Perdonare, quando?

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Torrismondo
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Re: Perdonare, quando?

Messaggio da Torrismondo » mercoledì 2 marzo 2011, 22:12

Perdono... non ci riesco. Veramente non ci riesco, probabilmente con il tempo riesco a dimenticare, a non portare più rancore; ma non sono capace di non chiedere: "Perché mi hai fatto questo?" e quindi non mi è possibile mantenere il rapporto come prima. Ho subìto tre grandi sgarbi finora: uno otto anni fa, e ho iniziato a dimenticare due anni fa... figurarsi.
Sono d'accordo che il perdono va meritato... ma io finora non son riuscito a concederlo perché mi chiedo sempre il motivo per cui sono stato trattato male non meritandomelo. E' anche un sentimento di delusione verso la persona quello che mi prende.
Velle parum est: cupias ut re potiaris oportet (Ov. Ex Ponto I 1, 35)

MarchesediPosa67
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Re: Perdonare, quando?

Messaggio da MarchesediPosa67 » giovedì 3 marzo 2011, 8:52

Cara Nemesis,

Io vengo da una storia allucinante in cui un ragazzo mi ha umiliato nelle maniere più impensabili e soprattutto sulle cose che fanno di me il Marchese di Posa. Dopo undici mesi di relazione sono riuscito a staccarmi da lui, che neppure ascoltava le mie lamentele e il mio essere triste accanto a lui. Mi aveva reso un morto vivente. Quando ho capito cosa stava facendo mi si poneva la questione se perdonarlo o meno. La mia soluzione è stata perdonarlo, ma allontanarmi. Molte volte la soluzione che sembra più paradossale è la più giusta: perché ci sono momenti (ma lo dico senza odio) in cui il perdono è la forza di andare avanti e allo stesso tempo l'offesa più grande che il nostro nemico possa ricevere. Chi ci ha fatto del male vuole che noi ci si presenti deboli di fronte al mondo. Perdonando è come se dicessimo: io non ho paura di te, capisco quello che hai fatto, e ti lascio continuare la tua vita. E così, andando avanti e perdonando, lo lasciamo esterefatto e senza possibilità di nuocerci ancora. Allontanarsi poi non è solo atto di autodifesa, ma anche non dare al nemico la possibilità di godere nel ferire.
Ci sono situazioni in cui non si può scappare da un nemico invisibile. In quei casi si sta in ansia perché non si sa da dove potrebbe giungere l'offesa. Ma si può prevenire con un'arma altrettanto efficace che è il sorriso. Sorridere, ma sorridere veramente, porta chi ci è di fronte a domandarsi della capacità delle proprie armi a ferirti. A questo approccio, purtroppo, ci si può arrivare solo con tanta fatica. L'ho vissuto sulle mie spalle, per questo posso consigliarti di perdonare e difenderti (arma non di vendetta ma di giustizia).

Spero di non essere stato troppo contorto :) sono concetti difficili da esprimere.
Come un Dio redentor, l'orbe inter rinnovate,
V'ergete a vol sublime, sovra d'ogn'altro re!
Per voi si allieti il mondo! Date la libertà!

(G. Verdi, Don Carlos)

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kikko
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Re: Perdonare, quando?

Messaggio da kikko » venerdì 4 marzo 2011, 1:51

possibilmente mai! :mrgreen:
ma qui lo dico e qui lo nego, considerato che l'ho fatto ed ho chiesto che lo facessero a me.
quando perdonare?
quando hai amato o ami veramente, o quando capisci che chi lo merita ne ha bisogno! bai

Alyosha
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Re: Perdonare, quando?

Messaggio da Alyosha » sabato 19 marzo 2011, 15:16

Ho aspettato un pò prima di risponderti, per darti una risposta quanto più sincera possibile che sentissi come mia abbandonando la tendenza a ragionare e capire cosa io vivessi del perdono. Perdonare infondo è solo un "dare per". Non lo vedo come un rimettere le colpe degli altri, ma come un consegnare all'altro il proprio dolore, un mostrargli le proprie ferite e un riconoscimento reciproco delle proprie debolezze. E' necessario che il perdono sia reciproco, è una guerra che cessa, un riconoscere le proprie mancanze accettando quele degli altri. E' un calare di scudi, un atto infondo coraggioso con il quale alla fine si decide di chiudere la partita, di farla finita con quella eterna lotta, che resta infondo solo con noi stessi e la propria irriconciliazione. E' un tentativo di ricostruire con pazienza dentro se in compagnia dell'altro e purtroppo ripeto è una partita che si gioca almeno in due. L'anima che accetta di perdonare è l'anima che ha il coraggio di accettare le proprie colpe, che rinuncia all'ostinazione con la quale pretende che tutti i torti siano dell'altro, il gesto con il quale gli consegna la sua vera natura, quella che ha ferito e che è stata ferita. E' il gesto di una riconciliazione innanzitutto con sé. L'anima che riceve questo gesto può accettarlo o no. Ovvero può a sua volta fare lo stesso movimento dal suo lato, oppure inasprirsi ulterioremente, ostinarsi anche lei e leggere nella confessione, solo la colpa dell'altro e rifiutare a sua volta il perdono. Tuttavia se ciò succede, se l'altro non accetta la sua parte di errore, la scissione e la lacerazione resta in lui. La coscienza giudicante con la sua confessione ha sciolto la contraddizione che era in lei, mentre l'enima bella non può che inabbissarsi e in questo precipitare, accorgersi anche lei della sua natura fallace.
Ti cito quelli che secondo me sono i passi più belli della Fenomenologia dello Spirito di Hegel, che resta il romanzo filosofico per eccellenza, tra le pagine più belle che siano mai state scritte.

La coscienza agente che rivela la sua ipocrisia:

Intuendo tale eguaglianza ed enunciandola, Lacoscienza agente si confessa alla coscienza giudicante, e a sua volta attende che questa, una volta postasi di fatto uguale a lui, risponda col suo discorso enunciandovi la sua uguaglianza con lui: egli attende che abbia luogo il riconoscimento effettivo (il perdono).

L'anima bella che rifiuta al perdono:

Nella contraddizione tra il suo Sé puro e la necessità di esteriorizzarlo fino all’essere per trasformarlo in realtà, nell’immediatezza di questa opposizione rigidamente fissata – l’anima bella, in quanto coscienza di questa contraddizione nella sua immediatezza irriconciliata, è sconvolta fino alla follia e si strugge in una consunzione nostalgica

La riconciliazione che segue dall'inabissarsi della coscienza giudicante:

Le ferite dello Spirito guariscono senza lasciare cicatrici […]. Il perdono che la coscienza universale concede alla coscienza agente è la rinuncia a sé, alla propria essenza irreale, alla quale essa paragona quell’altra essenza che era l’azione reale. […] O meglio: la coscienza universale abbandona questa differenza del pensiero determinato e il suo giudizio essente-per-sé e determinante, così come la coscienza agente abbandona la determinazione essente-per-sé dell’azione

E' in questa laguna di dolore, in questo gioco di sguardi in cui le due anime sfinite da un cammino che è cominciato insieme con la storia dell'umanita, che l'umanità si riconosce come finita e si riconcilia con l'essenza universale che è in lei. E nell'abbraccio fraterno che la coscienza risolve la sua eterna contraddizione tra l'universale e il particolare, che sempre toglieva e sempre riproponeva. E' in quell'abbraccio che lo Spirito universale risorge dalle sue ceneri: Le ferite dello spirito guariscono senza lasciare cicatrici.

E questo passo invece tira un pò le fila del discorso sulla visione dell'uomoi di Hegel che non ha caso era un idealista:

L’individualità del corso del mondo potrà pure credere di agire per sé, cioè egoisticamente, ma è migliore di quanto essa stessa non creda, e la sua attività particolare è a un tempo, attività essente-in-sé, universale. Quando l’individualità agisce spinta dal proprio egoismo, semplicemente non sa quello che fa; e quando asserisce che tutti gli uomini agiscono per egoismo, essa afferma soltanto che tutti gli uomini non hanno consapevolezza delle proprie azioni.

http://www.youtube.com/watch?v=-Y05L8nh ... re=related


P.S.: Hegel nella sua religione razionale era convinto i altri termini che il perdono fosse un atto che trova in se la sua risoluzione. Anche ad Hegel infondo si fa il profondo torto di insegnarlo nelle scuole.

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