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 Oggetto del messaggio: PIETRO VERRI: LA LEGGE DI FRANCESCO SFORZA CONTRO I SODOMITI
MessaggioInviato: domenica 2 agosto 2015, 20:38 
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Iscritto il: sabato 9 maggio 2009, 22:05
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Parlando di laicità non si dimentichi il none di Pietro Verri, uno dei pilastri della cultura illuministica di quel periodo aureo che fu in Lombardia il regno di Maria Teresa. Il pensiero di Pietro Verri fu di stimolo al Beccaria e, attraverso Il Caffè, creò un cenacolo di pensiero illuministico i cui fermenti furono fondamentali in molti ambiti: dall'economia, alle scienze dell’amministrazione, dal dibattito sulla fondazione del diritto alla storiografia. In ogni campo la regola generale consisteva nel guardare i fatti senza preconcetti e nel non cedere all'ideologico e al moralistico.
Non intendo entrare nell'esame dell’opera di Pietro Verri, che è cosa vastissima e ricchissima, intendo qui limitarmi ad un aspetto molto particolare della storia di Milano del Verri. Si tratta di un’opera colossale e nello stesso tempo di una lezione di metodo storico. La storia si scrive sui fatti!
La storia di Milano unisce un discorso lineare e asciutto dell’autore con una mole enorme di documentazione di prima mano. Verri cita moltissimi documenti originali e rappresenta una vera miniera anche per lo storico moderno. Nella Storia di Milano, quando si riferisce agli avvenimenti che seguirono alla morte del duca Filippo Maria Visconti e alla presa di potere di Francesco Sforza, Verri così si esprime:

“Il conte Francesco Sforza, appena ebbe l'annunzio della morte del duca, s'incamminò diligentemente verso Milano, abbandonando la Romagna, ove si trovava. I Veneziani erano nella circostanza la più favorevole per impadronirsi del Milanese. Lodi, Piacenza ed altre città desideravano di vivere sotto la repubblica veneta. Francesco Sforza vedeva che i Veneziani erano i più potenti ad invadere e conquistare questo ducato, ch'egli aveva in mente di far suo; sebbene le circostanze non gli fossero per anco favorevoli a segno di palesarlo. Le forze de' Veneti già si trovavano nel Milanese prima che il duca morisse, il che accennai nel capitolo antecedente. E come pochi mesi prima s'erano essi presentati sotto le mura di Milano, e avevano devastato il monte di Brianza, così v'era ragionevole motivo per cui i Milanesi temessero l'imminente pericolo. Appena venti giorni erano trascorsi dopo la morte di Filippo Maria, che la repubblica milanese dovette eleggere un comandante capace di opporsi alle forze venete e salvarla; e questa scelta cadde nel conte Francesco Sforza, dichiarato capitano delle nostre armate. I denari de' Milanesi erano necessari per mantenere un corpo numeroso di soldati, e ai Milanesi era necessario un gran capitano, la cui mente e valore, opportunamente dirigendo la forza, li preservassero dall'invasione dei Veneti. Questi bisogni vicendevolmente unirono da principio lo Sforza e i repubblicani nascenti, se pure il nome di repubblica poteva convenire a una illegale adunanza, che governava senza autorità e senza principii. Una prova della incertezza di quel governo la leggiamo nel proclama che i capitani e difensori della libertà pubblicarono in data 21 settembre 1447. Per ordine di questi vennero pubblicamente consegnati alle fiamme i catastri [i registri catastali. Nota di Project] che servivano alla distribuzione de' carichi [delle tasse. Nota di Project], affine di rallegrare il popolo; e si credette fondo bastante per le spese pubbliche la spontanea generosità di ciascun cittadino. Appena due settimane dopo si dovette pensare al rimedio; e fu quello che i medesimi capitani e difensori arbitrariamente tassassero i cittadini a un forzoso imprestito. Si obbligarono poi i sudditi a notificare quanto possedevano sotto pena della confisca, invitando gli accusatori col premio; e ciò per formare nuovi catastri [nuovi registri catastali. Nota di Project] per ripartire i carichi [le tasse. Nota di Project]. Cercavano questi incerti capitani e difensori l'opinione favorevole del popolo con mezzi rovinosi, e vi rimediavano poi con ingiusti e odiosi ripieghi. Alcune delle leggi che proclamarono, poiché danno una precisa idea dello spirito di quel governo e della condizione di que' tempi, non sarà discaro al lettore ch'io qui trascriva. Nei primi momenti della inferma Repubblica, incerti della loro autorità, privi di legale sanzione, in una città divisa in partiti, attorniata da città che non eranle amiche, coll'armata veneta che invadeva le sue terre, coi Savoiardi e Francesi, che minacciavano d'occuparlene dalla parte opposta, costretta a confidarsi al pericoloso partito di collocare nelle mani del conte Sforza il poter militare in così importante e seria situazione, pubblicarono un ordine il 18 ottobre 1447, rinnovando irremissibilmente la pena del fuoco ai pederasti. Gli uomini nei più pressanti disastri cercano l'aiuto della Divinità colla maggiore istanza, e a tal uopo credonsi di ottenerlo persino col sacrificio d'umane vittime. I Greci cercavano i venti col sangue d'Ifigenia; i Romani placavano il cielo seppellendo uomini vivi; i nostri, bruciando i peccatori. Le pazzie e le atrocità di un secolo si assomigliano alle pazzie e atrocità d'un altro, a meno che la coltura e la ragione, diffondendosi largamente, non indeboliscano i germi del fanatismo inerente all'uomo; e questa coltura, questa filosofia, contro la quale ancora v'è chi declama, formano appunto l'unica superiorità de' tempi presenti, Oggidì un popolo che aspiri a diventar libero e combatta per sottrarsi dall'imminente giogo, non pubblicherà certo una legge per proibire ai barbieri di far la barba ne' giorni festivi. Ha ben altro che fare chi si trova al timone della Repubblica fra la tempesta, che vegliare su di questi meschini e indifferenti oggetti; eppure allora si proclamò un bando cosiffatto.” (Vedi: Pietro Verri, Storia di Milano, http://www.liberliber.it/mediateca/libri/v/verri_pietro/storia_di_milano/pdf/storia_p.pdf)

Verri riposta anche sia nell'originale latino che in traduzione italiana l’ordinanza di Francesco Sforza che commina la morte sul rogo ai sodomiti. Il testo è estremamente interessante:

“I capitani e difensori della libertà dell'illustre ed eccelsa comunità di Milano. Diletto nostro. Affine di consolidare, aumentare, condecorare questo desiderabile stato della libertà che abbiamo ricevuta, reputiamo non tanto convenevole, quanto necessario, il coltivare il decoro delle virtù, l'abbominare le brutture dei vizi; perciocché in questo modo e grati ci mostreremo a Dio del ricevuto donativo, e dalla di lui onnipotenza sperare potremo più liberale accumulamento di grazie. Riflettendo noi adunque quanto sporco e detestabile, quanto orrendo sia il delitto da non nominarsi della sodomìa, e reputando che la impunità genera un incentivo, e i già infetti di quel vizio suole rendere peggiori, deliberammo e confermammo di nostro avviso con durevole decreto, di non volere più in alcun modo tollerare questo esecrabile e rovinoso eccesso. Sebbene adunque sembri che a ritrarre da questo sceleratissimo delitto coloro che macchiati ne sono, ed a fare che più in avvenire non cadano in simile delitto, bastare dovrebbe la pena del fuoco stabilita dalle leggi santissime e dagli statuti di questa città, che come cosa divulgatissima ignorare certamente non debbono; tuttavia, affinché la loro infame turpitudine si renda totalmente inescusabile, vogliamo, e a te espressamente comandiamo, che, alla ricevuta delle presenti lettere, patentemente e pubblicamente colla voce del banditore tu faccia divulgare per i luoghi consueti di questa città: che quind'innanzi qualunque persona, di qualunque stato e condizione essa sia, o del territorio, o forestiera, o stipendiata, o godente alcuna provvigione, ed in generale chiunque sia, si guardi e si astenga totalmente da quel delitto, né ardisca commetterlo in qualunque modo, sapendo e tenendo per certo che se si scoprirà che in quel delitto sia caduto, irremissibilmente sarà punito colla pena del fuoco, a tutto rigore di legge. E tu poscia dovrai adoperare ogni studio e diligenza e cura ad investigare e ricercare questi scelerati, e dovrai procedere contra qualunque tu scoprissi in avvenire avere commesso questo delitto: punendolo a tenore di diritto e col mezzo della giustizia. Nella qual cosa quanto maggiormente sarai vigilante ed accurato, tanto più avrai servito al dovere ed all'onore, e meglio avrai secondato la nostra intenzione. Ed affinché gl'inclinati al male da questi delitti si astengano, vogliamo che agli accusatori o denunziatori di quegli stessi delitti, però con di buoni indizi, si accordi un premio per ciascuna volta, e si tengano segreti, il quale premio sarà di dieci ducati d'oro da levarsi su le facoltà del delinquente, la quale prestazione vogliamo che debba farsi da te e da' tuoi successori, rimossa qualunque eccezione e contraddizione. Scriviamo pure intorno a questo al signor Bartolommeo Caccia, capitano di giustizia di questa città, col quale vogliamo che tu proceda d'intelligenza nel fare eseguire le predette proclamazioni. - Milano, il giorno XVIII di ottobre, MCCCCXLVII.”

Tutto l’impianto e dell’ordinanza contro i sodomiti è modellato sulle leggi di Teodosio: si parte del richiamo alla legge divina, si ricordano le sacre leggi e quelle in particolare della citta di Milano che già prevedono il fuoco per i sodomiti (a che serve allora rinnovare la condanna?). Il banditore dovrà comunque nuovamente richiamare il popolo al rispetto della legge contro la sodomia. In pratica si annuncia una vera caccia alle streghe. I delatori e gli accusatori “se con buoni indizi” dovranno essere tenuti segreti e saranno premiati per ogni denunzia con dieci ducati d’oro, prelevati dal patrimonio del sodomita. Chi ha orecchio per intendere intenda! Lo sdegno del Verri è assai ben motivato!



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