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 Oggetto del messaggio: GAY E MORALE SESSUALE
MessaggioInviato: domenica 13 gennaio 2013, 14:46 
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Iscritto il: sabato 9 maggio 2009, 22:05
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Questo post trae origine da un commento che un utente ha lasciato ad un mio post su un Blog in Inglese. In quel commento si parlava di ragazzi che si innamorano di altri ragazzi e che li desiderano anche fortemente a livello sessuale ma si astengono dal sesso per motivi religiosi. Ho aggiunto al suo commento questa mia risposta:

“Penso francamente che intendere la castità come semplice astinenza dal sesso significhi ridurne e anche alterarne un po’ il significato. In primo luogo all’interno di un rapporto di coppia la scelta di astenersi dal sesso per motivi religiosi da parte di uno dei due ragazzi può essere non condivisa e quindi, in questo caso, è sostanzialmente imposta all’altro. Sarebbe come voler digiunare per motivi religiosi imponendo il digiuno anche ai propri familiari. Aggiungo poi che ci sono situazioni in cui la sessualità condivisa ha un valore affettivo così grande nel determinare il benessere dell’altro che l’astenersi dal sesso per motivi religiosi finisce per identificarsi in una mancanza d’amore verso chi può averne veramente bisogno. Intendo dire che la sessualità è ben lontana dall’essere solo egoistica ed evitarla può essere più un gesto di orgoglio che un gesto d’amore. Cercherò di pubblicare oggi un post sul significato dei divieti su base religiosa, visti secondo una prospettiva laica e cercherò di prendere in considerazione due concetti: 1) Il senso di colpa e 2) Fino a che punto l’obbedienza sia una virtù e non una delega di responsabilità.”

Mi accingo ora ad affrontare in concreto gli argomenti partendo come sempre dai fatti.

È un dato di fatto che le religioni propongono ai fedeli il rispetto di norme, alcune sono norme che appartengono a codici morali ampiamente condivisi anche dai non credenti (come “non uccidere”, “non dire falsa testimonianza”, ecc.) e non hanno bisogno di alcuna giustificazione perché sono considerate pilastri del vivere civile, altre invece non trovano alcuna giustificazione oggettiva, tanto è vero che precetti come la monogamia che sono considerati fondamentali da alcune religioni non lo sono affatto per altre. Alcuni di questi precetti derivano da tradizioni e possono avere delle giustificazioni storiche molto remote che si sono perse nel corso dei secoli anche se, nonostante ciò, l’osservanza di quei precetti è rimasta obbligatoria. È proprio l’affermata dimensione assoluta e non storica delle religioni che ne rende, almeno teoricamente, impossibile un adeguamento alla situazione storica presente.

Molte prescrizioni in materia alimentare e sessuale, viste da un punto di vista laico risultano del tutto formali e apparentemente immotivate. Il divieto di cibarsi di particolari tipi di carne o di pesce che per altri costituiscono alimenti usati comunemente non trova alcuna ragione all’infuori del fatto che “è prescritto”, è accettato sulla base di un principio di autorità e pertanto la sua violazione costituisce “formalmente” una colpa. Parliamo di colpe nel senso che sono ritenute tali da chi segue quella religione, perché per gli altri sono fatti del tutto indifferenti. Alcune prescrizioni come quella di non mangiar carne il venerdì, che pure erano esclusivamente formali, hanno creato in epoche non molto lontane notevoli sensi di colpa. Ma vorrei qui occuparmi soprattutto dei divieti in materia di sessualità, che ancora oggi, e presumibilmente ancora per periodi molto lunghi, continueranno a condizionare i comportamenti umani e a creare sofferenza.

La morale, così come le religioni storiche la concepiscono, non guarda la sostanza “morale” dei fatti ma si ferma a presunzioni e a categorie di tipo formale e questo accade soprattutto in campo sessuale. Il preconcetto si trasforma in precetto e si presenta con la forza dell’autorità in nome della quale sono richiesti alcuni comportamenti o alcune omissioni, di per sé, del tutto prive di senso o addirittura dannose. Nessuno cerca di spiegare il senso di questi precetti, perché il loro senso deriva solo dal principio di autorità. Un’analisi razionale indebolirebbe questi precetti evidenziando che non sono necessari, che talvolta sono inopportuni e addirittura dannosi. L’obbedienza è presentata già ai bambini come la massima virtù. Il bravo bambino fa quello che vogliono i genitori, se si comporta così è gratificato, se non si comporta così vive più o meno gravi sensi di colpa. Il senso di colpa crea una soggezione psicologica e quindi una dipendenza che conferma il principio di autorità attraverso il bisogno di essere perdonati.

Scendiamo nel concreto. La castità, vista come astensione dal sesso è considerata una virtù e l’esercizio della sessualità è considerato un vizio, che si trasforma in virtù solo quando la sessualità è esercitata al fine di procreare.

Queste affermazioni, che sono almeno teoricamente condivise da moltissime persone, sono puri preconcetti. La psicologia insegna che la sessualità vissuta in modo sereno, spontaneo, senza tabù, e quindi in modo non trasgressivo, rappresenta una condizione fondamentale di benessere, nonostante ciò la castità è considerata una virtù e la sessualità, se non a fini procreativi, un vizio. Perché accade tutto questo? La spiegazione “razionale” (ovviamente per chi crede queste sono assurdità) sta nel meccanismo divieto/trasgressione/senso di colpa/necessità di perdono che rafforza l’autorità di chi sostiene il divieto e amministra il perdono. Se il divieto fosse facile da rispettare il senso di colpa sarebbe raro e l’autorità non ne uscirebbe rafforzata, ma se il divieto o la condanna riguarda la sessualità e si tratta di un divieto tanto assoluto, quando praticamente “contro natura” (per esempio il divieto di masturbarsi), la trasgressione è inevitabile e attraverso il meccanismo del perdono il rafforzamento dell’autorità che impone il divieto è molto netto.

Si dice da più parti che le religioni portano alla repressione della sessualità e il discorso sembrerebbe realistico. Si potrebbe sintetizzare così: un ragazzo che avrebbe una sessualità libera se entra nell’orbita di una religione viene condizionato e comincia a reprimere la sua sessualità. La religione sarebbe la causa e la repressione della sessualità sarebbe l’effetto. Ma come mai dei tanti ragazzi che si avvicinano alle religioni solo alcuni finiscono per reprimersi sessualmente rimanendo in quelle religioni mentre altri dopo essersi avvicinati a quelle religioni se ne allontanano? La risposta si trova facilmente se, anziché dire che l’adesione a una religione è la causa della repressione sessuale, si scambiano i termini del discorso e ci si rende conto che sono invece i ragazzi che sono sessualmente repressi che finiscono per aderire a certe religioni perché nell’ambito di quelle religioni la loro auto-repressione sessuale è considerata un merito se non addirittura una forma di santità.

Stupisce il fatto che il Cristianesimo, che a livello evangelico è la religione dell’amore del prossimo, cioè del “fare” concretamente del bene per il prossimo (dare da mangiare agli affamati, da bere agli assetati, ecc. ecc.), sia invece diffusamente sentito come la religione del “non fare” dell’astenersi, del non contaminarsi. In sostanza, purtroppo, anziché percepire con senso di colpa il “non fare” il bene che si potrebbe fare, si finisce per percepire con senso di colpa il “fare” qualcosa che è vietato per il solo fatto che è vietato, anche se il divieto non ha altra motivazione al di là del rafforzamento dell’autorità di chi lo gestisce.

Se la religione fosse vissuta all’interno della coscienza personale, considerata supremo giudice della moralità o meno delle azioni e non fosse invece formalizzata attraverso la subordinazione ad una autorità esterna, quanti divieti continuerebbero a sussistere? Calerebbe il livello di moralità? Francamente non credo proprio.

Perché delegare le scelte della propria coscienza ad un’autorità esterna? Perché tanta paura di essere semplicemente uomini? Perché rinunciare alla libertà di pensare?



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 Oggetto del messaggio: Re: GAY E MORALE SESSUALE
MessaggioInviato: martedì 15 gennaio 2013, 21:01 
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Iscritto il: sabato 21 luglio 2012, 20:23
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Se il divieto o la condanna riguarda la sessualità e si tratta di un divieto tanto assoluto, quando praticamente “contro natura” (per esempio il divieto di masturbarsi), la trasgressione è inevitabile e attraverso il meccanismo del perdono il rafforzamento dell’autorità che impone il divieto è molto netto.

Ho trovato l'articolo molto interessante e in particolare condivido moltissimo questa affermazione. Lo scopo di divieti ferrei ed imposizioni molto rigide sulla sessualità è, secondo me, proprio quello di mettere in riga, rendere docili e obbedienti inducendo sensi di colpa, vergogna e turbamento.
La strategia che adotta la Chiesa per mantenere la sua autorità è la più semplice e astuta. Si impongono alle proprie vittime una serie di regole che abbiano le seguenti due caratteristiche: 1) devono essere obblighi oggettivamente molto difficili se non addirittura impossibili o dannosi da seguire; 2) le vittime devono essere completamente disinformate e ignoranti sulle complessità e la fatica che sarebbero necessarie per chiunque per attenersi a quelle costrizioni, ancora meglio sarebbe turlupinarle inducendole a credere che l'infrazione delle regole è un segno di una rara e gravissima debolezza.
Con delle regole così è facile indurre senso di inadeguatezza e sottomissione all'autorità. Il punto 1) da solo non basta, il 2) è di fondamentale importanza. Una setta religiosa che ordinasse ai suoi adepti di non dormire per 4 giorni consecutivi in certi periodi dell'anno non credo avrebbe grande presa sui suoi fedeli perchè ormai è riconosciuta anche a livello scientifico l'importanza del sonno come processo fisiologico. Inoltre per quando la setta potrebbe industriarsi nell'indurre nei suoi fedeli il tabù del dormire, sta di fatto che il sonno non è un tabù nella nostra società, quindi per una adepto di questa setta, per quanto possa essere tenuto isolato dal mondo, non sarebbe difficile confrontarsi con altre persone per arrivare subito alla facile conclusione che non dormire per 4 giorni di seguito (oltre che potenzialmente dannoso a livello neurologico) sarebbe difficilissimo per chiunque e non solo per lui e che dunque se non riesce in tale intento non è per mancanza di volontà, per debolezza, o per colpa ma semplicemente perchè è l'ordine naturale delle cose. La Chiesa di Scientology ricordo che imponeva fra le prove per i nuovi iscritti quello di rimanere per due ore di fronte ad un'altra persona mantenendo il contatto visivo, senza alcun movimento del viso e soprattutto senza sbattere le palpebre. Molti non riuscivano e stavano mesi e mesi ad impegnarsi e a lavorare sull'esercizio e sborsar soldi in nuovi corsi di Scientology e a ristudiare i libri del fondatore. Se fossero stati informati sul fatto che è scientificamente impossibile non sbattere le palpebre per due ore consecutive, forse ci avrebbero perso meno tempo. Questa regola venne poi abbandonata dalla Chiesa di Scientology perchè era diventata cosa risaputa fra i nuovi adepti l'estrema difficoltà della prova delle due ore di contatto visivo: insomma, stava iniziando a venir meno la importantissima condizione 2). I divieti sulla sessualità sono in assoluto la miglior scelta possibile perchè si sfrutta un grande tabù già diffuso nella società, senza doverne creare un altro ex novo. Ancora nel 1800 (almeno che io sappia) non esistevano studi particolarmente approfonditi sulla sessualità, era un mondo completamente sconosciuto, quindi nessuno aveva gli strumenti per verificare che uno dei classici del bigottismo sessuofobico cattolico del tipo "non riuscire a non eiaculare è una colpa gravissima" è qualcosa di assurdo che non differisce molto dal dire "solo i più deboli e infami non riescono a non dormire per 4 giorni di seguito". La sessualità è il più grande dei tabù, quindi se non c'è un'informazione seria e se non posso confrontarmi con gli altri, crederò di essere uno dei pochissimi che non riesce a seguire la regola, ne sarò turbato e per redimermi e per compensare quelle che io credo gravi mancanze sarò assoggettato e subordinato all'autorità. Adesso per fortuna, per quanto la sessualità sia ancora un tabù, le informazioni sono disponibili, e questo ovviamente inizia a far scriocchiolare la condizione 2). Sarà forse per questo che Benedetto XVI aveva affermato nel 2011: "non posso passare sotto silenzio un’altra minaccia alla libertà religiosa delle famiglie in alcuni Paesi europei, là dove è imposta la partecipazione a corsi di educazione sessuale o civile che trasmettono concezioni della persona e della vita presunte neutre, ma che in realtà riflettono un’antropologia contraria alla fede e alla retta ragione". Chiunque promuova l'ignoranza, in qualunque campo, è da vedere con sospetto. In che modo l'educazione sessuale dovebbe essere una minaccia per la libertà religiosa? Di certo è una minaccia all'autorità vaticana. C'è un famoso libro di Richard Posner del 1992 intitolato "Sex and Reason" che fa vedere che la maggior parte delle evidenze a disposizione suggerisce che quando circola una diffusa informazione sul sesso il comportamento sessuale diviene più responsabile.

Cita:
Stupisce il fatto che il Cristianesimo, che a livello evangelico è la religione dell’amore del prossimo, cioè del “fare” concretamente del bene per il prossimo (dare da mangiare agli affamati, da bere agli assetati, ecc. ecc.), sia invece diffusamente sentito come la religione del “non fare” dell’astenersi, del non contaminarsi [...] Perché delegare le scelte della propria coscienza ad un’autorità esterna? Perché tanta paura di essere semplicemente uomini? Perché rinunciare alla libertà di pensare?

Anche su questo non posso che essere completamente d'accordo. Gli altri prelati hanno tradizionalmente avuto molta grinta nel negare diritti agli omosessuali: mi chiedo perchè non abbiano mai usato neanche un decimo di queste energie verso problemi veri come l'inquinamento, la fame o la pena di morte nel mondo. Lo scopo dell'etica dovrebbe essere quello di promuovere la giustizia, l'ugaglianza, l'equità, la felicità per il maggior numero di presone possibile: ma in che modo gli sforzi disumani di un mio conoscente di Comunione e Liberazione il cui unico ideale della vita sembra quello di sforzarsi di repriremere il più possibile la sua sessualità (secondo me con alterni insuccessi e sensi di colpa) dovrebbero essere più adatti allo scopo di chi invece vive la sua sessualità senza autorepressione e può incanalare le sue energie verso qualcosa di veramente utile e costruttivo per gli altri?
Inoltre leggendo la Bibbia alla lettera, oltre che la condanna dell'omosessualità dobbiamo anche tener conto di: 1170 versi che menzionano diverse tecniche per uccidere promosse o attuate da Dio fra cui lapidare, sgozzare e passare a fil di spada, 144 versi in cui si inneggia alla schiavitù in nome di Dio (141 nel Vecchio Testamento e 3 nel Nuovo), 515 versi relativi a anatemi, massacri e stermini realizzati o approvati da Dio e 787 versi che parlano di sentimenti di odio, vendetta e disprezzo provati o da Dio stesso o con l'approvazione di Dio (il calcolo è stato fatto dal giornalista e scrittore spagnolo esperto di storia della Chiesa Eric Frattini). Se dobbiamo leggere selettivamente solo cosa ci piace e chiudere un occhio sul resto, perchè non costruirsi una propria etica indipendentemente da ciò che dice la Bibbia?
Per concludere vorrei segnalare un video che ho trovato su youtube qualche giorno fa sul tema religione e omofobia. Si tratta dei tre interventi del convegno dell'Uaar di Cagliari di Raffaele Carcano (segretario dell'Uaar), Don Franco Barbero e Franco Buffoni (poeta e docente universitario). L'ho trovato interessante anche per il fatto che due non credenti e un sacerdote esprimano in pratica quasi lo stesso punto di vista sull'omofobia cattolica. Ancora una volta ci sta benissimo la frase del Cardinale Martini, secondo cui la vera differenza non è fra chi crede e chi non crede, ma fra chi pensa e chi non pensa.

http://www.youtube.com/watch?v=zv80p5MhQZg



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