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 Oggetto del messaggio: «I'm a gay»: è necessario dirlo?
MessaggioInviato: venerdì 29 dicembre 2017, 21:37 
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Iscritto il: giovedì 29 aprile 2010, 19:13
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Ciao a tutt*.

Vi propongo un articolo molto interessante su una questione estremamente d'attualità: "È necessario dire di essere gay? Io sono un uomo prima di tutto".

Buona lettura.

«I'm a gay»: è necessario dirlo?

«L’uscita di Stefano Gabbana sulla questione omosessuale non è né nuova né originale. Si erano già pronunciati in merito persone più o meno ruotanti intorno alla collettività Lgbti.

È un dibattito che si svolge da tempo soprattutto per quanto riguarda i Pride (i Pride fanno bene o meno al movimento? Bisogna rivendicare o no la propria identità?). E ne approfitto per rimarcare un aspetto connesso alla questione. Aspetto che in realtà non ho mai accettato: l’eliminazione, cioè, del qualificativo gay dalla parola Pride in riferimento alle manifestazioni del 28 giugno. Cosa, in realtà, voluta e fatta dal movimento. Gabbana non dev’esserne informato. Altrimenti l’avrebbe potuto utilizzare come argomento. Naturalmente io continuo a parlare di Gay Pride forse perché sono un vecchio militante tradizionalista. Per utilizzare una frase di un film di Ozpetek, «Gay io? No, io sono frocio.

In questo annoso dibattito era intervenuto tempo fa anche Giorgio Armani – sia pur in modo diverso – dicendo: «Un uomo omosessuale è uomo al 100%. Non ha bisogno di vestirsi da omosessuale... Un uomo deve essere uomo».

Stupisce questa preoccupazione del maschile a tutti i costi. E stupisce per due ragioni.

In primo luogo uno è quello che è e non dovrebbe avere bisogno di sbandierarlo in giro per il mondo. Il doverlo fare rivelerebbe infatti l’esistenza di un problema. Se io, in riferimento all’identità di genere, sono e mi sento uomo (o donna) ma ho il bisogno di riaffermarlo su una maglietta, vuol dire che ho qualche problemino, e non da poco, al riguardo. Se invece non ho nessun problema, potrò conseguentemente decidere in piena libertà se dire di essere gay o meno.

E qui emerge l’altro punto dolente. Perché Gabbana mostra di confondere identità di genere con orientamento sessuale.

È vero che la distinzione al riguardo è recente. Distinzione dovuta alle culture della liberazione sessuale, al riconoscimento delle identità, ai Gay Studies, allo sviluppo degli studi scientifici in materia psicologica, alla militanza della collettività Lgbti. Ma l’errore è grossolano perché, come sappiamo tutti, è proprio su questo che si distingueva la vecchia guardia delle persone omosessuali in Italia.

Da questo punto di vista mi sovviene un ricordo dell’autunno dell’84. Era in corso una riunione con gli amici di Catania per dare vita al locale circolo dell’Arcigay (quello fu un periodo particolarmente importante per la nascita dei circoli, che poi avrebbero aderito, tra marzo e dicembre ’85, all’Arcigay Nazionale). In quell’incontro la metà dei presenti non si definiva omosessuale e sosteneva che l’omosessuale vero non si accompagna mai con un altro omosessuale. L’omosessuale vero, secondo gli intervenuti, sarebbe stato quello che si accompagna con un eterosessuale, aiutandolo a mettere su famiglia e, magari, ad allevare i di lui figli.

Sappiamo che Pasolini affermava più o meno la stessa cosa negli Scritti Corsari. Sappiamo anche che alcuni intellettuali d’orientamento omosessuale, appartenenti alla vecchia generazione, dicono tuttora che si stava meglio quando si stava peggio. Nel senso che nel periodo in cui la questione omosessuale non aveva un nome, non aveva una definizione, non era identificata, era impossibile non trovare un maschio che non fosse disponibile a fare sesso (magari da attivo) con un altro maschio. È noto che in passato (si parla di 40/50 anni fa) il ruolo dell’omosessuale di paese era quello di svezzare i ragazzi in modo che poi potessero finire sulla "retta via" sposandosi e facendo figli. È un’idea che non era solo delle persone omosessuali di vecchia generazione. Era un modo di pensare l’omosessualità condiviso anche dalla Chiesa cattolica che liquidava l’omosessualità quale fase transitoria dell’adolescenza.

In realtà, soprattutto nei piccoli centri, era fortissima la pressione sociale che spingeva a sposarsi e a farsi una famiglia. Al punto che persino molti giovani eterosessuali se ne lamentavano. Ricordo benissimo alcune mie conferenze nel corso delle quali, parlando di un tale argomento, intervenivano spesso 20/30enni etero dicendo: «I miei genitori e i miei amici mi hanno rotto le scatole perché non mi fidanzo». La stragrande maggioranza degli omosessuali finiva, d’altra parte, per sposarsi. Per poi continuare a frequentare i luoghi di battuage secondo una modalità ricorrente in passato e, in misura minore, ancora oggi.

Da un tale quanto complesso contesto deriva la su accennata preoccupazione. Preoccupazione che possiamo anche pensare come sincera. Non tutto, infatti, è sempre complotto, non tutto è sempre cattiveria, non tutto è sempre manipolazione.

Personaggi come Gabbana od Ozpetek, intervenuti su questa materia, mostrano di essere sostanzialmente feriti da due realtà.

Da una parte, che sia dato finalmente un nome alle cose. Non avendo un nome, infatti, il movimento e la stessa questione omosessuale banalmente non esistevano. Dall'altra, che si siano rese conseguentemente visibili tutte le omosessualità. Perché, giova ricordarlo, non esiste un solo modo d’essere omosessuali. Visibilità emergente soprattutto durante le manifestazioni dei Pride, che - come già detto sopra - continuano a far discutere sulla loro necessità.

Com’è noto, io milito tra coloro che dicono che i Pride fanno benissimo. In primo luogo, perché consentono il ritrovarsi in una manifestazione corale che ci fa vedere in grande quantità. Quest’anno ci sono stati 24 Pride (il massimo della storia in Italia) e quasi dappertutto dominati dalla presenza di giovanissimi, che non troviamo più nelle manifestazioni di partiti o sindacati. I Pride sono anche l’occasione per ribadire le piattaforme locali e le richieste che esse avanzano: da quelle ai servizi socio-sanitari a quelle assistenziali, dalle case d’accoglienza alla lotta contro povertà delle persone Lgbti.

Tornando alla questione del nome, confesso di essere molto affezionato alla parola gay come a quella in parte sinonimica di omosessuale. Sono affezionato perché è un mezzo fondamentale per rendere visibile l’omosessualità. Perché, piaccia o non piaccia, noi abbiamo una religione civile che è quella della visibilità. Veniamo da un mondo dove sono vissuti i nostri critici, compresi alcuni militanti. Un mondo dove ci si doveva nascondere. Dove ci si vergognava di essere omosessuali. Dove l’essere gay significava il perdere lavoro o gli affetti più cari. La doppia vita e la clandestinità sono state le cifre che hanno caratterizzato per troppo tempo la vita delle persone omosessuali. Frutto di quel compromesso concretatizzatosi in Italia in quella che Giovanni Dall’Orto ha chiamato “tolleranza repressiva”, creando quella sofferenza aggiuntiva che Vittorio Lingiardi ha definito come “Minority Stress”.

Ci si deve infatti sempre chiedere quali sono i costi sociali del negare se stessi o se stesse. Quale livello di infelicità domini ancora in milioni di donne e uomini omosessuali che continuano a non “dirlo” a se stessi prima ancora che alla famiglia e agli amici.

È sufficiente per tutte queste persone dire "Io sono uomo” o "Io sono donna” per determinare un processo di liberazione e di vivibilità? Io direi di no.

Per non parlare, e qui torniamo alla preoccupazione di molti nel sottolineare la propria mascolinità, del rischio di un pericoloso ritorno del maschilismo anche in campo gay. Sappiamo bene che questa cultura incistata fin dalla nascita nei nostri cervelli e coltivata dalla scuola, dallo sport, dalla famiglia, ha prodotto i danni più rilevanti, i conflitti più dolorosi. Ha prodotto l'esercizio del potere escludente, il bullismo, la violenza verso la diversità (proprio quella che Trump vuole cancellare dai report dell’Acdc, l'agenzia sanitaria di Stato Usa).

Stiano attenti, quindi, alcuni amici: mettendosi controvento e obiettivamente dalla parte di tutti i nostri avversari storici, essi scherzano col fuoco. Si può essere - e, in non pochi casi, si deve essere - critici verso il movimento Lgbti. Ma senza toccare mai il fondamento della nostra esistenza e della nostra lotta».

Autore: Franco Grillini

Fonte: http://www.gaynews.it/primo-piano/item/972-gay-stefano-gabbana-ferzan-ozpetrek-franco-grillini-omofobia.html


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 Oggetto del messaggio: Re: «I'm a gay»: è necessario dirlo?
MessaggioInviato: sabato 30 dicembre 2017, 13:50 
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Premetto che stimo molto Franco Grillini e che penso che si sia speso senza riserve per la causa dei gay (parola che considero fondamentale per la sua storia e per tutto ciò che indica oggi), devo però rilevare che l’articolo sovrappone due diversi livelli: quello del movimento e quello della realtà gay. Questa sovrapposizione, più o meno automatica, è comune nelle persone che si occupano di gay dichiarati e quindi anche del movimento gay, ma la realtà gay, ancora oggi, è comporta per la grande maggioranza di gay non pubblicamente dichiarati che, come tali non vanno ai gay pride, non frequentano locali gay e non si sentono parte del movimento gay se non in un modo molto ideale e, se vogliamo, astratto, ma questi gay non pubblicamente dichiarati non sono affatto gay che non si accettano, hanno i loro amici gay, alcuni di essi, e non pochissimi, convivono con loro compagno e hanno una vita di coppia stabile ma preferiscono mantenere privati i loro rapporti affettivi e questo non sempre accade per paura, per effetto dell’omofobia ambientale, spesso alla base del non dichiararsi c’è un semplice desiderio di privacy. È ovvio che chi è dichiarato pubblicamente consideri il suo coming out un valore aggiunto, ma questa non è la regola generale e le eccezioni sono moltissime. Tra i tanti modi possibili di vivere l’omosessualità c’è anche la possibilità di viverla in dimensione privata.
A parte le osservazioni precedenti, che vengono spontanee a chi si occupa in pratica soltanto di gay non pubblicamente dichiarati, mi sento di dire solo una cosa: quando ero ragazzo, 50 anni fa, la parola gay era considerata un insulto e anche io la percepivo così, oggi mi sembra la parola più bella del vocabolario. Vorrei sottolineare che se il movimento gay e in particolare il pride hanno indubbiamente enormi meriti, perché senza di essi la visibilità dei gay sarebbe minima, anche tra i non dichiarati si può fare un lavoro utile, rispettando il loro non dichiararsi. La lotta contro il pregiudizio passa anche attraverso un’informazione seria e attraverso momenti di confronto e di dibattito che salvino comunque la privacy.
Il credo che la realtà gay abbia una propria cultura specifica (che non è quella commerciale) che si trasmette nel tempo e ora, con internet, la diffusione e la conservazione di questa cultura ne rafforza il valore di lievito sociale e di incentivo alla riflessione e al confronto. La parola gay compare in quasi tutti i post pubblicati da Progetto Gay che non per nulla ha scelto di scrivere Gay con la lettera maiuscola.



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 Oggetto del messaggio: Re: «I'm a gay»: è necessario dirlo?
MessaggioInviato: sabato 30 dicembre 2017, 15:43 

Iscritto il: domenica 12 ottobre 2014, 14:11
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Mi sembra che questo articolo mischi tanti punti tra loro non esattamente connessi. Si parla di identità di genere, poi della visibilità dell'omosessualità, poi di una concezione "old style" dell'omosessualità (aspetto che francamente non conoscevo proprio), poi della necessità o meno di dichiararsi a sé stessi (accettazione) e agli altri (coming out), poi del maschilismo. Ne esce un minestrone di cui francamente capisco poco il fondo.
Mi permetto di dire la mia: non trovo che gli stilisti citati parlino di "uomo" in funzione del "pericoloso maschilismo" paventato da Grillini. Piuttosto, nell'ottica di una profonda accettazione da parte della società del comportamento omosessuale, sparisce qualsiasi necessità di distinguersi ad esempio nell'abbigliamento. Fermo restando che ciascuno è libero di vestirsi come vuole, di truccarsi, di usare borse femminili, cose che personalmente non mi danno nessun fastidio.
Quanto al coming out condivido Project: resta una scelta personale che dipende da proprie attitudini e dal proprio temperamento. Diverso è il discorso di una persona che desidera farlo ma si sente bloccato dal timore delle conseguenze di esso. In questi casi, che sicuramente sono ancora tanti, si può scegliere di affrontare di petto la situazione mettendo in conto di andarsene di casa ecc. oppure vivere la propria vita in un forse doloroso silenzio. Non credo si possa generalizzare, le situazioni possono andare da un estremo all'altro. Trovo invece molto fastidiose le persone dichiarate che discriminano chi, per varie ragioni, decida di non parlare pubblicamente della cosa oppure manifestano stupore verso chi non si attivi concretamente per la causa. Personalmente ho riscontrato in contesti di attivismo dinamiche classiche di "gruppo", per non dire di "branco" che secondo me non aiutano la maturazione della nostra percezione. Si tende ad esempio a fare tutto con amici e conoscenti gay in ambienti possibilmente gay (vacanze, uscite, sport ecc.). Viceversa apprezzo sempre tra gli attivisti chi tende ad incrociare la società in generale e gruppi/associazioni gay. In questo modo davvero si ha la percezione che non ci sia bisogno di definirsi un gruppo a parte ma semplicemente uomini. Bene quindi a mio avviso Stefano Gabbana!


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 Oggetto del messaggio: Re: «I'm a gay»: è necessario dirlo?
MessaggioInviato: domenica 31 dicembre 2017, 2:26 
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Messaggi: 133
milosmusiker ha scritto:
Personalmente ho riscontrato in contesti di attivismo dinamiche classiche di "gruppo", per non dire di "branco" che secondo me non aiutano la maturazione della nostra percezione. Si tende ad esempio a fare tutto con amici e conoscenti gay in ambienti possibilmente gay (vacanze, uscite, sport ecc.). Viceversa apprezzo sempre tra gli attivisti chi tende ad incrociare la società in generale e gruppi/associazioni gay. In questo modo davvero si ha la percezione che non ci sia bisogno di definirsi un gruppo a parte ma semplicemente uomini.


Ti sfido io a trovare un fidanzato gay o un trombamico gay in un ambiente etero o misto, senza incappare in pri-pro-quo molto imbarazzanti.
Io mi annoio a morte ad uscire con etero che mi parlano solo di figa, calcio, motori e tette.
Eventualmente si può valutare una uscita con gruppi misti quando si è in coppia da molto tempo, quando cioè le dinamiche di coppia sono mature e stabili e a stare soli insieme ci si annoia e si vuole variare.


Ultima modifica di Pugsley il domenica 31 dicembre 2017, 2:39, modificato 1 volta in totale.

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 Oggetto del messaggio: Re: «I'm a gay»: è necessario dirlo?
MessaggioInviato: domenica 31 dicembre 2017, 2:37 
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Persone che hanno fatto la loro fortuna professionale (e monetaria) giocando sul vantaggio di parlare/raccontare di gay o sfruttando la scia tradizionale delle professioni professate in modo stereotipato da omosessuali, che adesso, affermate socialmente, si eteronormativizzano, mi fanno pensare che avrebbero dovuto farlo quando hanno cominciato a lavorare, quando cioè non erano famose, quando non avevano una lira in tasca. In questo modo sarebbero diventate le persone pubbliche che sono ora?


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 Oggetto del messaggio: Re: «I'm a gay»: è necessario dirlo?
MessaggioInviato: domenica 31 dicembre 2017, 11:22 

Iscritto il: domenica 12 ottobre 2014, 14:11
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Pugsley ha scritto:
milosmusiker ha scritto:
Personalmente ho riscontrato in contesti di attivismo dinamiche classiche di "gruppo", per non dire di "branco" che secondo me non aiutano la maturazione della nostra percezione. Si tende ad esempio a fare tutto con amici e conoscenti gay in ambienti possibilmente gay (vacanze, uscite, sport ecc.). Viceversa apprezzo sempre tra gli attivisti chi tende ad incrociare la società in generale e gruppi/associazioni gay. In questo modo davvero si ha la percezione che non ci sia bisogno di definirsi un gruppo a parte ma semplicemente uomini.


Ti sfido io a trovare un fidanzato gay o un trombamico gay in un ambiente etero o misto, senza incappare in pri-pro-quo molto imbarazzanti.
Io mi annoio a morte ad uscire con etero che mi parlano solo di figa, calcio, motori e tette.
Eventualmente si può valutare una uscita con gruppi misti quando si è in coppia da molto tempo, quando cioè le dinamiche di coppia sono mature e stabili e a stare soli insieme ci si annoia e si vuole variare.


Condivido in parte ciò che dici. Sicuramente frequentare ambienti gay aiuta a creare amicizie e a trovare fidanzati. Nella mia esperienza la maggior parte dei gruppi di cui ti parlavo si sono rivelati alla lunga un po' chiusi e frequentati dalle stesse persone. Infatti tutti gli habitué utilizzavano poi le varie chat oppure le feste per conoscere potenziali partner. Nel mio discorso parlavo comunque di un piano diverso, quello di come rapportarsi alla società. Se da un lato è estremamente importante avere amici gay, dall'altro penso che non bisogna autoghettizzarsi. Ecco perché è importante secondo me tenere un piede nella società in generale, etero o meno. Come dicevo degli attivisti apprezzo soprattutto chi non solo crea occasioni di incontro e confronto tra gay ma tra gay e non gay. Sono queste delle occasioni davvero preziose di sensibilizzazione e ci sono in giro iniziative davvero significative. Infine, quanto al discorso etero=patata/calcio mi sembra riduttivo. A questo punto ti potrei rispondere gay=cazzi/borse ma ovviamente non è così. Sta tutto nel come siamo noi e cosa cerchiamo. I gay sono dovunque (certo in % diverse a seconda dell'ambiente); per questo metterei in primo piano la ricerca di un ambiente affine per interessi e dove ci sentiamo a nostro agio. Stai certo che sentendoti tranquillo non hai particolari problemi a parlare della tua condizione e a trovare altri omosessuali.


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