avanti, ma neppure in fondo all’aula.
Per la prima volta lontano – si fa per dire, cento chilometri – da casa, decise che si sarebbe confessato da un prete mai visto prima e che avrebbe vuotato il sacco. Come mai gli era capitato in vita sua, il trovarsi in un ambiente completamente maschile risvegliò in lui l’inclinazione sopita, combattuta, incompresa da anni. Nel collegio, i bei ragazzi non mancavano e Ugo percepì la pericolosità della cosa.


La mattina successiva , si preparò presto per andare in facoltà alla lezione di inglese. Entrò alle 7.50, quando mancavano venti minuti buoni all’inizio della prima ora, calcolato il quarto d’ora accademico. Nell’aula a tribuna vi era soltanto un altro studente, un tipo che aveva notato già altre volte, seduto all’estrema destra dell’aula, in terza fila. Ugo prese posto al centro e in quarta fila, e poté osservare bene di profilo l’unico collega presente a quell’ora. Era di bell’aspetto, bruno di occhi e di capelli, con un non so che di romantico nell’espressione. Il tizio si accorse dell’arrivo di Ugo e gli si fece vicino, salutandolo.
“Ciao, scusa, martedì non sono potuto venire a lezione. Tu c’eri? Mi sono perso qualcosa di importante?” Con la sua spontanea gentilezza, Ugo porse il quaderno degli appunti al collega: “guarda tu stesso, in un’ora sola non si è fatto granché, il prof è ritornato sulla fonetica e sulla pronuncia”. Lo sconosciuto osservò con interesse il quaderno di Ugo e gli fece i complimenti per l’ordine, che gli permetteva di approfittare di appunti senza dubbio presi bene. Ugo, a sua volta, notò che il block notes del suo interlocutore non poteva dirsi davvero meno ordinato del suo, e glielo disse per ricambiare il complimento. “Beh, se dovesse capitare di perdere una lezione, sappiamo entrambi a chi rivolgerci, allora!” ebbe la prontezza di ribattere il misterioso individuo, e con modi insinuanti che piacquero immediatamente a Ugo. “Ricopio il necessario alla svelta, prima che inizi la lezione; posso fermarmi qui vicino a te, o aspetti qualcuno?” propose il ragazzo moro, facendosi vicino a Ugo praticamente prima che questi gli rispondesse.
“I posti sono tutti liberi, puoi metterti dove vuoi”.
”Bene, grazie; mi sistemo qui, allora”.
L’aula prese a riempirsi e, alle 8.10, i posti a sedere furono tutti occupati. Alle 8.15 entrò il docente, proprio mentre a Ugo veniva restituito il quaderno. “Grazie mille, tieni, che inizia la lezione”. Ugo sorrise: “non ci siamo presentati, io sono Pier Ugo” e tese la mano. “Piacere, il mio nome è Gabriele” fu la risposta del giovane alla sua destra.


Ugo e Lele

Le due ore di lezione trascorsero velocemente. Alle 9.55, il professore lasciò l’aula e, tra gli studenti, c’era chi rimaneva alla lezione successiva e chi si spostava per raggiungere altre aule. Ugo e Lele si misero a parlare, partendo da uno scambio di idee sulla lezione appena terminata.
“Ora qui c’è storia, tu non la segui? disse Ugo.
“Comincio oggi, per vedere che tipo è il docente” rispose Lele impulsivamente: fu ciò che gli venne da dire, anche se fino a due ore prima non ci aveva neppure pensato.
“Di dove sei?” continuò Lele per non lasciar cadere un minuto il discorso.
“Della provincia di Piacenza… Ottone, è quasi in Liguria! E tu?”
“Io vengo dalla provincia di Alessandria, da Casale.
“Un emiliano mezzo ligure e un piemontese di confine in un ateneo lombardo”.
“Già, e non siamo certo gli unici”.
“Bello il tuo nome, è insolito: Pier Ugo”.
“Non stare mica a usarlo tutto; gli amici mi chiamano Ugo”
“ E tu allora chiamami Lele”.
“Mio nonno si chiamava Gabriele, piace anche a me il tuo nome”.
Seguì una pausa di silenzio, ma il quarto d’ora accademico permise loro di chiacchierare ancora un poco per conoscersi meglio.
“Superiori? Io, il liceo scientifico”.
“Io, il classico, ma avevo cominciato con lo scientifico anch’io”.
“Ah! E come mai hai preferito cambiare? Per la matematica?”
“Tutt’altro, mi è sempre piaciuta la regina delle scienze! No, altri motivi…diciamo incompatibilità con quella scuola e quei compagni. Era una bolgia. Dalle mie parti lo scientifico non c’era, ho ripiegato sul classico e non me ne sono pentito”.
“Beh, su questioni di incompatibilità ne so qualcosa pure io!”.
“Ho sempre avuto molto interesse per le lingue e le culture straniere” soggiunse Ugo per riportare il discorso su un binario più neutro. “Al liceo ho studiato inglese e tedesco, ma da solo ho cercato di masticare anche un po’ di spagnolo e di francese.
“Io invece inglese e francese a scuola, fin dalle medie” lo incalzò Lele. “Mia madre ha parenti a Grénoble, ci sono sempre andato e loro sono spesso da noi, in estate; insomma, a casa mia, il francese l’ho sentito parlare fin da piccolo. Tra le lingue che mi attirano, invece, c’è sicuramente il russo”.
La conversazione si protrasse piacevolmente fino a che non comparve il professore di storia. Il docente entrò e cominciò a parlare, facendo avanti e indietro da una parte all’altra dell’aula, ogni tanto voltandosi verso l’uditorio studentesco. Ugo seguì dapprima con il consueto interesse, poi la sua mente cominciò a vagare, a pensare alla sua nuova conoscenza. Gabriele era compostamente seduto alla sua destra e stava prendendo appunti. Lo guardò intento in quell’azione, che svolgeva con un’eleganza che colpì Ugo. Lele si sentì osservato e si voltò verso Ugo, sorridendogli in maniera da farlo deglutire per l’emozione.
Ugo era lontano anni luce dagli argomenti che il professore stava affrontando. Nel suo cervello risuonavano solo le frasi che si erano scambiati lui e Lele poco prima. La sua voce, i suoi modi…c’era qualcosa di indefinibile in essi, se ne sentiva rapito. Si accorse di sentirsi attratto da Lele, fu una consapevolezza lucida, senza se e senza forse. Sentiva la sua voce anche in quel momento in cui non potevano parlare. I suoi gesti gli erano parsi un po’ costruiti, non del tutto spontanei, la sua voce come se non fosse davvero la sua. Il suo radar era entrato in azione.
Lele colse una specie di smarrimento in Ugo: si chiese come mai non stesse scrivendo una parola. Gli si fece molto prossimo all’orecchio e gli sussurrò:
“Ugo, mi sa che potrò ricambiare presto il piacere che mi hai fatto con gli appunti di inglese!”.
Ugo ebbe un tremito, e abbassando il capo sulla propria borsa, ne tirò fuori dei fogli, abbozzando un sorriso. La voce gli suonò diversa rispetto a prima, più acuta, più …come dire…insomma non sembrava la voce di Gabriele che aveva appena imparato a conoscere. Ne aveva sentito il profumo, del suo nuovo collega di studi. Parlare di odore sarebbe stato volgare. E, dalla bocca che gli aveva sussurrato quella frase all’orecchio, era giunta la gradevolezza di un alito fresco. Fu soprattutto quest’ultima sensazione a mandare in visibilio e ‘fuori di testa’ Ugo.
Provò per quel paio d’ore a prendere appunti, ma forse mai lo aveva fatto così male nella sua carriera di studente.
Gabriele riempì quattro pagine fitte di annotazioni. A mezzogiorno, Ugo riuscì ad arrivare in fondo al primo dei fogli che aveva estratto dalla borsa, ma si trattava di flash, di frasi scollegate fra loro.
“Davvero interessante, mi conviene frequentare anche storia!” fu il commento di Lele a lezione appena terminata.
“Hai visto? Così possiamo seguirla insieme”.
“La tua osservazione è per caso interessata ai miei appunti?” rise di gusto Lele. “Ho notato che hai ripreso solo qualche frase, forse neppure le cose più importanti, come mai?”
“Non so, ma non ero al top della concentrazione e delle forze, ho avuto persino capogiri da seduto”.
“Sarà un po’ di stanchezza, vedrai, in queste prime settimane di vita universitaria stiamo seguendo tanti corsi per conoscere meglio l’ambiente, i docenti…”.
“Penso sia proprio così, dobbiamo adottare un po’ di strategia!”.
“Concordo, poi ci passiamo gli appunti, e una serie di lezioni importanti, invece, possiamo frequentarle insieme”.
Inconsapevolmente, gettarono le basi del piano di azione per cominciare ad affrontare la preparazione degli esami, che già a fine inverno li attendevano.
“Ugo, vai a mettere qualcosa sotto i denti, in mensa?”
“All’una, però; ho un complementare da frequentare, il prof avvia il corso oggi. Sono curioso…”
“Ok, vada per l’una, ti aspetto davanti all’ingresso della mensa”.
“Grandioso, Lele, a fra poco!”.

La mensa era già piena di studenti e la lunga fila di attesa iniziava all’esterno del locale. Alle 12.45, Lele vide Ugo che gli faceva segno e si alzò dalla panchina per andargli incontro.
“Ehi, già finito?”
“Sì, il prof inizia subito e termina prima, si vede che è uno a cui piace pranzare presto!”.
“Noi invece avremo da attendere un po’, guarda che coda”.
“Cazzo, vedo!” fece Ugo con malcelata sorpresa e buttando lì un intercalare che non usava spesso.
“Senti, per caso hai sùbito delle lezioni alle due? Io no, ce la possiamo prendere comoda”.
“Niente lezioni fino alle quattro! Anzi, sai cosa ti dico? Facciamoci due passi e torniamo qui verso la mezza, quando la coda si sarà smaltita”.
“Splendida idea! Dài, andiamocene fino al castello, allora!”

I due giovani percorsero la via centrale della città diretti verso il Castello Visconteo.
Per lasciare il prima possibile il centro urbano, si misero a camminare a passo svelto.
“Ma sei davvero un montanaro!” così Lele prese in giro Ugo.
“Eh, voi del basso Monferrato, abituati a stare nelle risaie!” ribatté Ugo a Lele, strizzandogli l’occhio.
Tra i due, stava cominciando a sorgere un po’ di complicità.
Su uno stretto marciapiedi, Lele si trovò a star dietro al passo deciso di Ugo.
Lo guardò meglio, gli parve un essere perfetto in tutto, anche nel camminare. Faceva quasi fatica a reggere la sua falcata.
Ugo portava una giacca beige, fichissima, con le toppe marrone scuro ai gomiti, casual ma quasi elegante, un paio di pantaloni di fustagno grigi e una camicia a quadretti. Il golf era ancora un pullover da mezza stagione. I mocassini neri erano tirati a lucido. Sembrava un modello da sfilata, spigliato, ma spontaneo, senza nulla di costruito o di ostentato. Lele non era rimasto indifferente al sembiante piuttosto anglosassone di Ugo. I capelli quasi biondi di quel ragazzo, e ancor più gli occhi, inquietanti e cilestrini, lo avevano colpito fin dal primo approccio, quando chiese notizie della lezione che aveva perso martedì. Il taglio dei capelli era impeccabile, non uno fuori posto. Tanta perfezione, lungi dal mettere a disagio Lele - che era il classico precisino, del resto – gli faceva desiderare una conoscenza più approfondita di Ugo.
“Ci sei?” Ugo si voltò e per un breve tratto camminò all’indietro a saltelli, come a voler suggerire a Lele di fare altrettanto.
“Non ti mollo, ma calmati, il castello non si sposta!”.
Arrivarono davanti al possente edificio e si sedettero su una panchina.
Lele era vestito molto più sportivo di Ugo, jeans e maglietta, e indossava un giubbotto.
“Fai avanti e indietro o ti fermi in città tutta la settimana?” attaccò d’improvviso Ugo.
“No, sono in casa con due amici, miei concittadini; un futuro economista e un promettente ingegnere”.
“Anch’io rientro a casa il venerdì sera, sono in collegio”.
“Quale?”
“Il ***.
“Caspita, ambiente abbastanza esclusivo. Beh, un luogo adatto a te, comunque”.
“Perché adatto a me?, sentiamo!”.
“Ecco, sei un giovane distinto, si intuisce che vieni da una famiglia benestante, credo…sembra che tu provenga già da posti come Eton o un collegio svizzero…”.
“La mia famiglia non è così ricca, direi semplicemente benestante, hai usato la qualifica appropriata”.
“Quarti di nobiltà?” ridacchiò Lele.
“No, non siamo nobili”.
“La nobiltà delle persone si vede da ben altro, tu ce l’hai come un dono di natura, secondo me”.
Ugo accettò il complimento in silenzio, accennando appena un sorriso.
“E così stasera, di nuovo a casa!”
“Io sto bene qui, ma il rientro del fine settimana è sempre bello, vero?”.
Lele annuì. “Sì, lo stesso vale per me, ma il desiderio di evasione l’ho sentito forte. Mi sento più libero, adesso. La vita un po’ più indipendente dai genitori – fino ad un certo punto, ché sono ancora loro a mantenerci – è importante per spiccare il volo, per essere pronti domani, quando non ci saranno più papà e mamma a metterne in tavola”.
“A proposito di tavola, Lele, ma cosa si fa, allora? Ci prendiamo un panino e una coca al chiosco, senza stare a tornare a far la fila?”
“Per me va bene, tanto poi stasera mi attende la cenetta di benvenuto della mamma” disse in atteggiamento sognante Lele.
Ugo si alzò e Lele lo seguì un attimo dopo. Si avvicinarono al chiosco e acquistarono qualcosa per uno spuntino.
Si sedettero su una panchina più lontana e, mentre addentavano i rispettivi panini, ripresero a parlare.
“Coltivi qualche hobby, Lele?”
“Non molti. Mi piace la musica, suono il pianoforte. Leggo, anzi divoro libri di ogni tipo e adoro viaggiare. Ma non è che abbia girato molto, non solo per il mondo, ma neppure per l’Italia. E poi faccio nuoto, anche gare.
“Grande! Il piano! Ma pensa…a casa mia, nessuno lo suona più. Mio fratello un pochino, ma non c’è mai. Era di mio nonno. Io ho preso da mio padre, su questo versante degenere pure lui, non abbiamo mai imparato neppure a strimpellare!”
“Ah, il nonno Gabriele di cui mi parlavi stamani?”.
“Sì, proprio lui. Ma tu il piano lo suoni…come? Mio nonno era bravissimo”.
“Beh, me la cavo, voglio dire…insomma, non posso giudicarmi! E tu, hai interessi particolare?”
“Oltre alla lettura e ai viaggi, che piacciono pure a me, faccio del volontariato, soprattutto in parrocchia. Seguo un gruppo di ragazzi di terza media, un cosiddetto “dopocresima”. E poi ho una vera passione per il calcio…pensare che l’ho odiato per anni! Non che giochi in qualche squadra, ma mi piace tirare quattro calci, d’estate, al campeggio. Tifo per l’Inter, e tu?”
“Caschi male, io il calcio l’ho odiato come te e lo detesto tuttora. Non sono tifoso di nessuna squadra”.
“Vedo che sei proprio un virtuoso” e, nel pronunciare queste parole, lo sguardo di Ugo assunse una punta di benevola malignità.
“Non credo proprio, sai” replicò velocissimo Lele “volontariato, parrocchia, dopocresima, campi scuola…non che mi siano del tutto estranei, ma sono abbastanza lontano da certi ambienti in cui, presumo, tu devi essere bene inserito”.
“E’ un mondo che fa parte di me, ci sono cresciuto e mi ha dato molto”.
“Ti fa onore tutto questo. Io, quando ho iniziato le superiori, mi sono progressivamente distaccato dalla pratica religiosa”.
“Però sei credente, vero?” chiese Ugo, supponendo già la risposta.
“A modo mio, direi di sì. Se non altro, sono in ricerca. Mi piace definirmi così”.
“E’ una definizione giusta. Tu sei sulla soglia, Lele….in linguaggio ecclesiale si usa dire così; non te ne sei andato dalla Chiesa. Esistono punti di vista diversi anche all’interno della Chiesa, come in tutte le famiglie. L’importante è avere un unico riferimento, alla fine, cioè,…sai quale, no?”
“Suppongo tu ti riferisca a Gesù Cristo o al Papa o ai Vescovi…giusto?”
“A Cristo, prima di tutto”.
“Ecco, volevo ben dire. Parli un po’ come un prete, Ugo!”
“Sai, frequentando certi ambienti” e rise di gusto, scoprendo la dentatura e il suo sorriso smagliante.
“E la ragazza, ce l’hai Ugo?”. Lele cambiò argomento di discussione e Ugo si irrigidì, guardando per terra. Poi sollevò la testa e, fissando una delle finestre del castello, confessò:
“Un’amica, stiamo insieme, sì. Non che sia una cosa davvero seria…una simpatia”.
“Sarà una ragazza tutta casa e chiesa, immagino!” si mise a sfottere Lele.
“E’ precisamente quel tipo di ragazza, e me ne vanto” rispose Ugo appena indispettito. “E tu, piuttosto? Fidanzatissimo?”.
“Per carità, no! Esco con una, ci conosciamo dalle medie. Posso dire anch’io di non essere davvero impegnato”.
Parlarono a lungo di un po’ di tutto, gironzolando per il centro storico: dei rispettivi genitori, di vecchi compagni di scuola simpatici e antipatici, di vacanze, di letture, di cinema.
Ad un certo punto, Ugo adocchiò l’orologio.
“Le quattro meno venti! Ci aspetta l’ultima lezione. Io, poi, passo in collegio a ritirare il bagaglio prima di andare alla stazione. Tu a che ora hai il treno?” chiese Ugo, mentre i due si stavano già avviando verso la facoltà.
“Alle 17.46, ma non so se faccio in tempo a prenderlo, devo ancora preparare i bagagli e casa mia è distante dalla stazione. Prenderò quello delle 18.30, mi sa”.
“Io parto alle 17.42, ma tu sei più vicino, fai prima ad arrivare a casa”.
“Sì, non è un lungo tragitto, ed è tutta pianura”.
Terminata la lezione, si salutarono.
“Sono contento di aver passato questa giornata con te, Lele. Allora, ci vediamo lunedì, ok?”
“Certo, non ti libererai più di me!” fu la battuta che Ugo ebbe come risposta.





Ugo e Lele divennero amici. Si incontravano a lezione, erano inseparabili. Ugo andava a volte a casa sua, dall’altra parte della città; Lele passava a trovarlo in collegio.
Si formò un gruppetto di colleghi e colleghe, ma l’amicizia vera di Ugo fu quella con Lele e viceversa.
Si distraevano in compagnia uscendo, una sera a settimana, per andare al cinema o a qualche concerto, oppure per mangiare tutti insieme una pizza.
Il primo - e si può dire innocente - contatto tra Ugo e Lele avvenne al cinema. Fu in novembre, una sera che decisero di dedicare ad un film. Erano in sei: in quattro in una fila e in due, Ugo e Lele, nella fila immediatamente dietro ai loro colleghi di collegio e di appartamento con cui erano usciti.
Non si rivelò un contatto difficile… lo spazio, al cinema, è quello che è. I due cercarono di mettersi comodi e così la gamba destra di Ugo e la sinistra di Lele si sfiorarono e vennero in contatto più volte, anche a lungo. Nessuno dei due volle “rinunciare” al proprio territorio staccandosi per primo da quella calda vicinanza. Non più di questo, senza mai guardarsi negli occhi o sfiorarsi con le mani. Le mani rimasero a posto.

Poco prima di Natale, Ugo venne a sapere da voci di corridoio che due convittori avevano una relazione, non alla luce del sole, certo, ma non erano stati attenti e la notizia si era sparsa di bocca in bocca. Ugo cominciò a nutrire simpatia per quei due e cercò di entrare in confidenza con loro.
Stava vivendo le proprie inclinazioni un po’ come un condannato; il diffondersi dell’AIDS unitamente ai timori connessi alla malattia e alla pratica omosessuale non facevano che peggiorare il suo stato d’animo e i suoi sensi di colpa di fervente cattolico.
Il rapporto con la sua amica, che vedeva nei fine settimana, si stava raffreddando. Lei stessa glielo disse di aver cominciato a vedersi con un altro. La reazione di Ugo fu abbastanza apatica, ma la ragazza si era ormai messa l’anima in pace.
Dopo Natale, di ritorno a Pavia, Ugo cercò una chiesa periferica e andò a confessarsi da un sacerdote di mezza età che gli era stato magnificato come eccezionale nel sacramento della riconciliazione.
“Padre, vorrei confessarmi” disse al prete che era seduto nel confessionale a porta aperta, in attesa di raccogliere le confidenze di qualcuno, come da orario stabilito in un quadretto affisso vicino all’inginocchiatoio e che Ugo aveva memorizzato in una precedente visita alla chiesa.
Il prete indossò la stola e fece per chiudere la porta dell’artistico confessionale, ma Ugo lo fermò e riuscì a dire “senza grata e a quattr’occhi, non qui, è possibile?”.
“Ma certo”, rispose il prete. “Vieni nel mio studio, in canonica”. Suonò un campanello e comparve subito una persona anziana, un uomo sulla settantina, probabilmente il sacrestano. “Gino, se arriva qualcuno, dì che tarderò almeno mezz’ora, oggi”.
Il prete mise a proprio agio il giovane, facendolo accomodare davanti ad una scrivania, dietro alla quale si sedette con sollievo.
“Vuoi dire qualcosa prima di confessarti? Mi pare che non ci conosciamo…” iniziò a dire l’uomo gentilmente.
“No, reverendo, grazie, possiamo cominciare subito”.
Il sacerdote e Ugo si fecero il segno della croce e quindi, con un largo sorriso e le braccia tese ad esortare, al nostro fu fatto segno di cominciare pure.
“Sono uno studente, vengo da fuori regione e vivo in collegio. Ho ragione di ritenere di essere sempre stato più sensibile al fascino maschile che a quello femminile, ma finora sono riuscito a mantenermi casto…”. Raccontò la storia di tre anni prima con Ric, le sue vicissitudini a scuola, la ragazza così per tradizione, ormai lasciata, e il nuovo mondo del collegio, per lui pieno di insidie. Accennò, ma solo in chiusura, alla forte amicizia che era nata con Gabriele.
Il sacerdote stette in silenzio ad ascoltare il fiume in piena di Ugo, ora fissando il libro aperto che aveva davanti a sé, ora posando lo sguardo su Ugo, ma senza mai sostenerlo a lungo per non mettere a disagio il giovane che si stava aprendo, in maniera tanto inaspettata, ad un ministro di Dio sconosciuto.
“Hai fatto una buona confessione” furono le sue prime parole, una volta che Ugo ebbe finito di vuotare il sacco. Sorrise e poi gli chiese soltanto, con la maggiore delicatezza possibile, se era solito masturbarsi. Ugo rispose di sì, che gli capitava e che le sue fantasie si stavano orientando ormai esclusivamente verso i ragazzi. Il sacerdote gli parlò e usò espressioni che il suo parroco, un po’ più anziano, non aveva mai avuto sulla bocca. “Non ti dò una penitenza particolare, ma ricordati di pregare sempre, ora che per te la vita presenta tante novità e può farti rompere con il passato. Affidati sempre al Signore in ogni cosa che fai, chiedi a lui la forza di mantenerti in una certa serietà e sobrietà di comportamenti. Mi sembri un ottimo giovane, da quel che posso intuire da questa breve conversazione. Torna quando vuoi, ci conto”. Subito dopo aver ricevuto l’assoluzione, Ugo si alzò e disse “mi chiamo Pier Ugo” seguito da un grazie, poi il prete gli strinse la mano e lo salutò. Sì, sarebbe tornato da don Achille, gli era proprio piaciuto come confessava.



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 Oggetto del messaggio: Re: IL NIDO DI VALSIGIARA
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Marzo 1990

Arrivò la primavera presto, quell’anno. L’inverno era stato mite, e forse gli studenti delle università padane se ne accorsero poco perché il freddo di gennaio fu essenzialmente circoscritto alla pianura. Le Alpi e l’Appennino scarseggiavano di neve. In febbraio, l’aria sapeva già di aprile o maggio, in certi giorni. L’appuntamento con la confessione di fine quaresima era atteso da Ugo, che non vedeva l’ora di tornare da don Achille. Si presentò nella sua parrocchia in orario diverso dalla prima volta, per non sottrarlo ad altre persone. Fece un giro intorno alla chiesa, passò davanti alla canonica e infine entrò in chiesa. Vide subito Gino, il sacrestano.
“Buona sera, scusi, don Achille è in canonica?”
“Sì, celebrerà la messa alle 18; avevi bisogno?”
“Vorrei confessarmi, chissà se avrà un po’ di tempo”.
“Vieni, ti accompagno da lui”, rispose l’anziano factotum, che aveva riconosciuto il giovane venuto la prima volta due mesi prima..
Infilò un corridoio dal transetto destro della chiesa e sbucò nell’abitazione del parroco, seguito a distanza da Ugo.
“Don Achille? C’è un giovane che la cerca, vorrebbe confessarsi…permesso? Ecco, vieni pure, mi fa segno che puoi andare; è di là, nel suo studio”.
Don Achille accolse Ugo girandosi dalla macchina da scrivere verso di lui.
“Pier Ugo, ho pensato che potessi essere tu. Accomodati, sono subito da te”.
“Buona sera, reverendo, non pensavo che si sarebbe ricordato il mio nome” fu la replica di Ugo, nel sedersi al medesimo posto della prima volta.
“Non ti chiami mica Marco o Luca….chi dimenticherebbe un Pier Ugo?” scherzò il buon prete.
“Allora, dimmi un po’ di te, prima di passare al sacramento vero e proprio. Nel nostro primo incontro, chiedesti di andare subito al sodo”.
“Penso sia la cosa migliore da fare anche questa volta”.
“Sono tutt’orecchi”, si arrese don Achille, facendo il segno della croce insieme a Ugo.
“Don” attaccò con una certa confidenza che piacque al sacerdote “non so quanto potrò resistere” e si fermò, puntando gli occhi sul pavimento di graniglia.
“Quindi, finora, non hai ceduto alla tentazione, devo arguire”.
“Beh, alla tentazione di coinvolgere una persona, sì, ho resistito. Continuo ad arrangiarmi da solo, però. Vede che ipocrita che sono? Non riesco ancora a chiamare certi atti con il loro nome!”.
“Non voler essere un gendarme spietato con te stesso. Sei ben consapevole che il Signore ti ama così come sei, vero?”
“Certo, certo…ma tenere tutto dentro sta cominciando a diventare pesante. Penso sia anche per i cambiamenti dell’ultimo anno, mi sento più vulnerabile, qui, non più tra le mura di casa, oltretutto non più protetto dal microcosmo della provincia…”.
“Hai preso a frequentare dei locali, delle compagnie che in qualche modo ti mettono nella condizione di…come dire…”
Ugo non lo fece terminare, capì al volo e volle precedere il prete.
“No, non sono tipo da girare per locali e fare tardi a rimorchiare qua e là. La vita di collegio stessa non mi ha riservato le insidie che temevo all’inizio. Piuttosto…sa quel ragazzo che ho conosciuto quest’anno… gliene ho già parlato a gennaio. Forse… mi sto innamorando di lui” e le ultime parole gli uscirono dalla bocca filate, con uno sforzo quasi sovrumano, dopo aver cincischiato sulle frasi precedenti.
“Un ragazzo brillante e sensibile come te non può che provare un sentimento puro” si premurò di precisare don Achille. “Con quella ragazza, vi siete lasciati, mi dicesti…ma le volevi davvero bene?”.
“Le volevo bene come ad una cara amica, come ad una sorella, e speravo di saperla amare un giorno come una compagna e come una moglie, se Dio avesse voluto!” disse d’un fiato Ugo, rasentando la commozione.
Il suo confessore lasciò passare alcuni secondi prima di continuare.
“Ugo, questo ragazzo che dici di amare, cosa sai di lui? Ormai vi conoscete da qualche mese…”
“Sarò reso cieco dall’amore e dall’affetto che nutro comunque per lui, ma io una persona così non l’avevo mai incontrata. E’ il Signore che lo ha messo sulla mia strada. E non mi venga a dire che sono sentimenti innaturali, padre. Cerco di essere solo sincero, prendere in giro Dio non conviene a nessuno”.
“La tua sincerità non ha bisogno di altre prove, Ugo. Ne avessi, nella mia parrocchia, di ragazzi come te!”
“Se dovessi cadere, anzi se dovessimo cadere, don, lei mi darebbe l’assoluzione? Sarei ancora degno di comunicarmi?
“Figliolo, ma ti rendi conto che solo questa tua tensione, questo vivere con tormento le tue inclinazioni ti rende meritevole di perdono e di misericordia? Sarei ben più duro con te qualora tu venissi a confessarmi altri peccati: quelli contro i tuoi fratelli per malvagità, egoismo, interesse. Ma su quel versante, mi sembra che non ci siano ostacoli, o sbaglio? O mi nascondi gli imbrogli che hai in giro?
“Don, di imbrogliare io sono proprio incapace, e lo sa. La mia debolezza è grossa nella dimensione affettiva e sessuale.”
“Quando ti masturbi, pensi al tuo nuovo amico?”
Ugo annuì con il capo, senza osare reggere lo sguardo di don Achille, e poi precisò: “ormai, quasi solo a lui” e scoppiò in un pianto dirotto.
Don Achille si alzò e si assicurò che il sacrestano avesse chiuso bene tutte le porte.
Fu subito di nuovo vicino a Ugo, gli pose una mano sul capo chino per rasserenarlo con un gesto paterno.
Il giovane gli prese la mano e fece il gesto di baciargliela in segno di riconoscenza, ma il prete la sottrasse con bel modo nel proferire un “No, Ugo, le mani baciale al tuo Lele”.
La sorpresa di Ugo all’udire quella frase fu enorme.
“Ma…cosa intende dire?”
“Guarda, non ti sto spingendo sulla strada della perdizione, a ‘peccare’ con il tuo amico! Ti dico che tante cose dipendono dalla vostra intelligenza. Siete ormai adulti, ma giovani e ancora bisognosi dei consigli di persone più esperte della vita di voi. Il tuo amico è credente?”
“Sa come si dice, don, crede a modo suo…e non è praticante. Sicuramente non è un ateo o un agnostico, la dimensione religiosa e trascendente non è assente nella sua vita.”.
“Vedi, anche lui è stato fortunato a incontrare te. Potrai fargli del bene, ne sono convinto!”
“Lei ha troppa fiducia in me, don…spero sia sempre ben riposta”.
“Per ora, direi che è così. Ci sono buone probabilità anche per il futuro, me lo sento”.
Seguì la formula dell’assoluzione. Ugo e il prete si spostarono in chiesa ripercorrendo lo stesso passaggio e il giovane si fermò alla messa di don Achille, pregando intensamente.



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 Oggetto del messaggio: Re: IL NIDO DI VALSIGIARA
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L’Ospite
Giugno 1990


“Trenta” pronunciò a voce alta il professore, dopo aver esaminato Ugo. Era al suo terzo esame orale, ma aveva svolto anche due scritti di esami più impegnativi, con prova sia scritta che orale.
Si voltò e, dietro di lui, Lele alzò il pollice dal pugno della mano destra in segno di approvazione e di compiacimento.
Anche Lele se la sfangava bene, avevano superato gli stessi esami, tranne i complementari che ognuno aveva scelto nel proprio piano di studi.
“Allora, questo fine settimana vieni a casa mia? Un attimo di tregua ce lo meritiamo proprio!”.
“Sì, ho detto ai miei che non rientro, contento?”
“Oh, finalmente! Mia nonna non ne può più, è tutta in sollucchero nell’attesa di sentirti pestare sui tasti!”
Ugo aveva invitato Lele a casa sua in Val Trebbia già durante le vacanze di Pasqua, ma poi avevano rimandato alla bella stagione. Giugno era senza dubbio un bel mese per far vedere le valli e i monti dell’Appennino a Lele.
“Sei molto gentile, spero di poter ricambiare l’ospitalità presto…ma non quest’estate: scappiamo anche noi, figurati se voglio metterti in croce fra le zanzare di Casale!”
“Ah, non ci pensare nemmeno!” Verrò a mangiare la bagna cauda il prossimo autunno, piuttosto! E quest’estate, se ti piacerà la Val Trebbia, ritieniti il benvenuto. In casa, sono tutti avvisati e mia nonna fantastica già di concerti all’aperto, in veranda…”.
“Tua nonna deve essere una persona straordinaria”.
“Domani sera potrai appurarlo personalmente”.

Il treno partì alle 17.42 esatte, in un tardo pomeriggio soleggiato. Il tempo prometteva bene, fortunatamente.
“Ecco, ora vedrai il viaggetto che mi faccio tutti i lunedì per scendere e tutti i venerdì per tornare su a casa” venne da dire a Ugo appena il treno fu alla periferia della città.
“Ricapitolando, treno fino a Piacenza e poi autobus fino a Bobbio, mentre gli ultimi chilometri in auto. Tuo padre viene a prenderti e ti accompagna ogni volta?”
“Quando può, il più delle volte viene mia madre. Oppure mi lasciano l’auto al parcheggio, ma il venerdì sera preferisco che mi facciano da autisti, l’uno o l’altra!”.
Il tragitto fino a Piacenza prese poco meno di un’ora. Sul piazzale esterno della stazione, era già pronto l’autobus per proseguire verso casa.
“C’è meno gente stasera. Meglio, meno ressa. A volte, i primi chilometri li devo fare in piedi o andarmi a sedere in fondo, che non è il massimo”.
Riuscirono ad occupare una coppia di sedili in testa all’autobus. Il sole, ora più basso nel cielo, illuminava l’interno della corriera da destra, mentre il mezzo prese a percorrere la statale 45. Erano quasi le 19.30 quando giunsero a Bobbio. L’ingegner Bensa andò incontro a suo figlio e a Gabriele scendendo dall’auto .
“Papà! Ciao, ti presento Gabriele Rinaldi.
“Benvenuto, Gabriele. Conosci già questi posti?”
“Ero stato una volta qui a Bobbio, in gita scolastica alle medie, ma il tratto di strada che stiamo per percorrere adesso, l’alta Val Trebbia, sarà per me una scoperta.”
“Ti piacerà, vedrai!” dissero all’unisono i Bensa, padre e figlio.
Il sole tramontava dietro al Monte Penice, verso l’Oltrepo Pavese.
Bensa, alla guida della sua berlina, affrontava le continue curve della statale del Passo della Scoffera. Transitarono per alcuni paesi di cui, fino a poco prima, Lele aveva ignorato l’esistenza. La valle si fece sempre più selvaggia e ricca di vegetazione, l’aria che entrava dal finestrino appena socchiuso divenne fresca. Giunsero ad Ottone al crepuscolo. La bella casa della famiglia di Ugo, ai margini dell’abitato, parve a Lele una dimora importante, prestigiosa.
“Che meraviglia qui! E per quel poco che si riesce ancora a vedere!”
“Infatti, domattina sarà un altro spettacolo”, concluse Ugo.
Lasciarono l’auto nel garage, incamminandosi verso l’ingresso principale. La mamma e la nonna di Ugo, udito il rumore della macchina nel viale, si affacciarono al portone e poi andarono incontro ai tre uomini.
“Ghino!” esclamò la nonna, “eccovi arrivati”! Sua madre fu più tranquilla nel salutarlo, aveva pensato che, in presenza dell’amico, non fosse il caso riservagli la solita calorosa accoglienza. La nonna era la nonna, invece, e poteva permettersi tutto!
“Mamma, nonna, ecco finalmente l’ineffabile Gabriele!” così Ugo presentò quello che stava diventando il suo più intimo amico.
“Ciao, caro Gabriele…Ugo ti ricorda sempre; è un piacere averti qui” fu il saluto cordiale della signora Maria Teresa.
“Ma che bel ragazzo, che sei, lasciati guardare” fu invece quello più spontaneo e nature di nonna Olga.
“Che due fusti che abbiamo qui! Farete stragi di cuori, giù da Pavia, neh?” sentenziò gioiosa l’anziana ascendente di Ugo.
“Ma venite, che è pronto, sediamoci a tavola; poi vi sistemerete in camera” si permise di far notare l’ingegner Bensa, deciso a salvare Lele da un interrogatorio.
La piccola compagnia si mosse verso il soggiorno, dove la tavola era stata imbandita per sei.
“Tuo fratello ci ha fatto una sorpresa, Ugo. E’ arrivato nel pomeriggio da Trieste. E’ sceso in cantina a scegliere il vino…ah, eccolo!”
“Ugo! Ciao fratellino!” lo vezzeggiò il primogenito Bensa. Non si vedevano da Natale. Giacomo aveva sei anni più di Ugo e si era da poco trasferito a Trieste per lavoro; era lo scienziato di famiglia, un geologo. Ugo rispose all’affettuoso saluto con altrettanto trasporto. Si vedeva che erano molto legati. “Jago, sono contento che ci sia anche tu! Portiamo Lele in Val Boreca, insieme, tu, io e papà?” Lele e Giacomo si strinsero la mano mentre Ugo terminava la sua proposta.
“Domani, escursione dei quattro arditi!” confermò il signor Bensa.
“Grandioso!” Replicò Ugo. “Domenica, invece, io e te ce ne andiamo fino a S. Stefano, cosa dici?
“Mi fido del programma, gli esperti e i padroni di casa siete voi” sorrise Lele.
“Giusto, ed ora tutti a tavola, o fra poco si fredda la cena” concluse Maria Teresa.

“Scusa, sai, Gabriele” si arrischiò a dire nonna Olga prima ancora che avessero finito l’antipasto “ma Ugo mi ha detto che tu suoni tanto bene il piano. Vorresti suonarlo per noi, prima di ripartire?”.
“Sarà un piacere per me, signora. Non so se sarò all’altezza, ma più che volentieri”.
“So che Ugo ti ha detto che suo nonno, la buonanima di mio marito, era un virtuoso della tastiera”.
“Sì, mi ha detto pure che si chiamava Gabriele come me. Mi sento …praticamente sotto esame dal cielo!”.
“Nonna, dobbiamo cercare di mettere Lele a suo agio…è un po’ teso, non è abituato a suonare in pubblico”.
“Caro, ma noi non siamo un …pubblico, un teatro pieno di gente! Siamo i familiari di un suo amico, e la convivialità spero possa contribuire a mettere da parte ogni imbarazzo. Non è così, Gabriele?” chiese conferma la nonna.
“Certamente, signora, la vostra ospitalità è così squisita da farmi dire tranquillante che il ghiaccio è stato ormai rotto”.
“Ah, ma senti come parla questo ragazzo!” esultò la nonna rivolta alla nuora, anch’essa conquistata dai modi di Lele.
“Non pensavo di sorprenderla più di tanto, quanto a favella, con il nipote prodigio che si ritrova. Ugo lo conosco da otto mesi, ma un amico così io non lo avevo mai avuto, in vent’anni di vita: posso dirlo in tutta sincerità, e non per cortesia, solo perché mi trovo vostro ospite” disse Lele rivolgendosi prima a Olga e poi ai genitori e al fratello di Ugo.
L’ingegner Bensa diede la propria versione del perché quell’amicizia si stesse facendo tanto solida: “Vi siete trovati, ragazzi. Lele è qui da nemmeno un’ora e mi accorgo di quanto sia complementare a te, Ugo, sotto tanti aspetti, e in altri simile a te”.
Ugo e Lele si guardarono, sorridendosi l’uno all’altro e facendo complimenti con gli altri quattro commensali.
La conversazione proseguì amabilmente su tutto ciò che avevano da dirsi.
I genitori di Ugo capirono che Lele veniva da una famiglia più semplice della loro, una famiglia di gente onesta e laboriosa. Il ragazzo che portava lo stesso nome di suo padre colpì profondamente l’ingegner Bensa. Quel giovane sembrava fare felice Ugo: ne fu contento anche lui, ma allo stesso tempo leggermente turbato.

Terminata la cena, Gabriele si offrì di suonare subito qualche brano al pianoforte. Voleva togliersi quel dolce “peso” ed era anche curioso di vedere coi propri occhi lo strumento appartenuto al nonno di Ugo e che era sempre stato in quella casa.
“Lo abbiamo soltanto spostato nel salotto da quello che fu lo studio di mio suocero” spiegò Maria Teresa a Lele, mentre la piccola compagnia li stava seguendo. Dalla porta del salotto, Gabriele vide subito un grande pianoforte a coda, posto obliquamente per sfruttare al meglio lo spazio tra le due finestre della stanza.
Un tantino emozionato, riuscì ad articolare soltanto “guarda qui che roba!”.
Fu invitato a sedere e anche gli altri sedettero, tranne Giacomo che rimase in piedi, sorseggiando un bicchierino di liquore che si era versato.
“Suona ciò che vuoi, quello che ti senti” si premurò di aggiungere la nonna prima che Lele sfiorasse la tastiera con ammirazione.
Senza annunciare il titolo del primo brano che Gabriele aveva in mente di suonare fin dal giorno avanti, quando aveva confermato a Ugo che avrebbe trascorso il week-end a casa sua, cominciò a far scivolare le lunghe dita sui tasti con la scioltezza e l’abilità di un professionista.
Abituati a sentire il nonno per anni, tutti riconobbero la musica che Lele stava suonando: il canone e giga in re maggiore di Pachelbel, sicuramente molto più adatto ad un quartetto di archi, ma l’arrangiamento per piano che Lele stava proponendo non toglieva nulla al fascino di quella musica coinvolgente. Gli occhi dei cinque spettatori erano puntati su di lui, calamitati da quella esecuzione. Lele non se ne accorse affatto, preso com’era dalla musica, prima concentratissimo, poi più rilassato. Nonna Olga era in un contenuto visibilio. Ugo seguì l’esibizione di Lele quasi trattenendo il fiato; il cuore gli batteva forte. Se qualcuno in quel momento gli avesse chiesto “provi gioia o provi tristezza?” non sarebbe stato facile rispondere. L’ammirazione per l’amico toccò in quel momento vette eccelse. Gli sarebbe piaciuto, al termine di quel primo assaggio della sua bravura, abbracciarlo e baciarlo, e se fossero stati soli lo avrebbe fatto. Tutti questi pensieri gli si affollavano in testa, quando risuonò l’ultima nota e contemporaneamente scoppiò l’applauso dei suoi, al quale si unì immediatamente Ugo risorgendo dal trance.
“Mio Dio, ma tu avresti un futuro da grande concertista, Lele” gli disse la nonna, smettendo di battere le mani per non spellarsele e abbracciandolo dopo aver spiccato un balzo dalla poltrona, cosa che a figlio, nuora e nipoti parve inaudita per la sua età.
“Bravissimo!” fu il commento generale. Anche il padre di Ugo volle intervenire con una domanda.
“Gabriele, non hai mai preso in considerazione la carriera musicale? Per te, questa è soltanto una passione?”.
“Proprio così, io ho sempre desiderato insegnare o fare l’interprete o lavorare in un’ambasciata e cose del genere. La musica me la tengo come una passione, anche uno sfogo oserei dire”.
“Non è tardissimo, se ti fa piacere suonare ancora qualcosa, noi non ci muoviamo di qua…anche tutta la notte! Vero, nonna?”
“Ah, ci starei sì, a sentire questo giovanotto per delle ore! Ma siamo tutti un po’ stanchi e non possiamo, soprattutto, abusare della sua bontà. Lele, finché tu ne hai voglia, noi non ci alziamo” disse soddisfatta e ancora ben vigile la nonna.
Chi appariva un po’ meno entusiasta era Giacomo, dopo il lungo viaggio da Trieste.
Lele accennò una strimpellatina, pensieroso, poi annunciò con solennità che avrebbe suonato ancora qualcosa, senza fare tardi. La mattina dopo, dovevano alzarsi abbastanza presto per l’escursione programmata.
Partì con il Carnevale di Venezia, a seguire l’ouverture della Gazza Ladra di Rossini e, dagli spartiti di nonno Bensa, scelse un’aria verdiana per compiacere Olga, sempre più entusiasta del finale di serata.
Ugo e Lele, prima di salire in camera, uscirono a vedere che tempo faceva. Il cielo era sereno e una fresca brezzolina spirava da monte, appena percettibile.
“Ci attende una giornata formidabile, domani, eh Ugo?”
“Al mattino sì, ma a metà giornata, sui monti, dai nuvoloni che si formano può anche scaturire un temporale o un semplice rovescio. Per questo è importante iniziare presto l’escursione”.
“Già, in montagna il tempo fa presto a cambiare”.
Salirono le scale, Ugo a fare da guida.
“Questa è la tua camera, Lele” disse la mamma di Ugo schiudendo una delle porte che si affacciavano nel complesso corridoio del piano superiore.
“Grazie di tutto, buonanotte signora”.
“Buonanotte, ragazzi”.

“Lele, quella in cui dormirai è la mia camera, ti piace?”.
“Ma tu dove dormi, scusa?”.
Lele posò il proprio bagaglio e si affacciò sulla soglia della camera di Ugo, sua per le prossime tre notti.
“Di là, con mio fratello. Vedi, questa era la camera dei nonni, fino all’anno scorso. Io e mio fratello ne abbiamo sempre condivisa una grande, la più grande di tutte, ognuno con un proprio spazio. Dopo la morte di mio nonno, la nonna ha voluto vendere quella che era stata la loro camera da letto e si è sistemata in una stanza più piccola. Io mi sono trasferito qui, la camera dove dormirò con Giacomo è rimasta la sua per quando viene a trovarci”.
“Capito. Pensavo che avremmo dormito insieme nella stessa stanza, chissà perché!”.
“Mmm, e questa sistemazione ti è di sollievo o ti dispiace?” volle sapere per curiosità Ugo.
“Figurati, per me è lo stesso, solo non avrei voluto arrecare disturbo”:
“E quale disturbo, ma via! Piuttosto, guarda qua, ecco… qui sono con i miei ragazzi , a un campo scuola estivo”.
“Wow, che fisico, Ugo!” e per sfumare l’esclamazione domandò “Bel posto, dove si trova?”
“In Val Tidone, non è lontano da qui”.
“Accidenti, ma qui hai pure il poster dell’Inter… incorniciato! Sei un tifoso di quelli caldi!”
“Te l’avevo detto; guarda questa foto, qui sono con mio padre a Monaco di Baviera, era il novembre dell’88. L’Inter giocava contro il Bayern per la Coppa Uefa. Vinse in trasferta 2-0, ma al ritorno perse a San Siro 3-1, la sera di Sant’Ambrogio. Una tragedia!
“Io e mio padre siamo andati via insieme, soli io e lui, credo giusto quella volta che mi portò a Torino alla basilica di Superga. Lui ha sempre tenuto per il Torino, quello è un luogo simbolo per lui”.
“Bella Superga, ci sono stato anch’io, da piccolo; vidi anche il museo egizio, a Torino, ma allora non mi interessò più di tanto”.
“Un grande lettore come te, i libri li tiene sotto chiave?” chiese poi Lele, accorgendosi che non vi erano scaffali, librerie, e in giro solo qualche volume sulla scrivania e sul comodino.
“I libri li teniamo in biblioteca. Io qui ho solo qualcosa di strettamente personale e quello che mi occorre tenere a portata di mano di volta in volta. Apri quell’anta dell’armadio” e gli passò una chiave che teneva in tasca.
Lele obbedì e spalancò il grande armadio nel punto indicatogli da Ugo.
“Alla faccia!” esclamò Lele, “se questo è lo strettamente personale…” e contò sei ripiani ordinatamente riempiti di libri, dall’alto in basso, in scansie corte, ma profonde. I volumi erano in doppia fila e non potevano, solo lì, essere meno di duecento. Scorse rapidamente un po’ di titoli dal dorso, piegando la testa ora a destra ora a sinistra.
“Ti va di fare un salto in biblioteca, Lele? Solo per vederla” propose Ugo balzando su dal letto dove si era pochi secondi prima lasciato cadere.
“No, meglio di no; finiremmo con il passarci la notte, se mi ci porti a quest’ora! Meglio domani…cosa dici?”
“Hai ragione. Bene, ti lascio riposare. Se ti va di leggere, fa come se fossi a casa tua, la scelta non ti manca. Il bagno, sai dov’è. Raggiungo mio fratello, ché adesso, prima di dormire, due chiacchiere scappano anche con lui…sempre che non sia già sprofondato nel sonno!”.
“Buonanotte, Ugo”.
“Notte, Lele”.

La porta si chiuse e Lele rimase in piedi, a guardarsi intorno: era nella “tana” di Ugo. La cosa gli metteva addosso una certa euforia.
Si spogliò e indossò il pigiama. Mentre si abbottonava la giacca, notò una fotografia di Ugo da piccolo. In mezzo ai suoi genitori, che dovevano avere una decina d’anni di meno, insieme al fratello Giacomo, adolescente, e i nonni alle spalle, non ancora troppo anziani. Sì, Ugo doveva avere circa dieci anni. Prese in mano la cornice, la girò, e non si sorprese più di tanto a leggere che sul retro della cornice c’era scritto proprio ‘estate 1980’. Ugo era bellissimo anche da bambino, ma tutti i componenti della famiglia, esteticamente, si difendevano molto bene. Maria Teresa era molto graziosa, nei suoi presumibili quarant’anni o giù di lì di quella posa, nonna Olga appariva come una donna ancora piacente. La somiglianza fra Ugo e il nonno era strabiliante, Lele indugiò a lungo a fissarne i volti in quell’immagine che cominciava appena a risentire del trascorrere inesorabile del tempo. Lo stesso padre di Ugo era un bell’uomo. La persona più normale del gruppetto, in fatto di bellezza, era sicuramente Giacomo.
Rimise la cornice sul cassettone, preoccupato di non riuscire più a ricordarne l’esatta collocazione.
Adocchiò diversi degli oggetti presenti sui mobili o appesi alle pareti, alcuni dei quali dovevano avere un grande valore affettivo per il suo amico. Fra tutti, ammirò un simpatico calendario del 1987, una clessidra e una piccola meridiana completa di bussola.
Poi si avvicinò all’armadio, rimasto aperto, si chinò e si mise a leggere i titoli dei libri che occupavano il ripiano più basso. Voleva prenderne uno che lo ispirasse per leggerne giusto poche pagine, convinto che si sarebbe ben presto addormentato.
Esaminati una dozzina di volumi, si bloccò di fronte ad un titolo che non avrebbe mai sospettato di trovare tra le letture ‘strettamente personali’ di Ugo: una copia del Maurice di Edward Morgan Forster. Lele lo estrasse e, con una sorta di venerazione, ne contemplò la copertina. Ne aveva visto la trasposizione cinematografica trasmessa in TV, insieme ai suoi, consapevoli delle tendenze del figlio, ma gli sarebbe piaciuto anche leggere il romanzo. E Ugo, chi l’avrebbe mai detto! ce l’aveva in casa! Si accucciò finalmente a letto dopo la fruttuosa caccia al tesoro, avendo badato all’esatta collocazione del volume per essere certo di riporlo al millimetro preciso dove l’aveva scovato.
La stanchezza, all’una, vinse il desiderio di Lele di continuare a divorare le pagine. Non si accorse di un foglietto che era scivolato sul lenzuolo dall’interno del libro e si addormentò.


Dal pollaio di una casa non distante da quella dei Bensa, un gallo cominciò a cantare alle cinque e mezza. Lele si svegliò, vide che non aveva spento la lampada del comodino e che il libro proibito giaceva sul tappeto. Con un gesto rapido, balzò dal letto e verificò subito che non si fossero sgualcite le pagine. No, il libro era in ordine. Lo ripose immediatamente dove l’aveva scoperto poche ore prima e fece per tornare a letto. Casualmente, notò che sul tappeto, proprio a filo del letto, c’era un foglietto bianco. Lo raccolse, senza collegarlo in quel momento al libro. Girò quel pezzo di carta: dall’altra parte c’era scritto qualcosa. Non pensò minimamente di infrangere un segreto di Ugo, leggendolo. Ma, ormai, lo stava leggendo e non poteva, non voleva più fermarsi. Una serie di righe scritte a penna blu, nella inequivocabile grafia di Ugo, riassumevano quello che pareva essere il promemoria per affrontare una confessione sacramentale. Al punto 6, cui Lele, pur nelle sue sbiadite reminiscenze di catechismo, associò immediatamente il comandamento “non commettere atti impuri”, corrispondevano tre nomi: i primi due, scritti in piccolo e tra parentesi, erano Riccardo e Cristina. Il terzo, in caratteri più grandi e sottolineato, era il suo.
Il cuore gli prese a battere a cento, a mille. Quel foglio, andava rimesso dentro il libro, ma… “cazzo, in corrispondenza di quale pagina?” pensò al colmo dell’agitazione. O addirittura in fondo, tra l’ultima pagina e lo spessore della terza di copertina? Ecco, adesso come la risolveva la cosa? Nella sua mente si mescolarono le ipotesi, una dietro l’altra. Ugo aveva voluto che Lele potesse trovare quel libro e quel foglietto? O, al contrario, si era semplicemente dimenticato che lì dentro c’era anche quel libro con quel foglietto? Magari, era sveglio anche lui a pregare che il suo amico non si fosse accorto di nulla, avesse preso altri libri…. Merda, che situazione! Riprese in mano il romanzo e provò a vedere se nascondeva altro: niente. Lo sfogliò febbrilmente, nella speranza di trovare un indizio che lo aiutasse a reinserire il foglietto al posto giusto. Buio totale. Alla fine, optò per la terza di copertina, supponendo che da quella posizione poteva essere scivolato più facilmente che non dalle pagine interne. Chiuse l’anta a chiave e tornò a letto. Spense la luce, mentre dalle persiane cominciava a intuirsi il primo albeggiare. Non riuscì a riprendere sonno.

Alle sei e mezza, la sveglia puntata da Ugo la sera prima esplose nel trillo che lui e suo fratello conoscevano bene.
Giacomo abbandonò subito il letto e scrutò fuori aprendo le persiane. Il sole, nel fondovalle, non era ancora sorto, ma mancava poco all’aurora e i monti erano già illuminati dai suoi raggi.
“Ti chiamassi ghiro anziché Ugo, sarebbe lo stesso” il buongiorno di Giacomo fu questo, seguito dal lancio del cuscino al fratello, ancora mezzo addormentato nonostante il suono perentorio della sveglia.
Ugo si mise a sedere sul letto, sbadigliando. Poi si alzò e uscì dalla camera in boxers e canottiera, andando a bussare alla porta della camera di Lele, per vedere se si era già svegliato. Bussò piano, quasi sicuro che il suo ospite doveva già essere in piedi. Silenzio.
Bussò ancora, un po’ più forte. Nessuna risposta.
Lele, dopo un’ora di riflessione più o meno tormentata, era crollato e stava dormendo.
Ugo decise di entrare e vide Lele addormentato, su un fianco, con la bocca leggermente aperta. Era di una bellezza tale che Ugo si bloccò, in piedi, a contemplarne il sonno beato. In quel momento, come se ne avesse avvertito la presenza, Lele si svegliò e, davanti a sé, ciò che vide aprendo gli occhi furono il bacino e le gambe di Ugo. Ebbe un sussulto, ma il suo sguardo rimbalzò velocemente due volte dal volto di Ugo ai suoi boxers, gonfi di un bel ‘pacco’; nel frattempo, aveva ricevuto il buongiorno con un “allora, dormito bene?”.
“Ero sveglio un’ora fa, poi mi sono riaddormentato…non ho dormito molto. Quando cambio letto e rimango fuori casa, mi capita spesso la prima notte” fu quello che lì per lì venne da dire a Lele, quasi per scusarsi.
“Ti senti di alzarti lo stesso? Si era detto di partire alle sette e mezza”.
“Tranquillo, semmai recupero la prossima notte” e scaraventò via le coperte, mettendosi in piedi. Si tolse la giacca del pigiama per rimanere in canottiera come Ugo, che non si mosse da dove si era piazzato. Senza ritrosia alcuna, si tolse pure i pantaloni del pigiama per indossare i pantaloni che si era portato per l’escursione. Portava un paio di normali slip celesti, anche lui poté ben poco nascondere le ultime fasi dell’erezione di fine nottata. Ugo la notò, mentre Lele cercava i pantaloni nella borsa, e tanto per non rimanere in silenzio, gli venne da dire:
“Sei freddoloso, eh? Vedo che porti ancora il pigiama di questa stagione”.
“Sì, riesco a farne a meno solo d’estate, nella calura padana. Ma qui da te, in questi giorni, non mi pare faccia ancora così caldo, e poi la tua casa è freschina”.
“Sì, ma noi ci siamo abituati. Dovresti sentire d’inverno, a lasciare riscaldamenti e stufe spenti per poche ore! Va beh, vado a prepararmi. Ci vediamo giù per la colazione. Preferisci mangiare qualcosa di particolare?”
“No, va bene quello che prendete voi”.

Si ritrovarono tutti nel tinello, tranne la nonna, ancora a letto.
La tavola era imbandita per una sorta di “british breakfast”, a giudicare da tutto quello che la ricopriva.
La colazione fu abbondante, giustificata dalla necessità di sostenersi per qualche ora su per i sentieri dell’Appennino.
Su gomma, fecero un breve tragitto per raggiungere la Val Boreca. Lasciarono l’auto a Valsigiara e si incamminarono verso il Monte Alfeo.
L’itinerario, che i Bensa conoscevano come le proprie tasche, prevedeva un giro più o meno quadrangolare, lungo il crinale di quell’estremo tratto dell’Appennino Ligure-Emiliano, al confine con Piemonte e Lombardia. Un su e giù che avrebbe fatto toccare alla comitiva le vette dei monti Carmo, Cavalmurone, Chiappo e Lesima, con la ridiscesa a Valsigiara dal versante opposto.
Il cielo era terso, l’aria frizzante e la salita non presentava difficoltà particolari. In qualche punto un poco più esposto, i Bensa rassicurarono Gabriele e lo tennero d’occhio. Soprattutto, non sfuggiva all’occhio vigile di Ugo.
Lele non poteva però dimenticare ciò che aveva letto prima che facesse giorno, e fra un discorso e l’altro il suo pensiero tornava a quel foglietto.
A mezzodì, udirono dal crinale giungere più scampanii contemporaneamente dalle frazioni montane sparse nelle valli sottostanti.
“Alla mezza, si mangia!” propose Ugo.
“Aggiudicato!” gli rispose suo padre. Lele e Giacomo commentarono favorevolmente.
Rispetto al sereno della prima parte della mattinata, erano andate raccogliendosi delle nubi lungo l’orizzonte: si stavano sviluppando proprio in zona. Ad intervalli, paravano anche il sole, e subito Lele avvertiva una sensazione di freddo moderato.
“Riusciremo a completare l’anello? Non vorrei venisse un temporale” fu il timore di Giacomo.
“Non è da escludere, teniamoci pronti. Non possiamo rischiare di farci sorprendere dai fulmini in un punto esposto e da dove il sentiero non consenta rapidamente di perdere quota scendendo verso valle” disse con circospezione l’ingegner Bensa, rivolto soprattutto a Lele.
“E’ quello che Ugo mi ha anticipato ieri sera, la possibilità che il nostro giro facesse i conti con un temporale nelle ore più calde”, recitò diligentemente Lele.
“Sì, e non c’è da scherzare, meglio essere prudenti” terminò Bensa.
Fecero in tempo a completare il pasto, perché poco dopo l’una si fecero sentire i primi tuoni, benché in lontananza, verso il Parmense.
“Dobbiamo rinunciare al Lesima e prendere il sentiero senza salire in vetta”, decisero padre e figli. “Riprendiamo la marcia, subito. Se proprio si scatena con una certa intensità, potremo così rifugiarci in uno dei bivacchi”.
I tuoni continuarono, ma sulla zona il temporale rimase abbastanza mite. A levante, invece, le saette guizzavano verso i crinali, ogni tanto, dalle basi di nembi oscurissimi.
La nuvolosità si estese a buona parte del cielo; rimase un certo chiarore solo in direzione della Pianura Padana e del Mar Ligure.
Sotto un cielo uniformemente grigio e una continua pioggerella, da cui si ripararono indossando i k-way, conclusero l’anello in anticipo sulla tabella di marcia: non erano ancora le 16 quando riapparvero i tetti di Valsigiara, ora salendo dal guado del torrente Boreca.
Mezz’ora dopo, la macchina imboccò il viale di casa Bensa. Si fece strada qualche schiarita già di lì a poco.
“Peccato per il Lesima” si rammaricò Ugo “ora, ti pareva, torna il sole!”.
“Lele potrà tornare un’altra volta, quest’estate. Avete fatto bene ad essere prudenti e a non rischiare. Io e la nonna, da una cert’ora in poi, non abbiamo fatto altro che affacciarci ad attendere il vostro rientro”.
“Esagerate, voi donne!” si lamentò Ugo, e gli fecero eco gli altri due maschi di casa.
Il parziale cambiamento di programma aveva anticipato il rientro di un paio d’ore e ampliato il tempo a disposizione per la visita della biblioteca.
Questo non dispiacque a Gabriele: uscì dal bagno dove si era appena dato una rinfrescata e si trovò di fronte Ugo che doveva avergli letto nel pensiero.
“Allora, la biblioteca ci aspetta, no? esordì con il suo largo e disarmante sorriso.
“Credo sia l’unico risvolto positivo del rientro anticipato”.
“Vieni” e così dicendo pose un braccio sulle spalle di Lele e lo condusse in un’ala del piano superiore per lui ancora inesplorata.
La casa dei Bensa, acquistata prima della guerra dal bisnonno di Ugo, constava di cantina, piano rialzato, piano superiore e un ampio sottotetto a mansarda.
Al piano superiore, oltre a quattro camere da letto e ai servizi, c’era anche la grande biblioteca, che da sola corrispondeva all’estensione di sala, salotto e tinello al piano sottostante. Ugo aprì una porta e fece segno a Lele, con il braccio teso e un inchino, di entrare prima di lui. L’interno era abbastanza luminoso, il soffitto era affrescato e il grande spazio occupato da scaffali in legno che dividevano in due l’ambiente e ne contornavano le pareti. Vi erano poi tre tavoli con le sedie e un divano in pelle. Gabriele rimase stupefatto, non si era immaginato un luogo del genere.
“Ugo, io comincio a invidiarti parecchio, lo sai?” disse compiendo giravolte su se stesso, alzando il capo al soffitto e beandosi della vista di tutto quel ben di Dio.
“Ora ti faccio morire” lo stuzzicò Ugo. Facendo segno con la mano, tirò fuori opere di autori latini e greci, edizioni di pregio del ‘700, atlanti, divine commedie, trattati di fisica e di astronomia, questo dalla parte “antica” della biblioteca. Ma anche quella nuova non era da meno.
“Posso dormire qui, la prossima notte?” scherzò Lele, intento a osservare uno scaffale specializzato in letteratura dell’Ottocento.
“Ah, perché dormiresti, forse?” fece finta di sorprendersi Ugo.
“Già ho dormito poco con il “campioncino” di libri che custodisci in camera tua” scappò detto a Lele pericolosamente, e subito si sarebbe volentieri rimangiato ciò che gli era ingenuamente uscito di bocca “se rimanessi qui, poi, passerei la notte in bianco, e domattina sarei distrutto”.
“Giusto, e che cosa ti ha fatto dormire poco, dimmi” maliziò Ugo, mentre si sdraiava sul divano con una gamba sulla spalliera e una distesa, lasciando cadere le pantofole sul parquet. “Mi pareva d’aver inteso che fosse stato l’essere fuori casa e il cambiamento del letto” mormorò Ugo già supino sul divano, in quella postura che Lele, distogliendo gli occhi dal frontespizio di un volumetto di poesie simboliste, giudicò - godendosela – al limite della decenza.
Gabriele fu preso alla sprovvista. Ugo giaceva riverso di spalle e non poteva vedere l’espressione del volto di Lele, ma era comunque in attesa di una risposta. Prendendo tempo, finse di essere sprofondato nella lettura, mentre pensava a cosa dire.
Ugo, con in mano un foglio che aveva notato su uno dei tavoli, si distrasse a leggere quella che si rivelò essere una lettera di ringraziamento del Comune alla famiglia Bensa per una donazione che i suoi avevano fatto di recente alla biblioteca civica.
“Allora?” riprese poco dopo Ugo, ripiegando la lettera e sedendosi in maniera più composta, rivolto verso Lele; quest’ultimo era ancora come piegato in due sul libro di poesie e assorto in profonda meditazione.
Ugo ebbe in quel momento uno sgradevole presentimento. Si ricordò del Maurice di Forster, dove lo aveva messo?? Quel romanzo doveva restare off limits per tutti, Lele compreso. Ma lasciandogli campo libero sulla sua biblio personale, aveva commesso una terribile leggerezza.
In quell’istante, Lele aprì bocca e iniziò a fugare il terrore che Ugo temette gli si doveva essere disegnato in faccia.
“Guardando in alto, ho visto che hai tante guide del Touring, ho preso e guardato quelle che non possiedo; ho compiuto un viaggio con la fantasia, soprattutto in Nuova Zelanda! Ho fatto l’una passata solo con quelle…poi mi sono addormentato. Mi ha svegliato il gallo con il suo chicchirichì alle cinque e mezza, e quando un’ora dopo mi sei comparso davanti, svegliandomi, mi dovevo essere riaddormentato da poco”.
“Non hai guardato nei ripiani in basso?” gli stava già chiedendo Ugo prima che avesse finito di parlare. “Avresti notato sicuramente romanzi di scrittori britannici, tra i tuoi preferiti” riprese Ugo, che si sentì rinvenire, senza guardare Lele negli occhi nell’atto di alzarsi dal divano.
“No, non ho curiosato nei ripiani in basso. Stasera, seguirò il tuo suggerimento” mentì Lele, fiero di come era uscito dall’inaspettato impasse e tuttavia impensierito dall’evidente allarme che aveva mosso Ugo a fargli certe domande.
Ugo, improvvisamente, si avviò alla porta. Fu precisamente ciò che Lele si era aspettato Ugo avrebbe fatto nel giro di pochi minuti.
“Lele, devo scendere un attimo dai miei; tu rimani pure qui. Su quel tavolo, c’è il catalogo di tutta la biblioteca, prova a controllare se ci sono opere di tuo particolare interesse. Torno subito”.
Lele fu pronto a scommettere che Ugo si sarebbe diretto come un fulmine nella propria camera.


Ugo si inginocchiò di fronte al ripiano più basso della sua piccola libreria, dopo aver verificato che Lele aveva richiuso l’anta a chiave.
Al centro della seconda e più interna fila di libri, appena occultato da quelli meno serrati della prima, appoggiati di traverso, scorse quello che stava cercando. Tutto sembrava come l’aveva lasciato lui la settimana precedente; anzi, l’ultima volta che aveva messo le mani là sotto doveva essere stata forse tre o quattro settimane prima, non ricordava con precisione. Estrasse il romanzo di Forster e, aprendolo dal fondo, trovò il foglietto proprio dove l’aveva lasciato, nel retrocopertina. Gabriele aveva detto la verità, la sua perlustrazione non era arrivata in basso. Piegò la carta e se la infilò in tasca.
Ripose tutto come prima, chiuse l’anta dell’armadio e uscì di corsa, in punta di piedi, guadagnando le scale: in realtà, per Lele, lui doveva essere già sceso da qualche minuto.
Rimase in cucina il tempo di bere una coca-cola e osservando i suoi e la nonna che stavano lavorando nell’orto.
Suo fratello si era concesso un pisolino prima di cena.
Tornò di sopra da Lele, entrando in biblioteca quasi di scatto dopo una breve sosta davanti alla porta. Non si videro immediatamente, Lele segnalò con un “sono qui” la propria posizione dietro lo scaffale che divideva in due la grande sala. Ugo gli si avvicinò, trovandolo completamente assorto nella lettura.
“Vedo che hai trovato anche qui qualcosa per placare la tua fame di buone letture”.
Lo sfiorò di lato e cercò di riconoscere da solo quello che aveva in mano Lele.
“Ottima scelta, è Paul Verlaine, vero?
Lele era senza dubbio interessato a quell’opera, ma non come lo sarebbe stato in una situazione diversa.
Mentre Ugo era andato in camera (o dovunque fosse andato, ma era pronto a scommetterci che la capatina in camera l’avesse fatta), la sua testolina non aveva smesso un istante di bollire, di fare due più due quattro.
Incoraggiato da una serie di “segnali” che si erano susseguiti in quei mesi, culminati nel ritrovamento casuale dell’indizio ‘principe’ nelle ore antelucane di quel giorno, Lele aveva deciso, mentre era rimasto da solo in biblioteca, di passare all’azione. Inconsapevolmente, si apprestava a provarci con un ragazzo che, quattro anni prima, aveva già ricevuto avances da un compagno di scuola.
Scambiò quel farsi vicino a lui, fino a toccarlo per vedere meglio insieme il libro che aveva fra le mani, come il tentativo di un approccio timidissimo da parte di Ugo. Sì, era ormai la situazione perfetta. I due giovani erano uno accanto all’altro. Lele si girò ponendosi a 90 gradi rispetto a Ugo e gli fece sentire che ce l’aveva duro accostandosi quanto bastava alla sua coscia; nel contempo, gli indicò, a metà di una pagina di cui aveva tenuto il segno, una frase a proposito della quale gli chiese spiegazioni. Ugo lesse a voce alta, mentre sentiva il sesso di Lele premergli sul corpo:
“sono il tuo old cunt ever open”…
“Che cosa vuol dire?” insistette Lele con finta ingenuità, mentre conosceva benissimo il significato di quella frase sconcia di Verlaine a Rimbaud. I suoi occhi scuri cercarono quello chiari di Ugo, ma questi tenne la testa chinata sul libro, facendo finta di andare oltre a leggere ciò che l’amico gli aveva indicato.
Ugo provò un forte imbarazzo, per sé e per Lele. Rimase in silenzio, incapace di muoversi e di prendere una decisione su come reagire. Lele si accorse che Ugo stava arrossendo e ne fu dispiaciuto. In qualche modo, lo stava mettendo in seria difficoltà, oppure…lo aveva proprio ferito.
Dopo qualche attimo, che parve ad entrambi un’eternità, Ugo si staccò da Lele e si sedette al tavolo più vicino. Lele si spostò con lui e avvicinò il cavallo dei pantaloni al gomito di Ugo che sporgeva dal tavolo. Il silenzio di Ugo, chino sul volume, era come se si fosse trasformato in un grido. La sua carnagione chiara era già più rossa, rispetto al giorno prima, per il sole che aveva preso al mattino in montagna, ma ora sembrava addirittura paonazza. Leggere convulsioni scuotevano il corpo del ventenne. Lele si rese conto che non era il caso di insistere e lo lasciò stare.
Ugo indugiò ancora un minuto fingendo chissà quale concentrazione riguardo al quesito formulato da Lele, poi si alzò lentamente, rimise a posto il volume e, finalmente, degnò il proprio coetaneo di un’occhiata glaciale che non ammetteva repliche: “Non posso accontentarti, non ci riesco. Scusa”. E uscì chiudendosi la porta alle spalle.

Un paio d’ore più tardi, Lele sentì bussare alla porta della camera, dove si era ritirato più morto che vivo. Se ne stava immobile, seduto sul letto di Ugo.
Era sul punto di dire ‘avanti’, ma si affacciò dentro con discrezione il signor Bensa.
“Permesso? Lele, vieni pure, fra poco la cena è pronta”.
“Grazie, vi raggiungo subito”.
Scese i gradini uno ad uno come se in fondo alle scale l’attendesse un boia per giustiziarlo.
Entrò nel tinello e vide che Ugo e sua nonna erano già seduti a tavola e stavano parlando.
Bensa padre e figlio primogenito si sedettero all’apparire di Lele sulla soglia del locale, staccandosi dalla porta finestra che dava sulla veranda.
“Accomodati Lele, i posti sono gli stessi di ieri sera”. Senza proferir verbo, scivolò sulla sedia, davanti a Ugo. Non ci fosse stato il suggerimento del padrone di casa, si sarebbe volentieri scelto un altro posto. La signora Maria Teresa apparve raggiante dalla porta della cucina con un vassoio.
L’atmosfera tra i due giovani era decisamente più mesta rispetto alla sera prima, e i familiari di Ugo se ne accorsero, ma non dissero nulla.
Per ravvivare la conversazione, che stava languendo, la nonna cinguettò:
“Non vedo l’ora di trascorrere la serata a sentirti suonare, Gabriele!”.
“Tutti non vediamo l’ora, vero Ugo?” fu il modo che Maria Teresa scelse per incalzare il figlio minore, che pareva inspiegabilmente assente.
“Muoio dalla voglia” ebbe la sfrontatezza di risponderle, pur non assumendo espressione tale da giustificare quelle parole.
L’ingegner Bensa trasecolò e non poté trattenersi: “Ma cosa vi prende, ragazzi? La gita di oggi vi ha messi ko?!?” Animo, vorrei averli io i vostri vent’anni!”.
Ugo si rese conto che stava esagerando. Avrebbe salvato le apparenze e ripreso il solito atteggiamento cordiale e amabile con tutti. Poi sarebbe venuto il momento delle spiegazioni con Lele, ma non aveva senso, adesso, insospettire tutta la tribù.
“Sì, è vero, mi sono un po’ scottato, lo sapete che effetto mi fa il sole, specie alla prima ascesa di stagione. Sento un po’ di dolore e di indolenzimento. Lele, anche tu hai una striscia rossa sul collo e la faccia “strinata”! E ti sei visto il naso?” .
Dopo aver così rotto il proprio mutismo, vide che i volti di tutti stavano rasserenandosi; Lele gli rispose, strizzandogli l’occhio:
“Oh sì, mi sono visto allo specchio, prima di scendere! Ne ho preso di sole, su questi monti…mi sa che stanotte avvamperò, dormirò di nuovo poco!”.
Ugo pensò fra sé: ‘con la scelta di autori britannici a tua disposizione, dormiresti poco lo stesso anche se non avessimo preso un raggio di sole in tutta la mattina, specie quando vedrai quel titolo…stanotte avvamperai per ben altri motivi, bello”.
La cena proseguì e si concluse in un clima di ritrovata, lieta convivialità.
Prima di passare in salotto, mentre tutti si adoperavano per sparecchiare e riordinare, Ugo e Lele si ritrovarono in veranda, il primo a portare degli avanzi al cane e al gatto, il secondo a scuotere la tovaglia nel prato.
“Trovo sia bello lasciare che le briciole cadano come cibo per gli uccelli” disse Lele così per dire qualcosa.
Ugo lo guardò e annuì, senza aggiungere una parola, ma sorrise.

Rispetto alla sera prima, a rimanere in piedi fu Ugo, appoggiato al vano della finestra più vicina allo sgabello del pianoforte.
Poteva seguire l’abile gioco della mani di Lele sulla tastiera, osservandolo di fianco e da sinistra.
Se Ugo non avesse stemperato la tensione che si era creata sul finire del pomeriggio in biblioteca, Lele avrebbe avuto certamente difficoltà a suonare per il resto della serata in condizioni del genere.
Il “concerto” si svolse pertanto senza alcun imbarazzo, anche se, tra Lele e Ugo, non in perfetta sintonia come la sera precedente; di questo, però, ne erano consapevoli solo i diretti interessati.
Terminato il repertorio, cui tutti contribuirono con suggerimenti e ben pochi dinieghi da parte di Lele, costretto ad ammettere solo di non essere assolutamente in grado di eseguire una certa sonata di Bach, la compagnia si sciolse; poco prima di mezzanotte, nonna, fratello e genitori di Ugo si congedarono dai due universitari, sedutisi davanti alla TV per ascoltare le notizie del telegiornale.
Quando furono soli, il silenzio venne infranto da Ugo, e con parole che lasciarono Lele di stucco.
“Avevamo stabilito di fare un giro per conto nostro domani. Tu hai voglia di stare fuori tutto il giorno? Quasi quasi preferirei limitarlo al pomeriggio.
Domattina prendiamocela comoda e dormiamo, cosa dici? Andrei volentieri alla messa delle undici e, se tu volessi venire con me, mi farebbe piacere”.
Lele non metteva piede in chiesa da un paio d’anni, l’ultima volta era stato per Pasqua. Tra lui, i preti, il Vaticano, la religione e la sua parrocchia si era incrinato qualcosa da tempo, ma a Pasqua aveva continuato ad andare alla messa per accontentare sua madre. Poi aveva deciso di abbandonare la pratica religiosa. All’invito di Ugo, che gli veniva rivolto come se nulla fosse accaduto qualche ora prima, non seppe resistere. Accettò, e i due ragazzi si diedero un cinque prima di salire a riposare.

La stanchezza prevalse su tutto. Data la buonanotte a Ugo e di nuovo solo di fronte all’armadio-libreria dei segreti, non ebbe neppure la tentazione di tirare fuori il libro per leggerne ancora una parte e rivedere il famigerato foglietto. Se lo avesse fatto, non lo avrebbe ritrovato. Si lasciò cadere sul letto, si addormentò rimuginando gli eventi. Intorno alle tre, si svegliò, si mise in pigiama e spense la luce. L’effetto della lunga esposizione al sole della mattina precedente non si fece sentire più di tanto, si infilò nel letto e riprese sonno senza tanti giri e rigiri.


Lele si svegliò alle nove e mezza. Dopo una decina di minuti, mentre pisolava ancora a letto, sentì bussare.
Ugo si affacciò da dietro la porta, bello come il sole anche appena destatosi dal sonno.
“Ciao, piemontese, falso e cortese!” lo saluto Ugo, scherzando con l’appellativo che aveva usato tante altre volte.
“Ciao, essere perfettissimo”, ricambiò Lele, scegliendo uno dei soprannomi più gettonati che aveva appioppato al collega appenninico.
“Ti va di venire in chiesa, dopo?”
“Con piacere, se me lo chiedi tu”.
“Devi fare piacere a te stesso e a nostro Signore, non a me”.
“Intanto mi basta che sia tu a gioirne”.
“Ci vediamo fuori un quarto alle undici, fra un’ora davanti a casa”.
“Ok, a dopo”.


Raggiunsero a piedi il centro del paese. I genitori di Ugo, praticanti anch’essi, sarebbero andati alla funzione serale con la nonna.
Da Ugo, Lele seppe infine che Giacomo viveva, nei confronti della fede e della frequenza ai sacramenti, una situazione, per alcuni versi, simile alla sua.
“Lo ritenete la pecora nera della famiglia, in fatto di devozione?” ci scherzò sopra Lele, mentre salivano i gradini della chiesa.
“Assolutamente no, ci prendi per dei fondamentalisti?” rispose scherzando anche lui, fingendosi scandalizzato.
La totale armonia fra i due pareva essersi ricreata come per incanto.
Ugo dimostrava di essere una persona di rara intelligenza, oltre che un vero signore, pensò Lele, pentito di essersi comportato da idiota con lui. E da ospite in casa sua.
Si sedettero a destra, non lontano dall’altare. Ugo fu subito circondato dai suoi ragazzi, festanti, il parroco gli fece un saluto con la mano dalla sacrestia, mentre stava indossando i paramenti. Lele vide quanto Ugo fosse impegnato in parrocchia, benvoluto da tutti. Qualcuno insistette perché proclamasse una delle letture o il salmo, ma disse che quella domenica non si sentiva. Alla fine, capitolò.
“Ma se lo fai piuttosto regolarmente, perché tanti complimenti, oggi?”
“Perché ci sei tu”.
“Ma che scemo, non mi dire che ti vergogni!”.
“Un po’ sì…”.
“E perché?”
“Non so, così”. Ecco, entra don Andrea”.
Quando fu il momento della liturgia della Parola, Ugo salì all’ambone insieme ad una ragazza. Poteva avere la sua età ed aveva un viso dolcissimo.
Lesse prima lettura e salmo responsoriale; la sua voce era così pura, chiara e delicata che bastava a edificare tutta l’assemblea.
Venne il turno di Ugo, che proclamò con la sua splendida voce, bene amplificata dal microfono, la seconda lettura. Intonò quindi l’alleluja, facendo venire la pelle d’oca a Lele, che lo sentiva cantare per la prima volta.
Dopo il vangelo, durante l’omelia, Lele sussurrò in un orecchio a Ugo velocemente: “Canti da Dio!”.
Ugo sorrise per un attimo e continuò a seguire la predica del proprio parroco.
Lele fu edificato, inoltre, al momento dell’eucaristia, osservando con quale intensità e in che raccoglimento pregasse Ugo, sia prima che dopo aver ricevuto l’ostia consacrata.
Al termine della messa, Ugo presentò Lele ai suoi amici e ai suoi ragazzi. Genitori dei ragazzi, persone anziane, in tanti salutarono Ugo con una carica di affetto e di simpatia evidentissima. Anche la ragazza che aveva letto insieme a Ugo scambiò qualche parola con lui prima di salutarlo e allontanarsi.
“Vi conoscete fin da piccoli?” chiese Lele seguendola con lo sguardo finché non svoltò in una via che si dipartiva dalla piazza.
“Sì; con Cristina ci conosciamo da sempre”.
“Perché vi siete lasciati, se posso chiedertelo… dovevate formare una coppia eccezionale. Molto carina, sarei qui a farti complimenti a non finire se steste ancora insieme!”.
“Preferisco non parlarne, te ne sarei grato”.
“Come non detto, scusa”.
Tornarono a casa scegliendo un itinerario più lungo rispetto all’andata. La campagna, ai primi di giugno, era uno splendore.
Non seppero cosa dirsi per qualche minuto. Un silenzio insopportabile per entrambi, ma con una delle sue uscite in grado di spiazzare Lele, Ugo riacquistò improvvisamente la lingua.
“Vogliamo parlare delle tue avances di ieri in biblioteca?”.
“Preferirei di no, te ne sarei grato” disse immediatamente Lele, meravigliandosi di come riuscisse a mantenersi calmo nel rifiutare di dare spiegazioni.
“Come non detto, scusa”, gli rifece il verso, serio, Ugo. “Qualunque sia il motivo, sappi che io ti voglio sempre bene e ti considero il mio più caro amico”. Lele si strinse nelle spalle con le braccia, chiudendo gli occhi e frenando a fatica l’istinto di piangere.

Il pranzo domenicale a casa Bensa fu delizioso.
Nel pomeriggio, durante il giro in macchina che fecero fino a Santo Stefano d’Aveto, Lele e Ugo ascoltarono musica, presero un gelato e si fermarono nel punto più stretto della valle a vedere orridi e burroni.
Lele decise di farsi coraggio e, ad un certo momento, mentre stavano rientrando, chiese a Ugo di accostare. Le continue curve gli avevano fatto venire il mal d’auto. Scese dalla macchina e si appoggiò al guard-rail, nella postura tipica di chi si appresta a vomitare. Ugo lo raggiunse in un lampo, dopo aver spento il motore. “Lele, cosa ti senti?”
“Non è cosa mi sento, ma come mi sento: uno stronzo!”. E diede di stomaco, a più riprese.
Ugo non si staccava da lui, cercando di confortarlo.
“Non merito la tua amicizia, sono un verme schifoso!” E scoppiò a piangere a dirotto.
“Lele, io non capisco, perché fai così?”.
“Perché non ho diritto più a un decimo della tua benevolenza, per quello che ti ho fatto!”.
“Ma tu non mi hai fatto niente, cosa ti prende?”
“Daì, Ugo, non eccedere con il buonismo, mi fai sentire ancora peggio!”.
“D’accordo, mi tappo la bocca. Ma ora, in queste condizioni, cerca di calmarti, intanto, che appena ti senti meglio ci rimettiamo per strada”.
Dopo qualche passo per i prati lungo la strada, affiancato da Ugo in auto che procedeva a dieci all’ora, Lele risalì e continuarono il tragitto di rientro.
All’arrivo a casa, la mamma e la nonna di Ugo si accòrsero subito del viso provato di Lele.
“Mio Dio, va tutto bene, caro? disse la nonna.
“Sì, ora va meglio” si erse a portavoce Ugo “ha sofferto parecchio le curve, ha anche vomitato!”.
Lele non avrebbe voluto fare la parte della vittima, ma ormai Ugo aveva spiattellato tutto.
“Povero Lele, mi dispiace” intervenne Maria Teresa “ti preparo un tè, una camomilla, qualcosa?”
“Lasci, signora, mi sento già ritornare le forze. Mi siederò fuori in attesa della cena, che comunque sarà per me molto leggera”.
“Ma certo, tesoro, sistemati comodo dove vuoi”.
Ugo uscì con Lele e si sedettero sulle sdraio, sotto il ciliegio.
“Alla fine del mese, forse prima, saranno mature. Ti piacciono?”
“Ne vado matto, ma anche se fossero mature già adesso, non mi farebbero voglia, stasera”.
“E questa sera, soprattutto, niente concerto, devi riposarti; la nonna se ne farà una ragione”.
“Sono certo che non ci penserà neppure, Ugo; tua nonna è una donna intelligente”.
“Lele, quanto al resto, non parliamone più; tutto dimenticato”.
“Ugo, tu sei un angelo. Grazie. Però io vorrei parlare un po’ di me lo stesso. Tu sei un ottimo ascoltatore”.
“Sono qui, come vedi. E non sono occupato”.
“Tu vai da un prete, ogni tanto. Io non mi sfogo con nessuno” fu costretto a mentire, non volendo svelare che, in realtà, la sua famiglia sapeva.
“Prova ad andarci anche tu. Te l’ho detto, ci sono sacerdoti eccezionali. Quelli che ti cacciano facendoti il pistolotto o non esistono più o sono una esigua minoranza. Posso darti anche qualche indicazione, se vuoi”. Non stava pensando a don Achille.
“Sarei contento se, per cominciare, fossi tu a raccogliere le mie confidenze più intime”.
Dissimulando il desiderio che aveva già di ascoltare quello che Lele gli avrebbe raccontato, sorrise come sapeva fare lui e scandì piano “Ti ascolto, figliolo” e tracciò nell’aria con le dita un segno di croce come il più venerando dei prelati.
Il gesto riportò il buonumore e la complicità fra i due, perché Lele stette allo scherzo e, prima di cominciare a vuotare il sacco, si fece una grassa risata.
“Mi fai morire! Oh Ugo, sei una forza”.
“Non morire, altrimenti addio confessione contrita” e assunse la posa di una figura devota a mani giunte.
“Via, serietà!” protestò Lele. E subito dopo divenne calmo, concentrato e cominciò a parlare fissando l’erba, gli alberi e qualsiasi altra cosa intorno a loro, evitando la faccia di Ugo. La cosa parve normalissima a Ugo, che a sua volta evitò di fissare l’amico che gli stava aprendo lo scrigno del proprio cuore.
“Voglio tagliare corto, ecco. Se hai pensato – ma non vedo come tu possa non averlo fatto – che io ho certe tendenze, hai centrato l’obiettivo.
Non voglio dire di essere finocchio, ti ho ben detto che mi vedo ed esco con una ragazza. Forse, però, perché ad un certo punto ho cercato di provarci ad avere una vita affettiva, diciamo così, normale. Qualche volta siamo anche arrivati ad avere rapporti completi, e non ho avvertito nessun problema, né in me né in lei. Monica, del resto, sa di me, che sono attratto più dai maschi e che sto compiendo uno sforzo per…guarire! – disse in modo un po’ teatrale – e per vivere insieme a lei, fare contenti i miei genitori, seppellire il vecchio Lele. Tu mi vedi così, ma mi avresti dovuto conoscere tra o quattro anni fa, quando i residui di effeminatezza che mi sono trovato addosso nell’infanzia e nell’adolescenza mi procuravano ancora guai…”.
Si bloccò per riprendere fiato, accarezzandosi il dorso di una mano con il palmo dell’altra.
“Taci ancora, Ugo, il tuo silenzio mi aiuta tantissimo a proseguire” riprese di getto.
Ugo, intanto, che non aveva nessuna intenzione di interromperlo, continuava a dare di sé un’immagine pacata e sicura, ma dentro era scosso dalle rivelazioni dell’amico, per il quale, oltre alla simpatia, stava cominciando a provare compatimento nel senso migliore del termine. Soffriva insieme a Lele ed era, quella, una sensazione di piacere.
“Frequentare Monica non mi ha del tutto reso immune dal fascino maschile, ma sembrava funzionare…poi, sei apparso tu. Ti ho subito notato fra le decine di colleghi. Eri solo, non facevi parte di un gruppetto fisso. La mattina che ci siamo conosciuti, io ero venuto presto per chiedere gli appunti al primo che sarebbe arrivato in aula. Quando ti ho visto varcare la porta, ho avuto un tuffo al cuore e mi sono detto: ‘ora gli posso parlare!, e con una scusa plausibilissima’. Desideravo diventare tuo amico più di ogni altra cosa. Questo è successo, sono stati mesi stupendi, i più felici della mia vita, finora. Ma, accanto all’amicizia, è cresciuto anche un sentimento più forte nei tuoi confronti. Non sono riuscito a reprimerlo, non ce l’ho fatta. Non ce la faccio! E ieri ho rovinato tutto!”.
Lele fu sul punto di piangere un’altra volta. Ugo se ne accorse e non ebbe niente di meglio da dire che “trattieniti, fra poco ci chiameranno a cena!”.
“Beato te, che sei un maestro di dissimulazione!” e si allontanò correndo verso il confine della proprietà dei Bensa, per sfogarsi in solitudine.
Ugo rimase sulla sdraio, trattenuto, immobilizzato dalla cruda verità adombrata da Lele.
Che avesse capito? Che un altro – se non il foglietto - fosse stato l’indizio in grado di far piazza pulita dei suoi dubbi? Altrimenti, perché rischiare tanto, se Lele non fosse stato più che certo dei sentimenti di Ugo nei suoi confronti?
Il carattere ‘quadrato’ di Ugo e la sua formazione cristiana gli imponevano rigore morale e cautela.
Se avesse ceduto, nonostante la possibilità di perdono da parte di don Achille, sarebbe stato tutto più complicato. La vita, i rapporti con i conoscenti e gli amici, con i familiari. Vivere con un’altra persona del medesimo sesso, neanche da pensarlo, semplicemente assurdo. E cosa avrebbe detto, la gente? Ugo si rese conto che Lele ce l’avrebbe fatta ad affrontare tutto questo, l’uscire allo scoperto e alla luce del sole. Lui no, mai, mai…quanti rimpianti ne sarebbero scaturiti di lì a qualche anno, chissà! Ma sui principi cardine, nessun dubbio. Si sentiva forte e pronto al “duello” con Lele. Per il suo bene e quello del suo carissimo amico.


La sveglia suonò lunedì mattina più presto di sabato, alle sei in punto.
Il commiato di Lele dalla famiglia Bensa fu un arrivederci desiderato fin da quel momento da ambo le parti. La nonna lo aveva salutato la sera, dopo che Lele volle dedicarle un brano da lui composto, l’unico che suonò su richiesta di Ugo.
L’ingegner Bensa li accompagnò direttamente a Piacenza, dove doveva recarsi per un appuntamento di lavoro quel lunedì mattina.
Lungo la strada, pianificarono una seconda visita di Lele per l’estate, luglio o agosto, quando i ragazzi, se volevano, si sarebbero potuti accampare nel piccolo rustico che possedevano a Valsigiara come base più comoda per escursioni. Alla proposta del padre, Ugo fece eco, con calma, che era un’ottima idea da valutare. Lele ringraziò, tirando in ballo vari impegni da incastrare con l’invito appena ricevuto. Bensa attribuì all’orario lo scarso entusiasmo mostrato dai due passeggeri, che parevano ancora mezzo addormentati. Giunti sul piazzale della stazione, li dovette svegliare.
“Forza, valentissima gioventù!” tuonò con successiva risata che fece sobbalzare sia Ugo che Lele, quest’ultimo seduto dietro.
“Siamo già arrivati? Uhm, che peccato…dormivo così bene!” stropicciò gli occhi e si stiracchiò Ugo.
Scendendo dall’auto disse a suo padre: “Ci sentiamo domani sera; penso di tornare su giovedì, dopo lo scritto di tedesco”.
“Ciao! In bocca al lupo! E anche a te, Lele, per francese! Torna presto!”
“Crepi!” salutarono con la mano i due amici, chiudendo le portiere dell’auto.


In treno, Lele si addormentò di nuovo. Ugo era ormai ben vigile e lo osservava, come sabato mattina quando era entrato in camera per vedere se si era svegliato. Stessa espressione, con la bocca leggermente aperta.
Cambiò posto e, dal sedile di fronte, si accomodò in quello adiacente a Lele, che stava scivolando con la testa alla propria destra, verso il sedile che andò ad occupare Ugo. I capelli bruni di Lele furono presto tra la spalla e il braccio sinistro di Ugo, intento a rileggere alcuni appunti. Lele gli era ormai adagiato in beatitudine tra spalla e fianco, ne sentiva il respiro regolare. Passò il controllore e Ugo gli mostrò il proprio abbonamento; senza svegliare Lele, che continuava a riposare su di lui, prese il suo biglietto e lo consegnò al ferroviere, per una volta tanto fregandosene di quel che un estraneo avrebbe potuto pensare di quella posizione da insolito e dolce idillio. Lele si svegliò all’arrivo in un stazione intermedia, a causa della frenata piuttosto brusca del convoglio. Aprì gli occhi, cosa che Ugo non poteva notare; senza a sua volta poter inquadrare l’amico, realizzò che Ugo si era seduto accanto a lui e che gli stava offrendo un appoggio col proprio corpo. Finse di essere ancora preda di Morfeo, anzi…il suo Morfeo era Ugo, avrebbe voluto sentirsi fra le sue braccia. Furono pochi minuti, dolcissimi per entrambi, che si rubarono l’uno all’altro. Ugo sospettò che Lele potesse essersi destato in seguito alla frenata del treno e che avesse deciso di godersi quell’inaspettata intimità.
Né a me né a Lele, pensò, importa di conoscere la verità. Stiamo bene così, ora.
Il treno rallentò per l’imminente sosta a Pavia. Lele continuava a dormire saporitamente dopo quel breve, piacevole risveglio. Ugo si vide costretto a chiamarlo e usò il gomito, colpendo due-tre volte il bell’addormentato.
“Il sonno perso lo hai recuperato tutto, eri andato proprio in letargo, eh?”
“Che roba, ho dormito finora!”
“Dài, che siamo arrivati e tu devi cambiare!”
Lele prese il treno per fare un salto a casa: urgeva il cambio della biancheria. Avrebbe avuto qualche giorno di tempo per ultimare la preparazione in vista dell’esame di francese del lunedì successivo.
Ugo si avviò al collegio, dove si sarebbe rinchiuso fino a giovedì mattina, data fissata per la prova di tedesco.



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 Oggetto del messaggio: Re: IL NIDO DI VALSIGIARA
MessaggioInviato: domenica 1 maggio 2011, 13:32 
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Agosto 1990

La calura si faceva sentire anche nelle verdi e boscose valli appenniniche. Ugo prese il resto che gli porgeva l’edicolante, adocchiando al contempo sul giornale del 4 agosto le notizie dell’ondata di caldo che, in quei primi giorni del mese, ebbe i massimi effetti in diverse nazioni europee.
Raggiunse Lele che lo aspettava al volante della propria auto.
“Guarda. Toccati i 37°C persino in Inghilterra!”.
“Già, e qui siamo in un autentico paradiso. Ho scelto proprio i giorni migliori per abbandonare l’afa padana! E meno male che anche i miei si sono decisi ad andarsene due settimane sul Mottarone, invece che dagli zii in quella fossa di Grénoble!”.
Lele aveva ceduto alle insistenze di Ugo: sostenuti gli ultimi esami dell’anno a fine luglio, dopo essersi fatto pregare a puntino, si era messo in viaggio direzione Val Trebbia all’alba del 1° agosto.
Rimasero a casa di Ugo tre giorni, poi rispettarono il programma che aveva lanciato suo padre. La casa di Valsigiara li accolse tirata a lucido.
Durante l’escursione di fine maggio, non erano neppure entrati, Lele l’aveva vista solo dall’esterno. Un rustico semplice, ma carino, nella piazzetta di quella minuscola frazione, un nome sconosciuto a Lele prima di allora.
L’alloggio consisteva in due stanze al piano terreno - un soggiorno e una piccola cucina - e due camerette al primo piano; i servizi si trovavano a metà scala. Vi era poi la legnaia addossata ad un lato della casa. Sull’altro lato e sul retro, un appezzamento di terreno per lo sfogo all’aperto.
Era soprattutto il rifugio di suo fratello; più precisamente, lo era stato prima del suo trasferimento a Trieste. Quell’anno, Giacomo aveva portato a far conoscere la fidanzata alla famiglia; durante le ferie di luglio, la coppia si era fermata qualche giorno in valle. Si sarebbero sposati in ottobre. Anche la futura cognata di Ugo, triestina del sasso, amava molto la montagna. Per tutto agosto, volendo, il nido di Valsigiara - così lo chiamava la nonna - sarebbe stato a disposizione di Ugo e di Lele e di chiunque altro avessero voluto invitare. In quattro si poteva dormire di sopra, ma nel divano letto del soggiorno c’era possibilità di pernottamento per una quinta persona. Ugo invitò, solo per il ferragosto, tre colleghi di facoltà; si fermarono a dormire una sola notte e con Ugo e Lele rifecero il giro che, a fine maggio, avevano dovuto accorciare per colpa del temporale.
Lele si fermò ospite di casa Bensa e del “nido di Valsigiara” per ben tre settimane.
Insieme a Ugo, ora in macchina ora a piedi, girò valli e convalli, salì vette, attraversò valichi e frequentò fiere, feste e manifestazioni della movimentata estate appenninica. Qualche volta, andarono al mare: Cavi di Lavagna, Zoagli, Camogli, Santa Margherita, con una puntata a Portofino.
Fu la più bella vacanza che Lele avesse mai fatto. Aveva Ugo tutto per sé.
Ed anche Ugo, che pure aveva girato molto di più, era al colmo della gioia. Aveva Lele tutto per sé.
Neppure un cieco non avrebbe visto che stavano davvero bene insieme, quei due.
Ugo capì che non aveva senso continuare a soffrire e far soffrire Lele.
Si sarebbe dichiarato, basta. E che venisse giù pure l’universo. Aspettò il momento migliore per dare fuoco alle polveri che covavano dentro di lui.
L’occasione propizia si presentò dopo ferragosto, il giorno in cui un temporale li sorprese tre-quattro chilometri sotto il paese, nel greto del Boreca, dove erano scesi a piedi a prendere il sole e a fare il bagno; un punto in cui il torrente creava un laghetto abbastanza profondo.
Fu sotto un autentico diluvio che percorsero l’ultimo tratto.
“Guarda che, a correre sotto la pioggia, ci si bagna di più!”.
“Sarà come dici, grande scienziato, ma io non riesco a tenere un ritmo da passeggiata sotto questo monsone!”.
Giunsero al “nido” bagnati fradici, un po’ ridendo e un po’ protestando contro Giove pluvio.
Accesero il fuoco nel caminetto del soggiorno, poi si spogliarono per cambiarsi e fare la doccia…anche se quella grossa l’avevano già subita, loro malgrado! E dopo aver fatto pure il bagno nel fiume!
Lele andò per primo. Ugo rimase a scaldarsi e ad asciugarsi davanti al camino, intenzionato a sfruttare quella ghiotta occasione. Quando sentì l’amico entrare nella cabina e azionare il getto della doccia, si alzò e salì le scale. Non vedeva, nella propria mente, la porta del bagnetto a metà scale, vedeva già soltanto Lele nudo che si insaponava e si lavava. Entrò nel bagno, fece cadere la coperta sul pavimento, si tolse le infradito ed aprì la porta scorrevole del vano doccia. Lele lo guardò stupito, con la saponetta e la spugna in mano, ma non tardò a capire.
Si gettarono l’uno nelle braccia dell’altro, baciandosi con passione e stringendosi con forza.
Ugo si staccò solo il tempo di dire: “Lele, ti ho voluto fin dal primo giorno anch’io!”.

Pomeriggio di sesso, cena a lume di candela, serata romantica alla tv; a seguire, notte ancora torrida, in perfetta sintonia con quegli ultimi giorni di solleone. La cosa che a Lele fece perdere il lume della ragione fu che ai preservativi aveva pensato Ugo: lui, manco se li era tirati dietro, disilluso com’era!
Si amarono sul divano letto davanti al camino acceso, poi al piano di sopra unendo i due letti in una sorta di matrimoniale, dopo averlo fatto nella doccia la prima volta.
Il timore che potesse arrivare qualcuno a vedere se, con quel temporale, si fossero trovati in difficoltà, non li sfiorò neppure. Chiusero la porta lasciando la chiave nella toppa e basta. Prima di cena, però, Ugo fece un salto al posto pubblico nell’unico negozio del paese per chiamare a casa.
“No, non siamo stati in pensiero per voi, eravamo andati a Chiavari; il tempo si è mantenuto bello tutto il giorno, lungo la costa. Siamo appena arrivati. Insomma, vi siete bagnati, ma l’importante è che abbiate potuto rimediare!” disse la mamma di Ugo all’altro capo del filo.
“Se avete bisogno di qualcosa, avete la macchina. Noi siamo tranquilli. Saluta Lele e siate prudenti!”.
“Sì, mamma, non temere! Ci vediamo domani sera a cena in pizzeria, allora?”
“Certo, troviamoci alle otto in piazza. Buonanotte, caro”.
“Buonanotte, mamma, e anche a papà e alla nonna”.
“A domani!”:

La cena fu semplice, ma carica di significato. Non smisero di guardarsi con tenerezza, fra lunghi silenzi e sorrisi ormai totalmente complici. Le loro mani si incrociarono spesso. Venne fuori la storia del foglietto nascosto nel libro e ne risero come matti.
Il lavaggio dei piatti fu incredibile. Ugo li insaponò con Lele alle spalle che gli dava baci nel collo e sulle orecchie.
Lele risciacquò con Ugo intento a contraccambiare le carezze ricevute poc’anzi.
Seguirono un film in TV, avvinghiati spesso l’uno all’altro.
Al termine dei programmi, salirono le scale comicamente, fra baci, abbracci e svestendosi poco a poco. Arrivarono di sopra ormai quasi nudi, gli abiti sparsi su per i gradini.
Ugo imboccò l’uscio della cameretta all’indietro, poi Lele lo spinse sul letto dove fino alla sera precedente aveva dormito lui. Lo lasciò lì sdraiato, con solo più addosso le mutande, un calzino e l’orologio. Ugo stette a vedere la successiva operazione di Lele, che fu quello di accostare i due letti.
Poi si sdraiò anche lui, in mutande come Ugo.
Si girò su di lui, contemplandone il viso, con quegli occhi di cielo che gli avevano fatto perdere la testa. Accarezzò i suoi capelli lisci di quel biondo castano che lo attraeva tanto e non sapeva dirsi perché.
Ugo chiuse gli occhi e sentì le labbra di Lele sfiorare le sue e poi scendere giù per il corpo, e ripetutamente baciarlo. Poi sentì la guancia di Lele posarglisi sul sesso … [- omissis -]. Si addormentarono tentando l’ultimo amplesso.


Settembre 1990
Ugo si sedette sulla solita delle due sedie davanti alla scrivania di don Achille. Gino gli aveva detto che sarebbe arrivato di lì a poco da un funerale.
Il sacerdote tardò un poco e quell’attesa, per Ugo, fu come stazionare su un letto di carboni ardenti. Finalmente, sentì il passo veloce del suo “don” che stava per varcare la soglia dello studio, proveniente dalla sacrestia dove era passato a cambiarsi.
“Ugo, sono contento di vederti. Come stai? Purtroppo ho già un altro impegno, fra poco aspetto i genitori di un bimbo che riceverà il battesimo questo sabato. Mi spiace, guarda. Potresti tornare domani?”.
“Non ho pensato che avrei dovuto telefonare, ma non importa, verrò senz’altro domani. Intanto, potrebbe ascoltarmi un attimo? Appena mi è stato possibile, sono venuto subito…”.
“Ugo, cosa è successo? La tua faccia ti tradisce”.
“L’abbiamo fatto” disse asciutto e senza abbassare gli occhi.
“Ok, ok, ora cerca di rimanere tranquillo. Senti, se ti va, puoi tornare anche stasera, dopo cena. Anzi, aspetta un momento: fai un giro, vieni a messa alle 18 o subito dopo, così dalle 18.30 posso ascoltarti”.
“Grazie, farò così. A più tardi”.
“A dopo, Ugo”.

La passeggiata per la città consistette nel giro di qualche isolato di periferia.
Alle 17.30, Ugo era di nuovo davanti all’ingresso della chiesa di don Achille.
Entrò, si sedette e si mise a pregare in ginocchio. Fu un colloquio tormentato con il grande Crocifisso posto sull’altare maggiore.
Un quanto d’ora prima dell’inizio della funzione, uno sparuto gruppo di pie donne attaccò la recita del Rosario. Ugo, nell’ultima panca, unì la propria voce al coro di quelle che stavano rimbombando nel silenzio della chiesa.
Al suono delle sei, don Achille fece il proprio ingresso sull’altare e iniziò la celebrazione, accorgendosi che, quella sera, vi era una presenza nuova fra i pochi parrocchiani habitué della messa feriale.
Ugo rimase seduto e non andò a ricevere l’eucaristia.
Poco dopo, raggiunse don Achille in sacrestia, che lo invitò a precederlo in canonica.
“La strada la sai, sono subito da te”.
Ugo ripeté l’attesa di due ore prima, ma questa volta fu brevissima. Il prete, in pantaloni e polo blu, con il colletto bianco e un piccolo crocifisso al petto, fece irruzione nello studio, si sprofondò in poltrona e disse forte:
“Allora, Ugo…ooooh, finalmente!”
“Prego? ‘Finalmente’ perché possiamo parlare…no?”
“Certo, voglio dire, era ora che…o meglio, mi correggo…insomma, avete resistito abbastanza, tu e il tuo Lele!”.
Ugo trasecolò.
“I bollenti spiriti giovanili sono duri da domare. Ne ho conosciuti di ragazzi che si credevano di poter resistere alle tentazioni della carne!”.
“Padre, lei si sta quindi compiacendo del fatto che io mi sia abbandonato alla fornicazione, e per di più contro natura?”.
“Oh, bontà divina! Ugo, parli proprio come un prete!”.
“Io non la seguo, scusi”.
“Sta alla vostra intelligenza continuare o meno. Vedo che non ti sei accostato all’eucaristia, figliolo, e apprezzo il tuo rispetto nei confronti di Colui che avresti ricevuto a cuor leggero in uno stato di peccato…mortale, come ben sai. Vedi, Ugo, se non hai partecipato alla mensa del Signore, a quella mensa in cui offre il proprio corpo e il proprio sangue a tutti, significa che non lo ritenevi giusto, che ti sentivi in colpa. Se così non fosse, saresti venuto, no?”.
“Ha ragione, è così”.
“E allora, ragazzo mio. Raccontami come siete giunti a… va beh, forza, Ugo”.
Ugo fece un preciso resoconto delle fasi del ‘corteggiamento’, della tensione di quel fine settimana di tarda primavera e della vacanza estiva, appena terminata. Aveva con sé un foglietto fitto fitto di appunti, che ogni tanto consultava. Non risparmiò neppure qualche particolare più scabroso.
“E’ evidente che la passione vi ha travolti, Ugo. Di sicuro, rimarrà sempre tra di voi un’amicizia molto profonda, con quello che avete condiviso.
Tieni conto, però, che se intendete continuare la vostra relazione, prima o poi dovrete in qualche modo uscire allo scoperto. Non ti ci vedo a condurre la tua vita nella clandestinità sotto l’aspetto affettivo. Dico bene?”
“Lei vede giusto, don. Ed è per questo che sono triste. Non potrò mai vivere insieme a Lele, a meno che non manifesti alla mia famiglia, ai vicini di casa, ai colleghi di lavoro domani, quando svolgerò una professione, chi sono veramente: un omosessuale. E questo è fuori da qualsiasi discussione.
Io non dirò mai questo, negherò sempre a chiunque dovesse nutrire dubbi e sollevare interrogativi sulle mie reali tendenze sessuali”.
“Ugo, vedi che non c’è futuro per quello che, mi rendo conto, può essere il vostro desiderio di vivere insieme? Il tuo amico, sulla questione, come la pensa?”.
“Lui non avrebbe problemi, i suoi conoscono le inclinazioni che ha”.
“Ecco, vedi? C’è già un primo terreno di scontro. Glielo hai detto che tu non renderesti mai pubblica la tua condizione?”.
“No”. Ma non è stupido, se lo immagina per forza”.
“E se lui te lo chiedesse?”
“Non lo farà. La risposta sarebbe no. Ma mi conosce, lo sa benissimo!”.
“E tu come vedi il tuo…pardon, il vostro futuro?”.
“Terminiamo gli studi; appena possiamo renderci autonomi economicamente mediante un’attività lavorativa, avremo ciascuno un domicilio, una residenza, non importa se non sarà nella stessa città. Ci potremo incontrare e stare insieme, quando vorremo. Come si dice, “lontano dagli occhi…” il rapporto potrebbe funzionare meglio che non stare sempre appiccicati”.
“ Che bei progetti, hai pensato a tutto. Ma insieme a lui?”
“No, sono cose che mi sono rimuginato da solo”.
“Ah. E conteresti di continuare a frequentare la chiesa, ad essere attivo in una parrocchia?”
“Questo me lo deve dire lei”.
“Io? Io posso darti qualche consiglio e offrirti la misericordia di Dio, nostro Padre onnipotente, quale suo ministro”.
“Mi assolve, padre? Questa volta sarà dura…”. Ugo si commosse, gli occhi gli si fecero rossi, non lontani dal pianto.
“Ugo, carissimo, io vedo la tua contrizione e la tua difficoltà. Per questo, ti siano rimessi i tuoi peccati. Dio, Padre di misericordia…[…] io ti assolvo dai tuoi peccati nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”.
“Amen”, sospirò Ugo dopo essersi fatto il segno della croce. Si asciugò le lacrime che gli colavano isolate dagli occhi.
Don Achille non aggiunse altro e lo accompagnò fuori, scongiurandolo di tornare presto, anche due o tre volte al mese. Un po’ di tempo per lui avrebbe, in ogni caso, cercato di ritagliarlo.


1990-94
Gli anni passarono veloci. Ugo e Lele compirono l’iter di studi approdando alla laurea con soli pochi mesi di ritardo sulla “tabella di marcia”.
Il secondo anno, Ugo ebbe delle iniziali e comprensibili difficoltà, in considerazione del suo stato e dei suoi sensi di colpa.
Lele si avvantaggiò fino al quarto anno, quando dovette ripetere più volte un esame per lui singolarmente ostico.
Nel 1994, Il neo dottor Bensa discusse la propria tesi nella sessione di febbraio, Il neo dottor Rinaldi in quella di aprile.
Durante gli anni di collegio - in cui Ugo volle rimanere, pur potendo indubbiamente permettersi un appartamento o, in alternativa, andare a sistemarsi in casa di Lele l’anno in cui si liberò una camera – continuarono a vedersi, a studiare insieme, a trascorrere qualche breve periodo di vacanza in Appennino da Ugo. Le perplessità di Ugo, note a Lele, non costituirono un ostacolo alla loro relazione. Bisognava aver pazienza con Ugo, Lele lo sapeva benissimo. Dopo la laurea e con i primi soldi in tasca guadagnati, sarebbe stato tutto diverso. Lo attendeva al varco, il suo compagno meno ‘conformista’. Intanto, niente discussioni . Ce ne fu una subito, l’unica, e Lele capì l’antifona: lasciar perdere, per un bel po’, l’idea di andare a vivere insieme da soli. Il suo “Hugh” (così aveva preso a vezzeggiarlo, con la pronuncia ‘Hiù’ all’inglese: un delicatissimo suono che adoravano entrambi) non glielo portava via nessuno e Lele non era il tipo di persona possessiva da volergli stare sempre vicino.

Giugno 1994
Ugo stracciò la busta appena riconobbe il mittente, rischiando di strappare la lettera che conteneva.
Fra le domande di lavoro, alcune le aveva inoltrate a varie compagnie aeree. Non aveva intenzione di fare lo stewart di bordo per tutta la vita, ma per cominciare, andava benone.
Il volto gli si accese in un sorriso smagliante, incontenibile.
Corse in casa a dare la notizia pieno di entusiasmo e furono abbracci e festeggiamenti per quel nuovo traguardo.

Quasi non finì di mangiare per telefonare a Lele e annunciargli la novità attesa. Chiamò dallo studio, in completa privacy.
“Lele, ciao, sono io! Ce l’ho fatta, il mio curriculum li ha convinti!”
“Oh, Hugh che bella notizia mi dai! Sono strafelice per te!”
“Mi scrivono che posso cominciare a lavorare il mese prossimo....Oh, my God!”.
“E così mi lasci solo, disgraziato!” rise Lele.
“Tu, ancora niente?”
“No, ma non dispero che mi diano una supplenza per il prossimo anno scolastico. Dovessi aspettare solo pochi mesi, sarebbe ancora un miracolo, coi tempi che corrono!”
“Senti, ora vediamo come si mettono le cose. Se per il momento sei libero, prima che io prenda servizio in luglio – e non avrò certo ferie, quest’estate - verresti su, nel nido di Valsigiara, per qualche giorno?”.
“Tu mi tenti, cucciolone mio!”
“Io ti voglio, trottolino, ti voglio…mi manchi troppo”.
“Ti faccio sapere il prima possibile…basta, se no parto anche ora”.
“E parti, cosa ti trattiene?”.
“Buonanotte, Hugh, ti amo”.
“Ich liebe dich, I love you, Te quiero, Je t’aime, Lele”.


Quello fu l’ultimo, per anni e anni, convegno amoroso a Valsigiara.
Il tempo si rivelò instabile, poco propizio alle escursioni nella settimana in cui venne Gabriele. I due non chiedevano di meglio, salvo lamentarsi della brutta stagione con i familiari. Trascorsero giornate intere in casa, dandosi da fare a letto.
Il giorno del suo arrivo, Lele passò a lasciare i bagagli nel nido, poi sarebbero andati a cena dai Bensa, con grande gioia della nonna che aveva fatto accordare il pianoforte. Ugo lo aspettava di sopra, stava finendo di farsi la doccia. Lele salì le scale e fece irruzione nel bagnetto, se lo portò in camera dove si spogliarono in preda all’istinto più selvaggio. [- omissis -]. Si ricomposero, raggiungendo la famigliola in attesa di cena e concerto. Per non destare anche solo il minimo sospetto, visto che Maria Teresa aveva preparato il letto per Lele, si fermarono per la notte. Ma all’una, si incrociarono nel corridoio mentre cercavano a vicenda di raggiungersi nelle rispettive camere. Si chiusero in biblioteca, senza accendere luci, bensì agendo alla sola che veniva da fuori: le persiane di una finestra non erano state chiuse. Ugo si abbassò i boxers e[- omissis -].
Quando Lele ripartì, rimasero d’accordo che si sarebbero ritrovati in casa sua a Pavia, dove in quei tre anni erano stati costretti a fare l’amore “mordi e fuggi” e fra mille insidie: con l’orecchio vigile ad eventuali rientri improvvisi dei coinquilini di Lele, soprattutto, e comunque sempre con un occhio all’orologio. In collegio, Ugo non volle mai neppure essere sfiorato da Lele: il timore che potessero essere scoperti lo assillava e non gli avrebbe permesso di lasciarsi andare.



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 Oggetto del messaggio: Re: IL NIDO DI VALSIGIARA
MessaggioInviato: domenica 1 maggio 2011, 13:38 
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Luglio 1994

L’appartamento di Pavia era vuoto, in quei primi giorni di luglio; uno degli studenti sarebbe venuto il 10 per sostenere un esame. Lele lo aveva in affitto ancora fino a tutto agosto. Si sarebbero salutati lì, senza essere disturbati da nessuno.

Ugo suonò il campanello con i nomi di Rinaldi e degli altri studenti nella prima serata del 7 luglio. Non era neppure un mese che non si vedevano. Lele aprì senza chiedere ‘chi è’. Il suo Hugh spuntò dall’ascensore, sorprendendolo mentre apriva la porta d’ingresso al terzo piano.
“Il montanaro che per la prima volta non sale per le scale!” esclamò tirandolo dentro e richiudendo subito.
“Questa volta voglio che sia tutto diverso” bisbigliò Ugo all’orecchio di Lele, cominciando a baciarlo dappertutto.
Nell’appartamento regnava un caldo opprimente, Lele era in tenuta da spiaggia e Ugo in un batter d’occhio lo imitò, lanciando qua e là i vestiti che andava togliendosi.
Lele si rifugiò nella propria stanza, mettendosi a pancia in giù sul letto.
Ugo lo raggiunse, strappandogli letteralmente il costume giallo che indossava [- omissis -].
Erano intenzionati a ‘spendere bene’ quei tre giorni: Ugo sarebbe ripartito il 9.
Il giorno successivo, mentre sulla città si scatenava un temporale spaventoso, [- omissis - ] Il rumore della pioggia, il vento, i tuoni fragorosissimi tolsero loro l’ultima inibizione [- omissis -]
Il 9 fu il giorno del distacco, che non vollero però caricare di mestizia. Oltre al solito divertimento, parlarono a lungo, facendo piani, supposizioni e proposte per il futuro.
“Hugh, occhi azzurri del mio cuore, ci sarebbe un discorso da fare, lo sai…” attaccò Lele, accoccolato sul tappeto, indorando la pillola il più possibile.
“Quale discorso? Oh, non mi dire che …ci risiamo, anima in pena!” e gli mise le braccia al collo baciandogli i capelli dal divano sui cui era seduto.
“Dobbiamo pensare alla nostra vita davvero insieme”.
“Non mi sembra il momento più favorevole. Io sto per partire e non per un sede fissa di lavoro, tu sei in attesa di chiamata non si sa dove…temo che per un po’ di tempo dovremo abituarci all’idea, triste per me e per te, di vederci saltuariamente. Non è per questo che ci siamo regalati questa tre giorni di …esercizi suppletivi? Passerotto, vieni qua, non essere triste, godiamoci l’idillio fino all’ultimo minuto”.
“Sei un tantino cinico e apatico, oggi” rispose Lele facendo resistenza al tentativo di Ugo di alzarlo a sedere sul divano accanto a sé.
“Sono solo realista, Lele! Smetti di sognare! Apri gli occhi. Io sono qui ancora per un paio d’ore e basta!”
“E allora, cosa faremo?”
“Ci terremo in contatto, scrivendo e telefonando. E appena sarà possibile, ci troveremo. Chissà per quanto, ma si apre un periodo in cui non riesco a immaginare altro per noi due. Coraggio, Lele, dobbiamo essere forti…vedremo come evolverà la situazione da qui all’autunno e…”
“Per i prossimi mesi, sono d’accordo, decisioni non se ne possono prendere finché non ci sono in tavola tutte le carte. Ma dopo? Ad esempio, se io riuscissi ad avere un impiego, un incarico fisso in una determinata località, il mio giramondo – e alzando la testa e le braccia all’indietro prese il viso di Ugo fra le mani, accarezzandogli le guance e poi il mento con il dorso delle mani – verrebbe a stare con me, continuando pure a volare di qua e di là fino a che non gli viene voglia di un’attività professionale più sedentaria?”
“E dài, Lele, tu continui a sognare anche ad occhi aperti….”
“Il punto è” – lo interruppe Lele – “potremo mai vivere insieme, come coppia, nella stessa casa? Sì o no?”.
Ugo non poteva più tergiversare. Stava sudando freddo a dispetto del caldo che faceva.
“Il mio pensiero al riguardo è immutato; mi dispiace” e nel dirlo allungò le mani dalle spalle al petto di Lele.
Lele si alzò e si mise di fronte a lui, assumendo un’espressione tra l’annoiato e il triste.
“Mi stai dicendo che dovremo continuare a vederci come due ladri, è così?”.
“Non siamo due ladri, Lele, siamo due innamorati che il mondo, questa società, non accetterebbe serenamente di vedere insieme!”.
“Ugo, sei tu che non riesci ancora completamente ad accettarti!”
“Ebbene sì, per me non è cambiato niente! Piuttosto che svelare ai miei, a quelli che conosco, alle persone con cui lavorerò e ai vicini di casa che avrò che sono un omosessuale, ripeto, andrei anzi all’inferno! Ficcatelo una volta per tutte in quella tua testolina!”.
“Ti compiango, allora: non riesci ancora, a ventiquattro anni, ad avere il coraggio delle tua azioni! Ipocrita fino in fondo, santarellino cattolico di merda!”
“Guarda, non tirare in ballo quel che non c’entra adesso ….ma poi, cosa ne sai davvero dei miei tormenti, di quello che mi porto dentro da dieci anni su tutto ciò che mi è stato inculcato e ho visto come unica strada percorribile nel rapporto tra fede e sessualità? Se ti va bene è così, ma quel salto che mi chiedi non riesco a farlo. E’ un mio limite e lo sento, anzi…me ne sento strangolato, ma il giudizio degli altri su di me e sul mio comportamento mi blocca, capisci? Starei male, farei vivere male anche te, non sarebbe una liberazione, credimi. Io ti ammiro per il tuo coraggio, ce l’hai fin dall’adolescenza, l’hai detto ai tuoi come se fosse stata una marachella da confessare. Ehi, a proposito, non fare scherzi, sai! Che non ti venisse in mente di dirlo in giro di noi due, o di arrivare alla pazzia suprema di parlarne coi miei …per intercedere e metterli di fronte al fatto che tu vorresti si compisse! Siamo intesi, vero?” disse severamente puntando il dito. Ugo, dopo il passaggio nella sua mente di quest’ultima e prima d’ora inopinata ipotesi, divenne terreo in volto. Fissò Lele con durezza e infine concluse drasticamente: “Forse è meglio se non ci vediamo mai più”.
“Ugo, no! No no no no …ma, cazzo! dopo questi anni e dopo tre giorni così, tu vorresti che ci lasciassimo?? La paura ti muove fino a questo punto!?!”.
“Io raccatto i miei stracci e me ne vado. Tanto, ormai, è ora”.
Lele stentava a credere ai propri occhi e alle proprie orecchie.
“Ascolta, Hugh, ora sei confuso e irritato, lo vedo….vai pure, angelo mio, e abbi pazienza con me…basta, non parlo più!” e trattenne le lacrime più che poté. “Ci scriviamo e ci sentiamo telefonicamente, fammi sapere come ti trovi, ok?”.
Ugo sembrava intento solo a preparare i propri effetti personali, ma alla fine annuì, continuando a ignorare lo sguardo di Lele.
“Ti chiamo appena ci sono novità” e con queste parole si diresse verso la porta.
“Non ci salutiamo, non ce lo diamo un bacio?” osò Lele.
“Ci salutiamo come farebbero due amici fraterni” - dispose Ugo voltandosi verso Lele sull’uscio .
Si abbracciarono e si strinsero la mano. Al ‘ciao’ di Ugo che chiudeva l’ascensore, Lele non fu in grado di rispondere. Vide i suoi occhi sparire verso il piano terra; poi diede sfogo alla disperazione più nera, chiudendosi in casa.


“Ci si accorge di amare veramente una persona solo quando la si perde”


Settembre 1994


L’auto di Lele correva sull’autostrada, direzione Udine. Si trasferiva in Friuli per lavoro, una supplenza di sei mesi in una scuola media inferiore.
Erano trascorsi due mesi dal tempestoso commiato tra lui e Ugo e non si erano sentiti che una sola volta. Papà Rinaldi lo aveva chiamato, era una sera di fine agosto, prima di cena.
“Lele, c’è Ugo al telefono”.
Lele corse all’apparecchio installato sulla scrivania della propria camera.
“Ciao, ti dico subito che mi manchi da morire” e all’udire la voce dell’amico del cuore, dolce come il miele ma più maschia della sua, si sentì venire la pelle d’oca.
“Ciao, prodigio, non faccio che pensarti; è dura…”.
“Lo so. Sono appena arrivato da Londra. E’ tutto okay, sono contento del lavoro. I miei ti abbracciano, la nonna ti manda un bacione. Novità?”.
“Sì, l’ho saputo proprio oggi. La mia patria, per i prossimi sei mesi almeno, sarà Udine”.
“Lontanuccio, però è una bella città. Sei contento?”
“Così così…ma non è la distanza: è che non ci sei tu”.
“Io riparto fra due giorni, stavolta viaggio intercontinentale: Stati Uniti”.
“Wow, che invidia! Mi piacerebbe seguirti, ma ormai…”.
“Ascolta, Lele, facciamo così: silenzio e ognuno per la propria strada fino a Natale. Proviamo a stare soli con noi stessi. Il tempo rimedia tante cose e tante ferite”.
“Non vedo alternative…comunque tentiamo, d’accordo”.
“A Natale mi richiami tu, a casa dovrei esserci, prima o dopo, tra la Vigilia e l’Epifania”.
“Perfetto. In bocca al lupo per tutto, Hugh !”.
“Crepi e in bocca al lupo anche a te, Lele”.
“Crepi, crepi! Ciao, bellissimo, ciao!”.
“Alla prossima, signor professore, ciao!”.

Ripensò a quel colloquio. Ugo ero parso un po’ più sereno. La soddisfazione per il lavoro contribuiva, senza dubbio. Lele si augurò altrettanto per se stesso e, con la mente e il cuore in America insieme al suo amato, giunse allo svincolo di Udine.
Ugo aveva ragione, fin dal primo impatto la città lo affascinò.
Trascorsero le settimane, quei tre mesi di insegnamento. Tornò a casa solo per i Santi. L’esperienza in terra friulana lo rimise in sesto, almeno dal punto di vista professionale e di studio. Dedicò tutto se stesso alla scuola, con riscontro favorevole sia da parte dei colleghi che degli alunni e delle loro famiglie. I fine settimana e il tempo libero volle trascorrerli a conoscere meglio quella regione del Nord opposta al suo Piemonte. Musei, chiese, palazzi, biblioteche, mare e monti, colline e pianura, furono le sue mete, nell’atmosfera ora grigia e triste di giornate piovose, ora splendida delle assolate giornate di quell’ottobre, quando l’autunno tirò fuori la tavolozza dei colori caldi. Tutte le manifestazioni dell’atmosfera, comunque, erano per Lele struggenti e malinconiche.
Strinse qualche rapporto cordiale con i colleghi, con cui passò piacevoli fine settimana o serate in pizzeria, al cinema o a teatro; ricevette pure inviti a pranzo e a cena a casa, in famiglia. Si sentì accolto con simpatia, benché non si potesse ancora parlare di vere e proprie amicizie. Riteneva quella parentesi, appunto, solo una parentesi e non intendeva impegnarsi troppo, approfondire conoscenze e legarsi a persone.

Natale 1994 – Epifania 1995

Il 23 dicembre, appena fu a Casale, provò a telefonare a casa Bensa.
“Carissimo Gabriele, che piacere sentirti!” la voce della nonna Olga gli bucò quasi l’orecchio, ma gioì sinceramente a risentirla.
“Signora cara, ma la sua voce è sempre quella di una ragazza, ringiovanisce!”.
“Troppo buono, tesoro mio, sono una vecchia ormai buona a far poco. Che piacere avrei di vederti”! Ugo non è ancora arrivato, ma non so dirti di più. Ti passo mio figlio. Ciao, giovanotto, e tanti auguri a te e ai tuoi”.
“Grazie e anche a lei, signora Olga, a presto, spero!”
“Ciao Gabriele” la voce di Bensa si sostituì a quella della nonna. “Ugo è probabile che trascorra il Natale fra i calori estivi dell’emisfero australe” fu la notizia che ascoltò Lele. “Siamo sorpresi, ci aveva dato buone speranze di poter tornare, invece…sai com’è, all’inizio è così per le giovani leve!”.
“Infatti, la cosa mi sorprende relativamente. Io ho chiamato intanto per fare gli auguri a voi, Ugo me l’aveva detto che non era sicuro di esserci proprio i giorni di Natale. Vedrete che, a Capodanno, qualche giorno per venire dai suoi non glielo possono negare”.
“Ti faccio chiamare quando arriva. Tu, tutto bene? Dove sei? Udine, mi pare d’aver capito”
“Esatto, e va a gonfie vele, per ora”.
“La nostra casa è sempre aperta, quando vuoi venire a trovarci. Anche se non c’è Ugo”.
“Grazie, la vostra gentilezza nei miei confronti è sempre stata ed è squisita. Spero ci si possa rivedere presto”.
“Noi siamo qui, ci muoviamo molto meno di voi, giovani leoni!”
“Buon Natale e alla prossima, ingegnere, anche alla signora Maria Teresa!”.
“Presenterò, e tu fai altrettanto con i tuoi. Buone feste e tanta serenità!”.


Il primo giorno dell’anno 1995 venne sera senza che Ugo si fosse fatto vivo. Lele non aveva mai trascorso feste natalizie così tristi. Le solite cose, i soliti parenti finirono per renderlo di cattivo umore, era scontroso e parlava poco. Suo padre e sua madre non faticarono certo a coglierne il motivo.
“Tu e Ugo, poi, vi siete sentiti?”.
“No, non ancora” si spazientì Lele.
“Cosa mai succede!?!” osservò suo padre, con fare canzonatorio che irritò vieppiù Gabriele.
“Ah, non chiederlo a me, non sono io che giro per il mondo!”.
I genitori decisero che fosse saggio non tornare sull’argomento; prima o poi, il loro figlio avrebbe sbollito la rabbia.
Il 4 gennaio, ormai prossimo a ripartire per Udine, Gabriele si sentì come uno di quei morosini ancora minorenni che vengono tenuti sulla corda.
Inaccettabile. Inconcepibile che Ugo non fosse approdato per qualche giorno in famiglia…che non si fosse fatto vivo per niente.

Il 5 mattina, ricevette una lettera. La grafia regolare e precisa di Ugo l’avrebbe riconosciuta fra mille. Dentro la busta, un biglietto di buon anno, accompagnato da una lettera che occupava la facciata di un foglio; lo scritto si presentava a caratteri abbastanza grossi, pertanto la lunghezza del messaggio non era eccessiva.
Gabriele cominciò a leggere:

Caro Lele, Ottone, 2 gennaio 1995
Ti scrivo con grave ritardo, sono arrivato solo il 30 e riparto domani. Ho desiderato dedicare questi pochi giorni interamente alla mia famiglia.
Non ti ho telefonato e ti scongiuro di non farlo quando riceverai questa mia, non mi troveresti più in ogni caso.
Le nostre strade è meglio che si separino.
Mio padre mi ha detto che a Udine ti sei trovato più che bene e saperlo mi ha dato tanta gioia.
Anch’io sono felice di quello che sto facendo, mi ritengo un uomo fortunato
Ho conosciuto tante persone, ed anche una un po’ più speciale. Si chiama Alessandro e, se vuoi saperlo, siamo ancora a livello di pura amicizia, benché provi per lui – a livello fisico - quello che ho già provato per te (e provo tuttora, ma dando tempo al tempo, tutto passa).
La cosa è ricambiata perché lui ci ha già provato con me. Per ora mi sono regolato come ho fatto con te la prima volta. Il mio sesto senso mi dice che non è uno che punta alla vita di coppia fissa come piacerebbe a te. Può darsi che possa nascere qualcosa, se starà ai patti quando sarà il momento della resa dei conti. Quanto a te, io non voglio più illuderti in alcun modo. Esulterò alla notizia che ti sei accompagnato come desideri con qualcuno degno di te. Io, sicuramente, non lo sono. Quando vuoi scrivermi, il mio indirizzo ce l’hai. Ti risponderò compatibilmente con i miei spostamenti.
Non rispondere a questa mia, però, e non ritelefonarmi, per me il capitolo è chiuso, anche se con sofferenza. Sono pieno di rimpianti, ti vorrò sempre bene, ma non ho alcun dubbio: non dobbiamo vederci più, a meno che non lo voglia la sorte. Quel giorno, semmai dovesse venire quando meno ce lo aspetteremo, ti saluterò e correrò ad abbracciarti, se ti riconoscerò per primo. Spero che lo stesso valga per te.
Un fortissimo abbraccio, un pizzico di fortuna per tutto e… buona vita, Lele!
Tuo
Hugh


Gabriele perse quasi i sensi per il duro colpo. Non riuscì a tenersi tutto dentro e mostrò la lettera ai suoi.
“Lele, ascolta. Forse è meglio così. Ugo era un ragazzo straordinario, ma non poteva funzionare tra voi, giunti a questo punto. Tu vuoi quello che lui non può darti, la vita in due alla luce del sole. E se un giorno le cose cambieranno sotto questo aspetto anche nella società, voi sarete già anziani, vallo a sapere!”.
“Ho appena il tempo di riprendermi da questa botta, dopodomani sono di nuovo in cattedra. Non mi sento di affrontare il viaggio da solo. Mamma, papà, venite con me, così vedete come mi sono sistemato e in che bella città vivo!”
“Sì, Mario, Lele ha ragione…andiamo!”.
“Allora facciamo il viaggio domani, prepariamoci”.
“Grazie, mamma…grazie, papà” – singhiozzò Lele abbracciandoli.
“Non verremo via finché non ti avremo rivisto sereno” promise sua madre.

****************


Gabriele non scrisse mai più a Ugo: se era finita, che lo fosse senza altri contatti. Mille volte meglio un taglio netto, se proprio era destino.
Sentirlo ‘parlare’ anche attraverso uno scritto sarebbe stato un voler trascinare sofferenze, vivere di ricordi. Stop. Che ci provasse con Alessandro, il nuovo astro appena sorto nel suo firmamento. Ugo, del resto, non si fece più vivo né per corrispondenza né telefonicamente: quindi, approvava il silenzio.
Quanto a se stesso, prese un tale amore ad insegnare, che il mondo della scuola divenne il suo mondo, quasi esclusivo. Rimase diversi anni ad Udine, preferendo addirittura non richiedere il trasferimento in una sede più vicina. Lassù si trovava benissimo, le amicizie si consolidarono e gli anni scolastici passarono uno dopo l’altro con tante soddisfazioni e, nelle peggiori ipotesi, in tranquillità. Il suo ritorno in famiglia durante le vacanze estive, di Natale e di Pasqua fu sempre puntuale. Rimase sempre fedele al suo Hugh. Si sforzò in ogni modo di non interessarsi neppure ad altri uomini, perciò le occasioni si ridussero al minimo, limitandosi a due o tre velate avances ricevute da nuove conoscenze, alle quali non diede alcun peso. Impossibile, impensabile, intollerabile, fu però il tentativo di scacciare dal cuore e dalla mente il boyfriend dei suoi vent’anni. Le sue sedute autoerotiche ebbero sempre e solo Ugo come fantasia.
Per lenire il dolore, si gettò a capofitto nel lavoro. Il tempo e le vacanze le dedicava ai genitori, oltre che agli interessi culturali che coltivava con amici e colleghi. Le gite scolastiche erano dei veri e propri eventi organizzati con scrupolo dal prof. Rinaldi.
Dopo dodici anni di vita friulana, gli si prospettò la possibilità di poter tornare verso casa. Qualche problema di salute che i suoi cominciavano ad avere fu il motivo che lo spinse ad accettare il trasferimento a Vercelli. Il primo anno fu duro, non si ripeté infatti il miracolo udinese. Passò in un ambiente più difficile, in un istituto tecnico. L’anno scolastico successivo, il 2007-08, ebbe la cattedra in un liceo linguistico e le prospettive si annunciarono ben diverse. In effetti, quella scuola gli fece tornare la passione per quello che era il suo pane e tutto tornò come prima. Avanti e indietro, un po’ in auto e un po’ in treno, ma la vita del pendolare, in fondo, non gli dispiaceva. Vercelli era abbastanza comoda da raggiungere giornalmente da Casale.


Il primo anno dopo la “rottura”, a casa Bensa arrivarono due lettere di Gabriele. Poi più nulla.
In realtà, Lele non aveva scritto neppure quelle due. Per non insospettire i genitori, Ugo arrivò al punto di scrivere quelle due lettere a macchina, imitando alla perfezione la grafia di Lele nella firma: grafia che, comunque, i suoi e nonna Olga avevano avuto occasione di vedere solo rare volte anche quando Lele era intimo di casa. L’anno successivo, disse di aver dato il suo nuovo indirizzo a Lele e che ormai riceveva posta da lui a Milano. Lele continuò invece a scrivere un biglietto di auguri a Natale, per alcuni anni, ai genitori di Ugo e a sua nonna. Quando il biglietto non arrivò più, i Bensa non sospettarono nulla. I due giovani, a loro modo di vedere, stavano un po’ allentando i contatti, per le vicende della vita. Succede, nulla di strano. E non pretendevano certo che Lele continuasse all’infinito a mandare loro auguri a Natale, se anche con Ugo i rapporti si erano fatti più sporadici.
Nessun intoppo, nessun equivoco, nessuno spiacevole incidente venne a scoprire gli altarini di questa commedia.

Il primo anno da stewart non era dispiaciuto per nulla a Ugo, come del resto aveva scritto anche a Lele. Ben presto, però, si aprirono per lui varie porte. La carriera di interprete presso consolati e ambasciate lo attirava particolarmente.
Il pensiero di vivere in una grande città dove non aveva praticamente conoscenze lo ringalluzzì. Rapporti di lavoro senza eccedere in amicizie, e poi ognuno per sé nella vita privata. Non esisteva nessun Alessandro di cui aveva parlato nella famigerata lettera.
Non smise mai di pensare al suo bellissimo Lele. A volte, si addormentava piangendo. Le sue fantasie erotiche furono tutte per lui.
A differenza del suo ex amico, però, non riuscì ad essergli fedele fino in fondo, con devastanti sensi di colpa.
Ogni tanto, faceva un giro a Pavia per rivedere i luoghi dove erano stati felici…ripensò con nostalgia alla loro prima chiacchierata davanti al castello e a tanti altri episodi. A casa sua, in Val Trebbia, diradava sempre più le visite e i periodi di vacanza, preferendo partire per mete lontane.
Quando ritornava nella sua ex città universitaria, era sempre anche per andare a sfogarsi nella confessione da don Achille.
Il sacerdote lo accoglieva ogni volta sempre più preoccupato. Quel giovane che aveva conosciuto anni prima si era trasformato. Ne ricavava l’impressione – che corrispondeva alla realtà – di un uomo freddo, probabilmente antipatico nell’ambiente di lavoro, opposto al suo lato fragile e alla sua solitudine dal punto di vista affettivo. Cominciò a frequentare ambienti esclusivi dove fosse possibile fare un certo tipo di incontri in tutta riservatezza. Conobbe alcuni ragazzi che ci sapevano fare, ma erano palliativi per non avere sempre il pensiero fisso di Lele durante il tempo libero. Non erano persone da portare nel ‘nido’ di Valsigiara, no, quelli erano solo tipi per quando ne aveva proprio voglia senza tanti problemi.
A sentire queste prodezze, don Achille provò una enorme tristezza.
“Ugo, io sono qui per ascoltarti e per cercare di capire ancora prima di giudicare, ma non puoi continuare così: stai attento, dammi retta!”.
“Don, lei ha ragione da vendere. Io affogo in questo modo il mio desiderio, la mia sete, la mia fame di Lele, che non potrò riavere mai più!”.
“Benedetto ragazzo, io mi sento impotente, ma posso invocare su di te la misericordia divina. Lo intuisco senza ombra di dubbio che vieni qui a gridare la tua disperazione al Signore, che non ti vanti della miseria in cui cadi, ma sforzati almeno di rinunciare a quel tipo di sesso mercenario! Piuttosto, arrangiati da solo pensando al tuo Lele!!”.
“Oh, don, se sapesse come sto male! Non posso pensare sempre a lui, cerco sesso alternativo proprio per un diversivo, per sviare la mente e il resto da questo chiodo che mi opprime!”.
Dopo la confessione, andava subito via. La sua frequenza alla messa e ai sacramenti si stava diradando. A Milano, girava da una chiesa all’altra, comunicandosi in parrocchie diverse. Più di una volta rifletté sul fatto di aver abbandonato Lele per i principi in cui credeva, per aver forse voluto reagire con fermezza a quella frase dura del suo compagno…e adesso, a malapena riusciva a salvare le apparenze, ma si stava accorgendo di essere costretto comunque a dare spazio a più di un compromesso.
A cosa era servito puntare i piedi, sbattere una porta, dire addio? Solo a salvare le apparenze. Nessuno gli dava del gay, come adesso usava dire, forse qualcuno poteva sospettare che lo fosse, ma la vita scorreva liscia, politically correct. Pagava un altro ed alto prezzo per essersi ritirato a vita solitaria: che poi, così del tutto solitaria non riusciva a condurla lo stesso. Poco a poco, anno dopo anno, riuscì ad affrancarsi da quella schiavitù grazie alla propria forza di volontà, a don Achille e ad un Altro… che non lo aveva mai abbandonato e in cui lui aveva sempre creduto.



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Tredici anni dopo…

Alla fine del 2007, a 37 anni anni compiuti, Lele - che era stato lasciato e aveva sofferto le pene dell’inferno nei primi tempi - viveva in una condizione moralmente più serena di Ugo. Questi si stava risollevando con fatica dalle sabbie mobili in cui era sprofondato.
Il dibattito sul disegno di legge relativo ai DICO fu ovviamente seguito con interesse da Gabriele. Non frequentava gruppi, né chat su internet né alcun sodalizio che avesse a che fare con le tematiche ‘glbt’, come si diceva ora. Provò una rabbia enorme nel vedere come il progetto di Rosy Bindi e di Barbara Pollastrini era stato affossato e, soprattutto, gli diedero parecchio fastidio le inframmettenze in materia da parte del Vaticano, dei vescovi e degli cosiddetti “atei devoti”. Avrebbe dato chissà che per conoscere le posizioni di Ugo al riguardo. Si era …ritirato su posizioni più moderate, nel rispetto del proprio status di insegnante; sulla questione, peraltro, ben difficilmente gli sarebbe capitato di doversi esporre con gli studenti, visto che durante le sue lezioni si parlava di lingue e letterature straniere. Ne parlava, al solito con molta libertà, in famiglia.
Il dottor Pier Ugo Bensa, al contrario, viveva il proprio punto di vista sulla vexata quaestio con qualche apertura rispetto al passato. Era senz’altro favorevole all’estensione di alcuni diritti alle coppie conviventi, comunque fossero formate. Di entrare a fra parte di quella schiera, però, non avrebbe tuttora avuto il coraggio; forse all’estero, lontano da dove era nato e poi vissuto, ma mai in Italia. Se Lele avesse solo potuto immaginare certe elucubrazioni dell’ex-compagno, quel piccolo pertugio nella coltre serrata delle sue convinzioni, si sarebbe messo a cercarlo per mare e per terra.
Non si vedevano e non si sentivano da tredici lunghi anni. Era destino che dovessero incontrarsi di nuovo del tutto casualmente.
Accadde in occasione di un viaggio. Gabriele si recò a Firenze per visitare una mostra e decise di andare in treno.
Ugo si ritrovò nel capoluogo toscano per lavoro negli stessi giorni, prima di Natale, e apprese della mostra solo allora. Un salto a Palazzo Medici-Riccardi riuscì a infilarlo tra gli impegni già in agenda. Era arrivato il mercoledì e sarebbe ripartito venerdì mattina: giovedì, prima di sera, si sarebbe incastrata benissimo un’occhiata veloce alla mostra.
Giovedì mattina, spostandosi in autobus, ad un certo punto, alzando gli occhi dal quotidiano che stava leggendo, ebbe una visione: riconobbe Gabriele, o almeno poteva essere lui. L’autobus era fermo, in coda ad una fermata, dietro ad altri due mezzi pubblici in attesa di ripartire. Gabriele salì sull’autobus che precedeva quello sul quale si trovava Ugo. I battiti cardiaci cominciarono a farsi più frequenti, si alzò e si portò avanti per scendere, dimentico degli affari che avrebbe dovuto sbrigare. Vide che era un autobus diretto alla stazione di S. Maria Novella. Alla fermata successiva, scese e riuscì a salire sul mezzo con Gabriele a bordo. Si fermò in fondo, mentre scorse il suo perduto amore già a metà dell’autobus, prossimo alle porte per la discesa. Era lui, era proprio lui! Rimase nascosto e continuò a tenerlo d’occhio. Scommise che sarebbe sceso alla stazione, ed ebbe ragione. Scese anche lui e cominciò a seguirlo con circospezione, ma Lele non si era accorto di niente e camminava spedito, probabilmente doveva prendere un treno che stava per partire. Non c’era tempo per riflettere, doveva agire subito. Lo raggiunse e gli si affiancò: “Ciao Lele, dove corri?” gli chiese sorridendogli nel modo in cui l’altro non poteva aver dimenticato.
“Ugo, Hugh!!” non disse altro, se lo mangiò con gli occhi e poi si gettò tra le sue braccia. La scena si svolse fra la gente che partiva e arrivava, la maggior parte non fece neppure caso ad essa.
“Cosa fai a Firenze? Ma sai che ti trovo proprio bene? Gli anni sembrano non passare, per te, Lele!”.
“Anche tu non sei cambiato, direi” rispose Lele al complimento, benché avesse notato, al contrario, che Ugo recava i primi segni della mezza età.
“Sono venuto per la mostra, l’ho visitata ieri e ora sto per ripartire. E tu?”.
“La mostra? Oh, sì, pure io voglio andare, oggi. Sono qui per lavoro. Pensa che dovrei essere altrove adesso, ma quando ti ho scorto dall’autobus non ho pensato più a nient’altro che a raggiungerti e a salutarti. Ma…adesso tu devi proprio partire? Io devo scappare, mi staranno aspettando! Dobbiamo lasciarci così dopo anni che non ci si vedeva?”.
“Il mio treno è laggiù, parte fra dieci minuti…avevo deciso di rientrare già oggi, però ho il giorno libero il venerdì che mi allunga il ponte dell’Immacolata. Posso fermarmi qualche ora e partire nel pomeriggio, se vuoi…”.
“Sono così felice di rivederti…che profeta sono stato! Ho avuto la sorte di avvistarti e ho mantenuto la promessa, nulla mi ha fermato nel mio desiderio di riabbracciarti! Ora scusami, ma devo fuggire, ne va del mio ufficio…il tempo di memorizzare i numeri di cellulare, così più tardi ci sentiamo per pranzare insieme”.
Eseguita l’operazione che, l’ultima volta che si erano visti, era ancora un gesto inusuale per la stragrande maggioranza delle persone, si accomiatarono per il resto della mattinata.
Gabriele ne approfittò per raggiungere alcuni angoli di Firenze che aveva tralasciato in precedenti sue gite. Il tempo dei primi di dicembre, quell’anno, non era ancora freddo nella piana fiorentina, si girava volentieri a piedi per la città. L’attesa si rivelò più lunga per Ugo, che dovette attendere agli impegni per cui era sceso in riva all’Arno da Milano. Appena poté, chiamò Lele, in quel momento immerso nel verde del Giardino di Boboli.
“Eccomi, tu dove sei?”
“Giardino di Boboli: un po’ decentrato, vero?”
“Assolutamente no, fermo lì! C’è una trattoria buona, se non erro, non lontano da Palazzo Pitti. Io sono già vicino a Piazza della Signoria, arrivo in un batter d’occhio”.
Il passo di Ugo era ancora quello di un ventenne. Dalla sua chiamata al suo apparire all’angolo della piazza, passarono sì e no dieci minuti. Lele gli si fece incontro, ancora incredulo di vederlo davanti a sé. Era proprio lì, era lui!
“Vieni, prima che si riempia, è qui, poco più avanti”.
Lele obbedì all’ordine e seguì Ugo, che procedeva come un bersagliere. Si fiondò nel locale, chiese un tavolo per due e l’ottenne. Il “tocco”, come si dice in Toscana, non era ancora suonato e qualche posto libero rimaneva ancora.
“Finalmente un po’ di tranquillità!” incalzò Ugo, ormai trafelato. “Cosa mi racconti?”
Tra crostini, ribollita, cinghiale e un buon fiasco di Chianti si raccontarono tutto quello che avevano da dirsi. Il ‘materiale’ non mancava davvero…
“Qualcosa comincia a cambiare rispetto a quando eravamo giovincelli…ma quanta fatica! Fra poco, ci passeranno avanti Paesi ritenuti arretrati fino a ieri” brontolò Lele, toccando l’argomento che ancora gli bruciava dopo le polemiche della primavera precedente. “Tu cosa ne dici?”.
Ugo sorprese piacevolmente Lele esponendo le proprie idee riguardo a pacs, dico e contratti simili. Rimarcò, tuttavia, che per lui il matrimonio rimaneva quello tra un uomo e una donna.
Su questo, Lele scelse di non entrare in inutili discussioni. Fu invece abile nell’accostargli il discorso delle unioni tra persone dello stesso sesso, per tastare meglio il polso del suo ex-ragazzo: manco fosse divenuto, lui, Lele, un soggetto telepatico. Mentre sgranocchiavano e intingevano cantucci nel vin santo, si arrivò alla ‘questione essenziale’.
“Suppongo che, anche qualora la legge arrivasse ad equiparare e a riconoscere i vari tipi di convivenza, tu non te ne avvantaggeresti, è così?” fu la mossa studiata di Lele.
“Esatto” commentò asciutto Ugo, tracannando il passito che aveva ancora in fondo al bicchiere.
“In questi anni, posso chiederti se ti sono mancato, Hugh?”
“Mancato? Io ho rischiato di impazzire, per te!”
Lele mise la mano su quella di Ugo, attento a non farsi notare, ma con un gesto spontaneo al quale Ugo non si sottrasse, benché fossero in un luogo pieno di gente. La ritrasse e continuò:
“Posso dire lo stesso, io sono ancora innamorato cotto di te…” e subito dopo scoprì l’asso nella manica: “andiamocene all’estero, Ugo, dove nessuno ci conosce, lontano da tutti. Qualcosa da fare, la troviamo, vedrai…”.
“L’Italia è pur sempre la nostra patria…” contestò aulicamente Ugo, con un filo di tristezza.
Uscirono dalla trattoria dopo una serie di complimenti, poiché Ugo volle offrire il pranzo a Lele.
Tornarono verso il centro: Ugo propose di visitare la mostra insieme.
“Mi è piaciuta così tanto, che figurati se non accetto di rivederla insieme a te!” gioì Lele; e si avviarono in compagnia a Palazzo Medici-Riccardi.

La mostra galeotta decise i cambiamenti di programma per quel fine settimana.
Ugo convinse Lele a fermarsi a Firenze per la notte e a rientrare al Nord l’indomani insieme a lui.
Gabriele convinse Ugo a raggiungerlo a Casale per l’Immacolata, a pranzo in casa dei suoi.
“Devi ritornare anche da me, a Ottone; ogni tanto la nonna ti ricorda, non ha mai smesso di pensarti intento a suonare il piano del nonno”.
“Te lo prometto, però per cominciare vieni tu da me; io, a casa tua, sono venuto tante volte; tu, a Casale, in non più di tre o quattro occasioni”.
“D’accordo. Ora vieni, andiamo, magari c’è una singola libera nell’albergo dove alloggio”.
“Camera singola? Preferirei una doppia insieme al mio vecchio Hugh” gli sussurrò Lele all’orecchio mentre attraversavano Ponte Vecchio.
“Si può fare, non temere, si può fare…” lo rassicurò Ugo. Si scambiarono un’occhiata di totale complicità come ai tempi d’oro.
Arrivati in albergo, chiesero una singola per Lele.
“Vai pure a sistemarti, fra poco ti raggiungo” disse Ugo indicando il corridoio in cui si trovava il numero corrispondente alla camera di Lele, mentre lui si dirigeva alla 215. Tenne a mente che a Lele era stata assegnata la 238 e, dopo una decina di minuti, lasciò di nuovo la propria camera per schizzare in quella dove avrebbe posto fine a tredici anni di tormento. Bussò, Lele aprì all’istante quasi fosse sulla maniglia pronto a scattare e si compì la loro beata speranza, l’uno fra le braccia dell’altro, in preda a baci, risa e lacrime…della serie “perché non prima!?”.
“Cosa volevi dire con il discorso della doppia, malizioso?” lo pungolò Lele, liberandosi appena dalla stretta possente di Ugo.
“Che la mia camera è una doppia, per la precisione una matrimoniale. Ma non potevo, alla reception, dire che avresti condiviso con me la camera…dopo due giorni che sono qui; diverso sarebbe stato se fossimo arrivati insieme e avessimo chiesto una doppia con letti separati. Mi pare molto più opportuno che tu abbia la tua singola…dove non dormirai, vero?” e così dicendo, gli occhi di Ugo si accesero in uno sguardo al quale Lele non poté dire di no. Decisero di non “sciupare” l’essersi ritrovati con un immediato rapporto sessuale. Parlarono ancora un bel po’, poi scesero per cenare. Dopo cena, si rilassarono giocando a carte, senza fretta di consumare ciò a cui anelavano entrambi da quel caldo pomeriggio del luglio 1994 in cui erano stati insieme a letto per l’ultima volta. Quando salirono in camera di Ugo, erano da poco passate le 22.30.

La notte iniziò con le acrobazie e terminò con il romanticismo. Dormirono, Ugo sul petto di Lele, solo dall’una in poi.
La mattina del 7, vispi e soddisfatti, si misero in viaggio dopo una robusta colazione.
Bologna, Piacenza… fino a Milano, dove Ugo doveva passare in ufficio solo per poco, anche se in città era la festa di S. Ambrogio, perché era stato fuori nei giorni precedenti. Lele mise piede per la prima volta nell’appartamento di Ugo, in cui riconobbe il suo stile. Mangiarono un boccone nel mezzodì.
“Rimani pure qui e, se ti va, dai pure sfogo al tuo estro culinario. Io rientrerò verso le 16, se posso anche prima”.
“Magnifica, casa tua… vi sarà qualche segreto da scoprire?”
“Vedi tu…ciao, ora scappo. A più tardi, ciccio!”.
“Ciao, Hugh, ciao!”
“Che bello sentirsi richiamare così! Io non muoio più”!


Si misero in viaggio per Casale che non mancava molto a mezzogiorno. Avevano dormito fino a tardi, ché la sera prima si erano dati alla pazza gioia. Gabriele, soprattutto, doveva rifarsi del lunghissimo digiuno e fu insaziabile. Volle fare sesso in vari modi e posizioni, al punto che Ugo gli chiese se si fosse dedicato, in quel lungo periodo di astinenza, alla lettura attenta del kamasutra…sperando prima o poi di mettere in pratica ciò che andava imparando!
Lele aveva chiamato i suoi per dare la buona notizia già giovedì sera da Firenze. Mario e Rita Rinaldi, a casa, si stavano preparando a ricevere il figlio e il graditissimo ospite.
Erano in sala da pranzo, a controllare che la tavola fosse apparecchiata in modo impeccabile, quando sentirono aprire la porta e Lele chiamare: “siamo noi”!
I due coniugi si affacciarono nel corridoio, pronti ad abbracciare Lele e, ancor di più, Ugo.
“Ugo! Oh Signur, che gioia!” esclamò, in mezzo dialetto, la signora Rita davanti all’uomo maturo, ma dal viso ancora giovanissimo.
“Signora Rita, caro Mario, cosa direte…dopo tanto tempo…” quasi a volersi scusare per quello che era accaduto tra lui e Lele anni prima.
“Non dire nulla, caro, vieni, venite …è pronto; con le gambe sotto il tavolo e davanti a un bel piatto di agnolotti, si chiacchiera meglio!.
“Mmm…abbiamo una fame!” convenne Lele.
Al pranzo amorevolmente preparato dai Rinaldi, fu fatto grande onore. La conversazione che accompagnò il succedersi delle ricche portate spaziò da un argomento all’altro. Venne anche, senza intenzione, ma del tutto casualmente, il momento di discutere di qualche cosa che stava a cuore un po’ a tutti e quattro i commensali.
“Noi non è che abbiamo seguito e spiato nostro figlio, ma lo conosciamo bene, Ugo: in questi anni, sappiamo che non ha fatto altro che pensare a te e aspettarti, sperare di rivederti. Non ha avuto nessun altro, credo che questo te lo abbia detto lui stesso” esordì papà Rinaldi una volta toccata la ‘questione essenziale’.
“Sì, ma non avevo dubbi che Lele si fosse comportato meglio di me” ammise Ugo. “Anch’io l’ho portato sempre nel mio cuore, ma ho rischiato talora di perdermi”.
“Vedi, Ugo, con quale serenità parli di queste cose con noi: con i tuoi, invece, sappiamo che lo ritieni impensabile”.
“E’ vero, lo era e lo sarebbe anche adesso” confermò.
“Ugo, forse, potrebbe trasferirsi all’estero per lavoro”, si intromise Lele: “se io facessi altrettanto, vi dispiacerebbe?” buttò là, osservando la faccia di tutti e tre.
“Lele, avremmo nostalgia di te, che discorsi, ci sentiremmo soli, ma saperti felice vicino al tuo Ugo compenserebbe tutto” fu la risposta di sua madre “E poi, ogni tanto, ritornereste, no? Altrimenti, verremmo noi a trovarvi, anche in capo al mondo!” e i quattro risero di gusto per la battuta.
“Lele, i tuoi genitori sono persone eccezionali!” sospirò Ugo, commosso.
“Ma pensi, allora, che la tua famiglia, al contrario, si scandalizzerebbe? Saresti dunque mandato via di casa, rinnegato e diseredato?” lo mise un po’ alle strette Lele.
“Non credo, no; tuttavia, non sono curioso di metterli alla prova per vederne la reazione. Piuttosto, direi loro: il destino ha voluto farci ritrovare; io me ne vado all’estero; Lele, a sua volta, è stanco dell’Italia e cerca di andarsene anche lui. Dividiamo un appartamento nella stessa città per risparmiare.
Insomma, ci sono tanti modi per evitare di raccontare vita, morte e miracoli!”.
“Ugo, sai mantenere un paletto fisso, vedo” fu la replica di Lele. E va bene, piuttosto che perderti un’altra volta mi adatterò alle tue condizioni. Lasceremo vivere in pace i tuoi e tua nonna. Personalmente, sono convinto che non sarebbe per loro un dispiacere, ma rispetto la tua volontà”.
“Ti sono riconoscente, Ugo; lo sarò anche a voi, se vorrete custodire il segreto” soggiunse fissando Mario e Rita.
“Non è mai uscita e mai uscirà una parola in merito da queste bocche, fìdati” fu la solenne promessa dei coniugi Rinaldi.
“Ottimo, nelle prossime settimane cominceremo a valutare qualche proposta. Tu, però, dovrai terminare l’anno scolastico, vero, Lele?”
“Naturalmente, ma poi sono pronto a spiccare il volo!” e accompagnò l’affermazione con un gesto del braccio.
“Ho telefonato ai miei” riprese Ugo “è da quest’estate che non mi vedono. Gli ho detto che ci siamo rivisti per caso a Firenze, che oggi sarei stato vostro ospite. Erano stupiti e felicissimi, vi salutano di cuore e …beh, Lele, non possiamo deluderli: ci aspettano qualche giorno per le vacanze di Natale!”
“Saranno accontentati!” si impegnò immediatamente Lele, alzandosi da tavola soddisfatto.

Il pensiero di ritornare nella grande casa di Ugo tra le valli dell’Appennino mandò Gabriele in sollucchero. I suoi desideri stavano per divenire realtà, dopo anni di sofferenza silenziosa, che aveva potuto attutire grazie solo all’affetto della famiglia. Ugo poté prendere due settimane di ferie: arrivò dai suoi l’antivigilia di Natale e non si sarebbe mosso da Ottone fino all’Epifania. Gabriele doveva arrivare il 3 e ripartire il 6. Il 3, si mise a nevicare e Gabriele preferì lasciare l’auto a casa e muoversi in treno. Ugo andò a prenderlo alla stazione di Ronco Scrivia per risparmiargli il giro da Piacenza. Dovettero montare le catene e procedere a velocità moderata. Quando arrivarono a destinazione, una ventina di centimetri di neve rendevano l’atmosfera pienamente natalizia e invernale. “Un po’ in ritardo, ma è di un candore fiabesco, non trovi?” osservò Ugo, toccando la bianca coltre depositatasi.
“E’ uno spettacolo! Il 2008 inizia proprio bene!”. Lele e Ugo adoravano la neve.
Entrarono in casa, ancora tutta addobbata a festa.
I Bensa e la nonna Olga erano in trepida attesa. Quando videro Gabriele, non si trattennero: quella loro gentile compostezza dei primi anni fu sostituita da una manifestazione di affetto indescrivibile. La nonna, che sedeva su una sedia a rotelle, si commosse e pianse, quindi ritrovò il sorriso e passò una serata di perfetta letizia.
“Gabriele, per te gli anni non passano: sei …tale e quale a…quand’è che venisti l’ultima volta?
“Nel ‘94”.
“Tredici anni!” e, così dicendo, Maria Teresa scosse la testa. “Non riesco a crederci!”.
“Questo è il nostro Natale con te, Lele: per me, oggi, è un’altra volta Natale!” volle intervenire Olga.
Fecero capire a Lele che, talvolta, perdeva temporaneamente lucidità. Non sapevano che, ben presto, avrebbe dimostrato tutta l’umanità di cui era capace.
Quella sera, niente discorsi “impegnativi”: c’era da allietare la nonna con qualche brano musicale! E così avvenne, con sommo divertimento della cara vecchietta.


La sistemazione nelle camere presentò delle novità: Lele e Ugo avrebbero dormito insieme nella ex-camera di Giacomo, immutata nell’arredamento. Il primogenito era già rientrato a Trieste subito dopo S. Stefano con la moglie e i suoi due bimbi. I Bensa erano diventati nonni e Olga una mitica bisnonna! La camera dove aveva dormito più volte anni prima Gabriele, quella che in quegli anni di gioventù era stata di Ugo, ora ospitava un letto matrimoniale e due lettini per quando Giacomo veniva in Val Trebbia con la famiglia.
“Eccoci qua” disse Ugo una volta che si furono ritirati in camera dopo la buona notte generale.
“Mettiamoci a dormire, domani ci aspetta la neve da spalare!” suggerì Lele, guardando fuori dalla finestra. Continuava a fioccare solennemente.
Si diedero un bacio e si accucciarono ognuno sotto i caldi piumoni dei loro letti.


La neve farinosa e asciutta del giorno precedente si era appesantita. Il rialzo della temperatura l’aveva resa più umida nella notte.
Bensa padre e figlio, con l’aiuto di Lele, fecero la “rotta” da casa al cancello intorno a casa e vari stradelli fino al garage e in altre direzioni, dove occorreva.
All’ora di pranzo, mangiarono come dei lupetti.
“Questo bel lavoro manuale mi ci voleva proprio!” disse fiero Ugo.
“Eh, sì, mister muscolo, ma ti vedo un po’ fuori allenamento…Lele se l’è cavata meglio, vedo” fu il giudizio di suo padre, che rimase serio e poi rise strizzando l’occhio a Lele.
“Sempre intorno a delle scartoffie, mica maneggio il badile, a Milano” obiettò il suo secondogenito.
“Eh io, allora?” gli contestò Lele “forse che faccio il cantoniere? Mi limito ad andare un po’ in palestra per tenermi in forma”.
“La tua forma è perfetta, infatti” osservò la nonna.
“Davvero, complimenti” confermò Maria Teresa.
Ugo pensò che fosse giunto il momento di inaugurare un discorso diverso.
“Allora…parliamo di cose serie…mi è stato proposto di andare a lavorare all’estero”… “per un certo periodo” si affrettò a precisare per non spaventare troppo. “E’ una opportunità che mi stuzzica parecchio. Specie di questi tempi, con l’aria che si respira nell’ex Bel Paese!” dichiarò infine con una punta di amarezza.
“Di cosa si tratta?” chiese suo padre del tutto calmo. Anche mamma e nonna non si scomposero, se non per manifestare un piccolo stupore, e comunque si intuiva non trattarsi di una reazione contraria ai progetti di Ugo.
“Attività diplomatica, incarico di interprete al Consolato Italiano a Boston, negli Stati Uniti”.
“Caspita, mica Europa dietro l’angolo…te ne andresti addirittura in America!” commentò Bensa scherzando per stemperare l’importanza della notizia.
“E’ una ipotesi, non sono a dirvi che fra tre giorni parto per oltreoceano!”
“La tua vita e quindi le tue scelte vengono prima di quello che possiamo preferire noi, la tua famiglia. Devi pensarci e decidere cosa è meglio per te in tutta serenità” fu quello che si sentì di dire sua madre.
Nonna Olga volle sfumare la solennità delle parole della nuora interessandosi alle vicende professionali dell’amico del nipote.
“E tu, Gabriele” “continuerai a insegnare? Ti ci ho sempre visto, sai, nel ruolo di professore: la scelta di educare i ragazzi era proprio la tua vita”.
“Sottoscrivo quello che mi dice, signora Olga…”
“Ma quale signora! Dài, non sarà ora che mi chiami nonna anche tu?” lo interruppe con una certa veemenza.
“Mi sento un po’ a disagio, siamo stati tanto senza vederci né sentirci…comunque, ecco, ero sul punto di dire che, da un po’, sono tentato di trasferirmi all’estero anch’io”.
“E’ la fuga dei cervelli!” scosse la testa l’ingegnere. “Oh, non lo dico per voi, ma per quello che non va nella nostra ‘invidiata’ nazione! Perché qualcosa non va – anzi, sappiamo bene cosa – se tanti giovani preferiscono farsi una vita lontano dall’Italia”.
“E hai pensato dove ti piacerebbe andare?” continuò il discorso incuriosita Maria Teresa.
“No, ho solo cominciato a cercare…”.
Il sasso era stato gettato e l’impatto iniziale parve incoraggiante, sia a Ugo che a Lele.


Ugo tornò alla vita regolare che aveva condotto fino alla laurea, abbandonando le trasgressioni alle quali, ogni tanto, si era lasciato andare per oltre dieci anni in seguito alla rottura della relazione con Lele.
Rifletté per settimane, per mesi, convincendosi sempre più che, se non voleva perdere un’altra volta quel “bell’imbusto” che costituiva in larga parte la sua ragione di vita, gli conveniva cambiare aria, nel modo più netto possibile.
Ne riparlò più volte anche con i genitori di Lele, tutti insieme a Casale, dove Ugo capitava, ogni qualche settimana, il sabato a cena o la domenica a pranzo.
Parimenti, quando si faceva vivo ad Ottone, adombrava in famiglia l’eventualità sempre più probabile del proprio trasferimento in terra statunitense. La salute della nonna stava peggiorando, ma lei si manteneva in genere lucida e piuttosto serena. Diceva che le sue ultime gioie erano le frequenti visite dei nipoti e dei pronipoti e, naturalmente, del carissimo Lele, l’amico del cuore del suo Ghino.

Gabriele sarebbe rimasto anche in Italia, a dire il vero; prima o poi, da Vercelli, si sarebbe potuto avvicinare a Casale, magari quando l’età gli avrebbe fatto preferire spostamenti quotidiani molto più brevi.
Avvenne un fatto, però: la classica “goccia” che fa traboccare il vaso.
Forse perché il suo rapporto con gli studenti e le loro famiglie era stato sempre corretto, civile e gradevole, a parte qualche difficoltà nell’anno in cui aveva insegnato in quel più turbolento istituto tecnico, l’episodio che gli capitò prima delle vacanze di Pasqua lo infastidì al punto da accelerare la ricerca di opportunità di lavoro in America.
Per caso, una mattina, ascoltò suo malgrado una conversazione fra due studenti. Quei ragazzi non si erano accorti della sua presenza in bagno, nell’ultima delle ‘ritirate’: aveva un’ora di buco, che dedicava al ricevimento dei genitori. I servizi degli insegnanti situati al primo piano erano chiusi per lavori, in quei giorni, così raggiunse quelli degli studenti per non salire al secondo piano. Riconobbe le voci, due alunni di due classi diverse in cui avrebbe fatto lezione proprio nelle ore successive. Entrarono improvvisamente, scambiandosi una sigaretta che avevano appena acceso. Lo studente di terza, esprimendosi in tutta la volgarità di cui era capace, disse furioso e dando un calcio contro la prima porta della fila dei cessi:
“Quel frocio di Rinaldi! Se mi chiama, cosa gli racconto, la prossima ora? Cazzone che non è altro, vada a farsi fottere!”.
“All’ultima ora lo abbiamo noi” rispose l’altra voce, cui Lele associò immediatamente un ragazzo della seconda. “Anch’io non mi sento preparato, se interroga. Ho avuto un sacco di materie da studiare e ci mancava pure il compito in classe di matematica! Ma perché dici queste cose del prof, ignorante?”.
“Perché corrispondono alla verità, tonto! O sei uno di quelli anche tu?” Lo schernì mettendogli le mani addosso. “Mio zio Enrico mi ha detto che lui e Rinaldi erano compagni di scuola, negli anni ’80! Mi ha raccontato storie interessanti sul suo conto...” malignò ridacchiando.
“Che cosa, che cosa?” chiese morbosamente lo studente di seconda, mentre lasciavano il bagno dopo averne usufruito.
Gabriele, seduto sul water, rimase come imbalsamato in quella posizione, peraltro piuttosto comoda. Mai aveva subito un’umiliazione del genere in tanti anni di presenza nella scuola. Insulti alle spalle, certo, non in faccia, e da parte di un ragazzo dei meno dotati. Parente, poi, di chi…buono a sapersi! Ma le questioni personali era meglio lasciarle da parte. L’idea che, fra gli studenti, o persino tra i colleghi, potessero insinuarsi chiacchiere sulle sue tendenze e preferenze sessuali, o ce ne fossero state anche in passato, fu insopportabile. Tanti sforzi…tante rinunce, e questo era il risultato!
Uscì poco dopo, dopo essersi assicurato che il corridoio fosse deserto.
Quella mattina, non comparvero genitori ad informarsi dell’andamento degli studi dei figli; Lele ebbe agio di studiare un piano “strategico-difensivo”. La reazione più normale sarebbe stata di interrogare lo studente fedifrago e rifilargli un bel due. Decise di comportarsi diversamente, di essere magnanimo. L’altro, al contrario, non avrebbe subìto ritorsioni di sorta: confidò che non andasse a riportare in giro le confidenze ricevute da quel disgraziato di terza.
Oltre a ciò, a partire già da quel pomeriggio, avrebbe cominciato a pensare alla sua nuova vita negli States.
Alle 11, entrando in terza, assunse l’aria più indifferente possibile. Spiegò per mezz’ora, almeno per punire con una prolungata attesa colui che poteva finalmente vedere in faccia. Alle 11.30, portando a sé il registro, cominciò a scrutare pian piano i nomi…cosa che in realtà aveva già fatto in sala professori appena tornato dal bagno. La lancetta dei secondi dell’orologio appeso sopra la porta dell’aula compì un giro completo, un minuto di silenzio che mise i ragazzi in relativo allarme. Rinaldi non era solito fare lo ‘stronzo’, che gli stava prendendo quel giorno? Per alleviare la tensione, una ragazza ruppe il silenzio: “Via, prof, non ci faccia morire!”. Mosso a pietà, Gabriele emise la sentenza e pronunciò un cognome, quasi certo che la persona che aveva chiamato fosse presumibilmente in grado di sopportare una interrogazione… al posto di chi sarebbe stato il prescelto se, un’ora prima, egli non avesse avuto bisogno di recarsi in bagno e non si fosse diretto proprio in quello per evitare di salire al piano superiore.
Terminata l’interrogazione, però, volle puntualizzare:
“Ah, Rosso, devo sentire anche te…ma oggi non faccio più in tempo. Ti prometto una bella chiacchierata per dopodomani. Mi raccomando, hai un cinque da rimediare!”.
“Ok prof, mi ci impegnerò” bofonchiò il soggetto.
All’ultima ora, in seconda, l’altro ragazzo, che aveva assistito alle esuberanze verbali di Rosso, fu trattato con i guanti e benevolmente risparmiato insieme a tutta la classe.

La sera stessa, chiamò direttamente Ugo dal cellulare.
“Ciao, Hugh, hai un po’ di tempo?”.
“Per te, sempre, bel fieu!” rispose condendo dialetto e italiano.
Gli raccontò l’episodio della mattina e come avesse favorevolmente inciso sulla decisione che doveva prendere.
“Lele, non ti crucciare per una cosa simile, non sarebbe da te!”
“Non la prendo troppo male perché tanto, fra poco, darò un calcio a tutto!”.
“Io sono il primo a gioirne, ma fallo perché lo vuoi per me e per te, non per rendere pan per focaccia”.
“Stai tranquillo, non sto dando spago a chi non merita neppure una pagliuzza”.

Quell’anno, Gabriele si guardò bene dal prendere parte agli esami di maturità.
Lo attendevano tutte le pratiche da sbrigare per cominciare l’avventura americana. Ugo sarebbe già volato negli USA a fine agosto, lui l’avrebbe seguito subito dopo.
Ugo aveva ricevuto l’incarico di interprete, Gabriele era atteso il 10 settembre in un College del New England.
Non si poteva proprio dire di no a qualche settimana in quel di Ottone e…nel ‘nido’ di Valsigiara!
Buona parte del mese di agosto lo dedicarono alle ultime ferie tutte italiane. Monti, mare, pizze, feste, fiume; e sesso e coccole nel rifugio della Val Boreca.
Le condizioni di nonna Olga si aggravarono dopo ferragosto. Ugo e Lele le stettero vicini. Fu ricoverata per qualche giorno in ospedale a Piacenza, poi volle tornare a casa e lì attendere la “dipartita definitiva”, così era solita parlare della morte. Venne da Trieste anche Giacomo con la famiglia.
Il giorno prima di spirare, in uno scampolo di ore in cui parve star meglio, chiamò a se Ugo e Lele, adducendo una scusa intelligente per rimanere sola con loro.
“Ragazzi, per me sta per compiersi il cammino di questa veglia terrena…”
“Nonna, c’è tempo, quando vorrà il Signore…”
“Taci e ascoltami, Ugo, che mi rimane poco per dirvi una cosa. Lele, dammi la mano anche tu” disse voltandosi dall’altra parte. “Anzi, guarda, mettiti al fianco di Ugo, così posso vedervi e parlarvi senza girar la testa di qua e di là”.
“Eccoci qua, nonna, volevi dirci?” Lele riprese il filo a nome di entrambi e stringendo la mano della vecchia.
“Ragazzi, siate felici insieme…vi dò la mia benedizione, voglio farlo finché mi rimane un po’ di fiato” spiegò Olga con un po’ di fatica per lo sforzo. Aveva capito tutto, lo aveva capito tanti anni prima custodendo quel suo segreto nel cuore. Come fosse arrivata alla verità, non pensarono nemmeno a chiederglielo.
“Non vergognarti, Ugo. Se riesci, dillo anche a papà e alla mamma e dì loro che ti ho spinto io a farlo durante quest’ultimo colloquio tra nonna e nipote. Il Signore ti darà la forza, se lo preghi, vedrai. Sei un uomo di fede”.
Gabriele si commosse e dovette abbassare la testa perché voleva che Olga si ricordasse del suo sorriso, non delle sue lacrime. Ugo rimase come inebetito, ma grato dentro di sé alla nonna per quella inaspettata complicità che stava donando loro prima di andarsene per sempre. Il suo tratto delicato, da vera signora, emerse nel modo in cui disse ciò che aveva intuito da tempo evitando di definire quel che i due uomini provavano l’uno per l’altro.

Olga morì all’alba del giorno dopo. I suoi parenti e Lele le erano stati vicini a veglia tutta la notte.
Ugo fece giusto in tempo a partecipare ai funerali. Il vuoto lasciato dalla nonna gli rese il distacco dai suoi e dall’Italia più facile…preferiva iniziare una nuova vita a seguito di quel dispiacere.
Il 28, aveva già il volo prenotato per Boston. Serbò il segreto sulla speciale ‘benedizione’ impartita dalla nonna il giorno prima di morire.
Lele fece ritorno a Casale e si preparò alla partenza, prevista per i primi di settembre.
Non sarebbe andato a vivere nella stessa città di Ugo, ma per il momento dovevano accontentarsi. Per gli standard americani, ai quali dovevano abituarsi, dimorare a soli duecento chilometri l’uno dall’altro li faceva essere… quasi vicini di casa.
Il più era fatto, presto si sarebbero riuniti. L’avrebbero voluto molto, molto tempo prima, invece stava per avvenire alla soglia dei quarant’anni. Ne dovevano essere comunque grati a Dio, gli fece intendere Ugo al telefono: ‘nella vita, è forse garantito che debba andare tutto secondo i desideri che ognuno di noi ha?’

“Beata la famiglia in cui vivere è gioia, allontanarsi è nostalgia, tornare è festa”

FINE


By Hugh



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 Oggetto del messaggio: Re: IL NIDO DI VALSIGIARA
MessaggioInviato: lunedì 2 maggio 2011, 16:56 
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Iscritto il: sabato 9 maggio 2009, 22:05
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Ciao Hugh,
ho pubblicato il tuo romanzo anche su un blog di Progetto Gay, l'unico che possa contenere un file così corposo:
http://nonsologay.blogspot.com/
è un blog molto seguito e penso che il romanzo non passerà propiro inosservato.

E adesso vengo a dirti quello che penso.
E' stata per me una lettura avvincente dalla prima all'ultima pagina. Tra l'altro tocchi temi molto delicati come i rapporti tra omosessualità e religione e lo fai in modo leggero ma allo stesso tempo chiaro. La storia ha una morale di fondo che condivido al 100%: l'amore va al di là di qualunque convenzione. Tenerissima la nonna, che in fondo rappresneta la legittimaizone ufficiale del rapporto tra i due ragazzi. Ho dovuto fare dei tagli, in pratica quelli che mi hai indicato tu, perché il blog è per tutti, ma credo che chi avrà la costanza di leggere tutto il romanzo ne uscità proprio corroborato. Aggiungo che leggere il romanzo mi ha fatto venire in mente tante domande su di te, perché ovviamente c'è molto di autobiografico, più o meno trasfigurato. Penso che tu sia una persona dalla grande interiorità che potrebbe dare moltissimo a tanti ragazzi, proprio per questa visione seria della omosessualità.
Un abbraccio e a presto.
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