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Autore Messaggio
 Oggetto del messaggio: Uscire dalla finestra
MessaggioInviato: martedì 11 luglio 2017, 19:26 
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Iscritto il: venerdì 22 agosto 2014, 14:45
Messaggi: 218
Sei solo.
E triste, immensamente triste.
Ma, alla fine, cos'è la tristezza?
La tristezza è la mancanza di felicità.
E cos'è la felicità?
La felicità è il dover sorridere a qualcuno perché in quel momento non si è soli, sentirsi appagati perché i propri pensieri, rinchiusi nel proprio corpo, vengono liberati e fatti recepire, in un modo o nell'altro, ad un altro corpo.
E quindi, tornando al discorso, cos'è la tristezza?
Essa è il vuoto.
Il sentirsi vuoti, il sentirsi fragili. Forse perché nessuno ci ha ascoltato. Forse perché, se qualcuno dovesse ascoltare, non capirebbe.
Ma come fanno gli altri ad essere felici? Come fanno gli altri ad essere così appagati?
Io li vedo,
sorridono,
stanno insieme,
si divertono.
Io non ci riesco.
Anche se volessi, non ci riuscirei.
Mi sentirei impacciato. Mi sentirei un fallimento continuo. Non riuscirei.
E poi sento il cuore che batte, batte all'impazzata perché è stato talmente abituato al malessere, che l'essere felice non gli appartiene più.
Lo stare male così tanto tempo lo rende drogato di dolore.
Vorresti spalancare le finestre della tua casa, ma non ci riesci.
Vorresti far passare la luce, ma se lo facessi rimarresti cieco, probabilmente.
Ma tu vuoi quello spiraglio.
Vuoi quello spiraglio di luce, ma come fai se ti guardi indietro, e vedi una lunga galleria di dolori?
Una galleria in cui ti chiedi come hai fatto a superare ogni singolo dipinto. Perché vedi il tuo viso, vedi il viso che avevi quel giorno quando stavi male.
E a quel punto prendi uno specchio, e vedi come stai ora.
Sì. Come stai ora?
Ora non ti è successo niente. Non hai nulla di cui soffrire. Nulla di cui essere spaventato. Ma sei triste, perché vedi il vuoto che ti circonda. E poi quella lunga, lunga serie di dipinti, che ti vedono terrorizzato. Ti vedono arrabbiato, insicuro.
Vorresti dar fuoco a quella galleria. Vorresti che essa non avesse più niente a che fare con te. La cospargeresti di benzina, accenderesti un fiammifero ed essa sarebbe un cumulo di cenere.
Ma non è possibile.
Essa rimane, lì.
E allora che fare?
Forse rimane come unica possibilità quella di aprire quelle tende più che mai,
ma cosa fare se rimanessi cieco?
Ma è l'unica possibilità.
Potresti non aprire quelle tende, e rimanere solo, immensamente triste e abituato al buio che ti circonda.
O potresti aprirle, e diventare cieco, o forse essere felice.
E forse ragioni così perché vuoi vivere.
Perché tu, in cuore tuo, vuoi essere felice.
Vorresti svegliarti un mattino, ammirare il sole e avere un viso a cui sorridere.
Vorresti uscire da questa casa maledetta, in cui gli scricchiolii del pavimento rotto sono gli stessi scricchiolii del passato.
Forse dovresti solo scappare.
Non solo aprire quella finestra, ma distruggerla. E uscire da essa.
Fare delle cose che non hai mai fatto. Non importa se sei solo.
Capire chi sei, cosa vuoi.
E non permettere che dei dipinti possano rovinarti.
Perché essi sono solo dipinti.


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 Oggetto del messaggio: Re: Uscire dalla finestra
MessaggioInviato: domenica 23 luglio 2017, 6:55 
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Iscritto il: sabato 9 maggio 2009, 22:05
Messaggi: 5111
Due cose mi colpiscono: la galleria degli orrori del passato, con tutti i suoi dipinti, e la necessità della luce, di aprire le tende anche a rischio di essere accecato dalla luce. C’è l’idea della solitudine, intesa “anche” come mancanza di un compagno, ma il centro del discorso e del disagio non è lì, quella è se mai la mancanza della medicina contro la solitudine non l’origine del senso di si solitudine. Ti senti stretto da meccanismi del passato, da una casa in cui i pavimenti scricchiolano come hanno sempre scricchiolato, prigioniero di una galleria degli orrori con le finestre oscurate. Sembra di capire che c’è un po’ di fatalismo, un po’ di senso si ineluttabilità e che quelle domande su chi sei e che cosa vuoi stentino a trovare risposta. Ma le finestre si apriranno e la solitudine uscirà da quelle finestre spalancate.



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