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Autore Messaggio
 Oggetto del messaggio: Profumo d'estate
MessaggioInviato: lunedì 30 luglio 2012, 15:50 
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Iscritto il: mercoledì 20 ottobre 2010, 0:41
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Avevo promesso a Barbara che ci avrei riprovato appena avessi avuto tempo. Qualche tempo fa mi ero deciso a ricostruire i passaggi esssenziali della mia adolescenza e cominciai a trascrivere al computer tutte le lettere e le poesie di allora pe ripercorrere la mia storia. Demorsi, un pò pe rl'infinita nolia di quello scritto un pò per i troppi vuoi che c'erano. Era un apporccio troppo scientista che non restituiva le mie emozioni. Vediamo adesso, il racconto non è finito, ma volevo pubblicarlo man mano che lo scrivo.

Oggi ho comprato il mio profumo preferito di sempre. Ne avevo dimenticato la fragranza perché da allora avevo deciso di non usarlo più. Mi ricordo di quell'inizio d'estate. A scuola già tutto s'organizzava per la fine dell'anno. Chi cominciava a studiare sul serio e chi come me si riprendeva da i dolori dell'inverno. Già l'estate risvegliava in me nuova vita, come fosse un stato un lungo letargo, quel lungo sonno si interrompeva ogni volta che la temperatura rialzava e permetteva al pesco di rifiorire. Dentro me erano due i segnali del ritorno dell'estate, uno era per l'appunto la fioritura degli alberi, l'altro, tardivo, l'arrivo delle rondini. Mi ricordo in particolare il fico, che tristezza vedere quelle foglie cadere ad una ad una e infine diventare secco, come le mani raggrinzite di un vecchio. Sembrava quasi morto d'inverno e stavo li a guardarlo e credevo un po' mi somigliasse. Stavo a fissarlo e già verso Marzo notavo qualche punta di verde qua è la. Per me era il segnale che nell'aria qualcosa stava per cambiare. Mi scrollavo di dosso la polvere della brutta stagione e cominciavo a sgranchirmi. Lì avevano inizio i miei nuovi propositi, lì la voglia di tornare a vivere, lì mi dimenticavo delle mille preoccupazione che gonfiavano l'inverno e tutto quasi per magia si ridimenzionava e ricominciavo a fiorire, esattamente come quegli alberi che riprendevano vitalità col sole.
Fu allora che lo conobbi. In realtà lo conoscevo già da un anno. Era mio compagno di classe, ma non c'eravamo mai interessati reciprocamente. Vivevamo due universi paralleli, due mondi che non si incontravano mai. Lui era il classico belloccio, io tutto indaffarato tra compiti di matematica e lettere di scuola. Lui era spigliato nei movimenti, aveva due occhi verde smeraldo che luccicavano come fari nella notte e qualcosa che proprio m'attirava, mi incantava e calamitava verso di lui. La sua inesauribile vitalità, certamente doveva essere quello. Decisamente non studiava, era sempre preso da motori, camicie nuovo stile, cera per i capelli e tante, ma proprio tante ragazzine. Ne cambiava di continuo, quasi per moda, per divertimento o forse solo per assecondare la sua stessa vitalità. Avrei dovuto giudicar male quel modo di fare assurdo, ma la verità è che mi piacque, mi piacque fin da subito.
Vivendo in universi paralleli, era proprio così, semplicemente none esistevamo a vicenda. Io preso dai miei tarli, dai miei studi e dalle mie storie senza senso, lui infondo preso solo da sé. Giusto quell'anno finiva uno dei periodi peggiori della mia vita. Venivo dall'ennesimo tentativo di stare con una ragazza, tentativo miseramente fallito. Sedici anni sembrano pochi adesso, ma allora erano una vera eternità. Mi sentivo il classico sfigato, per il fatto di non aver mai baciato, mi sentivo pieno di emozioni e malumori e dovevo risolvere, dovevo fare qualcosa. Baciai la prima, ma scappai via correndo. Era stato un tragico esperimento finito male. Ricordo anche le scrissi una lettera che poi finì per fare il giro di tutto l'istituto. Lei s'era già affezionata, ma io non so bene cosa, mi prese proprio addosso un sentimento tragico, uno stupore gonfiato dalla gola alla pancia e piazzatosi lì. Allora l'unica cosa che mi riusci di fare per togliermi quel chiodo allo stomaco, fu lasciarla, immediatamente in quello stesso istante in cui avevo realizzato la mia decisione. Fu per quello che scrivetti quella lettera e mi sentii subito meglio.
La seconda volta ci riprovai con la mia compagna. Era bellissima, ambitissima, insomma un vero trofeo. Si chiamava Maria. Come si sa ognuno di noi usa le virtù che più si riconosce. Non che fossi brutto, affatto! Ma non mi piacevo per nulla e sapevo inoltre che il mio stile di vita non doveva sedurre troppo, anzi ero proprio noioso o così mi vedevo allora. Cos'altro restava a un ragazzino che passava dodici ore al giorno sui libri di studio se non quegli stessi libri? Fu facile adescarla, fu fin troppo facile mostrale la mia sensibilità, tenerezza, pazienza e capacità di comprensione. Incominciammo una corrispondenza durata otto mesi, ci scambiavamo il diario ogni giorno. Ogni santo giorno leggevo quello che aveva da dirmi e scrivevo quello che avevo da dirgli. Gli parlavo di me, gli spiegavo le mie paura, gli raccontavo quello che succedeva. Mi parlava di lei dei mille ragazzi che le piacevano. Io non ho mai capito se ero contento o rammaricato del fatto che con me non ci volesse stare. Potevo godermi la relazione che s'era instaurata, potevo giocare all'innamorato amico che tuttavia non era ricambiato. Insomma avevo una storia, ma non era una storia. Più tardi l'avrei definita amicizia. Era di fatto la mia confidente. Otto lunghi mesi di corrispondenza ininterrotta. Neanche la pausa estiva mi aveva demorso. Le scrivevo ogni giorno in un diario e le inviavo lettere. Leggevo le sue. Mi fece compagnia per tutta l'estate prima quel diario. In realtà c'era granché d'annoiarsi e scriverle era un bel passatempo.
Purtroppo, anche se qualcuno direbbe per fortuna, quell'equilibrio in qualche modo era destinato a mutare. E secondo voi come? Non capivo, facevo finta di non capire. Come potevo non capire che solo una ragazza innamorata poteva sopportare i miei chilometrici sfoghi giornalieri? Allora c'era l'occupazione a scuola. Era Dicembre, le feci una sfuriata di gelosia ed ero seriamente convinto ad interrompere il rapporto con lei. Mio Padre mi aveva persuaso: per lei ero solo un amico e dovevo smetterla di starle dietro farmi amici maschi e trovarmi una ragazza. Già amici maschi, facile a dirlo per lui. Amici maschi per me non voleva dire nulla. Io non avevo amici maschi. Avevo il mio amichetto del cuore, me lo trovavo in ogni contesto, ma niente amici maschi. Loro giocavano a pallone e si picchiavano di continuo ed io ero poco interessato all'uno e all'altro. Facevano riferimento a telefilm che non vedevo a spettacoli che non digerivo e cartoni che mi annoiavano. Io da piccolo avevo sempre avuto le mie cose per la testa. Giocavo a fare l'inventore e costruivo ordigni strani in casa, facevo esperimenti, ma l'unica cosa che ottenevo erano le grasse urla al ritorno del lavoro di mia madre. Fu così che la mia brillante carriera di scienziato-inventore-architetto fu stroncata sul nascere. Però insomma fatto sta che la tv neanche la guardavo, mi annoiava troppo, mentre mio fratello di un anno più grande di me, stava seduto davanti lo schermo anche intere giornate.
Una volta presi dei pannelli di polistirolo, era pieno Agosto, e cominciai a infrangerlo nei muri cantando jingle bells. Era il mio Natale d'estate, era così divertente fingere che fosse neve. Mi divertiva l'idea che nevicasse in pieno Agosto. Dovetti sorbirmi le urla dei vicini cui la casa fu presto riempita di polistirolo. Fu così che anche la mia carriera di metereologo geospazioale-atronauta sul nascere. Avevo i pattini, la bici, avevo le costruzioni del bambino più piccolo con cui giocavo, avevo le ragazzine con cui mi intrattenevo, ma no niente amici. Ci provavo ad inserirmi nel gruppo, ma pareva dicessi sempre cose stupide, pareva doveva sempre finire che fossi preso in giro e presto lasciavo perdere.
Insomma sta che allora quel discorso di mio padre risultò convincente. Dovevo smetterla di giocare a fare l'amico e decidermi. È così che in quel Dicembre forzai la mano. Litigai di brutto, mi ero mostrato chiaramente geloso e lei adesso non poteva più fingere. Mi avrebbe perso come amico o si sarebbe decisa al grande passo.
Il brutto dei desideri è che bisogna stare attenti alla loro natura. Probabilmente non era mai stato mio desiderio sbloccarmi da quella situazione e se d'altra parte c'ero stato bene per otto mesi avrei potuto starci per tutta la vita. Allora però non lo sapevo. Insomma mi dichiarò che era sempre stata innamorata, un po' di discorsi prima di deciderci a fare il grande passo e finalmente ci baciammo. 22 Dicembre 1998. Fu un bacio lungo intenso voluto, diverso da quello di prima, la guardavo negli occhi e se me lo avessero chiesto avrei assolutamente detto di si, ero innamorato. La volta prima non m'era piaciuto baciare quella ragazza, ma non ero innamorato, questo volta sì e tutto sarebbe stato perfetto. Avevo improvvisamente preso valore agli occhi di tutti, stavo con una figona. La voce s'era sparsa in fretta. Tutti sapevano che ci provassi spudoratamente con lei, ma nessuno avrebbe scommesso una lira su di me, compreso me stesso s'intenda. Di tanto ero pieno di quel sentimento, di quanto l'avrei pagata subito dopo.
Cosa successe esattamente mai mi riuscì di capire, fatto sta che fini la scuola e cominciarono le vacanze di Natale e già alla seconda settimana ero pieno come un uovo. Anzi avevo proprio un uovo piantato sulla pancia indigesto indigeribile, che a forza di stare là cominciava a puzzare di marcio. Per farla breve non ci volevo stare. Com'era possibile? Non so, ma era così. Forse erano stati i miei e le loro pressioni, forse che mi mancava la vita, forse che forse.. e ragiona ragiona, comunque la ponessi restava quel “forse” tra i denti e nessuna vera spiegazione. Tirai fuori la storia dell'amicizia, ma giusto per tirare fuori dal cappello un argomento. Era uno dei tanti e mi sembrava quello che potevo spendermi meglio. Era solo un malumore alla pancia e tanta nebbia che rendeva grigio tutto. Che nome dargli? Non ne trovai mai uno e ne scelsi uno a caso, uno diverso per tutte le volte che provavo a definirlo e alla fine resto solo “la sensazione”. Scritta proprio così tra quelle pagine di diario, con l'articolo davanti. L'unica e sola, la tiranna e spadroneggiava su di me. Più tardi appresi che era solo la nostra signora, di tutte la più bella, attraente e fatale: era sorella morte. Era un lutto mai celebrato, mai compreso, mai vissuto, di cui mi ero nutrito per anni. Come con il latte mi madre me ne aveva cibato, ed era la morte del fratello di cui giornalmente mi nutriva e che esplodeva ogni volta dentro me in modo così violento e incompreso. Quella sarebbe stata solo la prima di un'innumerevole sequenza di volte in cui “la sensazione” insorgeva e mi bussava alle porte. Come lo spieghi ad un ragazzino di sedici anni? E infatti non potevo e non lo feci.
Dannate donne e il loro istinto materno, rivolevo indietro l'amica e come amica si ripropose, continuammo la corrispondenza ancora per un po', ma non era più come prima. Lei alla fine si convinze che la facevo tanto lunga per una cosa semplice, non la volevo e il problema stava tutto lì. Benedette donne e la loro concretezza, quella storia finì così. Io per riparare dalle mie angosce impreziosii il sentimento religioso avuto in dono anch'esso da mia madre e di tutte le scemenze che m'erano passate in testa gliene dissi altre due. Forse ero un po' “frocetto”, forse volevo farmi prete. Suonarono ai suoi orecchi come delle sciocchezze mostruose e però tutto sommato funzionò, prese la decisione di interrompere la corrispondenza e non rivolgermi più la parola. Meno male.
Maria che bel nome, otto mesi di corrispondenza nel tentativo di conquistarla e un solo mese per lasciarla. Lei se ne andò ma io restai con i miei tarli, con quella despota in grembo che avevo sempre accontentato, senza neanche obiettare ma che sentivo tiranneggiare in me. Restarono solo i miei libri, odiati libri, ma almeno con loro stavo al sicuro. Ero spento vuoto e grigio e fu allora che mi accorsi di lui. Quella sorta di buco nero che s'era creato nella mia vita aveva aperto un varco e dall'altro alto era possibile vedere qualcosa, accorgersi di lui.
Gianluca ricordo ad una ad una le lettere del suo nome. Uno di quei ragazzi che in altri contesti avrebbe solo potuto prendermi in giro e che scientemente allontanavo. Chissà se s'affezionò realmente come io mi affezionai a lui. Fatto sta che anche dall'altro lato s'era aperto il suo buco nero, ma lui aveva paura di finirci dentro e si aggrappò allo spazio intorno, che tuttavia scivolava lento e inesorabile in quel vortice. C'era stata l'occupazione e lui s'era guardato bene dal toccare libro. Dormiva a scuola e sono certo di cosa ci faceva la dentro la notte. Tutto ha un prezzo e ora era proprio nei guai. Doveva superare l'anno e non aveva idea di come fare, non aveva la più pallida idea di cosa fossero i libri io si.
Succedeva sempre, quando i miei compagni avevo bisogno di aiuto correvano da me. Li aiutavo sempre andavo a casa loro, facevamo i compiti assieme. Non lo sapevo ancora, ma ero un professore nato già allora. Prima il suo amico e nostro compagno di classe e poi lui.
Di tutte le persone che mi chiesero di studiare lui fu la più particolare. Voleva darmi in cambio qualcosa, non la sua amicizia quello era troppo, voleva insegnarmi a sua volta come si sta al mondo. Non so mai se lo fece per generosità o spirito di onnipotenza, se per aiutarmi realmente o per gratificare se stesso, ma si mise in testa che poteva trasformarmi nella sua immagine e partirono queste strane lezioni. Cominciò così la mia nuova estate. Avevo un amico maschio come voleva mio padre un autentico mentore, un immagine solare di cui avrei preso tutto e cui avrei dato tutto.
Quello era il suo profumo su di me, meraviglioso, aspro, pungente, forte con punte di miele e fragranza di mare. Quelli sarebbero stati di li a poco i suoi vestiti, il suo taglio di capelli, i suoi occhiali, i suoi pensieri, le sue parole e i suoi atteggiamenti su di me. Indossasi i suoi abiti, mi liberai della tunica e lo segui. Quanto mi piaceva andare in giro con lui sopra il suo motore, entrare nel suo gruppo. Ero il suo protetto, spiegava a tutti del nostro patto, forse per vergogna, forse per giustificare le ragioni di quella frequentazione, forse per mettere in mostra le mie qualità non l'ho mai capito, non me ne interessò più di tanto. Dovevo fargli passare l'anno e non capii mai se era più difficile per lui trasformarmi in un don Giovanni o per me spiegargli lettere e filosofia e qualche facile conto algebrico. Fatto sta che su quel finire di Maggio passai tutti i giorni con lui, sentendo pian piano le energie ritornarmi in corpo e una nuova vitalità scorrermi dentro. Le sue labbra erano come fragole per me, le sue parole uscivano sapienti, dotte e me ne cibavo come fa il pellegrino nelle case che lo accolgono lungo il suo cammino. Avevo dimenticato quel profumo. Dicono che non si può rinascere, facile dirlo per chi non ha incontrato mai la sua pelle.


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 Oggetto del messaggio: Re: Profumo d'estate
MessaggioInviato: lunedì 30 luglio 2012, 19:08 
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Iscritto il: venerdì 30 marzo 2012, 18:40
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Ciao Alyosha,
mi ha molto commosso leggere quello che hai scritto. Mi riporta alla mente quel periodo così strano dei sedici anni… In cui ti rendi conto che qualcosa di diverso c’è ma cerchi di non pensarci… Cerchi di fare quanto puoi per mettere a tacere quella sensazione… E poi arriva la persona che riesce a “rapire” il tuo cuore e questo ti rimane dentro… Con gioia e dolore….

Un abbraccio dolce Alessio, Isabella



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Ogni sera quando mi ferisco una parte di me si chiede cosa stia facendo, ma io non so cosa risponderle. Guardo il sangue colare dalla ferita, colare a terra, goccia dopo goccia, come una clessidra.
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 Oggetto del messaggio: Re: Profumo d'estate
MessaggioInviato: lunedì 30 luglio 2012, 23:58 
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Iscritto il: domenica 1 luglio 2012, 0:16
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Io vivo ora l'età di cui tu racconti, descrivi tutto ciò con molta dolcezza anche se sei consapevole degli aspetti di quella situazione, anche io spero di incontrare proprio in questo momento la conferma fuori da me.
La tua scrittura è veramente impeccabile, diretta, non ti annoia ma ti porta direttamente nella storia senza darti il tempo di distrarti, hai un dono :)



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Don't make me sad
Don't make me cry
Sometimes Love is not enough when the road gets tough
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 Oggetto del messaggio: Re: Profumo d'estate
MessaggioInviato: martedì 31 luglio 2012, 0:06 
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Iscritto il: mercoledì 4 aprile 2012, 21:00
Messaggi: 211
Ciao,complimenti per questo tuo racconto. L'ho trovato molto lucido e spontaneo. Mi sono ritrovato molto in quello che dici,soprattutto quando dici che fosse necessario avere amici maschi ed una ragazza. Mi sono sempre chiesto il perché della mia mancata socializzazione con i ragazzi. Io ho quasi sempre avuto amiche e non amici perché,con loro,non mi ci trovavo assolutamente. Riuscivano a parlare di soli due argomenti: ragazze e calcio. Ripetevano le stesse cose per ore ed ore,come un disco rotto. Fino a pochi anni fa,non sai quanto avrei voluto avere amici maschi ma,adesso,sono arrivato alla conclusione che sia stato un bene l'aver frequentato quasi ed esclusivamente le ragazze. Hanno una capacità di comprensione leggermente superiore anche se ci sono,purtroppo,delle eccezioni in negativo. Questo mi ha preservato un po' dalla cattiveria,sempre presente,di molte altre persone.
Aspetto il seguito :)


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 Oggetto del messaggio: Re: Profumo d'estate
MessaggioInviato: martedì 31 luglio 2012, 9:04 
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Iscritto il: mercoledì 14 aprile 2010, 9:22
Messaggi: 2861
Eh! i profumi... son galeotti i profumi... ti prendono a tradimento e ti portano dove vogliono. Sono così effimeri , fugaci, eppure hanno sempre la meglio su di noi.
Hai saputo rendere molto bene questa loro magia , soffermandoti sui simboli , sugli eventi , sulle emozioni che sono racchiusi in un profumo.
E da lì si aperto tutto un mondo . Si dice che la narrazione autobiografica sia un'esperienza importante per chi la scrive. Certo il tuo racconto è un'esperienza per chi lo legge, perché è intenso e appassionato. Le mie parti preferite sono la prima e l'ultima. Verso la fine secondo me hai proprio dato il meglio. Pochi pensieri, solo fatti e immagini. Gianluca non lo hai raccontato, lo abbiamo proprio visto!


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 Oggetto del messaggio: La mia classe
MessaggioInviato: martedì 31 luglio 2012, 12:30 
Utenti Storici

Iscritto il: mercoledì 20 ottobre 2010, 0:41
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Grazie per le risposte. Non so quanto possa essere valido come scritto, ma certamente la forma del racconto mi pare la più adatta a ripercorrere la propria storia quanto meno. Mi sa che continuo :).

LA MIA CLASSE

Se devo esser sincero la vera storia ebbe inizio quando Danilo, il suo compagno, fidato mi chiese di aiutarlo a fare i compiti. La prima volta che sentii parlare di lui fu l'anno prima. Era una mattina a ridosso del carnevale e quel giorno la professoressa entrò facendo una bella ramanzina a mio fratello Ivan. Già eravamo compagni di classe da sempre io e lui. Cos'era successo per arrivare a questo punto?
Si trattava di una gigantesca rissa all'ingresso di scuola, rissa causata da un ragazzo noto a quanto pare per i suoi modi poco fini e da mio fratello per l'appunto. I soliti scherzi stupidi fatti di schiuma e coriandoli erano finiti in testa ad un ragazzo spaccandogli la testa e nel trambusto erano intervenuti un po' tutti. Io ero rimasto del tutto ignaro dell'evento. Un tipo come me aveva, allora, aveva la sua cara compagna di banco, la classica secchiona, calma e fedele che tenni per tutti e cinque gli anni del liceo. Entravo con lei subito in mattinata, di stare a chiacchierare con i compagni non c'avevo tanta voglia. Per farla breve questo ragazzo, che tanti problemi aveva dato alla scuola era proprio Danilo. Lo stesso ragazzo che insieme ad Gianluca vennero trasferisti all'inizio del terzo anno nella nostra classe, “per problemi di incompatibilità ambientale” (così suonava la circolare), ovvero, dopo aver litigato furiosamente con i loro ex-professori e compagni.
Eravamo un aula tutto sommato apposto prima di loro, tranquilli e questi due tipetti arrivarono a scombussolare la vita un po' di tutti, compresa la mia. Non so come fece l'aula ad assorbire l'incredibile forza d'urto causata dal loro arrivo, fatto sta che in breve si divise letteralmente a metà, tra chi li accolse a braccia aperte e chi li odiava profondamente. Non capii da che parte stessi io, ne come mio fratello a conciliarsi con Danilo dopo quella lite furibonda, cose da maschi pensai tra me e me e mi guardai bene dal chiedere spiegazioni.
Potendo essere sincero sino in fondo, ero sempre stato a primo banco da quando ero a scuola, con davanti solo i professori. Guardavo quello che succedeva sempre attraverso i loro occhi, attraverso i loro rimproveri e le loro parole, il che rendeva accora più appariscente il mio modo strano di ragionare. Pensandoci bene la prospettiva dell'insegnante fu sempre l'unica che conobbi e forse fu proprio da quello che dipesero tante mie scelte future.
Danilo a me terrorizzava proprio e mi guardavo bene dal rivolgergli anche solo la parola. Con lui non si trattava di non condividere nulla, anzi condividevamo proprio tutto, ma al contrario. Io ero tutto quello che non era lui, io timido nelle relazioni lui spigliato, io insicuro lui una vero carro armato, io mesto lui litigioso da morire. Allora faceva coppia fissa con il mio Gianluca. Tutti allora facevano coppia fissa con qualcuno. Mio fratello con Sergio altro nostro compagno, Danilo con Gianluca e io... Io ero un autentico personaggio in cerca di autore. Pareva il giardino dell'Eden, ognuno con il suo amico o amica. Per come l'ho sempre vista quel Dio che da lassù ci guarda si guardò bene dal farci per sempre felici e già all'inizio dei tempi quando vide Adamo tutto contento che nominava la mucca, l'asinello e il bue, intese per dispetto porgli accanto Eva e assicurargli con ciò riparo sicuro dalla noia e l'inizio del lungo peregrinare umano. Sedici anni sono pur sempre sedici e a quell'età gà ci si comincia ad annoiare, non so se è ben chiaro cosa in tendo. A chi piaceva questo e a chi piaceva quella e la rete di coppiette che avrebbero potuto beatamente starsene da sole, cominciò ad intrecciarsi be benino per opera di quello strano fanciullo che scocca le sue frecce un po' a caso. A mio fratello piaceva Valentina che invece piaceva a Danilo. Ma anche a Sergio piaceva a Valentina e questo se lo sarebbero confessati poco più tardi. Gianluca piaceva praticamente a tutte, ma non così tanto, allora, da mettere in pericolo la propria reputazione. A Valeria piacevo io, che invece correvo dietro a Maria. Fatto sta che eravamo tutti compagni; Cupido era intervenuto a mescolare le carte per benino quella classe e quell'equilibrio era così precario che se qualcosa si fosse mosso tutto sarebbe crollato giù definitivamente. E qualcosa in effetti era già successa. Io avevo dato il via alle danze a Dicembre o forse ebbi solo quella sensazione, mentre le coppie già si formavano e sfaldavano a mia insaputa.
Fatto sta che Danilo mi chiese di studiare assieme. So a tal proposito che avrebbe chiesto di gran lunga più volentieri a mio fratello questo favore, i tipi come lui solitamente sceglievano Ivan, ma insomma quel carnevale a quanto pare gli costò caro e dovette ripiegare su me. Anche con lui passai giorni sani a casa sua a ripetere non so più neanche quante cose e tuttavia quanto, ma proprio quanto mi indisponeva, quel ragazzo.
Era proprio una lingua che non parlavo la sua, un modo di fare che invidiavo con tutto me stesso, ma che proprio non era il mio. Anche lui mi portava con se in motore, ma la cosa finiva decisamente lì. Temo che, come mio padre prima di lui, semplicemente si vergognasse di me, dei miei modi di fare. Di buono ci fu che ero diventato praticamente l'intoccabile e questo mi dava una qualche importanza. Ognuno usa le armi che ha e io ho sempre usato le mie. Ero giovane e non sapevo quanto fossero ben più sottili e pericolose le mie virtù, per allora mi muovevo ad intuito, un po' le utilizzavo, l'altro po' le detestavo. Avrei dato un occhio della testa per aver le qualità che riconoscevo in tipi come Danilo, per diventare l'eroe che nutrivo nei miei silenzi, per essere, immagino adesso, come sempre mi aveva voluto mio padre. Ma io ero come il pesco o come il mio vecchio fico, d'inverno morivo e mi ridestavo a primavera solo per fiorire. Ero uno di quei fiori bianchi e delicati, partorienti, profumati, insomma qualcosa che ne Danilo ne mio padre avrebbero mai potuto capire.
Allora mi odiavo proprio però. Odiavo tutto di me. Odiavo il mio corpo, troppo esile, odiavo il mio modo di parlare, odiavo non saper essere aperto e spigliato, svelto con le ragazzine e mi vedevo proprio brutto. Saper ballare ad esempio sarebbe da sempre stato il mio sogno. A quei tempi tutti ballavano i latino americani, quant'era bella quella musica e quanto mi divertiva vedere ballare tutti. Guardavo quasi incantato il corpo delle mie amichette, era quasi ipnosi, mi piaceva come muovevano i fianchi e ondeggiavano il loro corpo, quasi lo invidiavo, di sicuro le invidiavo. Io sembravo un bastone, rigido con lo stesso senso del ritmo di un chiodo piantato sull'angolo della pista. Insomma discoteche, balli di gruppo non avevano mai fatto per me. Quelle poche volte che andavo alle feste di piazza vedevo tutti divertirsi mi mancava il polistirolo, avrei riempito di palline bianche ogni cosa, per dare agli altri una piccola idea dell'inverno che albergava nel mio cuore. Come la neve d'estate, così quelle musiche festose stridevano con il mio umore.
Io non ballavo mai. Stavo sempre lì a chiedermi come si dovesse muovere un uomo, ma non avevo nessuna idea di come si dovesse fare. Cos'era un uomo? Dov'erano gli uomini a casa mia? Mi concentravo spesso sui movimenti del corpo, mi sforzavo di tener ferme le mani e le anche, ma quelle probabilmente avevano molta più voglia di ballare di me e quella danza non gliela concessi mai. Poi avrei voluto dei vestiti migliori. Vedevo tutti i miei compagnetti andare in giro curatissimi. La mia famiglia non poteva permetterselo. Usate le camice dismesse di mio fratello, dismesse a sua volta chissà da chi, sempre troppo grandi, sempre fuori moda. Ricordo ancora che con la paghetta che allora mi dava mia madre, ci facevo le fotocopie e saltavo la maggior parte delle volte la merenda per questo motivo. Guardavo i miei compagnetti con i loro meravigliosi panini imbottiti, mottini, patatine e io solo con la mia saliva che mi riempiva copiosa la bocca. Ero abituato la prima volta successe all'asilo, poi non ci feci neanche più caso. Infine lo studio. I miei me lo dicevano sempre: “per adesso i tuoi compagnetti che si divertono li invidi tu, un giorno invidieranno loro te”. Io questa cosa sinceramente non l'ho mai capita fino infondo, perché invidiarsi per tutta la vita a vicenda, quando c'era modo di stare bene tutti in tutti i momenti? Però allora suonava come un argomento, il mio preferito, quando restavo tra i libri di scuola invece di uscire.
Quell'incontro con Danilo, doveva un po' ripagarmi della mia situazione allora avvilente. Non era semplice avere a che fare con lui però. Proprio non riuscivo a tirare fuori nessun argomento, fuori dalle ripetizioni. Le cose che potevano sembrarmi divertenti temevo fossero stupide, quelle che non mi sembravano stupide temevo non le capisse e le cose che interessavano temevo di non capirle io.
Avendo saltato di netto l'età in cui si gioca a calcio, anzi per la precisione, essendo sempre e sistematicamente scartato quando si trattava di fare le squadre, non è che semplicemente non mi intendessi di pallone, proprio che lo odiavo. Perché i bambini perdessero il loro tempo a rubarsi una palla non mi riuscì mai di capirlo, fatto sta che mi bastava me la dessero ai piedi qualche po', che venivo proprio scartato e non dico solo dalla squadra, ma credo anche dal loro giro di amicizie. Mi ci misi di impegno non credete, anche perché il “divieto” di giocare con le ragazzine e i bambini più piccoli di me, non è che mi lasciasse molte altre alternative, ma proprio non faceva per me come cosa.
Finì che mentre loro giocavano cercavo campagne, ville, case disabitate, per farci il mio quartier generale e una volta ricordo che mi riuscì di costruirne anche una casa sull'albero di fico a vista di fronte il mio balcone, con un meraviglioso giardino intorno. Montai su una specie di associazione segreta, ecologica e guerriera, tutta tratta da un rimaneggiamento dei miei cartoni preferiti. Poi fini che a turno tutti si scambiarono quello che ci dicevamo dentro l'associazione che di segreto fini col tenere solo le ragioni per cui l'avevo fondata: la solitudine. Finì che mi presero in giro per tutta la storia che mi ero inventato, il quartier generale perse le sue truppe e tutto venne distrutto da quell'insurrezione infausta per le sorti della battaglia. La verità è che a turno tutti i ragazzi del quartiere erano entrati a far parte dell'associazione e avevano creduto a quella storia, ce l'avevano con loro infondo e la loro ingenuità e se la presero con me che mi ero limitato a ridestare in loro il fanciullo che tanto si proponevano di silenziare.
Viste a distanza di tempo tutte queste condizioni rendono evidente capire perché dentro una comitiva non avrei potuto entrarci mai. E di tutte le ragioni quella più temuta da mio padre mi pare la più irrilevante. Si capisce bene che di cose di cui parlare con Danilo ne avrei anche avute, ma se mi avessero chiesto cos'era un “calcio d'angolo” allora mi sarei armato di goniometro e tavola degli elementi per intenderci e finivo con il tacere..
Non crediate che odiavo quelli come Danilo, anzi li ammiravo sopra ogni altra cosa. Erano esattamente come avrei dovuto essere, erano forti. Sembrerà un dettaglio, ma il problema stava tutto lì. Sopratutto a quell'età, quando fare a botte sembra più un modo per conoscersi, io morivo sempre di paura e quando ci provavano con me cambiavo sempre discorso, ero persuasivo già allora, che bisogno c'era di litigare? E però essere forte mi sarebbe servito o magari essere simpatico o sapere giocare a calcio o vedetelo un po' voi quale stregoneria mi sarebbe servita per andare a genio a quei balordi. Insomma mi sarebbe servito avere una qualche virtù sa spendere e invece avevo solo un mucchio di fantasie in testa che mi rendevano solo più strano. Danilo mi piaceva, proprio mentre lo odiavo, anzi mi piaceva nella stessa esatta misura in cui lo odiavo per tutte queste ragioni. Era uno di quelli che mi sarei mangiato, come facevano le antiche tribù con i loro nemici, un po' per toglierseli di mezzo, l'altro po' per prenderne la forza.
Già allora portava i capelli rasati, era indomabile, con l'aria un po' tonta e quella voglia infinita di dimostrarsi furbo. Non so come successe, ma giorno dopo giorno, quel soggetto smise di farmi paura e cominciò a farmi un enorme tenerezza. Finì col diventare una presenza persino rassicurante, a suo modo protettiva. Adesso era un bullo per tutti gli altri, ma avevo scoperto un lato tenero di cui solo io ero a conoscenza o così m'ero persuaso. Avere a che fare con lui era come tentare di domare un cavallo furibondo e si perdeva molto più tempo a spiegargli con che tono e modo doveva rispondere alle domande dei professori, che non a fargli memorizzare contenuti. Non era neanche così stupido come pensavo e con un po' di pazienza alle cose ci arrivava persino da solo. Ogni tanto avevo la sensazione di non farcela, ogni tanto mi stancavo, il resto delle volte le mie giornate scorrevano meno sole ed era già un guadagno.


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 Oggetto del messaggio: Re: Profumo d'estate
MessaggioInviato: martedì 31 luglio 2012, 13:58 

Iscritto il: sabato 12 febbraio 2011, 15:52
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Mi piace come scrivi! ;) Mi sono rivisto in alcune cose che hai riportato: altri interessi tali per cui venivo visto male, mancanza d'amici (è durata fino all'università), che tutti in classe verso fine anno si rivolgessero a me solamente quando avevano bisogno (io li allontanavo e li lasciavo arrangiarsi però... era una specie di ripicca la mia, sapevo [e so] essere stronzo con quelli che lo erano stati con me), l'aver avuto da piccolo una confidente...
Continua a scrivere :)



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 Oggetto del messaggio: Re: Profumo d'estate
MessaggioInviato: lunedì 3 luglio 2017, 23:02 
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Iscritto il: mercoledì 20 ottobre 2010, 0:41
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Ho faticato molto a ritrovre questo vecchio scritto. Queste poche righe molto autobiografiche, ancorché colorate di fantasia. Mi spiace utilizzare un po' questo spazio così. Ho scritto qualche altra riga e presto mi sono reso conto che non avevo troppi luoghi dove pubblicare questo racconto, ne mi andava però di lasciarlo chiuso nel cassetto. Una brutta giornata a lavoro, un collega che mi ha umiliato in modo "violento" davanti al paziente. Sono in un nuovo reparto, sono un infermiere. Un magone alla gola, uno strano senso di nausea che mi assale da stamattina. Ho provato ad uscire di casa per liberarmene, ho provato a chiamare ad un'amica, ho provato a raccontarlo al mio ragazzo. Ma la natura di quel magone si perde non appena racconto gli episodi. Sembrano non avere la loro importanza. La testa è riandata alla prima volta in cui ho sentito quel magone. Un piccolo evento che avevo quasi dimenticato. Quello che segue ha la forma di un racconto neutro. Prendetelo per quello che è, uno sfogo di poco conto. Non credo di essere portato per la poesia, la saggistica mi fa sentire più a mio agio e forse più distante dalle emozioni. L'ho pubbliato qui, per raccogliermi, tutto in un post. Anche se quello che ho scritto qualche hanno fa non è molto collegato con quanto leggerete. Insomma bando alle ciance, questo il racconto.

Questa storia comincia quando il piccolo Sam aveva solo 14 anni. Questa età non giova a chi ha la mente fina, a chi come lui ha sempre vissuto nel suo mondo. Un mondo fatto delle sue teorie, i suoi miti, i suoi grandi drammi invisibili e difficili pure da raccontare…. I suoi desideri troppo colorati.
Sam aveva provato a coinvolgere i ragazzi del suo nuovo quartiere, come già aveva fatto nel precedente. Lui era l’uomo del fare, un leader per vocazione, pronto a dare il massimo per gli altri. Aveva mischiato un po’ di cartoni visti da bambino. Cavalieri, samurai, ninja un frullato misto fatto di naturalismo, di connessione con le piante, di energia della terra che tornava come forza combattiva. Sam si sentiva solo, solo nel suo mondo e non gli parve poi così strano che le piante potessero parlargli, potessero trasmettergli la propria energia.

Aveva un compagnetto fidato, un boy-scout. Non era uno di quelli della prima ora, ma era buono con lui e gli era solidale. Presto Tom si inventò che un suo cugino in un altro quartiere aveva costruito un’associazione simile alla sua. Questo dava credito ad una fantasia, ad un gioco. Ma il tempo dei giochi era finito e Sam dovette sperimentarlo a sue spese.
Aveva contribuito ad impegnare i ragazzi nella bonifica di un piccolo fazzoletto di terra. Era pieno di sterpaglie lui e gli altri ragazzi ci fecero un piccolo vialetto. Un giardinetto con tanto di recinto. Veniva puntualmente distrutto e puntualmente veniva ricostruito.
Sam non capiva la mania dei ragazzi per il calcio. Non era portato per quel gioco, per quella forma di consociativismo, per quel vezzo di urlare e sudare addosso ad un pallone. Non era capace di stare con gli altri. Non era capace di pensare e muoversi ed essere come loro. Soffriva di una strana forma di imbarazzo e sfacciataggine insieme. Lui cresceva e con lui le sue fantasie. Neanche lui era più bambino, questo cominciava a capirlo e quella in effetti sarebbe stata l’ultima estate dedicata al gioco.
La faccenda dell’associazione segreta durò un po’. Sam non aveva reali segreti da comunicare, forze o ammaestramenti. Aveva le sue fantasie, il suo mondo per l’appunto. Un mondo dentro cui tutti potevano entrare, ma dal quale lui non sapeva uscire. Il problema fu proprio quello! A turno entrarono tutti i ragazzini di quel quartiere in quel gruppo segreto e presto segreto non lo fu più. Si sparse la voce di quelle storie incredibili che aveva raccontato. Tutti avevano fatto almeno finta di crederci. Tutti loro erano dei bambini che stavano cominciando a sentirsi grandi. Presto fu accolto dal gruppetto e prenderlo in giro fu facile. L’amichetto non infierì, ma racconto di essersi inventato quella storia solo per fargli un piacere e tornò presto tra le righe. Qualcosa stava cambiando dentro e fuori Sam e lui sembrava non voler capire.

Furono queste le premesse della sua nuova avventura. Sam si annoiava d’estate. Tutti gli altri bambini andavano al mare o fuori città e il quartiere si svuotava. Lui quando non era impegnato a lavorare, usciva fuori, di stare a guardare la Tv in casa proprio non ne aveva voglia. Le strade erano desolate e fuori solo la calura. Fu la mamma a consigliargli di impegnare gli amichetti a costruire qualcosa. Ma alla mamma chi glielo raccontava che di amichetti non ne avevo nemmeno uno? Che aveva trattato gli amichetti come membri di una stravagante setta segreta ed era finito con l’inimicarmeseli tutti?
Gli restava un vicino di casa credo più piccolo di lui che veniva ogni tanto a trovare la nonna e la sua voglia di fare. Quel pomeriggio incontrò due ragazzi del quartiere di cui neanche si ricordava bene. Propose di bonificare lo spazio esterno al calcetto della chiesa, allora reso recintato e inaccessibile, da un sacerdote poco avvezzo ai giovani. Si trattava di togliere le erbacce, improvvisare due porte, e riverniciare per terra. Tutto fattibile, utile per un quartiere che aveva perso il suo punto di riferimento da poco.
Le sue iniziative per quanto stravaganti, comunque riuscivano a raccogliere una folta adesione. Presto tutti i ragazzi del quartiere si ritrovarono coinvolti nella maxi operazione di bonifica. Il vero problema è che Sam non sapevo affatto giocare. Nei suoi salti, nel suo mondo, nelle sue stranezze semplicemente non era capito e ciò che non viene capito può solo essere offeso.

Non seppe neanche capire come fu ma Sam si ritrovò presto nel bel mezzo di una lite. Una disputa nata con Jonny un ragazzo per altro a modo e poco aggressivo. Si ritrovò istigato a litigare. Sam di solito non litigava. Nel quartiere dove stava prima tutti si conoscevano e quelli non erano veri e propri litigi, ma più prove di forza. Sam aveva imparato ad immobilizzare l’avversario da un compagno di classe. Una mossa che consisteva nel prendere l’avversario per il collo e cingerlo al braccio per poi scaraventarlo a terra e ritrovarsi a cavalcioni sopra di lui. Era una mossa innocua, semplice, ma che serviva a calmare gli animi. Nel nuovo quartiere aveva avuto una mezza zuffa con un tizio che neanche sapeva chi fosse. Un certo Zac. Sempre questioni di pallone, lo aveva buttato giù e da sopra dato qualche schiaffo o pugno.
La giuria, costituita dagli altri ragazzetti, allora, decretò che il vincitore era stato Sam era più piccolo ma s’era fatto rispettare. Quello che Sam non sapeva era che Zac fosse ritenuto tra i più forti del quartiere e che aveva mal digerito umiliazione. Per la proprietà transitiva dei pestaggi poi Sam era diventato tra i più forti del quartiere, forse anche più forte di questo Jonny, tutti sostenevano.
Quest’ultimo a diritto non voleva accettare la sudditanza al piccolo Sam, che per altro era assolutamente inconsapevole di quanto quelle liti avessero da tempo smesso di essere un gioco. Non attendeva altro che un pretesto per scrollarsi di dosso quella diceria, per spazzare via quella macchia. Sam era forestiero e gli inganni che aveva creato durarono poco, come prima poco era durata la sua associazione segreta e con le i suoi rigurgiti di infanzia.

Partì una contesa, una offesa dietro l’altra, loro due messi a centro e il ring umano tutto intorno. Sam era bravo con le parole e partirono offese reciproche botte e risposta. Jonny non era cattivo, non era neanche aggressivo e probabilmente avrebbe anche evitato quella lite. Sam seppe dopo che Jonny faceva anche Giudo e doveva crederci sul serio visto che non lo usò in quella lite. Dopo che le parole ebbero montato come panna bastarono due tre cazzotti. Sam neanche li vide, era una femminuccia e tutti adesso lo sapevano.
Il calcetto aveva contribuito lui a riattivarlo. Aveva ridato vita a quella lastra di cemento abbandonata alle erbacce. Ma non giocò quella partita, non giocò nemmeno tutte le altre. Si allontanò con un magone dentro. Non era riuscito a difendersi e non era neanche la prima volta e non sarebbe stata di certo l’ultima l’ultima. Uno strano senso di nausea lo assalì. Voleva stare solo in disparte da tutto e tutti. Lo seguì qualche amico fidato, ma per lui fu una autentica sofferenza. Quando finalmente fu solo, il magone non andava via. E’ come se gli avessero dato un pugno dritto nella bocca nello stomaco a sconquassare le interiora, come se il ricordo di quell’urto tornasse e ritornasse. Sotto le risate del ring, sotto l’adolescenza che si affacciava, sotto gli esami sostenuti, le fatiche della scuola e un’estate che non arrivava e sotto i suoi desideri sottaciuti a tutti e forse anche a lui.

Era quella l’età dei primi approcci sessuale, delle prime masturbazioni collettive, dei primi fumetti porno trovati per terra o condivisi con gli amici. Era l’età nella quale si comincia a crescere e nella quale ciò che forse Sam desiderava di più nell’intimo suo, era lì che lo picchiava, lo umiliava davanti alla folla.
Sam si guardava bene dal raccontare l’accaduto. Nessuno dei suoi fratelli l’aveva visto. La madre che pure stava sempre affacciata dal balcone non aveva visto. E meno male. Avrebbe raccontato al padre e sarebbe stato rimproverato e giudicato incapace di farsi valere. Sam litigava come una bambina isterica, alzava il tono della voce, ma non sapeva picchiare, non era aggressivo. Sam non imparò mai a difendersi neanche dopo. Quel magone gli rimase addosso per giorni. Erano uno strano senso di nausea, una sensazione indescrivibile, un misto di paura e vergogna di sé stesso, di dolore e senso di umiliazione e profondo disagio per ciò che era. Non poteva correre a piangere dai suoi non lo avrebbero, capito, né difeso, solo giudicato. Non lo avrebbero nemmeno protetto. Ci mise giorni per costruirci un recinto attorno, per metterci tanta pietra sopra.
Forse avrebbe solo dovuto piangere. Correre dai genitori e farsi abbracciare. Ma la storia dei gay comincia così. E' una storia di solitudine e di abbracci mancati. Quel magone gli rimase sotto la pelle a marcirgli dentro. Senza che potesse ne capirne la natura, né parlarne.


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 Oggetto del messaggio: Re: Profumo d'estate
MessaggioInviato: martedì 4 luglio 2017, 17:34 
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Il racconto è bello e molto realistico, se uno lo leggesse in un sito diverso da questo non si aspetterebbe la conclusione, perché l’omosessualità quasi non si percepisce fino alla fine. Si nota invece l’idea di essere giudicato, di doversi fare accettare tramite un comportamento di forza, un comportamento maschile, che però è sostanzialmente violento. Si nota che la famiglia non è diversa dal gruppo dei pari e tende ad affermare in sostanza gli stessi valori. Viene in mente anche l’equazione: aggressività = virilità, assenza di aggressività = femminilità.



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