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 Oggetto del messaggio: GAY E MORALE LAICA
MessaggioInviato: mercoledì 22 aprile 2015, 11:54 
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Iscritto il: sabato 9 maggio 2009, 22:05
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Mi capita spesso di riflettere sul concetto di morale e di avvertite il dualismo irriducibile tra i cosiddetti principi e la realtà. Proprio alla luce di queste riflessioni, piano piano, mi si chiarisce il valore di quel “non giudicare” che agli occhi degli integralisti appare come una sostanziale negazione della morale. Il “non giudicare” non deriva da una visione scettica della morale ma dall’idea della complessità e della contraddittorietà del reale che è irriducibile ad unità e non è compatibile se non con categorie intrinsecamente relative.

Sento molti ragazzi lamentarsi della scarsa moralità dei gay che sarebbero abituati a giocare coi sentimenti degli altri, che strumentalizzerebbero i loro compagni, che sarebbero abituati a mentire e ad avere due facce, una più o meo pubblica e l’altra strettamente privata. Tutti questi discorsi sono tanto comuni da dissipare ogni dubbio circa il fatto che rispecchino “in un certo senso” la realtà. Tuttavia questi giudizi sono espressi sulla base di parametri assunti come assiomi di principio proprio perché “teoricamente” universali e appaganti. Alla base di questi giudizi c’è la “morale delle favole” ossia una morale che non parte dalla realtà.

Quando si guarda alle persone e non ai principi astratti, ci si rende conto che le scelte sono eminentemente soggettive o, meglio, sono così radicate nella soggettività che la stessa idea di una morale oggettiva diventa evanescente. Il verbo decidere ha per forza un soggetto personale. Le motivazioni di una scelta non sono mai oggettive e sono profonde tanto quanto l’interiorità di colui che decide e solo da quel puto di vista possono essere motivate. Per comprendere quelle motivazioni bisognerebbe immedesimarsi e anzi identificarsi nell’altro, ed è proprio questa la base che dà spessore al “non giudicare”.

Se da un lato vedo tanti ragazzi, anche gay, che giudicano i gay, dall’altro ho la possibilità di conoscere un po’, solo un po’, più da vicino anche i ragazzi che vengono giudicati, e già questo cambio di prospettiva, per quanto relativo, mi apre gli occhi su orizzonti assolutamente inesplorati. Tanti comportamenti giudicati anomali e inclusi impropriamente nella categoria del vizio (per esempio da coloro che propugnano una morale su base religiosa), visti da vicino, risultano invece funzionali ad esigenze profonde, anche se difficili da capire.

Il vizio, che si ritiene una categoria morale, è piuttosto una categoria sociale, o meglio una convenzione sociale, che ha alla base un mito. Gli esempi potrebbero essere molti, basti quello delle fedeltà monogamica. L’assumere la fedeltà monogamica a livello di postulato morale crea di riflesso il vizio della infedeltà. In geometria, se al posto di un sistema di assiomi coerente si assume un altro sistema di assiomi anch’esso coerente, si produce un’altra geometria, che ha, anch’essa, la sua coerenza interna. A maggior ragione ciò vale per il diritto. Ogni paese ha il suo, le differenze da paese a paese sono enormi, tutti gli ordinamenti sono internamente coerenti ma nessuno di essi ha valore universale, neppure quelli minimalisti. Certo ci si potrebbe chiedere quale delle possibili geometrie sia una rappresentazione più plausibile della realtà fisica, o quale ordinamento statale sia “oggettivamente” suscettibile di essere esteso a tutti i paesi ma, attenzione, nel primo esempio c’è una realtà fisica con cui confrontarsi e nel secondo c’è una comunità globale con cui fare i conti; nelle categorie morali l’unica realtà con cui confrontarsi può essere solo quella sociale, ovviamente relativa e vincolata al “qui e adesso”, mettendo da parte, di necessità, le morali teologiche per le quali il punto di riferimento è la rivelazione al di là di qualsiasi altra emergenza logica o sociale. Ovviamente l’idea di una fondazione “antropologica”, e in questo senso oggettiva, della morale, appare, a prima vista, come un tentativo di fondare la morale su una dimensione astratta, ipostatizzata e non storico-concreta (e quindi necessariamente relativistica) della società, di fondarla cioè su un’antropologia senza ulteriori qualificazioni e non su una specifica e soprattutto reale antropologa culturale, ma, se ci si sofferma ad esaminare le morali antropologiche universali ci si rende conto che quella dimensione antropologica astratta ha ben poco di universale ed è di fatto una specifica antropologia culturale elevata arbitrariamente ad antropologia senza ulteriori specificazioni, cioè ad antropologia universale; questa è la morale tipica del colonialismo culturale.

Le morali, tutte le morali, presentano una intrinseca debolezza, che consiste nell’assumere come postulato che esista una piena libertà morale, cioè che l’individuo sia sostanzialmente libero di determinare la sua condotta e quindi responsabile delle sue scelte. Ma gli individui, tutti gli individui, nascono con un patrimonio genetico ben determinato e immutabile in cui, come sono scritte le loro caratteristiche fisiche, così sono scritte anche le basi di quelle morali. Questo è un dato di fatto evidente a chi non si riduce a morali spiritualiste non fondate sull’osservazione del reale. Il determinismo non sembra essere assoluto ma, certo, la presenza di un condizionamento genetico oggettivo, costituisce un argomento non facilmente superabile da chi sostiene la morale della libertà senza ulteriori specificazioni. Accanto al determinismo genetico c’è poi quello situazionale e la psicologia scientifica ci dimostra il peso dell’ambiente socio-affettivo nel determinare lo stato di benessere individuale. Il diritto penale, con un’astrazione forzata si impone, presupponendo una identica libertà di decisione, a persone che vivono in situazioni oggettivamente diversissime. La valutazione delle attenuanti e delle aggravanti compensa in parte l’errato presupposto della legge uguale per tutti in società in cui le opportunità sono tutt’altro che uguali per tutti.

Mi si potrebbe obiettare che in questo modo l’idea stessa di morale verrebbe ad essere messa da parte perché si negherebbe la libertà individuale che ne è il fondamento. In realtà non è la morale ad essere messa in dubbio dal mio ragionamento ma la sua assolutezza, cioè il fatto che si pretenda di proporre e di imporre una morale oggettiva, unica per tutti, nonostante l’enorme varietà delle condizioni concrete di vita e delle opportunità offerte ai singoli. Lungi dal proporre soluzioni che rischiano di essere dogmatiche come le morali tradizionali, mi limiterei ad un principio pragmatico sulla base del quale la morale dovrebbe essere vista come la ricerca di un benessere sostenibile, cioè rispettoso del proprio prossimo.

Se si ponesse acriticamente, per assunto, il rispetto del prossimo alla base del principio di fedeltà monogamica, si finirebbe per tornare all’origine. In realtà non c’è nessuna ragione, al di là del pregiudizio, inteso nel senso migliore del termine, per identificare la fedeltà monogamica con il rispetto dell’altro. L’unica ragione oggettivamente fondata del principio di fedeltà monogamica è la tutela della salute dell’altro, ma se la sessualità poligamica non mettesse a rischio la salute dell’altro, non ci sarebbe alcuna ragione “oggettiva” per considerarla immorale. L’idea della poligamia è ancora oggi intesa come immorale da moltissime persone, ma non è così per tutti e i costumi sociali cambiano nel corso delle generazioni. Il limite rappresentato dal rispetto dell’altro deve essere un limite oggettivamente motivato. In questo senso le convinzioni personali dell’altro non sono sufficienti a motivare alcuna limitazione.

Rispettare l’altro è un principio che deve avere un contenuto oggettivo e non coincide in nessun caso col rispettare le idee dell’altro o col condividerle acriticamente. Rispettare e non contestare le idee altrui che non si ritengono giuste è un principio di quieto vivere ed ha una matrice utilitaristica che di morale non ha proprio nulla.
Non giudicare è un principio che si applica solo alle persone e non alle idee. Questo sembra dire papa Francesco quando dice: “Chi sono io per giudicare un gay”. La persona non viene giudicata ma sono giudicati i suoi comportamenti. La condanna è indiretta, ma resta una condanna. In realtà i comportamenti ritenuti viziosi sono disfunzionali sono nell’ottica delle morali astratte ma in termini soggettivi sono adeguati e talvolta costituiscono l’unica scelta soggettivamente possibile.

L’interiorizzazione delle morali dogmatiche crea una subordinazione della coscienza ad un sistema di valori e spegne lo spirito critico che, di fonte a qualsiasi valore morale, vero o presunto, dovrebbe chiedersi quale ne è l’origine e la ragione.

La morale non è il diritto, non ha di per sé un’origine convenzionale, non deve essere proposta o imposta a nessuno, è piuttosto una riflessione sulla libertà e sui suoi limiti soggettivi, interni alla coscienza, mentre quelli oggettivi, esterni competono al diritto. L’unica plausibile educazione morale deve partire dal rispetto della soggettività altrui, deve mettere da parte qualsiasi atteggiamento giudicante e deve basarsi sull’esempio.

È di oggi la notizia che papa Francesco, in un colloquio discreto con l’ambasciatore di Francia designato presso la Santa Sede, Laurent Stefanini, dichiaratamente gay, gli ha confermato il non gradimento della Santa Sede. Questo è l’esempio di rispetto dell’altro dato da un papa. È proprio in situazioni di questo genere, cioè nel concreto, che emerge il valore di una morale autenticamente laica, cioè autenticamente e oggettivamente rispettosa del prossimo.



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