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Autore Messaggio
 Oggetto del messaggio: La via per il seminario: un modo per dimenticare se stessi?
MessaggioInviato: mercoledì 17 dicembre 2014, 22:35 

Iscritto il: giovedì 5 maggio 2011, 12:08
Messaggi: 189
Racconto pubblicato sul blog uranorebel.wordpress.com il 9 dicembre 2014

Lo specchio dalla cornice antica e imponente della canonica riflette la mia immagine cupa. Da quando mi sono fatto crescere la barba per sembrare un po’ più grande ho nascosto la faccia e fatto risaltare gli occhi neri e sempre spalancati che ho. Neri come questa camicia e la giacca. E come i jeans larghi che indosso anche quando devo dire Messa.
Il mio viso è una macchia grigia opaca, banalizzato dai capelli che ho fatto allungare per poterli pettinare con la riga da un lato e apparire più serioso. Appaio curato, ma non bello.

L’ho fatto per tagliare i ponti con quello che ero, quel ragazzino della foto che ho recuperato da un cassetto nella vecchia camera in casa dei miei e ora custodisco gelosamente nel portafogli. Quella foto dove eravamo abbracciati e ridevamo. Io e te.
Sono pronto per andare. Devo celebrare Messa qui alla chiesa del paese, poi prenderò di corsa la macchina e andrò quindici chilometri più in là per un’altra. Ne celebro quattro la domenica in altrettanti paesini di montagna. Sono stato ordinato sacerdote un anno fa e da allora vivo come un montanaro sul Gran Sasso.

Neanche l’inverno mi ha fermato. Anche quando è sceso quel metro di neve sono riuscito a non saltare una celebrazione grazie ai paesani che mi hanno accompagnato. Per quell’ultimo gruppo di case abbarbicato a più di millecinquecento metri d’altezza, con quindici vecchi che non si rassegnano a fuggire, si è offerto Giovanni di accompagnarmi e sono salito con il suo spazzaneve. E chi poteva pensare che avrei vissuto un’avventura come quella quando decisi di entrare in seminario?
Vorrei raccontarti tutto questo, anche solo una breve telefonata per dirti: “Ehi, io vado a dire messa, ci sentiamo dopo”, ma non posso, non devo, non vuoi. Io non resisto invece e allora prendo in mano il cellulare e compongo di getto un messaggio: “Che il Signore santifichi questo giorno di festa”.
Lo rileggo. Questo è il tipico sms che mando ai miei parrocchiani, ai ragazzi del coro del duomo e ai capi degli scout. E’ il messaggio col pilota automatico buono per tutti, indipendentemente dall’età e dalla confidenza. Ma a te non posso mandarlo, tu non ci caschi, mi conosci. “Celebro la Messa. E vorrei incontrare i tuoi occhi”.
L’ho mandato così, senza pensarci troppo. Poche parole, autentiche, che non puoi non comprendere. Ho già la tunica e sto infilando la stola, pronto per suonare la campanella che fa alzare in piedi i pochi fedeli che sono in chiesa e sento arrivare un messaggio. Il cellulare è in un cassetto della sacrestia.
Dovrei lasciarlo lì e pensare solo a quel che devo fare adesso, ma invece apro di corsa il cassetto e guardo il telefonino: “leggi 1 messaggio”. Digito ok. “Sparisci dalla mia vita”, mi scrivi. Sei monotono. Me l’hai già mandato ieri un sms così.

E’ una fredda sera di una domenica di novembre. Non ti ho scritto oggi. Neppure tu, anche se ho sperato a lungo che lo facessi. Non so neppure perché da qualche settimana sto provando a ricontattarti. Vorrei averti vicino, mi piacerebbe riallacciare una qualche forma di rapporto con te, ma ti ostini a rifiutarmi.
Lo capisco, ti ho lasciato io e me ne assumo il peso, ma dammi almeno modo di farti vedere chi sono diventato. Solo una possibilità per dimostrarti che posso essere ancora presente nella tua vita, nonostante sia un prete ora.
Ci siamo rivisti al matrimonio della nostra amica Clara due mesi fa. E’ rimasta più legata a me che a te, ma ti ha invitato e hai partecipato. Non sapevo che ci saresti stato e lei non ha pensato di dirmelo, perché non ha mai saputo di noi due. Nessuno sapeva.

Clara era una delle nostre compagne di classe e dopo la maturità l’avevamo frequentata per qualche tempo. Quando ha saputo che ero entrato in seminario si è avvicinata e la nostra amicizia è cresciuta. Lei ha accompagnato me nel cammino verso il sacerdozio, e io ho accompagnato lei nel cammino di fidanzamento con il suo attuale marito.
Ti ho visto in fondo alla chiesa mentre celebravo il matrimonio di quei due ragazzi. Ero all’omelia e mi sono bloccato incontrando il tuo viso accigliato che fissava il pavimento.
Non riuscivi ad appoggiare gli occhi su di me e lo scoprire la tua presenza mi ha pietrificato. Dopo un paio di secondi di empasse ho respirato profondamente e ho finto commozione: “che poi pure un giovane prete può commuoversi quando si sposano due amici di vecchia data” e ho tirato fuori il mio sorriso più bugiardo e convincente.

Tutti hanno apprezzato questo celebrante così umano e partecipe della gioia dei due sposini, mentre con la coda dell’occhio ho notato la tua schiena uscire dalla chiesa. Ti ho rivisto solo al ricevimento. Eravamo in due tavoli agli angoli opposti della sala, tu con alcuni amici, io con i vecchi zii dello sposo.
Ti ho cercato con lo sguardo, ma mi hai ignorato per tutto il tempo. Non pretendevo mi venissi a salutare davanti a tutti, mi sarei accontentato di un cenno anche se a distanza. Non hai mai guardato verso il mio tavolo e neppure hai mai sorriso a nessuno dei commensali che erano con te. Non sembravi l’invitato di un matrimonio, ma un parente in lutto che partecipa a un funerale.
Ogni volta che posavo gli occhi su di te, avevi il bicchiere in mano. E pensare che una volta eri astemio, l’unico ventenne che alle feste beveva solo Fanta. Fui travolto dagli sposi quando vennero a brindare e mi costrinsero a tenere un breve discorso. Mi limitai a benedire gli invitati e ad alzare il calice: “Dopo la benedizione è importante condividere la gioia con un brindisi, un sorso di vino che fa buon sangue e mantiene allegro lo spirito! Auguri, cari ragazzi, che possiate essere sempre felici!” Poi mi sono defilato.
Avevo bisogno di un attimo di quiete e di sgranchirmi le gambe. Mi sono diretto verso i bagni. Le toilette erano in fondo a un lungo corridoio in quel momento deserto. Sentivo l’eco dei miei mocassini camminando verso la porta con il simbolo di un gentleman ornato di bombetta e bastone. L’ho vista aprirsi lentamente per far emergere il tuo viso serio. Tu hai avuto un sobbalzo di sorpresa trovandoti così vicino a me.

Eri bellissimo con quel completo scuro e la camicia bianca. Non potevo non notare quanto fossi dimagrito. Non eri più quel ragazzo definito dagli anni di nuoto, forte e gentile che quando mi stringeva riusciva a togliermi il respiro.
Ora vedevo il tuo fisico asciutto, maturato, e mi sembravi più alto e slanciato. Dopo un momento di esitazione hai stretto le labbra e hai iniziato a camminare senza guardarmi in faccia, stavi per superarmi quando ho allungato la mano e ho stretto il tuo polso. “Ehi, Max, aspetta un attimo. Voglio salutarti.”
Hai scosso la testa accigliando lo sguardo. Non riuscivi a dire nulla, sorpreso dal mio rivolgerti la parola. Eri incredulo. “Ehi – ho detto io sussurrando con dolcezza – voglio solo sapere come stai, aspetta un attimo” “Perché? Cazzo te ne frega?”, hai ringhiato mostrandomi i denti e guardandomi fisso negli occhi. Non hai aggiunto altro, ti sei liberato della mia mano per tornare a grandi falcate nella sala senza mai guardarti indietro. Io volevo solo parlare un po’, dirti che sono felice, finalmente avevo coronato il mio sogno di diventare sacerdote, quello di cui ti parlavo quando stavamo ancora insieme e che ti faceva ridere, perché pensavi stessi scherzando.
Solo quando quei riferimenti erano diventati sempre più frequenti avevi intuito che stava davvero cambiando qualcosa. Avrei voluto stringerti per ritrovare il tuo odore, ma senza cattive intenzioni, lontano da quelle passioni che ci avevano travolto e accecato fino a sei anni prima. Il tuo veleno che mi hai vomitato addosso mi ha paralizzato e impedito di raggiungerti, chiamarti, dire qualsiasi cosa.
Sono rimasto fermo in mezzo al corridoio deserto, ascoltando i tonfi pesanti delle tue scarpe che si allontanavano verso i suoni della festa, la musica, le risate, il tintinnio dei bicchieri, il brusio incessante.
E’ nevicato anche oggi. E’ un novembre freddo e umido e qui in montagna gli spazzaneve sono già in piena attività. Domattina dovrò spalare il vialetto d’ingresso della canonica e anche gli scalini della chiesa se voglio che qualche anziana venga a dire il rosario. Non ti ho scritto in questi giorni. Dopo il tuo “sparisci” non ho insistito.

Ho rispettato la tua esigenza di stare lontano, ma ho continuato a parlarti nella preghiera. Ho chiesto a Dio di farsi tramite, aiutarti a comprendere che io non voglio nulla, solo stringerti una volta ancora tra le braccia e ritrovarti nello stesso modo di allora, ma con intenzioni nuove, quelle che la fede e il mio ruolo mi hanno proposto e che ho accolto.
Pretendo troppo? Forse sì, ma non capisco come sia possibile che tu non comprenda quanto sia naturale questo mio desiderio. Abbiamo condiviso le prime esperienze e, non puoi saperlo, ma per me le uniche. Mi chiedo spesso chi hai avuto dopo di me. In questi sei anni nei quali io sono stato lontano tu cosa hai fatto? Coloro cui ho chiesto tue notizie mi hanno raccontato della laurea, del master a Firenze e poi di quel lavoro iniziato e bruscamente interrotto che ti ha costretto a tornare qui.
Ma chi c’è stato dopo che sono andato via? Chi ha curato la ferita che io ti ho procurato con il rasoio affilato dell’abbandono quando sono entrato in seminario? Ci siamo conosciuti sui banchi del liceo classico. Io avevo cambiato sezione dopo la bocciatura e non conoscevo nessuno. Ero timido e arrabbiato dopo aver passato un anno orribile, nel quale avevo scoperto la mia omosessualità e rifiutata insieme a tutto ciò cui tenevo. Non volevo più studiare e andare a scuola.
Quell’anno perso in modo così stupido è un rimpianto che ho ancora oggi. Ero più grande di tutti voi e anche il più chiuso. Se non fossi capitato tu affianco a me forse sarei stato bocciato anche quella volta e avrei finito per lasciare la scuola. Siamo diventati amici studiando insieme e presto tra noi è scattato qualcos’altro. Quanto vorrei ricordare con te i giorni della maturità. Eravamo ansiosi ma dannatamente felici. Stavamo insieme, ce lo eravamo detto facendo attenzione affinché nessuno se ne accorgesse.

Tanto stavamo attenti a non sfiorarci quando c’era qualche amico, così non riuscivamo a staccare le nostre mani dalla pelle dell’altro ogni volta che ci ritrovavamo soli. Dopo la mia prova orale all’esame, cui tu eri presente per incoraggiarmi ci siamo chiusi in bagno per sfogare la tensione accumulata e festeggiare la fine della scuola. Due adolescenti senza coscienza, questo eravamo, Max. Una coppia di ragazzi dagli occhi brillanti, le mani furbe, i sogni arditi e la paura sempre in agguato di essere scoperti.
Mi fa strano pensare alla nostra prima estate insieme, quando ora fuori dalla finestra c’è questa neve candida che scende copiosa e farà scomparire la Statale stanotte. Se chiudo gli occhi sento ancora il sole che mi scaldava il viso e l’aria calda che si insinuava sotto la maglietta quando fuggivamo sulla tua vespa. Ce l’hai ancora quella vespa bianca, Max? Ci andavamo al mare, alla ricerca delle spiagge più isolate dove poterci abbracciare impunemente.
Fu proprio su quel lembo di sabbia nascosta dalla riserva naturale e dagli scogli che scoprimmo l’esistenza degli “altri”. Tu lo dicevi sempre che dovevamo cercare di conoscere altri gay per confrontarci e aprirci un po’. A me infastidiva solo pronunciarla quella parola, “gay”, con i significati impliciti e storici che evocava, il ruolo da “diverso sociale” nel quale non mi riconoscevo. Io volevo te e basta, nessun altro che dovesse insegnarci come dovevamo essere per essere come loro.
Avevo paura di qualcuno che potesse portarti via da me. Non ero gay allora, come non lo sono neppure oggi. Io amavo te solamente e per questo vedevo quelle coppie sulla spiaggia solitaria far l’amore tra le sterpaglie vicino alla ferrovia o in mare, prendere il sole nudi sulla riva e sorriderci ed esserne tanto infastidito. “Che diavolo hanno da ridere?”, dissi la prima volta che capitammo lì con lo zainetto sulle spalle, la busta dei panini penzoloni in una mano e la paura che faceva capolino notando altre persone distese sulla sabbia. “Dai, stiamo qui, così non dobbiamo nasconderci”, dicesti tu con occhi emozionati e carichi di aspettativa.

Ci abbiamo passato tutta l’estate alla riserva. Nonostante le mie resistenze siamo riusciti anche a farci degli amici, ragazzi che come noi cercavano un rifugio, un piccolo paradiso senza regole e senza Dio che, assomigliava ad un oblio fuori dal tempo e dallo spazio reale. Dopo un po’ di giorni passati su quella spiaggia abbiamo iniziato a prendere confidenza con quelli che vedevano più spesso. La scusa fu la condivisione dell’acqua potabile, il bene più prezioso nelle calde giornate estive. Divenne un’abitudine stendere il telo vicini, mangiare assieme e arrivare così a confidarci.
Quei ragazzi sono diventati la nostra compagnia segreta per tutti e tre gli anni che siamo stati insieme. Poi io sono sparito e non ho saputo più nulla di loro. Mi piace immaginare che sono ancora tuoi amici e che quella spiaggia incantata possa ancora essere il nido per l’amicizia e per quell’amore che non può manifestarsi in città, tra la gente che non vuole capire. Voglio credere che loro siano stati per te il sostegno di cui avrai avuto bisogno quando sono entrato in seminario lasciandoti improvvisamente solo. Sono stato in vescovado per una riunione, oggi. Ci stiamo organizzando per il Natale.
Io preparerò una veglia in Duomo e finalmente tornerò a relazionarmi con i giovani dei vari gruppi diocesani che parteciperanno. Sento davvero il bisogno di uscire dall’isolamento che la vita di montagna mi riserva nella quotidianità. Gli abitanti dei paesini sono gentili, ma tutti anziani e appena scende il sole e arriva il gelo si chiudono nelle case.
A volte recito i vespri e la compieta camminando da solo per le vie del paese deserto. Se sono fortunato, Omar, il cane dei Cameli viene con me e mi fa compagnia scodinzolando, ma certe sere con la neve che scende ancora copiosa non mi segue neppure lui e vago solo, riconoscendo l’odore di legna che brucia nei camini, la puzza delle capre nelle stalle e il profumo intenso dei pini che arriva dal bosco. Mi lascio guidare dai pochi lampioni e termino sempre il mio percorso di preghiera silenziosa al piccolo belvedere che si affaccia sulla montagna e mi mostra il crinale in tutta la sua imponenza.
Se non nevica o c’è nebbia e la luna rischiara la notte stellata vedo le rocce brillare e mi sembra di poterle toccare allungando la mano. Stamani, dopo l’incontro con il Vescovo e gli altri sacerdoti ho approfittato della bella giornata per alcune compere. Ero in un negozio del corso quando attraverso la vetrina ti ho visto passare per strada.

E’ stato un attimo, sei uscito subito dalla mia visuale ristretta e non ho fatto in tempo ad alzare neppure la mano sperando che mi vedessi. “Scusi, torno subito” ho detto alla commessa, lasciandole in mano la camicia che stavo per provare e uscendo di corsa dal negozio. Tu non c’eri più. Il corso è pedonalizzato e non potevi essere salito su nessuna auto.
Sono passati solo pochi secondi, dove eri finito? Ho camminato fino all’incrocio e ti ho visto a qualche decina di metri. Avevi preso la traversa a sinistra e ti stavi allontanando. Non eri solo. C’era qualcuno accanto a te che ti parlava e che stavi ascoltando con attenzione. Non l’ho riconosciuto, non era uno dei nostri amici di allora. Ho preso a seguirti.
Stavo pensando a come fermarti e far sembrare l’incontro casuale. Non volevo perdere questa occasione. Poi avete svoltato per una strada secondaria stretta, tutta scale in discesa e con poche uscite secondarie di case fatiscenti. Quando ho raggiunto l’inizio della via mi sono paralizzato.
Tu eri mano nella mano con quell’uomo e camminavate lentamente. Ti sorrideva. Non stava passando nessuno e per quella strada c’eravate solo voi. Lui ha allungato il collo verso di te, tu ti sei fermato e hai lasciato che ti baciasse, mentre i vostri corpi diventavano due binari paralleli che da terra si incontravano all’altezza delle labbra.
Come una finestra gotica proiettata verso il cielo. Siete stati incollati non più di tre, quattro secondi e da dove mi trovavo io potevo scorgere il ritmico movimento delle vostre bocche, le mani intrecciate come se fossero una e i vostri piedi alternati, il tuo, il suo, il tuo, il suo. Si è staccato da te e hai aperto gli occhi riservandogli quel sorriso dolce sotto gli occhi malinconici che ricordavo così bene.

Avete ripreso a camminare scendendo le scale, mentre lui ti appoggiava una mano sulla spalla e diceva qualcosa che ti faceva ridere. Mi si è contratto lo stomaco, una vampata ha arrossato il mio viso e ho sentito una goccia di sudore freddo colare lungo la schiena. La tua risata cristallina mi ha fatto venire gli occhi lucidi. Sono rimasto a guardarvi diventare sempre più piccoli e poi, in fondo alla via svoltare a destra, scomparendo. Con le gambe molli, appoggiando una mano al muro ho sceso le scale uno scalino alla volta, lentamente, con l’immagine stampata sulla retina del vostro bacio che si ripeteva all’infinito.
Mi sono fermato sullo stesso gradino di asfalto dove i vostri piedi si sono intrecciati e le vostre labbra unite. Ho provato a respirare profondamente tentando di riconoscere il tuo odore, ma le lacrime che ho inghiottito mi hanno tappato il naso e sono rimasto a fissare l’asfalto scuro, rivedendo te che gli sorridevi, le vostre mani strette, i corpi così intimi e vicini, e a sentire il mio cuore impazzito che esplodeva nel petto.
Mancano pochi giorni al Natale e piove a dirotto. I temporali non erano una caratteristica dell’estate? Invece ieri è arrivato ufficialmente l’inverno e stamattina insieme al freddo c’è questa pioggia battente che lava la mia piccola auto parcheggiata sotto casa tua. Ho resistito un po’, cercato di non pensare a te che baciavi quell’uomo, ma poi, una sera che sono tornato al belvedere davanti alla montagna con indosso una giacca a vento che non riusciva a scaldarmi dal gelo ho preso il cellulare che avevo in tasca e ti ho mandato un messaggio. “Ti ho visto in giro con un tipo. Non è solo un amico, vero?” Non hai risposto.
Ho aspettato qualche minuto, mentre battevo gli scarponi sulla neve ghiacciata per cercare di non congelarmi e guardavo le volute del fiato bianco che volavano verso il lampione dalla luce arancione. Mi ignoravi? Come era possibile che tu mi trattassi così? Con stizza ho ripreso il telefono dalla tasca e ho scritto: “Fai anche la puttana per strada, adesso?”
Stavo per riprendere la via di casa quando ho sentito il bip della tua risposta. Hai scritto in un indignato stampatello: “CHE CAZZO VUOI DA ME? MI HAI LASCIATO ANNI FA PER GIOCARE A FARE IL PRETE. ORA NON ESISTI PIU’. SMETTILA DI SCRIVERMI, FIGLIO DI PUTTANA!!!”

Ok. Ho respirato profondamente per fermare il capogiro e ho ripreso il controllo. Hai ragione, ti ho lasciato io più di sei anni fa per entrare in seminario. Ed è stato certamente un colpo per te, perché non potevi immaginare che la mia fede nascondesse una vera e propria vocazione. Io ho sempre creduto in Dio, è sempre stato naturale. L’abitudine di andare a Messa con mia madre la domenica mattina è diventata una necessità anche durante l’adolescenza e sono stato uno di quei rari ragazzi che non ha abbandonato la parrocchia dopo aver ricevuto il Sacramento della Confermazione.
L’oratorio, i gruppi di preghiera, il coro sono stati i pilastri del mio essere ragazzo. Sono andato in crisi solo verso i diciassette anni, quando mi sono reso conto che quei sentimenti di affetto verso gli altri maschi non erano dettati solo dall’amicizia e che in me c’era qualcosa di inaspettato, cui la fede non mi aveva preparato. Non avevo messo in conto l’omosessualità. Avevo rifiutato di affrontare quell’attrazione sessuale che comunque avvertivo da tempo ed ero riuscito a tacitare la coscienza.
Andava tutto bene, c’era Dio dalla mia parte e tutto quel sentimento verso gli amici era solo amore. Amore puro, incontaminato. Quando però quell’attrazione è diventata dirompente e non è stato più possibile zittirla senza affrontarla sono crollato. Io un gay? Uno di quelli che il Catechismo descriveva come “disordinati”? Come era stato possibile? Come lo ero diventato? Ho smesso di studiare e mi sono chiuso in me stesso, frequentando sempre meno l’oratorio e mantenendo solo l’appuntamento con la Messa settimanale. E’ stato Don Adriano a salvarmi, a venirmi a cercare e parlarmi.

Lui mi ha spinto ad una confessione che mi ha aperto il cuore e ha cercato di accompagnarmi lungo un cammino fatto di accoglienza dell’omosessualità, nella consapevolezza che tutto ciò che ci caratterizza può essere occasione di dannazione o salvezza, che dipende solo da noi. Quando ci siamo messi insieme frequentavo già incontri vocazionali. Tu non hai mai capito come potessi conciliare il far sesso con te e allo stesso tempo pregare il Dio di una Chiesa che ci rifiutava.
Te l’ho spiegato in tutti i modi che la Chiesa non rifiuta nessuno, accoglie le persone anche con le loro debolezze e le invita a farne punti di forza. Se Gesù ha fatto della sofferenza la salvezza del mondo noi possiamo prendere i nostri difetti e capovolgerli in virtù. E io questo ho cercato di fare con te. Anche Don Adriano mi ha sempre detto di seguire la mia strada, di non avere paura, affidarmi al Signore, perché lui mi avrebbe guidato e indicato il giusto cammino.
E’ stato Lui a portarmi verso di te e ti ha reso uno strumento per farmi essere davvero un uomo capace di amare. Poi mi ha chiesto di donare quell’amore a tutti, senza tenerlo come un dono esclusivo. Io così ho fatto. Quando ho chiesto di entrare ufficialmente in seminario Don Adriano non ha fatto altro che abbracciarmi, dicendomi che ero riuscito davvero a vincere il male trasformandolo il bene. Avevo tanto sperato che anche potessi capire quanto fosse importante quel traguardo, ma le cose sono andate diversamente. Quando ti dissi che volevo e dovevo lasciarti per un bene più grande hai pianto come un bambino.
Ti eri accorto che ultimamente ero distante, lontano dai nostri amici e anche da te. Uscivo meno e avevo smesso di seguire le lezioni alla facoltà di Lettere cui mi ero iscritto dopo la maturità. Avevi provato a scuotermi con la proposta di un viaggio romantico, ma io avevo preso tempo, rimandavo e intanto cercavo il modo di dirti che dovevo sparire.
L’ho fatto da un momento all’altro, in macchina, una sera di ritorno da una cena con una coppia di ragazzi conosciuti alla spiaggia. Lo vedevo che soffrivi, ma non potevo fare altrimenti. “E’ una stronzata, lo sai! Cazzo, sei gay, come puoi voler fare il prete!” “Non c’entrano le tendenze omosessuali con la vocazione” “Tu vuoi rinunciare alla tua vita e a me, distruggi quello che abbiamo per un’illusione” “Non è un’illusione, è una chiamata” “Non ci posso credere, mi stai uccidendo”
Siamo andati avanti a lungo girando con l’auto sulle colline intorno alla città. Poi mi hai chiesto di essere portato a casa. Io avrei voluto stringerti e baciarti un’ultima volta, ma tu ti sei tirato indietro e con gli occhi ancora lucidi hai aperto la porta e sei schizzato via. Nei giorni seguenti abbiamo ripreso il discorso, ma è sembrato sempre una brutta copia di quel primo. L’ultima sera prima della mia partenza non hai voluto neppure salutarmi e non ci siamo più visti né sentiti.

Ho avuto tue notizie sporadiche solo da alcuni amici con i quali sono rimasto in contatto. Ho continuato a pensarti in seminario. Mi mancavi tanto all’inizio, avvertivo forte il bisogno del tuo calore, della tua voce e del nostro mondo, ma dopo qualche giorno sono stato travolto dalle novità, dagli studi, da quell’ambiente dove mi sono sentito subito a casa.
Ho dimenticato di ricordarti e dopo tanto tempo che non pensavo più a te, ho ritrovato il tuo viso solo quel giorno al matrimonio. Stamattina presto mi sono svegliato, e ho deciso di affrontarti. Voglio farti capire che posso far parte della tua vita senza distruggerla. Sono sicuro di poter essere qualcosa per te, qualunque cosa.
Ciò che vorrai. Sarai tu a scegliere, ma lasciami almeno parlare. E’ necessario guardarci negli occhi per capirci e ritrovare ciò che eravamo. Lo so che sei anni non si cancellano e io non voglio certo eliminarli. Per me sono stati anni bellissimi quelli del seminario e sono felice di essere un sacerdote, è quello che ho sempre voluto e ora è finalmente realtà. Vorrei che tu lo capissi e fossi contento per me. In montagna c’era il ghiaccio ovunque, ho dovuto fare molta attenzione quando sono uscito dalla canonica.
Stalattiti appuntite pendevano dai cornicioni delle case. Dal cielo nuvoloso aveva preso a nevicare quando sono partito per venire qui in città, sotto casa tua. Niente candidi fiocchi qui in pianura, ma goccioloni pesanti che scrosciano sul parabrezza e mi costringono a pulire il vetro con il tergicristallo per non perdere di vista il portone.
Sei tornato a vivere qui con i tuoi, ma non so se sei in casa. Alle sette e mezza vedo la serranda di una stanza di quello che ricordo essere il tuo appartamento alzarsi. Oscilla una tenda bianca, ma non vedo nessuno. Non si accendono luci, nonostante questa sia una mattina scura e grigia.

Fisso il portone del condominio, quando uscirai io ti verrò incontro e parleremo. Passano i minuti, la pioggia continua a scendere copiosa. Prendo il breviario, ne approfitto per recitare le Lodi mattutine e l’Ufficio delle letture. Ho dormito poco questa notte, mi sono rigirato nel letto pensando al tuo sms e ora ho gli occhi che si vogliono chiudere e io non riesco a trattenerli. Appoggio solo per qualche secondo la testa allo schienale, ma sento che perdo conoscenza. Mi addormento.
Da qualche parte qualcuno sta suonando una batteria. Colpi di una mitragliatrice falciano soldati in mezzo a una trincea. Lontano nella foresta un boscaiolo sta abbattendo un albero a colpi d’accetta. Fuori dall’auto un’ombra sta prendendo a pugni il finestrino bagnato. Apro gli occhi all’improvviso, mi scuoto e riconosco la figura di Max.
La sua mano sta bussando sul vetro. Spingo il pulsante per abbassarlo e la sua mano umida entra e afferra il colletto della camicia stringendolo con forza. “Mi vuoi lasciare in pace – grida disperato avvicinando il viso bagnato a pochi centimetri da me – non ti voglio nella mia vita, mi hai fatto troppo male, vattene via una volta per tutte!” Cerco di tirarmi indietro, sono sorpreso e atterrito dalla violenza con la quale mi strattona la camicia.
Provo a farfugliare qualcosa tipo “voglio solo parlare, solo parlare!”, ma lui è un fiume in piena e non ascolta. “Sei sparito da un giorno all’altro e ora ricompari come se nulla fosse. Vattene prete maledetto, va’ via! Ci ho messo anni a voltare pagina, e ora che ce l’ho fatta, che ho un altro, ricompari tu dal buco di culo dove eri finito! Io voglio che tu sparisca di nuovo, capito?” “Ti prego, Max”, riesco a dire sottovoce. Lascia la camicia, avvicina ancora di più il viso con occhi spiritati e mi guarda torvo: “Per me sei morto. E se provi a cercarmi ancora ti riempio di botte, stronzo!”.
Poi si allontana di un paio di passi dall’auto, ha indosso una tuta e non ha neppure una giacca. Oramai è fradicio di pioggia. Mi fissa ansimando con occhi intrisi di odio e disperazione. Sto ancora guardando quella rabbia che non pensavo ti potesse appartenere che giro la chiave e riparto sgommando lasciandolo lì, grondante nel diluvio. Vado verso casa sfrecciando tra le auto che cominciano ad affollare pigramente le strade invase dall’acqua. Ancora non mi capacito della sua aggressione, ma ha ragione, ha sempre avuto ragione.

Come ho potuto anche solo pensare che lui fosse disponibile a parlare con me, a stringere un qualche tipo di legame di cui neanche io riesco a immaginare la natura. L’auto ansima tra le curve ghiacciate che salgono in montagna. Ho le gomme da neve, ma non sono fatte per questa velocità. Affronto le curve senza rallentare, voglio allontanarmi il più possibile dalla città, rinchiudermi in casa e piangere, lasciando stare tutto, anche la veglia di preghiera di questa sera che incombe su di me come un macigno.
E’ l’ennesima curva che affronto accelerando. Sento le ruote dietro scivolare su una lastra di ghiaccio e trascinare quelle davanti in un testacoda infinito. Lascio il volante, che mi porti dove vuole. L’auto scivola nella scarpata, rotola un paio di volte su se stessa e si ferma contro un faggio. Degli ultimi secondi di coscienza ricordo il profumo degli alberi che ha invaso l’abitacolo, i cocci di vetro ovunque e il silenzio irreale e assurdo della montagna. “Avevo fretta, dovevo finire di preparare la veglia”
Ho mentito a tutti per giustificarmi. Mento da una vita, ne sono cosciente e so che andrò all’inferno per questo. La colpa da espiare sarà una vita di balle, una lunga recita dietro l’altare sollevando il Corpo di Cristo e inginocchiandomi ipocritamente. “Pensavo che le gomme da neve servissero a mantenere aderenza” Sguardo da ingenuo, fingo stupore per il mio incidente. Sono in ospedale con una gamba rotta, ferite ovunque e una leggera commozione cerebrale che mi ha tenuto ko per tre giorni. C’è una processione continua nella mia stanza tra parenti, parrocchiani e sacerdoti.
Anche il vescovo è venuto per un breve saluto, ammonendomi di fare attenzione, che sono giovane e può capitare di farsi prendere la mano per non perdere un impegno, ma che bisogna saper tirare il fiato, non farci travolgere dalla missione. Quante stronzate che ho inghiottito fingendo mestizia, allegria e commozione a seconda dell’interlocutore.
La mia è una vita che sta crollando a pezzi, perché l’unica persona con la quale avrei potuto essere me stesso sarebbe stato il solo ragazzo che ha avuto il coraggio di amarmi e che io invece ho usato e poi abbandonato. Ora, da egoista ho voluto fare lo stesso avvicinandomi a lui per usarlo ancora e colmare la mia solitudine.
Questa botta in testa mi ha fatto rinsavire. Sono ancora quell’adolescente che sperimentava il sesso con quel bellissimo ragazzo, poi si pentiva e correva a confessarsi per zittire i sensi di colpa.
Sono ancora quell’egoista che ha seguito il suo istinto e in preda all’esaltazione ha scaricato l’amore della sua vita per fuggire in seminario senza pensare a cosa stava lasciando, un giovane uomo tradito per un amante invincibile. Spero che Max riuscirà a perdonarmi in qualche modo.

A dimenticarsi di me ce l’ha già fatta, lui è andato avanti davvero e adesso ha qualcuno accanto che lo rende felice. Io sono solo un’ombra che dal passato è spuntata fuori per tormentarlo e farlo ripiombare in un incubo dal quale si è risvegliato a fatica. Lui ha tutto il diritto di odiarmi, vorrei che in qualche modo possa sapere che l’odio avvelena la fonte dell’amore e la inaridisce. Non ne vale la pena, visto che è ancora capace di amare e di lasciare che altri lo amino.
Ciò che mi merito io è solo l’oblio, il sapere che lui ha dimenticato chi sono e che quei tre anni che per me ancora così vicini e vividi, sono solo un ricordo sbiadito e sgradito nella mente. Max stringe qualcuno che ricambia e promette un futuro condiviso, io ho la preghiera, un largo abbraccio che comprende tutti e nel quale includo anche quell’uomo che io ricordavo come un dolce e sensibile ragazzo.
Quando mi rivolgerò a Dio gli chiederò di dargli la forza di dimenticare il male che gli ho fatto allora e anche quello fresco che ho causato cercandolo. Io lo amo ancora. Finalmente ho il coraggio di dirmelo. Questa è l’amara verità che ho compreso con la botta in testa. E’ bastato incontrarlo al matrimonio per far scattare l’interruttore dopo più di sei anni. Vuol dire che nonostante tutto il mio percorso io non ho mai smesso di essere legato a lui da un sentimento che non ho mai osato chiamare con il suo nome. Non sono previsti baci intensi e furtivi, mani intrecciate e sorrisi complici, per me.
Non c’è più la stretta calda di un amore che promette di essere tale per tutta la vita. Il mio compito, quello che ho scelto, è di andare incontro a tutti e a nessuno. Ho la missione di testimoniare Dio e il suo Amore e nelle mie braccia idealmente c’è qualunque uomo o donna che mi vengono affidati, e tra questi voglio comprendere anche Max e il suo nuovo compagno.

Ho capito che a me manca qualcosa, perché sono un uomo e come tale debole e bisognoso del calore di altri esseri deboli. L’aria, l’unica cosa che posso stringere tra le braccia è così spietata da essere leggera, sgusciante, invisibile, impalpabile e io sono un giovane uomo che si sente solo e perduto.
Mentre lui va incontro al suo futuro per il quale sono stato un ostacolo da superare, non mi resta che stringere me stesso, chiamare la preghiera Amore e la solitudine Dio.


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 Oggetto del messaggio: Re: La via per il seminario: un modo per dimenticare se stes
MessaggioInviato: giovedì 18 dicembre 2014, 1:06 

Iscritto il: giovedì 5 maggio 2011, 12:08
Messaggi: 189
Ho voluto inserire questo racconto trovato in rete perché è abbastanza indice di una mentalità.
Un ragazzo che si scopre gay e che, frequentando ambienti cattolici, pensa di poter "migliorare" la qualità della sua vita entrando in seminario (visto che non può sposarsi). Per farlo lascia il ragazzo che amava (?) il quale si sente usato e abbandonato e non riesce a perdonarglielo.
Dopo diversi anni avviene l'incontro imprevisto tra i due, in occasione di un matrimonio. Oramai prete, il primo ragazzo cerca di riallacciare i rapporti ed è respinto. Poi, quando scopre che il suo ex ragazzo sta con un altro ci sta male.
Non gli basta questo per rendersi conto che, in fondo, lo cerca ancora perché lo desidera.
Un incidente stradale, finalmente, gli apre gli occhi sulla realtà: avrebbe aspirato all'amore del suo ex ragazzo che pero' ora è riscaldato da una nuova storia e a lui non resta che stringere se stesso, "chiamare la preghiera Amore e la solitudine Dio".
Un finale, questo, più che eloquente nel quale si mostra che la vita religiosa, sostanzialmente, gli dice ben poco (e certo NON gli scalda il cuore come vorrebbe) ma dovrà continuare a farla, quasi come una farsa in un teatro delle apparenze. Che sia esattamente qui l'aridità umana che si trova in diverso clero?


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 Oggetto del messaggio: Re: La via per il seminario: un modo per dimenticare se stes
MessaggioInviato: giovedì 18 dicembre 2014, 18:24 
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Messaggi: 5052
Francamente resto un po' perplesso dalla lettura di questo racconto. Il protagonista mi sembra un personaggio molto letterario, come in fondo tutto il contesto e l'ambientazione. I preti gay che ho conosciuto prima di tutto erano uomini adulti, dai 40 in su, ed erano molto più maturi del protagonista della storia, molto più complessi e problematici e nello stesso tempo determinati a non tenere un piede in due scarpe. Il protagonista ha fatto una scelta di fede? Non sembrerebbe proprio, sembra piuttosto un ragazzo cresciuto nell'ombra delle parrocchie che alla fine ha accattato un ruolo che oggettivamente non era il suo solo perché era quello che ci si aspettava da lui. Da un punto di vista laico l'idea di vocazione come scelta da parte di Dio non ha alcun senso e tutto si risolve all'interno della coscienza del singolo. Tutte le scelte senza ritorno hanno in sé una dimensione implicitamente tragica, e solo se non si capisce che cosa si sta facendo si può accettare una scelta senza ritorno, questo vale non solo per la vocazione religiosa ma anche per il matrimonio.
Onestamente penso che i problemi dei preti gay sino molto più seri di come vengono presentati nel racconto. Tra l'altro il punto critico si può individuare nel fatto che per un prete omosessuale "serio" l'omosessualità e la fede, soggettivamente, non sono realtà inconciliabili e non lo sono neppure oggettivamente, salvo che per la Chiesa.



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